Judas Priest

Judas Priest

New wave of British Metal

di Tommaso Franci

Pionieri della New Wave Of British Heavy Metal, i Judas Priest hanno scritto capitoli fondamentali del genere, assurgendo a icone "hard", dall'abbigliamento pelle e borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho rock, tra sesso e moto. Ecco una radiografia della loro trentennale carriera
Oggi, quando mettiamo nel lettore un cd di musica pop non commerciale, ci sentiamo perlopiù esposti a ogni forma di bizzarria o idiosincrasia personale, e ci aspettiamo di trovare uno stile implicitamente o esplicitamente conflittuale con le forme tramandate, estraneo a quella fiducia nella centralità dell'io, a quell'equilibrio tra tradizione e talento individuale, così tipico del rock anni Settanta, che dava un significato universale alle vicende soggettive e legittimava la coralità. Di solito, la musica popolare, dagli anni Ottanta in poi, presuppone altri modelli di io: personalità ironiche e neocrepuscolari che ostentano la propria marginalità; persone teatrali che trasformano la musica in recita; persone narcisistiche che, con apparente ingenuità, raccontano la propria storia in uno stile semplice, senza preoccuparsi se questa storia significhi qualcosa per qualcuno; persone regressive che legittimano il proprio discorso recuperando forme logiche appartenenti al linguaggio del preconscio e dell'inconscio, ed esasperando così la propria natura privata, egocentrica, involontaria e irresponsabile. A questi soggetti corrispondono degli stili speculari: l'ironia formale, il manierismo, lo sperimentalismo coatto o una musica ingenua, immediata e immemore della tradizione. Le opere che derivano da queste personalità condannate alla solitudine privata, vengono presentate a un pubblico sempre più distratto, annoiato, disinteressato o ironico. Del resto non sono opere pensate per un pubblico [adattamento di una riflessione di Guido Mazzoni].

All'epoca della formazione dei Judas Priest, tre decenni fa, il rock aveva invece ancora un significato e una funzione sociale, faceva del proselitismo, vantava forme, stili e stilemi; maturava cose da dire e poteva dirle semplicemente. Parlare di gruppi come i Judas Priest significa parlare di un'altra epoca rispetto all'odierna. E se alcuni di questi gruppi sono attivi ancora oggi, significa solo che di quell'epoca non ci si è stancati e si ha necessità di frequentarla, sia pure con tanta polvere di museo.
Tra i padri fondatori del metal, ma senza essere mai all'avanguardia come Iron Maiden e Metallica, che pure senza di loro sarebbero impossibili, i Judas Priest (Birmingham, 1970) hanno, nel corso della loro lunghissima carriera, significativamente interpretato, in buona parte creandolo, il suono hard di tre decadi. Quelle degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Sad Wings of Destiny, il loro capolavoro, è la summa dell'hard-rock più prossimo al metal degli anni Settanta. Screaming For Vengeance - anticipato da tutta una serie di album che ne elaborano le dinamiche - è la fonte per il sound anni Ottanta di quel filone - rigogliosissimo - di metal/hard-rock parallelo e irriducibile al metal classico degli Iron Maiden e all'heavy-metal dei Metallica. Painkiller battezza gli anni Novanta, dominati dal progressive-metal.

I Judas Priest erano costituiti dai chitarristi Glenn Tipton e K.K. Downing e dal cantante Rob Halford. Le robuste e avvolgenti tessiture dei primi - debitori segnatamente di Ritchie Blackmore -, il falsetto potente e multicolore del secondo, avranno un'influenza enorme sui posteri come sui contemporanei. Anche negli atteggiamenti più esteriori, i tre fecero scuola, assicurandosi per le loro sceneggiate le prime pagine delle riviste: dall'abbigliamento pelle e borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho rock, tra morbosità necrofila e sessuale ed epica rozzissima - di cui gli esempi abbondano (basti attestare concerti con l'intervento di moto Harley-Davidson sul palco). I Judas Priest, quando non le hanno create, hanno seguito le mode, mai disdegnando di agevolare i loro introiti finanziari e di scendere al compromesso col mercato.

