"Credo sia un buon disco per i nostri fan per
poter chiudere il capitolo Jayhawks"…Così dichiarava Gary Louris all'indomani
dell'uscita di Rainy Day Music, ultima fatica del gruppo americano… In
realtà quando si parla dei Jayhawks e dei personaggi che vi gravitano attorno,
non tutto è scontato. "Non so cos'abbia in mente Gary, ma lo conosco e so che
appena finirà i soldi tornerà a farsi vivo", questa la frase non troppo
sibillina di Mark Olson durante uno dei suoi concerti del 2005.
Un incrocio
fra Eagles, Gram Parsons e Neil Young passando per gli America e
con una spruzzata di Byrds, ma per
poter inquadrare il sound di questa band forse tutto questo non basta. Di
certo, il gruppo più importante della nuova frontiera alternativa del country
americano. E se i Wilco possono
incarnare l'inquietudine dell'animo umano, i Jayhawks rappresentano la parte più
solare e sbarazzina.
La band si forma nel febbraio del 1985 a
Minneapolis, grazie ai chitarristi Mark Olson E Marc Perlman (convinto poi dallo
stesso Olson a passare al basso), e al batterista Norm Rogers. A completare la
formazione, si aggiunge poco dopo Gary Louris come chitarrista solista. Presto
si crea una forte intesa artistica fra quest'ultimo e Olson, subito leader
indiscussi, che si rivela molto prolifica e piena di idee.
La melodia e il
folk tradizionale americano rappresentano un punto di partenza, ma l'autentica
forza, già dalle prime battute, si rivela il canto dei due, che armonizzano
splendidamente, e sarà il loro marchio di fabbrica per gli anni a venire.
L'anno successivo segna il loro debutto discografico con l'album omonimo
Jayhawks, inciso per la piccola etichetta Bunkhouse Records e registrato
senza pretese, con pochi e semplici mezzi, eppure capace di avere a livello
locale un buon successo di pubblico.
Al disco, prodotto da Charlie Pine,
partecipa egli stesso come pianista in "King Of Kings" e Cal Hand alla steel
guitar.
Ancora molto legato alle radici classiche del country-folk, con
un'identità ancora allo stato embrionale, l'album mette comunque subito in
evidenza l'affiatamento del duo Olson-Louris e le enormi capacità melodiche del
gruppo.
Le major però non sembrano minimamente interessarsi a loro.
Pertanto Norm Rogers lascia la band e viene rimpiazzato da Thad Spencer.
I Jayhawks registrano alcuni demo per la A&M, ma nell'ottobre
del 1988 il loro lavoro subisce una brusca frenata, a causa di un grave
incidente stradale che colpisce Gary Louris.
Ottenuta la possibilità di
poter incidere per la Twin/Tone Records, il gruppo assembla altri brani firmati
quasi tutti dal solo Olson mentre Louris riesce a completare solo
successivamente il lavoro con le sue parti vocali e di chitarra.
E' il 1989
ed è un momento cruciale per la band: l'album, dal titolo Blue Earth,
prodotto da Jim Rondinelli, Tom Herbers e gli stessi Jayhawks, ottiene grandi
elogi dalla critica e comincia a dare un'idea di quello che sarà il sound tipico
del gruppo, un country filtrato col pop moderno e dinamico in cui nessuno si
distingue per particolari virtuosismi.
Dietro la grande semplicità dei
brani, tuttavia, si celano un tocco e una classe non da poco. "Two Angels", il
blues di "Dead And Angel", "Commonplace Streets", "Ain't No End", "The Baltimore
Sun", "Sioux City" (con all'organo ancora Charlie Pine e alla batteria Norm
Rogers) e "Martin's Song" sono dei piccoli gioielli che fanno di questo lavoro,
piuttosto acustico ed essenziale, uno dei lavori alt-country più interessanti
del periodo.
Alle registrazioni prende parte anche Dan Gaardner come
chitarrista solista in alcuni brani e lo stesso Jim Rondinelli alla voce in "Red
Firecracker", mentre Mark Olson, oltre a essere voce e autore principale, si
occupa fondamentalmente delle chitarre acustiche.
