Horrors

Horrors

Storie di fantasmi e specchi

di Francesco Giordani, Claudio Lancia

Originario di Southern-on-Sea, il quintetto inglese è evoluto da band citazionista a faro della scena alternativa britannica. La parabola artistica, camaleontica quanto coerente, ha declinato tutte le possibili mutazioni del pop, ponendosi come autentico specchio dei nostri tempi. Simile a tutti e a nessuno, ha finito con il coniare un sound personale e inconfondibile
La storia degli Horrors prende il via nei primi anni del nuovo millennio, dall'incontro fra Faris Badwan (futuro cantante del gruppo), il tastierista Tom Cowan (fratello del chitarrista dei Vaccines Freddie Cowan) e il bassista Rhys Webb. I tre trovarono argomenti comuni nell'amore per il garage-rock e il post-punk, e quando nel 2005 incrociarono gli strumenti con il chitarrista Joshua Hayward e il batterista Joe Spurgeon i giochi erano praticamente fatti, almeno dal punto di vista della line-up.
Le prime esibizioni della neonata band si svolsero in un locale di proprietà di Webb, il Junkclub, aperto nel 2002 a Southend-On-Sea assieme al dj Oliver Abbott, e rapidamente divenuto uno dei centri propulsori della nuova scena musicale londinese. Inizialmente in repertorio c'erano cover di Sonic ("The Witch") e Screaming Lord Sutch ("Jack The Ripper"), ma velocemente i ragazzi approntarono una serie di brani autografi attraverso i quali iniziarono a far parlare di sé.

Proprio "Jack The Ripper" fu scelta come b-side dell'infuocata "Sheena Is A Parasite" (evidente il riferimento ai Ramones di "Sheena Is A Punk Rocker"), il primo singolo ufficiale degli Horrors pubblicato il 10 aprile del 2006. Tre mesi più tardi arrivò un secondo singolo, "Death At The Chapel", con sul secondo lato "Crawdaddy Simone", al quale fecero presto seguito una copertina sul New Musical Express e The Horrors Ep, inizialmente lanciato sul mercato discografico americano, poi su quello inglese (il 24 ottobre 2006), e successivamente su quelli giapponese e australiano (con una copertina alternativa).
The Horrors Ep raccoglieva il materiale dei primi due singoli editi, più l'inedita "Excellent Choice" e il videoclip di "Sheena Is A Parasite", diretto da Chris Cunningham, con la partecipazione del Premio Oscar Samantha Morton. Le coordinate musicali furono subito chiare: un garage-rock che strizzava da un lato l'occhio al punk e dall'altro a certi suoni di derivazione sixties. Una genuina ispirazione "garagista", svezzata a suon di "Nuggets" e pomeriggi interi spesi alla ricerca di misconosciuti vinili d'epoca in microscopici negozi di dischi. Considerati da questa prospettiva, i primi Horrors apparvero come un filologico remake hollywoodiano dei Fuzztones (quindi un revival del revival), imbacuccato per giunta da un pacchianissimo se non demenziale look di ispirazione gotica, volutamente esagerato e pagliaccesco (e per molti decisamente poco credibile). Uno scapestrato manipolo di teppistelli dispettosi dediti a una forma di onesto garage psychobilly vagamente cacofonico e infarcito di citazioni che andavano dal proto-punk ai Cramps, passando per Suicide, Pussy Galore e Gun Club.

