Halo Of Flies

Le mosche assordanti del post-hardcore

di Tommaso Franci

Senza aver mai composto un solo album (ma solo singoli ed Ep), gli Halo Of Flies di Tom Hazelmyer e compagni sono riusciti a diventare uno dei gruppi di culto della scena post-hardcore americana

Negli anni 80 Tom Hazelmyer fu, con Steve Albini (Big Black, Rapeman), Ian McKaye (Minor Threat, Fugazi), Greg Graffin (Bad Religion), Gregg Ginn (Black Flag) e pochi altri, una figura guida sia musicale sia discografica del rock americano indipendente più estremo.
Nella lunga e complessa storia dell'hardcore, a metà anni 80 si poteva essere giunti a un irreversibile momento di stasi, quando un plotone di grandissimi e giovanissimi musicisti rimise le ali al movimento che, dopo un ultimo revival, a inizio 90, finirà - in concomitanza con l'apoteosi del grunge - una volta per tutte.

Dopo la nascita del movimento (nel '78, con Germs e Misfits) e un primo "post" (Fear, Wipers, Minutemen, Flipper ecc.) coevo all'apice del movimento (nell'81, con Circle Jerks, Adolescents, Descendents ecc.), vi fu un secondo "post" (Mission Of Burma, Big Black ecc.) contemporaneo alla diffusione del movimento da Los Angeles a tutta l'America (Minor Threat, Husker Du ecc.). Quindi una seconda rifondazione dell'hardcore (nell'83, a limite del metal: D.R.I., Bad Brains, Suicidal Tendencies). Infine, e siamo sommariamente arrivati a metà 80, i fenomenali ed estremi protagonisti del "terzo post-hardcore", il più consistente, diffuso e vario, che venivano non da Los Angeles o New York, ma da Washington (Pussy Galore, Rites Of Spring), dal Texas (Butthole Surfers, Scratch Acid), da Chicago (Naked Raygun), dal Kentucky (Squirrel Bait), da Seattle (Melvins)… e da Minneapolis.
A Minneapolis (con i primi Husker Du) l'hardcore aveva trovato un importante punto di riferimento; così il post-hardcore (con gli Husker Du del periodo maggiore e i Replacements).
A Minneapolis stava Tom Hazelmyer che, sin dal 1980, passava da un progetto musicale all'altro, per rispondere alla domanda circa una personale via al post-hardcore.
La risposta e la sua esplicazione avvennero nel 1985 con la nascita degli Halo Of Flies da una parte e la fondazione della Amphetamine Reptile Records dall'altra.
L'Amphetamine Reptile Records pubblicherà in vent'anni un centinaio di lavori - soprattutto singoli ed Ep - di importanti rocker hard-noise di tutta America: Cows, Helios Creed, Helmet, Melvins, Boss Hog, Tar, Unsane, King Snake Roost; sempre rasentando il grunge ma mai abbracciandolo (causa lo status d'avanguardia dell'etichetta).