L'album è stato ristampato
nei primi mesi del 2003 con l'aggiunta di tre bonus-track.
A
questo punto l'attenzione per i Jayhawks sale notevolmente e nel 1991 il gruppo
firma per la Def American Recordings (più tardi semplicemente American
Recordings).
L'ennesimo cambio del batterista (entra Ken Callahan al posto
di Thad Spencer) non intacca minimamente l'ispirazione di Olson e Louris, che
raggiungono in questa fase uno dei massimi momenti creativi da tutti i punti di
vista.
Prodotto da George Drakoulias, esce nel 1992 Hollywood Town
Hall, che a tutt'oggi rappresenta un vero e proprio manifesto per la musica
alt.country d'oltreoceano.
E se è vero che i contenuti dei testi non
rappresentano certo voglia di trasgressione e rivoluzione, è altrettanto
indubbio che l'equilibrio fra country e pop qui raggiunque un livello ottimale:
i Jayhawks hanno a questo punto uno stile personale marcatissimo: la
combinazione di arrangiamenti essenziali ma mai banali, con l'ottimo lavoro alle
chitarre (in particolare questo è il disco in cui Louris si impone con i suoi
assoli, i suoi riff semplici ma caratteristici ed efficaci e con un suono
abbastanza distorto e corposo), ma soprattutto il gioco delle armonie vocali,
davvero superlativo, impreziosiscono un album di indiscusso valore.
Olson e
Louris si suddividono quasi equamente le parti principali alle voci, e tutti i
brani sono caratterizzati da controcanto e da cori: da questo album vengono
estratti i primi veri e propri hit dei Jayhawks, a partire dalla splendida
ballata rock "Waiting For The Sun".
Vengono rivisitate anche "Martin's Song"
e "Two Angels", precedentemente incise in chiave acustica, mentre nelle
splendide "Crowded In The Wings" e "Settled Down Like Rain" emerge la
caratteristica fondamentale di questo gruppo, capace in due note di colpire al
cuore con un'abilità melodica fuori dal comune.
Ma sono "Clouds" e "Sister
Cry" i brani che dal vivo rappresenteranno, assieme alla già citata "Waiting For
The Sun", i momenti migliori della band per i successivi due anni almeno.
Il successivo Tomorrow The Green Grass, datato 1995, segna
contemporaneamente l'apice e il crepuscolo del duo Olson/Louris. Nel gruppo
entra la tastierista Karen Grotberg, anche ai controcanti, che porta un tocco di
raffinatezza e di ulteriore sbocco al sound. Come al solito si registra la
defezione del batterista che aveva suonato nell'album precedente e, a scanso di
equivoci, stavolta il nuovo drummer, Don Heffington, è presente in veste
di ospite.
A completare la squadra ci sono, tra gli altri, musicisti come
Victoria Williams (moglie di Mark Olson e grande rappresentante della scena
country-folk americana) e Sharleen Spiteri alle voci, più Lili Hayden e Tammy
Rogers agli archi.
L'album è ambizioso e lo si nota fin dalle prime battute:
i Jayhawks proseguono nella strada tracciata da Hollywood Town Hall e,
sebbene risulti un po' meno rock e più folk-pop, il loro marchio di fabbrica è
ormai indelebile. Il disco ottiene un ottimo riscontro di pubblico e di vendite.
L'iniziale "Blue" è a tutt'oggi probabilmente la loro canzone più famosa, ma
notevoli sono anche le successive "I'd Run Away" e "Miss William's Guitar",
brani che ogni giovane rock-band potrebbe desiderare di suonare su un palco,
mentre grazie al contributo di Sharleen Spiteri viene portato al successo uno
dei pochi brani non firmati dai due leader, "Bad Time". Le vere perle, però,
sono le ballate "Two Hearts" e "Over My Shoulder", brani cantati e suonati
magnificamente, dolci ma mai melensi (caratteristica che si perderà un po' nei
dischi successivi…). Canzoni che entrano nel cuore con delicatezza, ma che
rimangono dentro con grande forza.