Gli Horrors divennero velocemente una delle più acclamate next big thing del circuito britannico, e tutte le aspettative vennero confermate dal primo album Strange House, pubblicato dalla Loog il 5 marzo 2007, contenente quattro tracce del precedente Ep (restò esclusa soltanto "Crawdaddy Simone") più otto nuove composizioni. Programmatico il sottotitolo scelto per il disco, formulato da due fan su espressa richiesta di Badwan, inoltrata attraverso il forum ufficiale del gruppo: "Psychotic Sounds For Freaks And Weirdos".
Apprezzabile e musicalmente solido, l'esordio degli Horrors mise in evidenza un gusto trasversale per le citazioni e una discreta fantasia compositiva in grado di rinnovarsi a ogni canzone, caratterizzandosi per una originalità e vastità di riferimenti abbastanza insolita nel panorama indie-rock contemporaneo. Nei dodici brani che lo compongono la gramigna urticante dei Jesus And Mary Chain tornò a germogliare nell'asfittico sottobosco dell'underground indie, l'urlo sfibrato e nevrastenico dei Birthday Party e dei Gun Club risuonò nuovamente dopo anni di impenetrabile letargo.
Nonostante alcune riserve di ordine formale, non si faticò a riconoscere la bontà delle canzoni con le quali gli Horrors decisero di arredare la loro Strange House, rifugio di ogni tipo di bizzarria musicale, a cominciare dal brano di Screaming Lord Sutch, "Jack The Ripper" (sì, ancora lui, quello che figurava nel primo singolo), che arranca zoppicante su una voce sin troppo simile a quella del mai troppo lodato Peter Murphy, per poi ululare in un ritornello lacerato da chitarre stridenti come un nerissimo stormo di corvi affamati. Il fittissimo reticolo di organetti e sintetizzatori vintage che innerva la struttura del brano costituisce il telaio portante di quasi tutto il suono dell'album. Con la successiva "Count In Five" ci si accorge subito che il passo dai Klaxons agli Horrors non è affatto più lungo della gamba, basti prestare attenzione agli schizzi di sangue multicolore rigurgitati dalle tastiere sulla vorticosa e ubriacante voragine di basso e batteria. Un'ulteriore prova la fornisce "Drown Japan", adagiata su una linea di synth mandata in loop, trapanata da chitarre perforanti e tocchi di tastiere sinistramente orrorifici.
Con "Gloves", la vocazione garage-rock psichedelica torna a macinare riff contorti ed è come se i Bauhaus iniziassero a farsi sbranare dai Cramps più torridi. "Excellent Choice" è più che altro recitata e abbellita da ghirigori di tastierine sixties (per la gioia di qualche inguaribile collezionista di anticaglie), gli spasimi della convulsiva "Little Victories" e i suoi scomposti contorcimenti in una torbida fanghiglia ribollente regalano godimenti intensi, "She Is The New Thing" è una meteora di glam infuocato espulsa dalla nebulosa stoogesiana di "Raw Power", la già nota "Sheena Is A Parasite" è una scatarrata di due minuti che infila nei jeans dei fratelli Ramone un candelotto di dinamite ripieno di distorsioni.
Tuttavia, fra le pieghe di Strange House, si cela anche qualche episodio un po' meno riuscito: "Thunderclaps" vorrebbe assomigliare a un sabba o a un rituale dionisiaco, ma stavolta il tutto sbanda verso una sorta di polka sbrindellata, "Gil Sleeping" è un siparietto strumentale visionario abbastanza inutile e compiaciuto, che serve più che altro a diluire la durata del disco, la conclusiva "A Train Roars" cerca di scatenare le orde del male, ma dopo una buona preparazione giocata su un possente graffio di chitarra, l'annunciata apocalisse non arriva.

