Iron Maiden

Iron Maiden

Un funerale heavy-metal

di Tommaso Franci

Formazione tra le più importanti per la storia del metal, gli inglesi Iron Maiden hanno creato un universo fantastico e inquietante, dominato da creature horror e da atmosfere funeree

Gli Iron Maiden hanno:

1) affrancato per primi il metal dall'hard-rock;
2) dato il là alla cosiddetta New Wave Of British Heavy Metal;
3) istituzionalizzato per primi, con Clive Burr, l'uso sistematico del doppio pedale alla batteria;
4) dato il primo esempio di copertine basate tutte sulla saga di un personaggio (l'orrorifico ED);
5) tematizzato drammaticamente e fabulisticamente i temi horror ideati dai Black Sabbath;
6) codificato e vincolato le trame e la dimensione concettuale di ogni brano che, solo rispettando questi loro dettami, potrà essere definito "metal classic";
7) incarnato la prima fonte d'ispirazione per le forme e i contenuti del power metal;
8) rappresentato l'unica alternativa, rispetto alla quale le altre sono solo dei derivati, dell'heavy-metal (trash, speed) inventato dai Metallica;
9) concepito la dimensione esistenzialistica all'interno di un mondo monotematico, a se stante, fatto di power metal come sottofondo perpetuo e martellante, e di mostri, zombie, morti viventi, umani spauriti, come incredibili attori;
10) tradotto o ignorato ogni reale esperienza in quella fantastica del mondo da loro inventato che, con Tolkien prima in scrittura, con loro adesso in musica, sarà chiamata fantasy;
11) mantenuto uno spirito (che è poi lo spirito più profondo degli anni '80) genuinamente poetico e attaccato ai sentimenti quotidianamente e universalmente umani pur se rivissuti nelle varie "terre di mezzo" (e questo è il punto più importante, e meno considerato, in quanto distingue dei classici come loro dalla miriade di stupidamente maniache e fossilizzate power metal band odierne e non);
12) costituito il gruppo più importante della storia del metal assieme a Black Sabbath, Judas Priest, Motorhead, Metallica e Dead.

Le "Vergini di metallo" si sono formate a Londra nel 1976 per volere del bassista Steve Harris (classe '57): la data e il luogo, vincoleranno il gruppo in ogni sua dimensione. Per quanto risemantizzato, formalmente e non, l'hard rock di Deep Purple, Black Sabbath, Queen ed Uriah Heep, il proto-metal di Budgie e Judas Priest, i Seventies sono stata la zavorra che ha confinato gli Iron Maiden nel classic-metal (anche se non è poco aver, di fatto, inventato il metal!) impedendo loro di fare il salto di forza compiuto poi dai Metallica verso la dimensione speed e trash, cioè heavy.

All'epoca (e fino ad oggi, in larga parte) metal e punk rappresentavano due modi, talora opposti, di rapportarsi alla vita e alla musica: l'acuirsi di tale incomunicabilità tra generi in Inghilterra ha portato gli Iron Maiden al "classic" metal; mentre la programmatica sintesi dialettica dei medesimi in America ha lanciato Motorhead prima (che, anche se inglesi, qui operavano) e Metallica poi e definitivamente sulle vie dell' "heavy metal". Fu l'anti-punk a confinare gli Iron Maiden nel "classic". Fu l'hardcore a dare l'idea ai Metallica dello speed e del thrash.

Steve Harris era uno di "quei poeti che non hanno mai scritto niente", infatuato dal caratteristico sogno-Black Sabbath di trasfigurare la realtà cittadina (londinese, i sobborghi di Londra) in una dimensione da paesaggio dell'anima; suo fu invece lo spostamento di baricentro di quest'anima da una dimensione maledetta a una malefica, cioè da una prevalenza di nichilismo a una di sado-masochismo inteso come speculazione sulle forze dell'occulto e del male (retaggio di tutta una tradizione folklorica autoctona), non per annientarsi ma per vivere e voler vivere. I sopravvissuti agli anni '80 questo hanno fatto, e Steve Harris è stato il primo a capirlo e attuarlo: non a caso il suo, prima ancora di British Metal, è New Wave. Nello spirito. Nell'afflato. Cosa tanto sottaciuta quanto fondamentale, gli Iron Maiden sono stati il primo e forse l'unico gruppo a rappresentare, in ambito metal, concettualità, stilemi, dimensioni e manifesto del mondo new wave anni '80. Quel medesimo mondo di Joy Division, Siouxsie and the Banshees (prima ondata di fine '70 - inizio '80) e di Smiths (seconda ondata di metà '80, fulmine a ciel sereno quando la prima new wave sembrava già imbalsamata). Da qui, prima ancora che dai Black Sabbath, i cimiteri, il dark, l'ambient infernale, la necrofilia, in un eterno dilemma tra attrazione e repulsione sia per il Bene sia per il Male. Una religiosità pagana, superstiziosa e panteistica, richiesta come sfogo liberatorio ed evasione dall'asfissia borghese cittadina, è alla base del movimento (non a caso) New Wave (= il ritorno ai tempi ancestrali coi mezzi moderni: e anche quando prevalgono questi, il confinarsi in uno stato, pur'anche futuristico, comunque "spleeneticamente" vissuto). Tutto ciò è alla base degli Iron Maiden.