Il finale, passando per "Nothing Left To
Borrow", è il rock potente e polifonico di "Ten Little Kids", che chiude
nervosamente un album a tinte decisamente più chiare che scure.
Forse è il
segnale di quello che di lì a poco succederà.
Come per quasi ogni band
che si rispetti, però, raggiunto un successo di una certa entità, qualcosa si
rompe.
Mark Olson e Gary Louris perdono quell'equilibrio che aveva partorito
i due ultimi ottimi album, fondendo la vena country-folk del primo e la
melodia-pop del secondo.
Ognuno vira decisamente verso la propria direzione
e "anziché arrivare al punto di mettere ciascuno le proprie canzoni
separatamente su un lato del disco", come disse Louris all'epoca, decidono di
porre fine al connubio artistico.
Olson collaborerà con la moglie Victoria
Williams e seguirà un proprio percorso solista che lo porterà a formare i
Creekdippers e a perseguire vari altri progetti.
Intanto Gary Louris e Marc
Perlman si sono uniti ad altri importanti musicisti, fra cui Dave Pirner dei
Soul Asylum e Jeff Tweedy dei Wilco,
e hanno dato origine al progetto di un super-gruppo chiamato Golden Smog, che
raggiunge il suo apice nel 1996 con la pubblicazione dell'album "Down By The Old
Mainstream", contenente una manciata di grandi canzoni che non molto si
discostano, comunque, dallo stile dei Jayhawks, anche se l'influenza degli altri
musicisti si è fatta sentire, eccome, nel rendere il suono un po' più spigoloso.
Dopo un altro anno e notevoli rimescolamenti nella formazione, esce
Sound Of Lies, il primo album post-Olson.
In questa ottica,
fondamentale è l'ingresso nella line-up di Tim O' Reagan, batterista e cantante
che da quel momento in poi, assieme a Louris e Perlman, farà parte dello zoccolo
duro del gruppo. Ai tre e a Karen Grotberg si aggiungono il chitarrista Kraig
Johnson (anch'egli nei Golden Smog) e Jessy Greene agli archi.
Il disco
spacca completamente la critica: se da una parte la svolta decisamente pop
riporta ad alcuni echi beatlesiani e di
John Lennon in particolare,
dall'altro delude chi vede questo cambiamento come un processo di
banalizzazione, in antitesi con quanto fatto fino a quel momento assieme a Mark
Olson, col quale era stato possibile creare un filone del tutto nuovo, fondendo
il sound tipico della cultura americana con il più moderno pop-rock.
A dire il vero, il disco si presenta piuttosto bene con "The Man Who Loved
Life", che sebbene sconvolga il vecchio ascoltatore dei Jayhawks, rappresenta
comunque un brano di buon livello: se la direzione pop-rock è questa, almeno la
qualità è salvaguardata. Ma già con "Think about it" si prende una brutta piega:
brano noioso e pasticciato. E poca cosa sono diverse canzoni dell'album,
affollato di insulsi riempitivi.
Poche le eccezioni. "Trouble", ad esempio,
con la firma Perlman/Louris, ispirata e malinconica. Oppure la title
track, una piccola gemma a testimoniare che la classe non è acqua, ma
probabilmente non sufficiente a convincere del tutto i detrattori di Gary
Louris. Paradossalmente, in questo disco, apparentemente più spensierato, sono
proprio le due canzoni meno solari del lotto a far da padrone.
Il disco
chiude di fatto la collaborazione con George Drakoulias, produttore anche di
Tomorrow The Green Grass (oltre che musicista aggiunto in Sound Of
Lies).
L'attività live del gruppo, soprattutto in America,
prosegue intanto senza sosta e sempre con ottimi riscontri di pubblico. Nel 2000
esce Smile, prodotto nientemeno che da Bob Ezrin.