Due anni più tardi, il 21 aprile 2009, a seguito del passaggio alla label XL, arriva il secondo lavoro, Primary Colours, con il quale la band sorprende tutti per la radicale mutazione, sia sotto il profilo dello stile, sia sotto il profilo della ricerca sonora. L'album segnò uno scarto piuttosto netto in direzione di un eclettismo formale incardinato nei due estremi ideali del post-punk (nella sua variante più scura e malmostosa) e dello shoegaze. La produzione di Geoff Barrow contribuì in tal senso in maniera decisiva nel caratterizzare il suono, esaltandone la natura cinematografica e avvolgente, dilatata e a tratti quasi allucinatoria, invischiata in una bolla deformante di synth stratificati, suoni mandati in loop e chitarre riverberate. La natura delle nuove canzoni è piuttosto composita, ma l'umore generale si fa decisamente notturno e decadente, fortemente influenzato dall'esoterismo catacombale dei Joy Division, ma anche dalle produzioni di Bauhaus, Virgin Prunes, Theatre Of Hate, primi Sisters Of Mercy, a tratti Pere Ubu e Swell Maps, nei frangenti più destrutturati. Gran parte dell'interesse verso l'album risiede però nell'innesto di tale grammatica goth-wave all'interno di un suono denso e granuloso, una sorta di mucosa sonora dalla consistenza filamentosa e dissonante, palesemente debitrice in pari misura delle intuizioni stilistiche dei My Bloody Valentine e dei Jesus And Mary Chain, nella quale i feedback distorti delle chitarre trattate annegano in gorghi di tastiere e organetti sintetici, con risultati spesso di grande suggestione e potere ipnotico.
L'iniziale "Mirror's Image" costituisce un buon compendio di quanto appena osservato, ma di pezzi ragguardevoli se ne trovano diversi, come nel caso del blues sgranato di "I Only Think Of You" che presto si trasfigura in una litania farfugliante o in una specie di mantra ripetuto fino all'autoconsunzione. Non è da trascurare il muro sonoro di chitarre e tastiere che crolla sulla title track, seppellendola sotto spesse stratificazioni di detriti sonori compressi l'uno sull'altro, sempre supportati da tracciati ritmici d'impronta marcatamente wave e da una voce nitida e declamante, in perfetto stile Peter Murphy/Robert Smith. Di grande spessore anche "Do You Remember" (con evidenti credenziali di spendibilità radiofonica), "Scarlet Fields" (arricchita da un giro di basso che pare un esplicito omaggio ai Joy Division) e la demoniaca "New Ice Age", tutti pezzi che mettono ben in evidenza la vorace erudizione musicale della band e il suo spiccato trasformismo stilistico/compositivo, capace di manipolare con notevole scaltrezza e agilità una pluralità enciclopedica di generi e strutture, in una sorta di elogio interminabile della citazione, in cui l'artificio imitativo raggiunge esiti di mimetismo davvero impressionanti.
Qualcuno sarà tentato di bollare l'operazione nei termini di uno sterile revival formalisticamente pasticciato e scostante, eppure l'impressione è quella di trovarsi di fronte a dei giovani musicisti capaci di metabolizzare e riprodurre ogni forma musicale con cui entrano in contatto, sfruttando al massimo tutte le potenzialità tecnico-produttive fornite dalle apparecchiature di registrazione. Da questo punto di vista il capolavoro del disco finisce con l'essere il singolo "Sea Within The Sea", una lunga marcia funebre dal passo saettante e cadenzato, capace di fondere i Neu! e Vangelis con gli Ultravox, attraverso una complessa progressione strutturale articolata in tre movimenti fondamentali.
Con Primary Colours gli Horrors si confermano, nonostante la giovanissima età, una compagine talentuosa e creativamente irrequieta, iperconsapevole e sottilmente programmatica in ogni più piccola mossa o scelta di stile. Dopo soli due album erano già in grado di rappresentare quanto di meglio potesse offrire la scena rock inglese più vitale e alternativa degli anni 10.

Dopo un album così complesso e totalizzante, le aspettative nei confronti dei cinque albionici divennero elevatissime e la band si trovò di fronte allo snodo delicato di una carriera fulminante, iniziata appena cinque anni prima. La risposta arrivò portando il discorso da tutt'altra parte, attraverso un disco denso e labirintico, immaginato e costruito ingranaggio su ingranaggio nel nuovo studio di proprietà, in completa autarchia creativa. Skying, questo il titolo prescelto, arrivò nei negozi nel luglio del 2011, anticipato a trombe spiegate dall'incredibile singolo "Still Life", un brano più U2 degli ultimi U2.
Skying dimentica le distorsioni e il rumore granuloso ripiegato a falde e strati spessi del lavoro precedente, per cercare altrove nuovi spunti e soluzioni. La band aveva sempre fatto del camuffamento un'arte raffinata e temeraria, ogni loro creazione è infatti una ri-creazione e ogni loro suono una magnifica ri-sonanza di altri suoni galleggianti come spettri nella nostra memoria inconscia. In tutto ciò risiede la potente contemporaneità della band che da questo punto di vista restò perfettamente coerente alla poetica che sin dall'inizio ne ha ispirato le gesta, riposizionando stavolta i propri territori di caccia in un immaginario new wave che non potrebbe intendersi e volersi più classico e ortodosso. L'immaginario romantico e declamante dei Simple Minds (sentite la splendida "I Can See Through You", quasi un omaggio programmatico) così come di Psychedelic Furs, Chameleons, Danse Society, Theatre Of Hate o Sad Lovers And Giants, tanto per intenderci.
Degli antichi retaggi sopravvivono certe code o ouverture psichedeliche tendenti all'ampia veduta strumentale, che mettono bene in evidenza il gusto e la raffinata eleganza esecutiva dei cinque musicisti (fra i momenti migliori si considerino l'atmosferica "Endless Blue", la bellissima "Moving Further Away", con le sue liquide pennellate di synth in dissolvenza, o "Oceans Burning", ai limiti del dream-pop) ma, nel complesso, Skying brilla di una bellezza propria e diversa, né superiore né inferiore rispetto a quanto già dimostrato dalla band in passato. Si dirà forse che c'è meno introspezione e più forma, meno dolore e più superficie, ma canzoni come "Dive In", "Monica Gems" o "Wild Eyed" parlano da sole: il gruppo ha ormai conseguito un'identità che si compone di infinite e vertiginose similitudini, consegnando alle orecchie dell'ascoltatore un frutto maturo e agrodolce, generato da innesti multipli di sapori ed essenze combinate tra loro.