Dopo la periferia e le topaie di alcolizzati, operai e prostitute, i conflitti adolescenziali; dopo aver visto e vissuto tutto questo con gli occhi ed uno stile British prima di tutto, poeticamente horror/ fantasy poi, esistenzialmente maledetto e ribelle infine; dopo aver raggiunto la fine degli anni '70 Steve Harris usò questa come base per lanciarsi dal sogno sognato al sogno vissuto. Lo accompagnarono due chitarre (Dennis Stratton e Dave Murray), una batteria (Clive Burr) e una voce (Paul Di'Anno). Tutti ampiamente fantasma.

Iron Maiden (EMI, 1980).
"Prowler" è lo stacco chitarristico solitario iniziale, poi accompagnato dai singulti di una doppia cassa, infine collimato dalla voce più evocativa dell'intero metal. Sono 10 secondi, ma bastano per essere consci della catapulta subita dalle nostre orecchie e menti in un altro mondo. Cioè due: uno quello realmente fantastico della storia impressionistica narrata; l'altro, quello musicale, nuovo in quanto nei precedenti 13 anni di vita del rock (dal Velvet Underground del '67) non si era mai sentito niente del genere in termini di potenza, velocità, nera chiarezza.
"Remember tomorrow" è uno di quelle rare preziosità dinanzi alle quali la categoria di "genere musicale" appare stupida e goffa. Un fantasma, uomo, ma ha la stessa delicatezza di un arto femminile, è pronto ad accompagnarti in un qualche convento abbandonato (da anime umane . perché è ricco zeppo di spiriti maligni). Nel '700, e in campo letterario, fu inventata la "poesia-horror". Questo brano la rifonda (e supera largamente in potenzialità evocativo-comunicativo-espressionistica). La cadenza di quest'armonioso può essere solo definitiva e totalizzante in un elegantissimo abbraccio di morte.
"Running free": dimostra la grandezza di questo gruppo in queste stagioni: pur un brano violento e devastantemente veloce e sincopato come questo, riesce a non perdere nulla in termini di evocatività: l'evocare (ma il pennello ha, evidentemente, un'altra mano, un'altra epoca, un'altra aria, di quello dei Black Sabbath) la sceneggiatura della spedizione notturna in un cimitero gravido di pericoli da brivido.
"Phantom of the opera" annulla ogni dubbio su un'eventuale meschinità riguardo al campo d'azione del gruppo, e apre lo scenario (con un incedere funambolico di supremi fraseggi chitarristici sostenuti da una prova assoluta e seminale della batteria)su una landa russa innevata e folle di giorni accecati dal bianco-neve e notti accecanti dal nero impenetrabile; come dire dal freddo del ghiaccio al caldo dell'inverno; dalla perdizione nelle steppe alla reclusione per essere sacrificati tra i bollori e i pentoloni di un qualche laboratorio di occulto totalitarismo. Musicalmente - ma ciò vale per tutto l'album e da qui per gli altri album del gruppo - ancora un pezzo inedito: nel metallo distribuito dalla chitarra, nella convinzione e complessità sinfonica del suono, nella velocità dell'esecuzione, nel canto smaliziato come proveniente da un genere istituzionalizzato da decenni (quando è qui che si istituzionalizza per la prima volta), nella sezione ritmica rivoluzionaria ad ogni passo.
Lo strumentale "Transylvania" (e ringrazi, questa terra, il presente disco se folle di giovani l'hanno inondata dall'80 in poi) si configura come la ritirata dalle regioni di cui si diceva prima. Visionariamente efficace in ogni sua più piccola parte, riesce nel miracolo di ottenere ciò a ritmi e velocità che difficilmente lasciano lo spazio ad altro che il fine a se stesso. Ma è anche di più: l'invito a vedere con gli occhi saturi di tali evocazioni la realtà presente, la realtà che a ognuno si ostenta. Ecco l'intelligenza e l'universalità dell'operazione, matura come poche altre. Fra queste poche c'è stata quella dei Pink Floyd, che, almeno per i primi due album, furono fondamentali per i Maiden: non solo per il motivo para-musicale appena detto, ma anche per la musica stessa (il piglio sinfonico, tanti effetti di chitarra, la dilatazione del basso, la voce attaccata alla nuvola delle macerie).
"Strange world" nella sinuosità del suo pathos sembra il frutto d'esperienza da vecchi del mestiere: e gli Iron Maiden sono alla prima, anche se assoluta, prova.
"Charlotte the Harlot" continua col dimostrare il "non-fare di struzzo" degli Iron Maiden. La realtà (una puttana: ma che puttana!: il soggetto se n'è, modernamente e bohemienisticamente, innamorato) è spiattellata in faccia con tutta la sua evidente crudezza, per assimilarla, poi, e sopportarla, il pharmacon, sublime, di una nenia-re King Crimson (vedi "Epitaph" di "In the Court of the Crimson King").
"Iron Maiden" è il capolavoro supremo dell'album e della produzione Iron Maiden tutta; come un blues, c'è tutto: l'afflato mistico dell'avventura cimiteriale, la potenza e velocità per l'epoca inaudite sfoggio delle innovazione operate dai Maiden, un ritornello telluricamente prossimo alla "Paranoid" sabbathiana, ma ad essa grandemente superiore perché, appunto, porta dalla terra (il tellurio) al cielo (qualunque esso sia). L'assolo di chitarra in vertiginoso crescendo, l'irrompere della batteria a grancassa metronoma: un manifesto, must assoluto di tutta la storia del rock, in cui merita di diritto un posto tra i suoi 10 brani più rappresentativi; e il tutto in 3'.35'', il che è dire: proprio perché soli 3'.55'', perché senza divagazioni dalla concentrazione poietica. D'altra parte il titolo non poteva lasciare dubbi.