Di ogni cambiamento dell'hard-core causa-effetto ne sono stati ovviamente i cambiamenti da parte della società e quindi dei fruitori di tale musica. Se l'hardcore non è mai stata musica di rottura o ribellione (punk) ma di riflessione e soprattutto auto-riflessione, ciò è tanto più vero per l'hardcore di quest'epoca. A metà anni 80, storia, società e il ruolo del giovane in queste non interessano per nulla l'hardcore, che diventa definitivamente - e per quanto alienate e pessimistiche - elegia e metafisica. L'hardcore non è più la musica del vagabondo di Los Angeles, ma dell'emarginato di periferia, dell'artista fallito, del timido, del nichilista senza suicidio, dell'apatico senza sadismo, del quindicenne afasico.
In campo di musica rock Tom Hazelmyer è riuscito in una delle operazioni più audaci e radicali di sempre. Gli Halo Of Flies hanno rifondato l'uso di tutti e tre gli strumenti rock.
La chitarra (Tom Hazelmyer) suona come un Hendrix negli MC5 più estremi. La batteria (John Anglim) suona - roboante - in controtempo. Il basso (Tim McLaughin) copre impetuosamente i buchi enormi lasciati dagli svarioni degli altri due strumenti sino a reggere lui stesso il filo armonico del tutto. La voce di Tom Hazelmyer, poi, è l'anello mancante tra il canto garage-rock più estremo (Iggy Stooge), il canto hardcore più sconfortante (Steve Albini) e l'urlo grunge più radicale (Kurt Cobain).
Ne viene fuori qualcosa di inaudito e per quanto sformato, dissonante, aspro e ostico, formalmente impeccabile. Ogni brano degli Halo Of Flies (lungo mediamente 2 minuti e mezzo) è un saggio prezioso e ricco di tanti espedienti, cambiamenti di tempo, toni e sonorità quanti ne hanno le migliori sinfonie progressive di 15 minuti.
In campo rock, solo nei Minutemen e nei Dead Kennedys si era visto qualcosa comparabile. Tuttavia costoro si erano serviti di mezzi esterni al genere (specie del jazz, ma anche del blues). Gli Halo of Flies riescono invece nel miracolo di fare tutto all'interno, all'interno di modi rock. Nei medesimi anni i Melvins, anch'essi rifondarono - e a loro modo - i tre strumenti rock. Se l'operazione dei Melvins fu altrettanto d'avanguardia ma più pesante, radicale, inascoltabile di quella degli Halo Of Flies, quest'ultimi colpirono anche nel segno della varietà, incredibile da un brano all'altro, stupefacente nel medesimo brano - pur sempre all'insegna della violenza più brada e senza compromessi. Che la melodia viene letteralmente spazzata via non c'è bisogno di dirlo.

Va invece detto che gli Husker Du dell'85 rappresentano, in campo post-hardcore, lo speculare opposto degli Halo Of Flies: un post-hardcore è incentrato sul pop, l'altro sulla cacofonia; l'antitesi è tanto più esacerbata vista la città comune dei due gruppi.
Tuttavia le cacofonie degli Halo of Flies non sono gratuite - come quelle dei più - ma vera e propria arte, perché riescono a prendere il cuore dell'ascoltatore e a divellerlo dal petto.
Infine, senza gli Halo Of Flies, i Pussy Galore e quello che ne è seguito (il Jon Spencer Group in primis) sarebbero impossibili.
Il post-hardcore degli Halo Of Flies va oltre il sublime - ma sempre umano - esistenzialismo di gruppi para-indie come gli Squirrel Bait. La musica degli Halo Of Flies è programmaticamente disumana, come se con questo mondo non avesse più da spartire nulla. Mentre gli Slint giungeranno a tale dimensione parallela attraverso accordi atonali, gli Halo Of Flies si basano sui disaccordi più viscerali, impellenti e irresistibili.
Ultimo omaggio alla loro avanguardia, è poi offerto dagli Halo Of Flies con la scelta di non pubblicare album, ma solo singoli ed Ep - del resto da sempre questa è stata la dimensione più consona all'hardcore, anche se adesso, nel post, tale scelta appare provocatoria, indisponente, in una parola, fuori dal mondo.

"Rubber Room" (1986), singolo.
L'esordio degli Halo of Flies si distingue per essere da una parte un grunge (garage-rock alla Stooges portato nell'era del noise) particolarmente epilettico e frastornante ("Rubber Room" [- 2:03]), dall'altra una velocissima e disumana nenia - divisa in tre parti distinte - dove pare Hendrix a eseguire partiture da Killing Joke ("Thoughts in a Booth" [- 3:37]).
La sicurezza e speditezza del gruppo fanno già presagire la novità di cui saranno portatori i capolavori futuri.

"Snapping Black Roscoe Bottles" (1986), singolo.
Il secondo singolo aumenta le dissonanze di blues particolarmente sincopati e devastati: la chitarra di Tom Hazelmyer è un'enciclopedia che spazia con originalità e consapevolezza da Eric Clapton ai Sonic Youth; la sezione ritmica si qualifica subito come una delle più originali di sempre (tempi frantumati, dilatati, lasciati, ripresi, contrastati). Se "D.D.T. Fin 13" [- 4:15] fa la parodia ai viaggi lisergici a forza di alienazione; "Can't Touch Her" [- 2:04] spinge a tutti i livelli sull'acceleratore e fonda quello che sarà il sound (blues-core-noise) dei Pussy Galore prima e della Jon Spencer Blues Explosion poi.

