Indian Jewelry

Indian Jewelry

La boutique psichedelica

di Claudio Fabretti

Un collettivo a espansione continua. Una "legione" di sbandati, reclutati in un goliardico beat trippin' attraverso gli States. Ma soprattutto: la band che sta cambiando faccia alla psichedelia, tra esibizioni-shock e dischi folgoranti, come l'ultimo "Free Gold!". Viaggio nel Texas stroboscopico della "gioielleria indiana"

Nessuno sa in quanti siano, si sa solo che provengono da Houston, e che da circa un lustro sguazzano liberamente per le strade polverose del Texas proponendo esibizioni allucinanti. Trattasi formalmente di un collettivo a espansione continua, mentre a condurre le danze è un semplice quartetto. La multistrumentista e cantante Erika Thrasher (è lei la vera matrona) e l’altro factotum Tex Kerschen, più Rodney Rodriguez (batteria) e Brandon Davis (chitarra) sono i titolari di questa boutique psichedelica, dove ognuno può entrare e uscire liberamente, contribuendo a irrobustire il suono, magari con qualche strumento casereccio e via discorrendo. Un ensemble che negli ultimi anni si è cimentato nei più disparati progetti musicali (Swarm Of Angels, Turquoise Diamonds, Japanix, Corpes Of Waco, Perpetual War Party Band, NTX+Electric), arruolando di volta in volta un volgo di personaggi quantomai stravaganti, incontrati girovagando per gli States in una sorta di goliardico beat trippin'.
Il suono di questa sgangherata carovana, però, ha sempre mantenuto un comune denominatore: una macedonia acida di chiara derivazione psichedelica, in cui droni, loop, drum machine, riverberi, chitarre, tastiere e rumori assortiti formano vischiosi agglomerati di suoni, innervati da un piglio aggressivo quasi garage-rock. Pur rinnegando il formato-canzone tradizionale, tuttavia, i nostri mostrano una insospettabile abilità melodica e un barlume di lucidità nel riuscire ad abbozzare linee geometriche in questo ammasso di frattaglie sonore. 

Girlgang e bestie selvagge

Indian JewelryLa prima apparizione dell’accolita di Houston è in un 7" a nome Swarm Of Angels, intitolato “Plessure”. Una scheggia intrisa d’acido sulfureo che folgora subito la piccola Girlgang Records, destinata a divenire la prima casa-madre della compagnia.
Nel ventre profondo dell’underground americano prende corpo così una creatura in perenne mutazione e dalle multiformi sigle.
Nel 2003 su Tigerbeat, a nome NTX + Electric, esce l’album We Are The Wild Beast, compendio di questa fase embrionale del progetto, destinato a rivivere cinque anni dopo nel catalogo degli Indian Jewelry. E' il capitolo più "no wave" della loro saga, ispirato da un sogno (!) della bionda frontwoman Erika Thrasher, nonché interamente composto e registrato dalla band nella cucina di casa (!!).
Il caos regna sovrano: l'estetica lo-fi e una produzione confusa rendono quasi indistinti gli strumenti impiegati. Ne scaturisce una specie di monolite dissonante, che rotola minaccioso dalla marcia demoniaca di “Walk Through Fire” (sorta di elettrorock punteggiato da un sax sporco) alle linee di basso slabbrate di “Fuckface”. Tutto il disco è un gigantesco esercizio di contaminazione, che non teme incroci incestuosi come "Emptyhanded", che parte come un soul alla Motown per deragliare in uno stagno di rumori elettronici, o la claustrofobica "Barbwire", che trascina i Massive Attack in una discarica radioattiva. L'apocalisse rumorista raggiunge vette quasi "orchestrali" in "Poison The Choir", declamata da Kerschen con registro dimesso, e "Amateur Video", dove il canto schizoide è sfregiato da una chitarra che prima sbanda, poi si impossessa della scena e chiude con un quasi-assolo strozzato nei riverberi; mentre "Cutthroat", minacciosissima fin dal titolo, suona quasi gothic nel suo lugubre incedere metallico.
In tanta desolazione, filtrano sparute aperture melodiche (l'innocente chorus della title track), strutture più squadrate (il chitarrismo ruggente di "Horrendous Habits") e semi-virtuosismi strumentali (le svisate di sax in "Looking At You"). Ma l'unico momento di tregua (si fa per dire) lo concede "S-O-S-O-S", con i suoi tredici minuti di ambient-noise in catalessi.

