Judas Priest

Judas Priest

I padri del metal

di Tommaso Franci

Considerati i padri dell'Heavy Metal, i Judas Priest hanno scritto capitoli fondamentali del genere, assurgendo a icone "hard", dall'abbigliamento pelle e borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho rock, tra sesso e moto. Ecco una radiografia della loro trentennale carriera
Tra i padri fondatori del metal, ma senza essere mai all'avanguardia come Iron Maiden e Metallica, che pure senza di loro sarebbero impossibili, i Judas Priest (Birmingham, 1970) hanno, nel corso della loro lunghissima carriera, significativamente interpretato, in buona parte creandolo, il suono metallico di tre decadi. Quelle degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Sad Wings of Destiny, il loro capolavoro, è la summa dell'hard-rock più prossimo al metal degli anni Settanta. Screaming For Vengeance - anticipato da tutta una serie di album che ne elaborano le dinamiche - è la fonte per il sound anni Ottanta di quel filone - rigogliosissimo - di metal/hard-rock parallelo e irriducibile al metal classico degli Iron Maiden e all'heavy-metal dei Metallica. Painkiller battezza gli anni Novanta, dominati dal progressive-metal.
È difficile trovare un gruppo metal che non ne sia stato in qualche modo influenzato. Parlare di gruppi come i Judas Priest significa forse parlare di un'altra epoca rispetto all'odierna. Ma il fatto che siano ancora attivi ancora oggi, e celebratissimi da innumerevoli formazioni, significa solo che di quell'epoca non ci si è stancati e si ha necessità di frequentarla, sia pure con tanta polvere di museo. 

I Judas Priest erano costituiti dai chitarristi Glenn Tipton e K.K. Downing e dal cantante Rob Halford. Le robuste e avvolgenti tessiture dei primi - debitori segnatamente di Ritchie Blackmore -, il falsetto potente e multicolore del secondo, avranno un'influenza enorme sui posteri come sui contemporanei. Anche negli atteggiamenti più esteriori, i tre fecero scuola, assicurandosi per le loro sceneggiate le prime pagine delle riviste: dall'abbigliamento pelle e borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho rock, tra morbosità necrofila e sessuale ed epica rozzissima - di cui gli esempi abbondano (basti attestare concerti con l'intervento di moto Harley-Davidson sul palco). I Judas Priest, quando non le hanno create, hanno seguito le mode, mai disdegnando di agevolare i loro introiti finanziari e di scendere al compromesso col mercato.

L'esordio, Rocka Rolla (1974), non è il tremendo album che di solito si vuole far credere. Uscito in un momento di stanca innovativa dell'hard-rock inglese e del rock in generale, riesce, pur rimanendo nell'alveo hard-rock, ad avanzare importanti passi verso quello metal. I debiti, poi, non sono solo verso Deep Purple ("Rocka Rolla") e Black Sabbath ("Never Satisfied"), ma anche, ad esempio, verso i Traffic ("One For Road"). L'album tenta in modo un po' confuso e ingenuo di porsi tra le varie correnti dell'epoca; ha però la funzione di smuovere perlomeno le acque e, nella voce di Halford, di preludere a esiti futuri che non si faranno troppo attendere.

Sad Wings Of Destiny (1976) è uno dei dieci album metal più importanti di sempre. Per innovazioni e qualità intrinseca dei brani, siamo sui livelli di "Paranoid", "Overkill", "Diamond Head", "Iron Maiden", "Kill'em All". Siamo sui livelli delle altre due colossali opere del '76 - anno mirabilis per l'hard & heavy, come sarà l'83 - "Rising" dei Rainbow e "2112" dei canadesi prog Rush; il coevo "Technical Ecstacy" dei Black Sabbath, infine, conferma il passaggio di testimone tra la storica band di Birmingham e i nuovi campioni del metallo.
"Victim Of Changes" è il capolavoro assoluto: sinfonia di chiara ascendenza Deep Purple e tipicamente anni 70, ma con un carattere proprio - anche solo per l'acutezza della voce di Halford - che le consente di dire e fare cose del tutto nuove. Altri capolavori sono: "The Ripper", con un lavorio chitarristico colossale e di fondamentale influenza, con atmosfera epica e desolata, tanto diretto - esistenziale - quanto orchestrato; "Dreamer Deceiver", la quintessenza della "ballata progressiva" con cui faranno miliardi tante mediocri band progressive-metal vent'anni dopo - con brani imparagonabili ovviamente a questa superba ode alla mestizia e allo sconforto; "Prelude", strumentale al pianoforte capace di toccare vertici di tensione - e atmosfera - da un Morricone dark.
Gli altri brani sono: "Deceiver" più sul rock n'roll (Ac/Dc) che sull'epico; "Tyrant", perversa e cupa corsa alla ricerca di una melodia puntualmente trovata - decisiva l'influenza dei Black Sabbath per la chitarra, specie ritmica (quella solista incorpora suoni più sperimentali e "americani"): un po' in ombra il resto della sezione ritmica; "Genocide", con chitarre acido-ruvide allora di moda e nel complesso troppo succube dell'hard-rock degli Ac/Dc; "Epitaph", melensa - e sui generis - serenata al pianoforte, capace però - oltre che di far vedere tutte le doti istrioniche del gruppo - di collegare il surrealismo dei Queen alla retorica dei Savatage ("Streets"), a mezzo di una soffice nostalgia; "Island Of Domination" è tutto sommato una manieristica riproposizione dei capolavori, ma occasionalmente - come nel ritornello, nelle distorsioni della chitarra, nei cambiamenti di tempo - vanta intuizioni che racchiudono in sé tutto il perché del metal futuro.
"Victim Of Changes", "The Ripper", "Dreamer Deceiver" bastano queste tre composizioni ai Judas Priest per entrare nella storia.