I membri degli Horrors hanno dato vita nel tempo a numerosi side-project, fra i quali merita di essere nominato almeno il duo Cat's Eyes, formato dalla coppia Faris Badwan / Rachel Zefira, polistrumentista e compositrice dalla caratteristica voce soprano. Cat's Eyes, uscito a inizio 2011, ha ricevuto positive recensioni dalla critica e si è imposto come lavoro decisamente riuscito, permeato di un visionario vintage pop d'autore.
A dicembre del 2012 da segnalare la pubblicazione in formato digitale di Higher, una raccolta di remix delle tracce contenute su Skying. Qualche mese più tardi, a marzo 2013, venne commercializzata la versione fisica, costituita da un box a tiratura limitata comprendente quattro vinili in dodici pollici, due cd ed un dvd.

La frenetica pre-release di Luminous, il quarto album in studio degli Horrors, pubblicato il 5 maggio 2014, è stata segnata da innumerevoli interviste, con dichiarazioni variopinte di vivacità creativa e voglia di mescolare le carte: tante frasi quanta poca musica, praticamente un solo brano suonato dal vivo in varie occasioni. Finché il primo singolo "I See You" è stato programmato in radio e, con buona pace di chi prevedeva una fase calante, sin dai primi ascolti si è assestata tra i classici della band: sette minuti di futuristiche contaminazioni disco, electro e space, a far da supporto a uno dei loro testi più eterei e adolescenziali. La carta vincente di Luminous risiede nel suo essere frizzante, arioso, ma senza correre mai il rischio di inconsistenza, suonando invece vitale in ogni sua stilla.
Faris Badwan, da stregone della generazione post-Strokes, è diventato ormai un angelo capace di interpretazioni raffinate e sognanti: il premio su questo aspetto va sicuramente a "Change Your Mind", una ballata di tale bellezza da rimanere stupefatti, che si svolge languida nel bel mezzo di suoni psichedelici stratificati. Impossibile cogliere tutte le sfumature con un ascolto superficiale, ma è chiaro come il nuovo corso della band sia classificabile nell'alveo di una neo-psichedelia dal sapore spaziale, che sa essere danzereccia (c'è chi ha parlato di Cut Copy, ci può stare) ma anche carezzevole, a seconda del contesto d'ascolto. È musica che non dà punti di riferimento, generando paradossalmente l'effetto opposto: a ogni angolo pare di sentire echi di band anteriori. La verità è che gli Horrors ormai suonano uguali solo a se stessi, e l'eclettismo, quasi progressive, è diventato la loro cifra caratteristica.
Rispetto ai lavori precedenti qui emerge sensibilmente il basso di Rhys Webb che ricama linee sinuose, ipnotiche, nonché ampiamente ballabili (sentire il tortuoso groove di "In And Out Of Sight" per credere). L'intersezione tra synth e chitarre è spinta al limite, fino al punto che a fatica si distingue dove finiscono gli uni e iniziano le altre. In "First Day Of Spring" è certo che si parte con le chitarre, ma poi sembra quasi che vengano risucchiate da un gorgo di flanger e altri effetti, fino a perdere il proprio timbro caratteristico (tutto poi ritorna nella splendida coda, dove la chitarra riacquista, quasi di prepotenza, il suo posto). Non da meno in tal senso è l'accoppiata centrale "Jealous Sun"/"Falling Star" (sorprendentemente giapponese nel mood), in cui ritornano reminiscenze shoegaze tra goticismi stemperati da fascinazioni esotiche e melodie che mettono in luce la nuova sensibilità compositiva di Badwan.
Titolo e cover esemplificano la sensazione di essere al cospetto di un album giocato sulle sfumature cromatiche, come quelle che si vedono sull'indistinguibile oggetto della copertina, e sulla luminosità intesa come il tramite per svelare mondi nuovi e trame in filigrana. Suoni che possono essere vagamente terzomondisti, come nella splendida intro di "Chasing Shadows" (perfetto contraltare a "Changing The Rain", pezzo d'apertura di "Skying") o squisitamente dance, come nel singolo "So Now You Know". Anche i brani che inizialmente sembrano dire di meno, come "Mine And Yours" o l'atmosferica e sonnacchiosa "Sleepwalk", alla fine si ritagliano uno spazio tutto loro, chiudendo il disco con un caldo e tenero abbraccio.