Il collettivo alimenta il suo mito sotterraneo con una serie di performance sconcertanti e continua a produrre singoli, a nome Swarm Of Angels e NTX, fino al 2005, quando cambia ragione sociale in Indian Jewelry cogliendo il pretesto di uno split-single insieme ai Sugarbeats.
La “gioielleria indiana”, con sede sia a Houston sia a Humboldt Park (Chicago), è avvolta nel mistero e non si capisce a che gioco giochi. I comunicati stampa si divertono a spiazzare tutti, collezionando frasi nonsense e annunciando la band come “il segreto che nessuno può rivelare”.

La Girlgang coglie la palla al balzo e pubblica nello stesso anno Sangles Redux, antologia di questa multiforme produzione (più o meno ufficialmente edita) del periodo 2002-2004. Difficile fare luce tra i fumi d’incenso dei trip usciti da questa comune post-atomica. “Going South” si presenta come l’episodio più immediato (e forse più riuscito): un cupo beat dark-wave asseconda un recitato isterico trafitto dalle distorsioni di chitarra in un nugolo di rumori e riverberi. Ma anche “Chasing Rats Out” lascia intravedere i germi del futuro sound del gruppo: echi di vocalizzi sciamanici, clangori metallici para-industrial, ondate di ruvidi loop e feedback al vetriolo.
Altrove sferragliano chitarre acide e martoriate (“Flesh Is Floating”, “Pain Reliever”), riaffiorano ossessioni elettroniche à-la Suicide (“The Same Mistake Man”, “Bombing Nightclubs”, “Lost My Sight”) e squarci di frastuono shoegaze (“Titanium”), mentre Erika Thrasher sprofonda in cupezze degne dei Joy Division per declamare la perversa “Downtown” e la straniante “When We Dead Awaken”.
Il gioco è seducente, anche se a volte mostra un po’ la corda, indulgendo in un rumorismo fine a sé stesso (“Warm Boxcutter”) o in pantomime kitsch (“Pasadena Skies”).

Il 2005 è un anno di pubblicazioni a raffica per la compagnia texana, che fa uscire il 7’’ In Love With Loving (con il bel brano omonimo, un mantra alieno e minaccioso, accompagnato da un video da “Day After”), l’Ep Rattling Death Train (forte del rockabilly malato della title track) e il mini-cd Health And Wellbeing, destinato poi a confluire in buona parte nell’album successivo. 

Tante uscite, spesso incontrollate, a testimonianza di una marcata "urgenza espressiva", ma anche di una certa confusione d'intenti. In ogni caso, il dado è tratto: gli Indian Jewelry sono una miscela troppo esplosiva per non deflagrare. E ad accendere la miccia provvederà, un anno dopo, l’album d’esordio.