Killers (EMI, 1981)
Dopo essere arrivati fino al quarto posto nelle classifiche inglesi con l'album d'esordio, gli Iron Maiden ci riprovano con una formazione che vede la chitarra di Adrian Smith (ex-Urchin) al posto di quella di Stratton: il suono ne acquista in potenza con riff più secchi e ritmiche mediamente più compatte.
"The ides of March" (ovvero: come potrebbe apparire la morte di Giulio Cesare spostata e rivissuta nell'Inghilterra new wave?) è il capolavoro dell'album: uno strumentale di 1'.46'',eppure seminale per la storia del metal a venire (se ne ricorderanno subito l'anno dopo i Judas Priest in "The ellion", a dimostrazione di come i gruppi rivoluzionari finiscono per influenzare anche gli ispiratori della loro stessa rivoluzione): potente, marziale, squadrato, eppure appassionantissimo.
"Wrathchild" attacca con un basso tipicamente anni '80; per il resto è un inno claustrofobico e notturno, con odori e fumi non discostantisi dal primo album; il brano (vocale) più riuscito del presente lavoro.
"Murders in the Rue Morgue", ovvero come potrebbe apparire il mondo di Edgar Allan Poe spostato e rivissuto nell'Inghilterra new wave, ha i primi 20 secondi da applausi e commozione, in un giro di chitarra tra i più sublimi e toccanti della storia del rock. Poi parte power; un power non all'altezza dell'intro e, così, si rovina.
"Another life" confina lo sperimentale combo di percussioni introduttivo nell'atmosfera tenebrosa di una vita angosciata da presenze maligne; pur ad alti livelli si avverte un po' di speculazione (= irrigidimento tematico) sulla sincerità naif degli esordi.
"Genghis Khan" (ovvero di come potrebbe apparire il mondo cinese/mongolico spostato e rivissuto nell'Inghilterra new wave: quando "l'ultimo imperatore si tinge di anni" '80 e con lui il mondo: è l'inevitabile gioco della Weltanschauung) è uno strumentale che si distende come un tappeto o una serpentina in una composizione che raggiunge il suo apice nella fuga in nero che stimola.
"Innocent exile", se ce ne fosse stato bisogno, consacra ulteriormente le doti istrioniche di Paul Di'Anno: evocativo e subliminale come pochi, raffinato ed elegante, fra i primi a introdurre l'"urlo anarchico" e catartico in una storia, quella dell' "urlo" che vede protagonisti da Iggy Stooge, il primo in assoluto, a Udo degli Accept a Wendy William dei Plasmatics e che trova origine nel mondo anarchico per eccellenza: il punk, dal quale si propagherà al grunge.
"Killers" è tutto basato sull'urlo di Di'Anno, e sembra non esserci cosa migliore su cui basarsi: basta quello e un basso "basso" per fare atmosfera. Poi, le geometrie della batteria fanno il resto: un resto che basta a rendere il brano in questione un classico (pur con una punta di autoindulgenza in quello che tuttavia i Maiden hanno fatto voto di diseredare: l'assolo chitarristico fine a se stesso/jam session). La tematica del pezzo è quella tipica del sadismo come sfogo di un fondamentale masochismo derivante dal Male (oggettivo prima che soggettivo/esistenziale) manicheamente permeatore dell'universo. La messa in musica delle borchie e delle pelli (di quelli che poi saranno chiamati "metallari") che, tra primi, i Maiden hanno adottato. Ai Maiden tuttavia manca una cosa: la cattiveria. Le copertine dei Maiden furono allora e lo sono ancor oggi, con una significativa sfasatura rispetto al contenuto musicale non poi così estremo, le più violente, orripilanti, sadico-masochistiche mai viste: in quella di Killers ad esempio ED troneggia con la sua pelle scuoiata, un'accetta insanguinata e una maglietta tirata dalle mani della vittima appena squartata. Eppure il gruppo è più elegiaco che anarchico. Questa ne è una peculiarità pregevole e che pochi hanno: il nichilismo porta a due cose; o al disinteresse di tutto o alla cattiveria fine a se stessa; la cattiveria, poi, può derivare da un interesse eccessivo verso quegli aspetti del mondo per accaparrarci dei quali abbiamo bisogno della suddetta. Ecco, ai Maiden, fondamentalmente innocui sognatori, manca tutto questo: mancanza riempita dal sublime poetico.
"Prodigal son" (poi ripresa da Jeff Buckley in "Grace") tentativo di rilettura della parabola evangelica in chiave new wave non lascia il segno. "Purgatory" dà l'avvio a un altro stilema poi ripetuto e ripetuto: veloce, con una sezione ritmica sconvolgente, manca tuttavia di una effettiva qualità contenutistica. Meglio "Drifter" dove Di'Anno troneggia con un timbro violentemente rap: alterna il melodico al sincopato funky, poi una sferragliata di chitarra rimette le cose apposto (cioè dritte dritte verso l'inferno): i vari Stratovarious odierni ne faranno man bassa per la loro "ispirazione". Siamo lontani, comunque, dai capolavori.