A questo punto della carriera agli Horrors spetta di diritto un posto tra i big della musica britannica, e non solo di questi ultimi anni. Viene davvero difficile trovare simili quaterne iniziali di dischi tutti azzeccati e ciascuno con la sua precisa individualità. Ogni nuovo lavoro non disdegna quanto fatto in precedenza, ma al contempo aggiunge preziosi tasselli, evidenti novità. Più di ogni altra band odierna, proprio gli Horrors incarnano plasticamente il gesto più radicale della nostra contemporaneità musicale: nelle loro mani la "storia del rock" diventa un concetto fluido e malleabile, libero da gerarchie, cui la fantasia attinge per evocare scenari di senso ed associazioni d'idee sempre nuove, imprevedibili. Simili a tutti e a nessuno, gli Horrors hanno finito con il coniare un sound inconfondibile, all'altezza delle sfide più stimolanti del nostro tempo.

Dopo aver dato prova delle propria immensa versatilità tirando fuori dal cilindro una cover come quella di "Your Love" del rimpianto e inarrivabile Frankie Knuckles, gli Horrors tornano in pista con il quinto album in carriera, intitolato semplicemente V, tre anni dopo i fasti del bellissimo Luminous. Il disco è stato registrato a Londra dal celebre produttore Paul Epworth (FKA Twigs, Adele, London Grammar, Coldplay, U2, Paul McCartney e tanti altri), e la band, sempre più capitanata dal buon Faris Badwan, per l'occasione ha deciso di stravolgere ancora una volta l'impianto sonoro, sganciando una dietro l'altra canzoni che ora prediligono una vocazione maggiormente elettronica per certi versi "danzante", ora invece si tingono di cyberpunk duro e puro, con chitarre abrasive, capaci di creare uno squarcio indelebile e per certi versi indefinibile.
Bastano poi i primi istanti di "Hologram", con la sua andatura contorta, deviata e disturbata per assaporare la nuova ricetta della band dell'Essex. Sembra quasi di ascoltare un'intrigante stropicciatura al rallentatore di "Army Of Me" del folletto islandese. Ma siamo solo all'inizio. La successiva "Press Enter To Exit" continua a sciogliere i nodi di una nuova legatura voltaica, avanzando a passo lento prima di aprirsi nel ritornello centrale con il consueto carico di luci e ombre, synth e chitarre.

Un'ulteriore e autentica magia la regala "Ghost" con i suoi cinque minuti di pura ossessione electro-rock. Chitarre taglienti, vortici sintetici da tappeto e un crescendo tanto imperioso, quanto calamitoso fungono da mescola perfetta.
V non contiene cali considerevoli ed è semplicemente l'ennesimo centro di una band che non ha ancora esaurito la propria spinta propulsiva, il proprio serbatoio di intuizioni e melodie coinvolgenti.

Contributi di Gioele Sforza ("Luminous"), Giuliano Delli Paoli ("V")

Horrors

Storie di fantasmi e specchi

di Francesco Giordani, Claudio Lancia

Originario di Southern-on-Sea, il quintetto inglese è evoluto da band citazionista a faro della scena alternativa britannica. La parabola artistica, camaleontica quanto coerente, ha declinato tutte le possibili mutazioni del pop, ponendosi come autentico specchio dei nostri tempi. Simile a tutti e a nessuno, ha finito con il coniare un sound personale e inconfondibile
Horrors
Discografia
 The Horrors Ep (Ep, 2006) 6,5
 Strange House (Loog, 2007) 7
 Shaddaz Ep (Ep, 2008)6
Primary Colours (XL, 2009) 7,5
Skying (XL, 2011) 7,5
 Higher (remix compilation, XL, 2012) 7
Luminous (XL, 2014) 8
V (Wolf Tone, 2017)8
pietra miliare di OndaRock
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