Gli sciamani robot

Indian JewelryRispetto alla (no-)wave aliena degli esordi, Invasive Exotics (Monitor, 2006) accentua soprattutto la dimensione mistico-tribale, mettendo in scena una sorta di "apocalisse krautedelica". Un baccanale al tempo stesso primitivo e futurista, all'interno di un collettivo divenuto una stravagante milizia musicale: "We are legion" è il motto prediletto dal combo, che conta almeno una ventina di performer, alle prese con strumenti d'ogni sorta inclusi "percussioni ozark, ghostworm, sequential circuits e pizzazz".
Gli Indian Jewelry sono sciamani robot, venuti a rinnovare l'estetica acida e freak dei concittadini Red Crayola e Butthole Surfers, filtrandola con le morbosità elettroniche dei Suicide e gli sballi rumoristi di band come Sun City Girls e Gang Gang Dance. Il sound si fa ancor più violento e cacofonico, con la complicità di una incisione ruvidissima, che definire amatoriale è poco.
“E’ musica che fa scoppiare la testa” teorizza efficacemente Kerschen.
La discesa negli inferi di questo Texas stroboscopico comincia al ritmo garage di “Lesser Snake”, dove il dialogo tra una semplice chitarra e un tamburello è scandito da un opprimente bass drum, prima di venire fagocitato dai borbottii del synth della Trasher. Già dai bagliori psichedelici di "Powwow", però, si intravede l'occhio del ciclone: tra chitarre straziate, voci distorte e cupi rimbombi di synth, Kerschen avvisa che "quello che troverai non ti piacerà". E con "Dirty Hands" l'incubo si materializza: Kerschen biascica un mantra à-la Stooges soffocato dalle tastiere ossessive della Thrasher, in un buco nero di dissonanze e percussioni tribali.
Tutto, da qui in poi, si scompone in una pioggia di schegge impazzite.
"Come Closer" è un'allucinazione sexy, col suo battito torbido e il canto ammaliante della Trasher sommerso da detriti di droni e ritmi elettronici. Ma il tour de force del disco è la lunga "Going South": dieci minuti di puro delirio, tra pulsazioni house alla deriva, echi di vocalizzi distorti, chitarre deturpate, rumori concreti e tastiere raggelanti alla Suicide. Siamo prossimi alle lande aliene dei Chrome, ma agli Indian Jewelry torna in mente un altro folle texano: "Partying With Jandek" è un bozzetto sufficientemente criptico e psicotico per poter soddisfare il leggendario cantautore cui è dedicato.
Il post-punk esuberante di "Health And Well-Being", i lampi al neon nella camera oscura di "Lying On The Floor" e lo strumentale elettronico di "Lost My Sight" (sorta di piece alla Suicide con motore kraut-rock) completano il quadro. "Cruel & Cold" è solo un encefalogramma piatto, la certificazione della fine.
Pur inevitabilmente discontinuo e frammentario, l'album mostra tutto il talento degli houstoniani, infaticabili viaggiatori nelle terre dell'inconscio, alla ricerca ormai solo di una "sintesi finale", capace di dare al loro sound una forma più coesa e stabile. Ma, anche stavolta, sarà solo una questione di tempo.

Always crashing on the same couch

Indian JewelryGli Indian Jewelry si sono ormai ritagliati una significativa fetta di popolarità nel circuito underground, assurgendo a profeti di una nuova "blank generation", non meno desolata e iconoclasta di quella che imperversò alla fine dei 70. La loro musica è pressoché incatalogabile, eppure si inserisce benissimo in quel “revival acido” che, tra nuovi hooligan psichedelici (Oneida, Dead Meadow, Warlocks, Comets on Fire) e nu-shoegazer assortiti (Deerhunter, No Age, Gravenhurst, Brian Jonestown Massacre) spopola nella galassia indie. Anche per questo attorno alla nuova creatura della confraternita di Houston si crea una notevole attesa, che Erika Trasher & C. sfruttano (a modo loro) creando un alone di mistero ancor più fitto e giocando, al solito, a spiazzare tutti.
Sul loro sito ufficiale campeggia ora un nuovo, sardonico motto che, parafrasando il Bowie di “Low”, recita “Always crashing on the same couch”. Ma di consueto nel loro mondo c’è ben poco, a cominciare dal look. Gli Indian Jewelry si tramutano in un commando di rivoluzionari psichedelici. Nelle foto ufficiali posano con kefiah e poncho, imbracciando pistole e mitra, come una sorta di Baader-Meinhof in versione arty. E accompagnano l’uscita del loro nuovo disco con due particolarissimi gadget: un manifesto che promette un “bagno di sangue” e la descrizione di un’altra fantomatica compagnia di nome Indian Jewelry, vissuta nel 1970 a Montauk, New York.