The number of the beast (EMI, 1982)
Sulla cresta dell'onda, pronto a fare il grande botto commerciale, prossimo alla celebrità universale, sprovincializzandosi con un tour mondiale appena conclusosi, Paul Di'Anno, inspiegabilmente, lascia (o viene estromesso da) il gruppo. Volendo esagerare potremmo dire che la lunga storia degli Iron Maiden finisce qui. Il proseguo difatti, oltre ad essere scevro del raffinato animo di Paul Di'Anno, vedrà null'altro che un progressivo perfezionarsi e intensificarsi del suono che, sempre più pulito e intenso (anche sulla scorta delle bordate heavy metal che richiedono necessariamente, per essere almeno aggiornati, un aumento di decibel), si dividerà tra pezzi ballata e pezzi power o dividerà un pezzo metà ballata metà power. Le tematiche poi pur variando sempre, in chiave concept-story, di ambientazione in ambientazione rimarranno (nel bene e nel male) arenate a quelle iniziali: e anzi le esaspereranno di retorica e artificiosità per essere più eclatanti e così vendere di più. Ciò è dovuto non solo a una sempre più spiccata mentalità manageriale di Harris, ma anche all'innesto dell'ex Samson (rozza band proto-metal che tentava di rifare il verso a Judas Priest e Kiss) Bruce Dickinson, oggi considerato un mito vivente e oggettivamente primo nella classifica d'influenza tra i cantanti heavy metal: tuttavia con la sua tecnica perfetta, il suo sbraitare teatrale, la sua retorica e pletorica risulta anni luce (poeticamente) inferiore e meno degno di stima dell'esistenzialista Paul Di'Anno, unico fra l'altro, tra i membri di una band di "bravi ragazzi", a, soprattutto dopo aver lasciato questa, perdersi in dipendenze di vario genere.

The number of the beast è universalmente considerato il miglior album del quintetto londinese. Di fatto è il più celebre. Sempre di fatto, con quest'opera, il metal prende una volta per tutte la sua rotta definitiva e inconfondibile: il suono maturo e (allora) d'avanguardia di quest'album traccia tale rotta, oltre ad avviarla. Da un punto di vista compositivo, tuttavia, contrariamente ai primi due lavori (per la gran parte costituiti da canzoni indistintamente di alto livello) si assiste qui per la prima volta nella storia del gruppo a una più o meno volontaria svendita alla mediocrità: incredibilmente l'album alterna brani assoluti a "brani-riempitivo" sciatti, banali e noiosi.
Partendo dal peggio è da dire che: "Invaders" si crogiola in un autocompiaciuto (è autocompiacersi il principale difetto di Dickinson e, se non di più, anche di Harris) metal-medio-power che invoca a rotta di collo ma senza credibilità apocalittiche invasioni di esseri mostruosi. "The prisioners" tenta di rivalersi in un'inquadratura più marziale ma il testo scandalosamente sciocco ("I'm not a number, I'm a free man") e l'andatura coralmente podistica danno 6 minuti di noia. "Run to the hills" scende nel campo dei buoni sentimenti alternativi (la dedica è straniantemente, dato l'ambiente new wave, ai pellerossa delle riserve) qualificandosi celebre quanto odiosa, il trillo del ritornello inneggiato da Dickinson è poi stomachevole ("run for your life..": l'unico motivo per correre è per scappare da questo cesso!). "Gangland" (e i Maiden in stile "Gangland" ne faranno a decine di brani) non ha nessun senso di esistere e infatti non significa nulla, del quartetto tuttavia è la meno peggio, sostenuta se non altro da un sincero arrembare.
Tra il bene e il male sta "The number of the beast", cronaca di un sogno demoniaco introdotto da un brano dell'Apocalisse di S.Giovanni: considerata da critici e fan un must ineguagliato, tuttavia a parte l'urlo notevolissimo di Dickinson nelle parti centrali ha poco da dire. Lo stesso "666" (di cui i Maiden fecero anche un toccante video in stile horror-Eighteen con tanto di nebbia artificiale, zombie di cartapesta e fuseaux elasticizzati), se è vero che entra nell'iconografia metal, è anche vero che era presente in campo musicale già dal 1971 quando gli Aphrodite's Child gli dedicarono addirittura un album (senza parlare del "Their satanic majestic" rollingostoniano).

Venendo al meglio troviamo il meglio del meglio. Tre capolavori ciascuno dei quali basterebbe a giustificare un album a sé di sola spazzatura. "22 Acacia Avenue" si presenta con uno degli attacchi di chitarra più coinvolgenti della storia, procede epicamente esistenziale con Dickinson che si supera come cantore di una perdizione meditata a mezzo del sentimento poetico o situazionale suscitato dal contesto del brano (the continuing saga of Charlotte the Harlot): si ritorna al succo più profondo dei Black Sabbath, riuscendo come non mai a trasfigurare la realtà, il presente (la camera fatiscente e mesta di grigiore industriale/operaio di una prostituta/amante), verso un'evasione che dà senso e valore (pur illusorio) a quella come all'esistenza tutta. "Children of the damned" è ancora tematicamente Black Sabbath (vedi "Children of the grave"): una ballata credibilmente desolata che si innalza a vertici sinfonici di solitudine riassunti dal caldo abbraccio di Dickinson che qui coglie davvero nel segno. Il riff centrale è Kiss, ma questi sono superati dalla prevalenza dell'aspetto contenutistico ed emozionale su ogni altro. Il più piccolo e ultimo adolescente dei grigi e infetti sobborghi londinesi era il "Children of the damned", e lo furono a migliaia, da soli, nelle loro squallide e polverose camerette. "Hallowed be thy name" sarà il capolavoro nel capolavoro. Al pari (per valore) dei migliori Black Sabbath (quelli di "Iron Man", "Sabba Cadabra", "Black Sabbath"); al pari dei migliori exploit degli album precedenti che, con i suoi 7 minuti rischia di superare. L'intro ritmato dallo spaglio dei piatti, l'assolo di chitarra che è una falcata di tutta una vita, la voce imperiosamente sposata con un complesso rispettato nell'espressione di ogni singolo componente; rallenta, divaga, sempre commovendo, riparte velocissima, ancora una digressione, due lampi, uno slide, e finisce con una corona apocalittica. Uno di quei tre o quattro brani che hanno fatto il metal (gli altri sono "Child in time", "Black Sabbath", "Overkill", "The call of Ktulu").