L'esordio, Rocka Rolla (1974), non è il tremendo album che di solito si vuole far credere. Uscito in un momento di stanca innovativa dell'hard-rock inglese e del rock in generale, riesce, pur rimanendo nell'alveo hard-rock, ad avanzare importanti passi verso quello metal. I debiti, poi, non sono solo verso Deep Purple ("Rocka Rolla") e Black Sabbath ("Never Satisfied"), ma anche, ad esempio, verso i Traffic ("One For Road"). L'album tenta in modo un po' confuso e ingenuo di porsi tra le varie correnti dell'epoca; ha però la funzione di smuovere perlomeno le acque e, nella voce di Halford, di preludere a esiti futuri che non si faranno troppo attendere.

Sad Wings Of Destiny (1976) è l'album che inaugura la New Wave Of British Heavy Metal - considerando gruppi come i Budgie una transizione tra i Black Sabbath e la NWOBHM -; non solo: è uno dei dieci album metal più importanti di sempre. Per innovazioni e qualità intrinseca dei brani, siamo sui livelli di "Paranoid", "Overkill", "Diamond Head", "Iron Maiden", "Kill'em All". Siamo sui livelli delle altre due colossali opere del '76 - anno mirabilis per il metal, come sarà l'83 - "Rising" dei Rainbow - anche loro basilari per la NWOBHM - e "2112" dei canadesi prog Rush; il coevo "Technical Ecstacy" dei Black Sabbath, infine, conferma il passaggio di testimone tra la storica band di Birmingham e i nuovi campioni del metallo.
"Victim Of Changes" è il capolavoro assoluto: sinfonia di chiara ascendenza Deep Purple e tipicamente anni 70, ma con un carattere proprio - anche solo per l'acutezza della voce di Halford - che le consente di dire e fare cose del tutto nuove. Altri capolavori sono: "The Ripper", con un lavorio chitarristico colossale e di fondamentale influenza, con atmosfera epica e desolata, tanto diretto - esistenziale - quanto orchestrato; "Dreamer Deceiver", la quintessenza della "ballata progressiva" con cui faranno miliardi tante mediocri band progressive-metal vent'anni dopo - con brani imparagonabili ovviamente a questa superba ode alla mestizia e allo sconforto; "Prelude", strumentale al pianoforte capace di toccare vertici di tensione - e atmosfera - da un Morricone dark.
Gli altri brani sono: "Deceiver" più sul rock n'roll (Ac/Dc) che sull'epico; "Tyrant", perversa e cupa corsa alla ricerca di una melodia puntualmente trovata - decisiva l'influenza dei Black Sabbath per la chitarra, specie ritmica (quella solista incorpora suoni più sperimentali e "americani"): un po' in ombra il resto della sezione ritmica; "Genocide", con chitarre acido-ruvide allora di moda e nel complesso troppo succube dell'hard-rock degli Ac/Dc; "Epitaph", melensa - e sui generis - serenata al pianoforte, capace però - oltre che di far vedere tutte le doti istrioniche del gruppo - di collegare il surrealismo dei Queen alla retorica dei Savatage ("Streets"), a mezzo di una soffice nostalgia; "Island Of Domination" è tutto sommato una manieristica riproposizione dei capolavori, ma occasionalmente - come nel ritornello, nelle distorsioni della chitarra, nei cambiamenti di tempo - vanta intuizioni che racchiudono in sé tutto il perché del metal futuro.
"Victim Of Changes", "The Ripper", "Dreamer Deceiver" bastano queste tre composizioni ai Judas Priest per entrare nella storia.

Con Sin After Sin (1977) si inaugura l'interminabile serie di alti e bassi che costituisce la caratteristica precipua dei Judas Priest, unico gruppo al mondo capace di passare nel giro di un anno da un'opera assoluta come quella del '76, a una assolutamente indecente - insostenibile e indifendibile - come la presente. Il tutto quando a Londra infuriava il punk. Di luce propria vive "Here Come the Tears", brano sperimentale e d'atmosfera che è un capolavoro d'intensità e contrizione pari a quelli di Nick Cave.