Strategie pubblicitarie o vera performance art? Fatto sta che Free Gold! (2008) spazza via ogni dubbio, lanciando definitivamente in orbita questa combriccola di sbandati.
E’ un viaggio spazio-temporale all'insegna di un nichilismo transcontinentale, in cui l'horror vacui è scongiurato da continue allucinazioni psichedeliche. Attenuando l’impeto garage e ammiccando allo shoegazing, gli Indian Jewelry trovano la quadratura del cerchio alla loro musica, che continua a zampillare trovate su trovate, suonando però ora più matura e coesa. La fiamma wave, pur relegata sullo sfondo, continua ad ardere, accostandosi anche alle ortiche pop di Jesus And Mary Chain, mentre la matrice psych vira verso certe sonorità di casa Kranky (To Kill A Petty Bourgeoisie, Valet) pur con una minore deframmentazione ritmica delle distorsioni.
Manifesto di questo nuovo corso è l’iniziale, straordinaria “Swans”, un big bang per droni, feedback e delay, che reinventa di fatto lo shoegazing: una versione oscura e spaziale dei My Bloody Valentine gira al ralenti con un'acidità apparentemente diluita da un minor voltaggio, mentre Kerschen magnetizza l'intero contesto col suo vocalismo asettico. Il frame schizofrenico di “Temporary Famine Ship” si contorce attraverso un'andatura assassina, tra sinusoidi industriali e ologrammi dei Chrome. “Seasonal Economy” è un incubo new wave a luci rosse, che ottunde i sensi col suo vortice di voci riverberate.
Mai così affiatati e lucidi, gli psych-rocker texani possono liberare anche la loro anima melodica in una ballata quasi “classica” come “Pompeii”, impreziosita da un bel riff di chitarra di marca quasi western, e abbandonarsi persino al dream-folk di “Everyday”, pennellato dalla chitarra acustica, con la voce della Thrasher mai così dolce e al contempo straniante.
Allo shoegaze sporchissimo e deforme di “Walking On The Water”, omaggio indianeggiante agli Spaceman 3, si affiancano scheletri dei Throbbing Gristle, che celano un'anima wave in “Nonethless” (con dei sax acidi a dar lustro), mentre chitarre velvettiane premono sotto la calotta di spiagge post-atomiche “Bird Is Broke (Won't Sing)”, un brano che è anfetamina pura e che sembra sempre sul punto di esplodere, finendo invece con l’accartocciarsi su se stesso. “Hello Africa” è un opprimente drone-blues propulso da percussioni tribali e robotiche, con un ostinato loop di base, un riff di due-note-due e Slits dalle voci atomizzate sullo sfondo.
C’è anche posto per l’elettrorock in trance di “Too Much Honkytonking” e “Nonetheless”, quasi dei New Order strafatti di peyote, mentre attraverso i due brevi intermezzi (“Syllabic Viagra”, “Subtle Bodies”) e le nebbie strumentali di “Overdrive” approdiamo all’ultima tappa del viaggio. “Seventh Heaven” è l'omega, il trapasso kosmische, dove una chitarra acida è l'ultimo segno dell'uomo sulla terra, in partenza da Colonia verso quello che nell'antica astronomia era considerato il settimo pianeta, Saturno.
Il viaggio diviene una straniante odissea kubrickiana e la deriva post-ambientale psych-core guarda dritto negli occhi dell'alfa, il kraut-rock.

Non paghi del "botto", ormai certificato da diverse testate internazionali, sempre nello stesso anno gli Indian Jewelry tirano fuori dal cilindro anche Fake And Cheap, disco di outtake che include dieci brani registrati tra Los Angeles e Chicago durante il 2006 e il 2007, riesumati ora dalla Deleted Art (l'etichetta di No Age, Mika Miko e These Are Powers).

A conferma poi di una neanche troppo nascosta passione per la dark-wave, gli houstoniani partecipano all'album doppio "Perfect As Cats: A Tribute To The Cure" (2008), omaggio a Robert Smith e compagni (con, tra gli altri, Bat For Lashes, Devastations, Dandy Warhols, Kaki King e Jesu), che li vede cimentarsi in una cover di "The Walk" ancor più sinistra e oscura dell'originale.