Piece of mind (EMI 1983)
Clive Burr è sostituito da Nicko McBrain ed è una perdita insanabile. Piece of mind, pur curatissimo al limite della perfezione d'assemblaggio, è un album di transizione; un classico, come ogni album degli Iron Maiden, con una copertina gialla e nera tra le più riuscite, che vede protagonista un ED in una dimensione temporalmente fantasy, misto cioè di medioevo e futuro, con catene e camicia di forza: ora ha problemi di pazzia cerebrale (la psiche, malata, il filo rosso della situazione). L'album contiene 9 brani d'atmosfera, adatti per la camera nell'albergo Dracula o in un altrettanto spettrale castello scozzese, senza nessun picco (pur se i vari "Where eagles dare", "Revelations", "Flight of Icarus", "The trooper" sono stati spacciati per classici). Un album di contrasti, luci ("Quest for fire", con falsetto da operetta) e ombre ("Die with your boots on"), notte e giorno, con varie sperimentazioni ("Still life"). Anzi, è l'album più vario dei Maiden che quando si placano, si placano sempre più mentre quando picchiano, picchiano sempre più, alternando spesso schematicamente i due toni nella medesima canzone (vedi "To tame a land", da cui piglieranno a piene mani tutti i milioni di gruppi power metal a venire).
Il suono si potenzia ulteriormente verso l'heavy, all'interno del quale si stabilizza in un medio-basso in termini di decibel; la tematica, almeno per ora, passa da storie "operaie" a "nobili" (cioè con soggetti e ambientazione, per l'apparizione delle forze del male, non più case popolari e bastardi ma regge e figli cadetti).

Powerslave (EMI 1984)
Adesso siamo in Egitto, in quel colonial-revival anni '80, tra James Bond, Frazer (maestro romantico di civiltà perdute) e il ragazzino-peste americano in gita alle piramidi. I Maiden continuano nella loro iconografia di teschi e morti secche, di vestiti laceri e talismani incastonati in catene: scisso definitivamente il lavoro (apparire dannati) dalla vita (angelicamente rispettosa), riescono a conservare un afflato/sentimento primitivamente artistico che li fa sembrare tanto più seri quanto più si calano nei meandri di storie folklorico-magiche, tra tribù di un'Africa mediterranea che appare come un "Nuovo Mondo". Per la lunghezza e l'aspetto sinfonico, i brani seguenti sono alla base di tutto il suono-power anni '80 ma soprattutto '90 e, finora, '00.
"Aces High" è veloce, violenta e perfetta; anche "Run to the hills" lo era: e come questa cade di grazia per una prolissa retoricità fatta di autocompiangimento. "2 minutes to midnight" tenta di fare eco a "Hellowed by the name": pur essendone sideralmente distante, vanta tuttavia un motivo coinvolgentissimo e come sfigurato da un sole (e si dovrebbe essere a mezzanotte: vorrà dire che la spiaggia del deserto egizio trattiene il calore rovente), tanto più accentuato dall'asfalto che ci sta sotto i piedi e si liquefa affondandoci mentre sempre più si cerca di aumentare la velocità della corsa (correre: è il tema più "Iron" che ci sia; "Maiden" serve per aggiungere: con la morte secca alle spalle).
"Losfer words" è uno strumentale di classe che non indugia in altro se non in una architettura compositivo/evocativa (le bende dei faraoni) ben riuscita. "Flesh of the blade" si insinua con quel cattivo dritto all'anima dell'iniziale assolo di Smith che, come sempre, è superlativo. Poi Dickinson dilata il panorama sino alle are del cielo in un soqquadro di fughe dal risultato di quell'invocazione da noi stessi cercata. "The duellist" continua in questa dimensione invasata di sudore e palpiti cardiaci al limite del respiro: rimane comunque, sempre, lo spazio per la contemplazione. "Back in the village" cala nella violenza e nei riti di una comunità primitiva; lo stato di natura, appena alterato da una cultura più spietata del primo. Soprattutto di innalza però un accenno di melodia che tenta di sintetizzare il tutto sorpassandolo. Dickinson, in quest'album, è soprattutto un narratore: narratore di storie tramandate da rivivere nel rabbrividire la pelle a sentirle e basta. "Powerslave" è la reazione che fa il sepolcro all'archeologo che lo ha riportato alla luce, tolto dalle care tenebre (da cui pur, la mummia, desiderava, in fondo, essere tratta per colpire ancora). Il tutto fascinosamente tanto più è sentito raccontato al sicuro, al balcone di una qualche cittadina europea, separata da ferrovie e traghetti dall'Egitto.