Stained Class (1978) cambia completamente le carte in tavola, stabilendo quello che sarà il suono dei Judas Priest anni Ottanta, capace di influenzare, più o meno direttamente, chiunque all'epoca si sia approcciato al metal o all'hard-rock. Già l'iniziale "Exciter", veloce e potente, è un brano capitale. Non da meno la pestifera "White Heat, Red Hot", che stabilisce un altro buon numero di clichè. Più di canzoni belle, come in Sad Wings of Destiny, si tratta di canzoni formalmente importanti. Gli echi epici di "Stained Class" si sentiranno sino a King Diamond e all'epic-metal degli anni Novanta; "Saints In Hell" riaggiorna da par suo i rituali malsani dei Black Sabbath; "Savage" spinge sul pedale della pesantezza e la lunga "Beyond The Realms Of Death" riporta a "Victim Of Changes", perdendo in fascino ciò che acquista in forza.

Lo stesso anno esce Killing Machine (la versione americana è del 1979 e si intitola "Hell Bent For Leather"), altro lavoro solido e ispirato, oltre che, per l'epoca, davvero incendiario su tutti i fronti. Si segnalano lo schiacciasassi "Delivering The Goods", "Hell Bent For Leather" con un canto grottesco che prelude al rap, il capolavoro tenebroso "Evil Fantasies", l'inno da arena "Take On The World". Sulla ballata semi-acustica "Before The Dawn" si moduleranno le croci e delizie di tanti album metal fino ai nostri giorni.

British Steel (1980) è il sesto album in cinque anni e ha poco da aggiungere ai risultati estetici consolidati nelle tre opere precedenti, che sono consistiti nel passaggio dalla massima delucidazione del sound anni 70 ("Sad Wings Of Destiny") alla fondazione di quello anni 80 - sound in parte negato dagli avanguardisti del genere Iron Maiden e Metallica. Ora, l'epico che aveva contraddistinto "Sad Wings Of Destiny", viene messo da parte per un contesto - dal suono ai testi - tutto rock n'roll. Da qui in avanti, il trio Downing/Halford/Tipton prenderà per tutti gli anni 80 il sopravvento su Tipton - che l'aveva avuto negli anni 70 - nella composizione dei brani.
I capolavori sono: "Breaking The Law", con uno dei riff più granitici e memorabili della storia e con una magniloquente ripetizione del titolo come piace ai metallari; "United", irresistibile inno da arena capace di fondare da solo una setta di adepti; "The Rage", vertice di malizia e perversione - ma senza dimenticare, come norma, il lato più tetro e nero delle cose -, ora tintinnato ora deflagrante. Gli altri brani sono: "Rapid Fire" giostra di velocità quasi thrash (Motorhead); "Metal Gods", quintessenza - nelle intenzioni, perché nella forma (vedi il ritornello) siamo a livelli da "vocal-group"- dell'acritica dedizione al genere propugnata dai Judas Priest - da qui il nostrano "Gods of Metal"; "Grinder", ancora sincope su sincope e ancora riducibile a un mostruoso blues; "Living After Midnight", brano tutto ispirato dai Kiss del decennio precedente; "You Don't Have to Be Old to Be Wise" nulla di nuovo sotto il sole - enciclopedia di un quindicennio hard-rock; "Steeler", squadrato e potente hard-rock da strada o combattimento, con immani riff di chitarra.

Point Of Entry (1981) è per l'inizio degli anni Ottanta quello che Sin After Sin era stato per tutti i Settanta: un passo falso. Il problema è che nella nuova decade, ricca di glorie e riconoscimenti per il gruppo, la rotta si inverte per cui, all'interno di un'enorme massa di mediocrità, l'unico passa falso sempre essere quello, compiuto nel 1982, in direzione della buona musica.