"Circling The Pile" (1986), singolo.
Il quindicesimo minuto d'incisione degli Halo Of Flies radicalizza e sublima il blues-core-noise con cui ci avevano lasciati ("M.D. 20/20" [- 2:10]). Poi ("Pipebomb" [- 1:22]) si scende nei gironi della perdizione più bestiale (Big Black). Infine si fa ordine con un revival rock n' roll a ritmo metal dove tutti gli strumenti trovano la loro via più espressiva e innovativa, in un saggio di estraniazioni, progressioni e devastazioni, dove la voce si fa sempre più gutturale ("Sinner Sings" [- 2:54]). Già a questo punto gli Halo of Flies entrerebbero di diritto e con cognizione di causa, nell'avanguardia post-hardcore americana (quella di Big Boys e Butthole Surfers). Ma il meglio deve ancora venire.

"Richies Dog" (1987), singolo.
Il quarto singolo è ancora un affresco di blues-core a 360° dove un'alienazione particolarmente profonda è capace di esprimersi in una fantasia musicale particolarmente florida ("Richie's Dog" [- 2:41]).
"How Does It Feel to Feel" [- 2:59] è una blasfema cover dai Creation, gruppo inglese del 1966-68 - con gli Who tra i più estremi dell'epoca. Come quello dei Creation (e degli Who) era un blues ossimoricamente rhythm, altrettanto quello degli Halo of Flies lo è -core.

Garbage Rock (1987), Ep.
La prima opera oltre i 7 minuti degli Halo of Flies si apre con un ponte dal jazz-core dei Minutemen ai picchi più avanguardistici e autoreferenziali di tanti gruppi indie di fine 80 ("Garbage Rock" [- 1:56]).
"D.D.T. Beat 69" [- 2:45] varia per l'ennesima volta - e con l'ennesima radicalità - sul consueto blues-core. La sezione ritmica è da metronomo, la chitarra passa dal sinfonico, all'acido, ad assoli ora classici (e parodianti il classico), ora da unghia sulla lavagna.
"One Barrel Spent" [- 3:35] è il bailamme più potente (sezione ritmica) ed al contempo distorto (la chitarra squarta davvero le orecchie). La voce è tutta costipata in un lamento senza fine, ma consonante con tutto lo scenario di una rappresentazione allo stato puro senza più una vita a cui riferirsi.
"I'm Clean" [- 2:53] si avventa più irrefrenabile ed essenziale che mai: tante fughe, tante partenze e ritorni, del ritmo, dei fuzz. È musica tridimensionale, dove si viene assaliti per tutto il tempo e lo spazio che ci circondano. Questa fuga sinaptica è il primo suggello grandemente significativo del gruppo.

Headburn (1987), Ep.
Ecco la svolta degli Halo Of Flies. Il tutto si gioca a scapito del blues e a vantaggio del -core. Il gruppo si inasprisce, indurisce quanto mai. Soprattutto la voce di Tom Hazelmyer è ora dedita alle urla più deflagranti ed estreme.
"Headburn" [- 4:10] è subito capolavoro. Sinfonia con chitarra ritmica heavy-metal, voce grunge costantemente urlante e sul fioco, sezione ritmica a infarcire e propiziare questo rumore dell'inferno cosmico.
"Easy Or Hard" [- 2:23] mostra che oramai gli Halo Of Flies non hanno più pietà per nessuno. Qui si fagocita brutalmente un innocuo beach-punk. La gola di Hazelmyer da sola basterebbe a giustificare tutta l'operazione: tanto è totale, sfiatata, viscerale; ma va notato anche un basso capace di erigersi a muro semovente e preponderante sul resto a cui disegna le rotte o i solchi.
"Father Paranoia" [- 2:58] innesta anche l'industrial e non pone limiti a questo Ep-capolavoro, sicuramente tra i più violenti di sempre. Si direbbero due Black Flag messi assieme e lanciati a velocità cieca interrotta qua e là da cambi di bussola improvvisi.