Gli anni 80 dovevano ricreare tutto il sentimento avventuroso e strabiliato di uno Schlimann, di un cappello e una muta coloniale, applauditi e riveriti. "Rime of the ancient mariner" è una megalomania di 15 minuti in gran parte riuscita. Cosa c'entra un marinaio tra la sabbia egiziana? Tantissimo . basti pensare alla famose navi egizie, e fenice. E qui la Weltanschauung di Harris può digerire il suo boccone più grosso nel rendere in una dimensione anni '80 quello specifico stato situazionale (osteria - siamo comunque sempre in fantasy - e naufragio) di millenni fa. Formalmente oramai il gruppo si è stabilizzato in un vertice esecutivo.

Seventh son of the seventh son (EMI 1988)
Dopo un ottimo e celeberrimo live (Live after death, EMI, 1985) e un futuristico ma inutile album in studio (Somewhere in time, EMI 1986), i Maiden si ripresentano più trasognati ed appassionati che mai. Di un decennio in anticipo su tanti concept progressive-metal anni '90, questo è un album quasi new-age metal. Già la copertina dà nell'occhio per un accecante e totale color ghiaccio (terre siderali tra un libro segreto e magico, un cavaliere nero cercatore e un ragazzino che in anticipo su di lui deve, tanto per cambiare, correre per sfuggirgli). "Moonchild" immerge subito in una nuova atmosfera che, se pur ben riconoscibilmente Maiden, dimostra l'abilità di questi nel rendere il diverso uguale a loro. "Infinite dreams" prelude ancora a tematiche progressive-metal (intanto formalmente, cioè musicalmente, formato dai Queensriche con "Operation: Mindcrime"); poi però s'inalbera in uno stornello che solo i Maiden potevano partorire, e le lande nevose in cui conduce Dickinson sono pur in una storia a noi estranea, coinvolgentemente esistenziali. "Can I play with madness" fu il singolo (con tanto di video tra l'erba e i sotterranei di un'abbazia cistercense, che ben fa vedere quanto, proprio per l'eccesso formalizzato e reso retorica dei temi malefici e dell'oggettistica dell'occulto, sia quella dei Maiden un'operazione di artificio che nasconde persone dalla vita del tutto normale), ma non merita: troppo imbalsamata e talora troppo stile Guns'n'Roses, come andava in voga ai tempi. "The evil that man do" coltiva evanescente i sogni di Blind Guardian e compagnia, con quella componente di attaccamento alla vita "reale" che a questi manca. "Seventh son of a seventh son" riprende ampliandolo l'andamento di "Quest for fire": come ogni canzone di questo album è perfetta e melodica, forse troppo, e così spunta l'artificio che denuncia la perdita di quel connubio irripetibile di realtà e fantasia presente nei primi album. "The prophecy" fa gridare al sold out con la dilaniazione dell'organo cardiaco che incita per il suo troppo commuoversi: d'altra parte una chitarra lenta in mezzo a tante veloci sortisce sempre questo effetto; poi una chitarra alla Venom.
"The clairvoyant" è un succo appassionante, colonna sonora ideale per un film fantasy o un racconto di Tolkien. "Only the good die young" non svende, come a taluni è apparso, il gruppo alla commercialità fantasy (che ancora non c'era) ma ne fa, anzi, di questa un fondatore: subliminandola in più, come tanti altri non sono capaci di fare (tale arte, viene loro dalla lezione anni '70 dei Rush, più che dei Blue Oyster Cult, ma soprattutto degli UFO che avevano risemantizzato in linguaggio hard rock il mondo degli alieni).