Se Sad Wings Of Destiny è il miglior album dei Judas Priest anni 70 - e il migliore in assoluto - Screaming For Vengeance (No. 17 in Usa) è il migliore degli anni 80, nonché il culmine di quella parabola - da qui in avanti discendente - e di quel sound avviato quattro anni prima con Stained Class (e parallelo all'affrancamento dai Black Sabbath). È il prototipo del metal-classico, pur ancora unto di hard-rock e non puro come quello degli Iron Maiden; metal-classico, che rappresenta il filone alternativo all'heavy-metal - e a tutti i suoi sottogeneri - dei Metallica. I capolavori sono: l'intro "The Hellion" speculare al coevo "The Ides Of March" degli Iron Maiden, con cui se la batte per l'epos granitico e oscuro che costituisce entrambe; "Electric Eye", con i tre riff iniziali tra i più devastanti ed epidermici dell'intera storia del rock (tra "Breaking The Law" e "Ain't Talkin' 'Bout Love" dei Van Halen) - poi prosegue in tipico sound-artificiale anni 80, ma intriso di esistenzialismo; "Pain And Pleasure", paludoso, lento e viziosissimo - anche per via della melodia - rituale della perdizione. Gli altri brani sono: "Riding On The Wind", di gran struttura e piglio da cantante nero di soul invasato; "Bloodstone", che dopo una serpentina alla Eddie Van Halen si cala in un torbido tunnel capace di affacciarsi in ambienti luminosi (la melodia); "(Take These) Chains", brano di chiara ascendenza hard-rock, genere di cui incarna tutto il potenziale di appeal; "Screaming For Vengeance", il brano finalmente heavy e finalmente davvero veloce - per quest'ultima componente sarà a dir poco basilare per i Guns n' Roses; "You've Got Another Thing Comin'", troppo Def Leppard nell'avvio, irresistibile nella strofa che introduce il ritornello, il quale però risulta compiaciuto e troppo gretto; "Fever", impeccabile ballata al sapore d'infanzia e abbandono, con un ritornello oggi improponibile - tutto sintetico com'è; "Devil's Child", il vecchio vizio dei Judas Priest di compromettersi con gli Ac/Dc - a queste stagioni davvero stantii.

Su Defenders Of The Faith (1984) il gruppo riesce a stare a galla, cercando di adeguarsi ai canoni che ha contribuito a stabilire, anche se, rispetto a Iron Maiden e Metallica, con un suono tutto sommato hard-rock e vieto. "Jawbreaker", "Rock Hard Ride Free", "The Sentinel" i numeri migliori, i brani che restano validi ancor'oggi. Bene pure la cadenzata progressione di "Night Comes Down", con l'incedere oscuro, anche se già risentito, proprio dei tempi migliori. In brani come "Love Bites", la nascita e morte di un suono sintetico all'epoca solo di moda e oggi solo ridicolo. "Some Heads Are Gonna Roll" è invece un epico impacciato, a dimostrazione di quanto il gruppo si lasciasse agevolmente e ampiamente sedurre dalla commerciabilità del proprio lavoro.

Dopo ben quattro anni, segno che il gruppo al momento non sa fare altro che gustarsi i soldi comunque meritatamente guadagnati, in Turbo (1986), preda dei sintetizzatori, i Judas Priest inventano, forse senza volerlo, un nuovo genere: il metal-gay. Sarà il loro album più venduto.

Ram It Down (1988) sposta il baricentro dal pop all'heavy-metal di Defenders Of The Faith; il problema è che il suono che ne risulta è tremendamente obsoleto. "Ram It Down", ad esempio, strumentalmente è valida, sul modello dei Motorhead; è la voce di Halford, nello stile e nel timbro, che non va: quella voce che forgiò i brani migliori del gruppo, adesso è spersa e senza senso: potrebbe abbracciare i generi che ha contribuito a far nascere, dal progressive all'epic, ma non può farlo, perché la band non ha ancora un'identità in alcuna direzione. Per "Heavy Metal" lo stesso discorso: spunti interessanti ma fine a se stessi della parte strumentale e un Halford che si mette a fare il verso a Ozzy Osbourne. "Hard As Iron" fa invece il verso agli Helloween.
Per titoli dei brani, liriche, copertine, look del gruppo eccetera, qui più che mai vogliamo sperare che siano volutamente insulsi, adolescenziali e stupidi, mero pretesto per la musica, a prescindere dal fatto che se ne sia trovata una più o meno buona. In caso contrario, saremmo di fronte a uno degli esempi più deleteri dell'intera storia del rock.