"No Time" (1988), singolo.
Questi sono i veri Halo Of Flies. "No Time" [- 2:17] esplode riassumendo una decade (e una tonnellata) di olocausti sonori esplosi (Black Flag) e implosi (Big Black). La solidità di un suono per il resto perennemente scarnificato, è infine data da un impeto di memoria Dead Boys.
"You Get Nothing" [- 2:36] squadra con non minore classe il tutto. Il finale poi, con ripartenze e innalzamenti di tono, è ineguagliato.

"Death Of A Fly" (1989), singolo.
Ancora nessun cedimento. Se "Death of a Fly" [- 2:47] imbastisce un rituale alla Jon Spencer - è un apocalittico blues-core da guerriglia - che rifinisce di urla grunge ed accordi heavy-metal; "Ain't No Hell" [- 1:59] sacrifica sull'altare lo Steve Albini più anoressico (la chitarra e la sezione ritmica pare che contino le vertebre di una carcassa) scaraventato a velocità ultrasonica e sfigurante (e se non fosse la velocità, sarebbero le urla e la chitarra-aguzzino a non lasciar scampo).
"Spit It Out" [- 2:54] razionalizza a colpi hendrixiani il tutto (metal, tribalismi, Steve Albini, le urla più spietate, l'industrial più ultrasonico).

"Winged" (1990) singolo.
È la volta di due cover di gran classe e barbaramente riproposte: "Human Fly" [- 2:29] dal voodobilly dei Cramps che nel 1979 avevano già fatto molto del Jon Spencer anni 90: "I'm a Bug" [- 1:06], brano di fine 70 degli Urinals, eseguito nel modo più lo-fi e alienato possibile.

"Big Mod Hate Trip" (1991), singolo.
Dopo gli 8 capolavori di Headburn, "No Time", Death Of A Fly, 8 brani e una manciata di minuti, capaci di rifondare il concetto di rock, un passo indietro da parte degli Halo Of Flies; o meglio, un passo ancor più nel fondo del "post". Adesso si assiste al "post" persino degli Halo Of Flies. Dopo che già gli Halo Of Flies del 1987-1989 erano saliti a una dimensione trascendente ogni dolore, emozione e valore - ogni umanità - adesso si ritorna all'umanità (a una qualche melodia) per - con l'irrisione di questa - irridere noi stessi che l'avevamo (o avevamo creduto di) abbandonata.
"Tired & Cold" [- 2:43] è un fascio di fusione rock n' roll; "Wasted Time" [- 2:44] una demenzialità a tempo rock n' roll. Dal punk - in tutte le sue sfumature - al garage-rock, all'alternative, tutto è fagocitato e nel contempo rigettato. Uno stupro e uno spregio dello stuprato. Forse più in là anche di Albini - in termini di efferatezza e spietatezza.

"Mod Showdown" (1991), singolo.
La saga degli Halo Of Flies si conclude con una stramba collaborazione coi Mudhoney. Stramba non perché tra i due non vi siano punti di contatto, ma perché, nella circostanza della collaborazione, paiono parodiare il surrealismo degli Screaming Trees, violentati non con la violenza, ma con l'estraniazione per via di esperimenti sonori e ritmici ("Jagged Time Lapse" [- 2:23]).

Vista la peculiarità degli equilibri e degli espedienti su cui si regge la musica degli Halo Of Flies (tanto cerebrale quanto da pogo), risulta impossibile trovare gli eredi di questi - oltretutto - supremi esecutori. Helmet per una corrente e Pussy Galore per l'altra, non riescono a esaurire tutto il potenziale inimitabile ed eccezionale degli Halo Of Flies.

Halo Of Flies

Le mosche assordanti del post-hardcore

di Tommaso Franci

Senza aver mai composto un solo album (ma solo singoli ed Ep), gli Halo Of Flies di Tom Hazelmyer e compagni sono riusciti a diventare uno dei gruppi di culto della scena post-hardcore americana
Halo Of Flies
Discografia
 Garbage Rock (Ep, What Goes On, 1987)

 

 Headburn (Ep, Amphetamine Reptile, 1987)

 

 Death Of A Fly (Ep, Amphetamine Reptile, 1990)

 

Music For Insect Minds (anthology, Amphetamine Reptile, 1991)

8

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