Fear of the dark (EMI, 1992)
Dopo un inconsistente No prayer for the dying (EMI 1990) i Maiden si ripresentano con un album che all'epoca invase le chart di mezzo mondo e che è uno dei più celebri della loro carriera. Copertina celeberrima e la loro più suggestiva (assieme a quelle di Killers e Piece of mind), immola alla luna piena e in mezzo a un nebbioso azzurro notte centrale, ED trasformato in mostro-albero: poi una striscia nera bordata di giallo riequilibra il tutto. Gli Iron Maiden sono un gruppo "facile" e "melodico"; per questo piacciono a "tutti". L'immediatezza della loro musica, che per contorsione spesso si traduce in banalità di messaggio, è la medesima di quella del classico hard-rock di cui sono figli: ciò ha consentito loro di accattivare al loro mondo metal non solo, e naturalmente, gli adepti di questo mondo, ma anche e soprattutto tante provenienze dal gusto hard-rock. Adolescenti e chi ha fantasia e vitalità adolescenziale possono fruire completamente del lavoro Iron Maiden: e tanto più quanto più si va in là nella storia di questo gruppo, in quanto evolvere per loro significa abbandonare la commistione esistenziale-fantastica dei primi lavori verso un predominio della seconda. Siamo negli anni '90 e anche la lunghezza degli album si amplia: un'ora (sinceramente troppo per non tediare o istupidire), che poi sarà l' "ora" di tutti i vari album power, progressive ed epic.
"Be quick or be dead" parte all'arrembaggio con un entusiasmante rullo di batteria, un altrettanto stregante urlo di Dickinson che crea suadentemente tanta atmosfera fantasy-horror; le chitarre poi (dove Janick Gers ha purtroppo preso il posto di Smith) intrecciano un fraseggio al cardiopalma. Non è un capolavoro ma tra i meno-noiosi brani dell'ensemble.
"From her to eternity" profonde armonie epico-patetiche alla Manowar senza lontanamente stringere. "Afraid to shoot strangers" giunge con una di quelle per quanto melense inattaccabili atmosfere: la voce di Dickinson le appoggia sapientemente; prima della partenza verso squadrati riff commoventi.
"Fear is the key" cambia passo e assume una forma slide quasi bluseggiante; poi zoppica in un funk allentato da dosi e dosi di melodia.
"Childhood'end" riesce a portare prossimo al sublime il melodico; riesce a sapere tremendamente di terra d'Inghilterra, di avventure castellane rivissute nella modernità e ancor più affascinanti. "Wasting love" dal titolo scoraggia, poi, per quanto patetica, non si può non cedere al suo fascino. La dimensione "vita-vera" con questo brano e in quest'album in generale fa capolino ancora, come non accadeva da anni e non accadrà quasi più. "The fugitive" tenta di ovviare alla banalità del tema (ancora corsa! Devono avere un fiato, questi Maiden .) con un inno medievalmente autunnale e macilento; ma il ritornello non merita che mediocrità.
"Chains of misery", "The apparition", "Judas be my guide", "Weekend warrior" hanno poco senso di esistere se non il fatto che, poste in gran parte degli album metal, risulterebbero hit irresistibili per il loro appeal armonico, semplice e trascinante. Qua e là si hanno spunti eccezionalmente convincenti e stimolanti, ma nessun brano riesce a giustificarli da un imbarazzante a sé stare.
"Fear of the dark" prova il colpaccio finale: sul suo riff e sulla sua struttura si baseranno i prossimi due album dei Maiden di cui forse è il miglior sunto; almeno in questo, il brano, sempre fascinoso (miasmaticamente fascinosi sono sempre i Maiden, come gran parte dei classici che il pubblico di massa ama: dai Beatles agli U2) è oggettivamente importante perché racchiude 10 anni (tutti i '90) di suono Iron Maiden.

The X Factor (EMI 1995)
Mentre Dickinson se n'è andato per una carriera solistica senza senso, Harris si dà alla pubblicazione di inutili live (A real live one, EMI 1993, A real dead one, EMI 1993, Live at Doninghton '92, EMI 1994), poi assolda Blaze Bayley per un album che tenta di far rivivere i fasti del Nightfall degli svedesi Candlemass, che nell'87 portarono intuizioni Black Sabbath, Rainbow e Venom alla codifica del cosiddetto "epic metal". L'epico proposto dai Maiden è quello futuristico, tuttavia, in quanto fantasy, sempre centrato su una "mentalità" e "morale" ancestrale-medievale. E a distanza di otto anni il booklet almeno (con ED in sedia elettrica vittima di devastazioni cerebrali per esperimenti sadico/genetici) mantiene tale tono. 70 minuti in piena era Blind Guardian, dove i Maiden tentano di assumersi sulle spalle un presente musicale con l'esperienza dei vecchi intenditori che quel presente hanno fatto nascere.
"Sign of the cross", un coro di monaci, è la traduzione magniloquente delle campane di Black Sabbath; poi trame chiatarristiche (di cui oramai i Maiden, da Piece Of Mind in poi, sono diventati esperti) preparano il terreno alla calda e piena voce di Bayley. "Lord of the flies" estranea con chitarre acide, su cui poi si impongono riff decisi in progressione. Le atmosfere sono da osteria-spaziale con mostriciattoli e maghi-stregoni di fantastico-medievale memoria: commistione di sacro e profano; di Black Sabbath e Malmsteen (il vero apristrada ai rozzi Dream Theater).
"Man on the edge" si crogiola in quest'ambientazione terrestramente cosmica. "Fortunes of war" è l'ennesimo lento che si innalza a battaglia; lo fa con un'eleganza sconosciuta e inarrivabile per Stratovarius e compagni. "Look for the truth", data la lunghezza media dei brani (oltre i 6 minuti), quando si presenta intima e placata sembra un miracolo per orecchi che poi dovranno sostenere un continuo crescendo in corali bordate. Ogni canzone di quest'album rispecchia il medesimo schema; si assomigliano tutte, queste composizioni, apparendo quasi indistinguibili l'una dall'altra. Tuttavia il perfetto equilibrio e la grazia di ognuna ne fa, di tutte, quello che per lo spietato destino non sono potute essere: dei classici. "The aftermath", "Judgment of heaven", "Blood on the world's hands", "The edge of darkness", "2 A.M.", "The unbeliever", sembrano fatte con lo stampino; tutte eccezionalmente perfette; nessuna innovativa, tutte classiche perché sembra di averle sentite da sempre. Bayle (o l'io di Harris) è riuscito con la sua ingenuità e dedizione a depurare il gruppo dall'ormai scomoda e ingombrante pletorica di Dickinson.
Più di tutto, colpisce però la voglia di "giocare" e di "credere", cioè di vivere (e di farlo nel segno della "paura del buio"), che dopo tanti anni non ha abbandonato Harris. Si può chiamare testardaggine, ma in questo specifico caso non si è autorizzati, perché il vecchio cuore del poeta dei cimiteri londinesi, almeno per un'ultima volta, ha pulsato di sincerità e passione.