Painkiller (1990) è l'ultimo, grande, colpo di coda dei Judas Priest. Il migliore album da Screaming For Vengeance, capace di far dimenticare tutti quelli inutili mediani, vede in pratica un'altra band. Adesso essa suona come si suona nell'anno che corre. Siamo anzi di fronte all'unico, vero album metal dei Judas Priest. Precedentemente, anche nelle prove migliori, il gruppo aveva conservato sempre un alone di hard-rock. Ora, questa duplicità tra metal e hard-rock che aveva sempre caratterizzato il loro suono, i Judas Priest la spostano tutta a vantaggio del primo. Grazie alla doppia cassa del nuovo batterista Scott Travis e a chitarre squadrate come l'heavy vuole, l'album insuffla la voce dark-epic di Halford in strutture che riprendono a piene mani dai generi più in voga, come se i padri, con qualche imbarazzo per l'età, andassero a lezione dai figli, portando però la loro esperienza e il loro fascino di vissuti. Essenzialmente si può definire questa musica come "power-metal", nel senso in cui si usa questo termine per gli Helloween: esemplare in questo rispetto "Painkiller". La scrittura delle canzoni non è un gran che: non vi sono belle canzoni. Il punto, però, che rende unico questo lavoro è nella fantasia, nella foga e nella bramosia dell'esecuzione; si riesce davvero a far dimenticare cosa si suoni a tutto vantaggio di un come che è ad alti livelli. Pur in linea con mille altri lavori coevi, riesce a distinguersi tra tutti. Difficile, per i motivi detti, segnalare un brano migliore dell'altro o più esemplificativo. Tour de force di grande impatto sono di certo "Hell Patrol" e "One Shot At Glory": d'alta scuola i numeri progressivi alle chitarre nella seconda e i singhiozzi di riff deturpati dalle scariche della batteria nella prima. Vari fantasmi vengono qua e là evocati: dagli Iron Maiden ("Between The Hammer & The Anvil"), agli Accept, ai Manowar ("Battle Hymn" - non solo per il titolo) e Mercyful Fate ("Metal Meltdown"), fino ai Diamond Head; comunque tutti ben digeriti. Vi sono poi brani apparentemente retorici e in realtà, forse anche per il gioco di produzione, anomali, come "A Touch Of Evil" che, per le tastiere, largamente anticipa, ad esempio, gli Stratovarius.
Painkiller è un'enciclopedia del metal anni Novanta, con il sentimento di un passato luciferino e i presentimenti per certe direzioni metal del futuro.

Nel '91 Halford lascia il gruppo. I Judas Priest danno alle stampe, lentamente e macchinosamente, due album col cantante Tim Owens. Quello di Jugulator (1997) e Demolition (2001) è heavy-metal atmosferico, sterile e zeppo di celluloide, ma se non altro aggiornato alle sonorità moderne e con in più uno strascico retrò che non guasta. Se i momenti più imbarazzanti sono ballate muffose come "Cathedral Spires", non mancano serpentine scalmanate e ben piazzate, valevoli come sorta di musica preconfezionata per supermercati metal. Il secondo album avanza poi tutta una serie di velleità che dovrebbero oltrepassare il conformismo del genere. "Subterfuge" o "Machine Man", per dire, si avvicinano ai Metallica di "Load". Del resto, i Judas Priest non hanno mai esitato a scopiazzare di qua e di là nel tentativo di adeguarsi alle mode.

Nel 2005 è la volta di Angel Of Retribution, con la formazione originale (Halford, Downing, Tipton); ma in un mondo dove un Frank Black fa da spalla a un Brian Molko - accadde a Milano il 26 ottobre 2003 - il rock è senza dubbio morto.

Judas Priest

New wave of British Metal

di Tommaso Franci

Pionieri della New Wave Of British Heavy Metal, i Judas Priest hanno scritto capitoli fondamentali del genere, assurgendo a icone "hard", dall'abbigliamento pelle e borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho rock, tra sesso e moto. Ecco una radiografia della loro trentennale carriera
Judas Priest
Discografia
 Rocka Rolla (Repertoire, 1974)

6

Sad Wings Of Destiny (Koch, 1976)

8

 Sin After Sin (Columbia, 1977)

4,5

 Stained Glass (Columbia, 1978)

7

 Killing Machine (CBC, 1978)

6,5

 British Steel (Columbia, 1980)

6,5

 Point Of Entry (Columbia, 1981)

5

Screaming For Vengeance (Columbia, 1982)

7,5

 Defenders Of The Faith (Columbia, 1984)

6,5

 Turbo (Columbia, 1986)

3

 Ram It Down (Columbia, 1988)

6

Painkiller (Columbia, 1990)

7,5

 Jugulator (CMC, 1997)

5

 Demolition (Atlantic, 2001)

5

 Angel of Retribution (Epic, 2005)

5

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