La linea tracciata
dall'album precedente prosegue anche in questo lavoro, con ormai i Jayhawks
sempre più lontani dal sound degli esordi. Non mancano delle hit, addirittura
dei tormentoni come nel caso di "I'm Gonna Make You Love Me", che se da un lato
portano sempre più notorietà, dall'altro sviliscono l'essenza di un gruppo
sempre più propenso a indulgere in un pop da classifica che a seguire
l'originario filone alternativo.
I pezzi forti sono "Broken Harpoon", con un
un bellissimo intreccio di chitarre acustiche, e "Mr.Wilson", con tanto di
fischiettio. E se "Somewhere in Ohio" si distingue per alcuni passaggi in cui si
creano delle mastodontiche esplosioni rock, in generale il disco risulta troppo
melenso.
Gary Louris ha un'anima soul e una grande capacità melodica, ma in
più punti eccede e ne scaturisce un lavoro decisamente stucchevole, che nemmeno
Bob Ezrin riesce a riscattare.
Negli anni a venire, il gruppo si riduce
di fatto a un trio, Louris-O'Reagan-Perlman, che prova a inseguire nuove
espressioni del proprio sound. Rimane intatta la caratteristica
principale della band, ovvero l'armonia vocale, grazie al duttile Tim O'Reagan,
che ben si amalgama con Gary Louris e crea il presupposto per le creazione di
diversi set acustici (dove spesso Marc Perlman si diletta al mandolino) che
culminano con la registrazione di una sorta di "bootleg ufficiale" al Woman's
club il 26 aprile 2002. E indubbiamente in questa veste anche alcuni degli
ultimi brani meno ispirati sembrano trovare nuova linfa.
E così nel 2003,
dopo aver ingaggiato il polistrumentista Stephen McCarthy va in scena l'ultimo
atto (per ora) della discografia del gruppo, Rainy Day Music. Ospiti
d'eccezione sono Jakob Dylan, Matthew Smith, Bernie Leadon, Chris Stills ed
Ethan Johns (anche produttore e ingegnere del suono). Il produttore esecutivo è
invece Rick Rubin.
Il disco esce per un limitato numero di copie anche con
un bonus disc in cui è presente la versione live acustica di "Waiting For
The Sun" suonata al Woman's club il 26 aprile 2002.
L'idea di avere ormai
poco da dare in questa band e la voglia di travalicare le coordinate sonore dei
Jayhawks determina al contrario in Gary Louris una rinnovata vena creativa, il
classico colpo di coda: ne viene fuori un disco di una bellezza cristallina e
per certi versi sorprendente (merito anche dei produttori, non c'è dubbio).
Impossibile non farsi ammaliare dagli echi byrdsiani della magnifica
"Stumbling Through The Dark" (ripresa nel finale anche in chiave acustica) o
dalla scintillante "Tailspin"… "All The Right Reasons" finalmente tira fuori il
meglio di Louris, dolce e nostalgico ma al punto giusto, mentre non si può fare
un viaggio in macchina senza ascoltare la semplicità disarmante, ma allo stesso
tempo così deliziosamente coinvolgente, di "Save It For A Rainy Day". Tim O'
Reagan è voce solista nella struggente "Don't Let The World Get In Your Way",
mentre il ritmo ti incalza prepotente in "Come To The River". Con "Madman"
sembra di essere in mezzo al Gran Canyon (con lo slide in primo piano):
un brano che pare uscito direttamente da qualche disco degli America di molti
anni prima. Da pelle d'oca è anche "Will You See You In Heaven".
In
conclusione, un album dal sapore antico, suonato e cantato con grande classe: i
Jayhawks sono tra i pochi gruppi contemporanei in grado di riprodurre in chiave
modernizzata e fresca certe sonorità anni 60-70.
Rainy Day Music
spazza le nuvole che si erano addensate dopo i due lavori precedenti. E intanto,
la coppia Olson-Louris è stata nuovamente avvistata per un tour americano nei
primi mesi del 2006... Reunion in vista? Chissà… Ufficialmente non hanno
intenzione di tornare in studio, ma di due tipi così imprevedibili è meglio non
fidarsi mai.