Virtual XI (EMI 1998), l'undicesimo album in studio per i Maiden, sembra (come "Reload" per "Load" dei Metallica: a proposito di gente che in materia di cambio genere ne sa qualcosa) l'edizione di brani scartati dall'ottimo album precedente; molto più breve (quasi la metà), accentua la dimensione "futuristica" e "post-industriale" senza perdere un adolescenziale profumo di fragole e cimiteri da scoprire.

Per Brave New World (EMI 2000) torna Dickinson, ma ormai la storia degli Iron Maiden è finita. Dance of death (2003) 5/10

Lo conferma Dance Of Death (2003) che dalla sua, nonostante lo sbraitare di Dickinson e il dispiegamento di ben tre chitarre, ha soltanto una discreta potenza, tanta tecnica e troppa retorica (fino a sconfinare nel plagio - di se stessi e di altri).

Dopo due dischi ai minimi storici come A Matter Of Life And Death (2006) e The Final Frontier (2010), sembrava davvero che la carriera discografica della band fosse finalmente giunta al definitivo capolinea. Lavori pasticciati, manieristici oltre la tollerabilità, dove le poche idee efficaci annegavano in composizioni tronfie e strabordanti, senza più traccia di un senso della misura.

L’annuncio di niente meno che un doppio album, con ben quattro brani sopra gli 8 minuti, suonava con queste premesse come un minaccioso inferire sul cadavere del “trooper” caduto in battaglia. E invece arriva la sorpresa: Book Of Souls segna finalmente un lavoro ispirato e soprattutto concreto, spazzando via con sollievo i timori di un mostro megalomane di ben 92 minuti in arrivo.
Un disco che fonde le due anime della band: la sempre più marcata vena progressive, incarnata nelle lunghe maratone del disco e quella più melodica. Il risultato è un tutto sommato convincente equilibrio tra composizioni ambiziose, come “If Eternity Should Fail”, sicuramente la miglior opener del nuovo millennio della band, e tracce dalla struttura più semplice come “Speed Of Light”, singolone da battaglia semplice, con pochi orpelli al punto giusto e un'ottima sezione solistica.
L’album richiama spesso antiche idee espresse nel duo “Somewhere In Time” e “Seventh Son Of A Seventh Son”, soprattutto nell’uso dei synth e nei fraseggi in delay delle chitarre a disposizione, forse mai come ora sfruttate in tutta la loro varietà da quando presenti in trio. L’estetica della band è sempre la stessa, il che rende anche questo disco un lavoro sostanzialmente di maniera.
Nicko Mc Brain è la vera sopresa del disco: favorito finalmente da un mix secco e asciutto, lontano dal suono sporco e impastato dei tempi recenti, dà il meglio di sé nei brani più tirati del disco. Anche Bruce Dickinson porta confortanti conferme, tornando a volteggiare tra vette altissime e bassi espressivi, nonostante la recente paura del cancro alla lingua.
Book Of Souls non sfiora l’eccellenza anche a causa di qualche divagazione di troppo, come nell’ambiziosissima “Empire Of The Clouds”, la maratona dickinsoniana a suggello dell’album. Le melodie offerte sono efficaci e l’uso dell’orchestra discreto e intelligente, ma non tutti i suoi 18 minuti appaiono imprenscindibili, in particolare nelle fughe strumentali della sezione centrale. Stessa impressione danno paradossalmente i brani meno articolati della scaletta, i quali avrebbero avuto maggior efficacia con minutaggi più contenuti (“The Great Unknown”, “Death Or Glory” e “Shadows Of The Valley”) ma si tratta di peccati non mortali.

Gli Iron Maiden tornano con un lavoro assolutamente gradevole che probabilmente richiamerà all’ovile più di un vecchio fan (non a caso, in Italia è subito finito in vetta alla classifica), a patto che non si pretenda da essi lo stesso impatto innovativo che ebbero con album come “Somewhere In Time”. Ma sarebbe giusto pretendere di più al giorno d'oggi?

Contributi di Michele Bordi ("Book of Souls")

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Formazione tra le più importanti per la storia del metal, gli inglesi Iron Maiden hanno creato un universo fantastico e inquietante, dominato da creature horror e da atmosfere funeree
Iron Maiden
Discografia
Iron Maiden (Capitol, 1980)

8

 Killers (Capitol, 1981)

7

The Number Of The Beast (Capitol, 1982)

7,5

 Piece Of Mind (Capitol, 1983)

7

 Powerslave (Capitol, 1984)

6

 Live After Death (live, Capitol, 1985)

 

 Somewhere in Time (Capitol, 1986)

5

 Seventh Son Of A Seventh Son (Capitol, 1988)

7

 No Prayer for the Dying (Epic, 1990)

5

 Fear Of The Dark (Epic, 1992)

7

 Live At Donington (Virgin, 1992)

 

 A Real Live One (live, Capitol, 1993)

 

 A Real Dead One (live, Capitol, 1993)

 

The X Factor (CMC International, 1995)

7,5

 Virtual XI (CMC International, 1998)

6

 Ed Hunter (Sony, 1999)

 

 Brave New World (Sony, 2000)

5

 Dance Of Death (Columbia, 2003)

5

 A Matter Of Life And Death (Emi, 2006)
 
 The Final Frontier (Emi, 2010)
 
 The Book Of Souls (Parlophone/Bmg, 2015)
7
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