Due anni di trepidante attesa, conditi da indimenticabili performance tra Europa e States, sono serviti ad alimentare il fascino seducente del collettivo di Houston. La carovana a espansione continua ha finalmente deciso di (ri)piazzar tenda, allestendo il suo terzo banchetto sopra suoli inaspettatamente più sulfurei. E così, le scorribande paranoiche del passato stavolta lasciano il posto a metamorfosi acide, tese a creare finanche un climax di evanescenza dark.
Totaled (2010) è un lavoro ispirato fin dai primi richiami new wave di “Oceans“, e conferma lo stato di grazia dell’ormai celebre boutique psichedelica.E’ un anestetico tran tran di magnetiche degenerazioni miste a mero sconquasso (“Look Alive“), tediose derive dell’inconscio incastonate in una spirale elettrica morbida e fluttuante (“Excessive Moonlight”), sinapsi voltaiche alternate a un basso ansiolitico che inchioda come un forsennato (“Tono Bungay”), nenie ancestrali alla Virgin Prunes ("Touching The Roof Of The Sun", quasi una moderna "Ulakanakulot") e colate psych-rock simulate da un groove tanto ubriaco, quanto perverso nella sua cronica ostinazione. Ma sono il synth perennemente roboante e un insolito clamore imploso a rimarcare l'incantevole sfaccettatura della formula Indian Jewerly (“Never Been Better“ e “Parlous Siege And Chapel”).

 

E’ la giovanissima label "The Reverberation Appreciation Society" ad accogliere il settimo disco del collettivo. Ascoltando le undici tracce di Peel It, resta pressoché intatta la necessità di ipnotizzare l’ascoltatore mediante tranelli sintetici e deviazioni noise. Vengono gettati nel frullatore i tardi Sonic Youth (la danza ipnotica e quasi sbarazzina dell’introduttiva “Freak Pride”, il mantra sonico di “Against Nature”) e nei tratti più frustrati i soliti Virgin Prunes. Pur venendo a mancare quel pizzico di follia totale che non guasta mai in formazioni come questa, l’insieme è suo modo avvincente, conturbante ed agghiacciante al punto giusto. L’etera fluttuazione di “How Long”, letteralmente impensabile qualche anno fa, è l’emblema del percorso appena intrapreso. Tex Kerschen è palesemente più morbido e compiaciuto nel giostrare l’intera faccenda. Mentre Erika Thrasher giace sullo sfondo concentrandosi su sintetizzatori e chitarre, fornendo il suo vitale apporto alla band nei pochi momenti in cui impugna il microfono con la consueta narcosi (“Eva Cherie”). “Peel It” ci consegna dunque degli sciamani sicuramente meno invasati, ma non per questo meno urticanti e per certi versi tenebrosi.

 



Contributi di Francesca Marongiu ("Free Gold!"),
Giuliano Delli Paoli ("Totaled")

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La boutique psichedelica

di Claudio Fabretti

Un collettivo a espansione continua. Una "legione" di sbandati, reclutati in un goliardico beat trippin' attraverso gli States. Ma soprattutto: la band che sta cambiando faccia alla psichedelia, tra esibizioni-shock e dischi folgoranti, come l'ultimo "Free Gold!". Viaggio nel Texas stroboscopico della "gioielleria indiana"
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Discografia
 INDIAN JEWELRY

 

  

 

 Sangles Redux (antologia, Girlgang, 2005)

6,5

 In Love With Loving (7'', Switch, 2005)

6,5

 Rattling Death Train (Ep, Kimosciotic Records, 2005)

6

 Health And Wellbeing (mini-cd, Girlgang, 2005)

6,5

Invasive Exotics (Monitor, 2006)

7,5

 We Are The Wild Beast (ristampa, Tigerbeat, 2008)

6,5

Free Gold! (We Are Free, 2008)

8

 Fake And Cheap (Deleted Art, 2008) 
 Totaled (We Are Free, 2010)

7,5

 Peel It (The Reverberation Appreciation Society, 2012)

6,5

   
 INDIAN JEWELRY + SUGARBEATS  
   
 Pentecostal/One Year Real (7'', Girlgang, 2005) 
   
 NTX + ELECTRIC  
   
 We Are The Wild Beast (Girlgang, 2003)

6,5

   
 NTX + ERIKA TRASHER  
   
 Pain Reliever/Titanium split (7'', Girlgang, 2002) 
 Chasing The Rats Out (7'', Girlgang, 2004) 
   
 SWARM OF ANGELS  
   
 Plessure (Ep, Girlgang, 2002)

 

 Hereafter (Mustache, 2004) 
   
 BIALYSTOK PLAYERS  
   
 I Am Donkey (cd-r, Girlgang, 2003)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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Peel It

(2012 - The Reverberation Appreciation Society)
La danza psych-rock compiaciuta e conturbante nel settimo disco del collettivo americano

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Free Gold!

(2008 - We Are Free)
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