Con Sin After Sin (1977) i Judas Priest portano avanti il proprio discorso entrando finalmente sotto una major, la CBS. Si tratta di un album di transizione che in alcuni frangenti inizia a far intravedere lo sviluppo del loro stile che troverà definitiva completezza nei dischi successivi, potenti e taglienti, pur rimanendo complessivamente ancora molto legato alle coordinate che Sad Wings of Destiny ha impresso nella scena inglese. Si avverte una certa influenza dei Deep Purple sia nelle linee vocali che nei suoni, difatti la produzione è affidata a Roger Glover che però in questa occasione si rivela deludente, ovattando chitarre e sezione ritmica. Tra i brani maggiormente riusciti, entrati ormai tra i classici della produzione priestiana, ci sono pezzi trascinanti e carismatici come "Sinner" o "Dissident Aggressor", in cui a svettare è soprattutto proprio Halford, che si conferma come uno dei cantanti rock più espressivi e intensi degli anni 70. Di luce propria vive "Here Come the Tears", brano sperimentale e d'atmosfera che è un capolavoro d'intensità e contrizione pari a quelli di Nick Cave. Il successo principale però è "Diamonds And Rust", riuscita cover di Joan Baez.

Stained Class (1978) a questo punto cambia completamente le carte in tavola, stabilendo quello che sarà il suono dei Judas Priest anni Ottanta, capace di influenzare, più o meno direttamente, chiunque all'epoca si sia approcciato al metal o all'hard-rock. Già l'iniziale "Exciter", veloce e potente, è un brano capitale. Non da meno la pestifera "White Heat, Red Hot", che stabilisce un altro buon numero di clichè. Più di canzoni belle, come in Sad Wings of Destiny, si tratta di canzoni formalmente importanti. Gli echi epici di "Stained Class" si sentiranno sino a King Diamond e all'epic-metal degli anni Novanta; "Saints In Hell" riaggiorna da par suo i rituali malsani dei Black Sabbath; "Savage" spinge sul pedale della pesantezza e la lunga "Beyond The Realms Of Death" riporta a "Victim Of Changes", perdendo in fascino ciò che acquista in forza.

Lo stesso anno esce Killing Machine (la versione americana è del 1979 e si intitola "Hell Bent For Leather"), altro lavoro solido e ispirato, oltre che, per l'epoca, davvero incendiario su tutti i fronti. Si segnalano lo schiacciasassi "Delivering The Goods", "Hell Bent For Leather" con un canto grottesco che prelude al rap, il capolavoro tenebroso "Evil Fantasies", l'inno da arena "Take On The World". Sulla ballata semi-acustica "Before The Dawn" si moduleranno le croci e delizie di tanti album metal fino ai nostri giorni.

British Steel (1980) è il sesto album in cinque anni e ha poco da aggiungere ai risultati estetici consolidati nelle tre opere precedenti, che sono consistiti nel passaggio dalla massima delucidazione del sound anni 70 ("Sad Wings Of Destiny") alla fondazione di quello anni 80 - sound in parte negato dagli avanguardisti del genere Iron Maiden e Metallica. Ora, l'epico che aveva contraddistinto "Sad Wings Of Destiny", viene messo da parte per un contesto - dal suono ai testi - tutto rock n'roll. Da qui in avanti, il trio Downing/Halford/Tipton prenderà per tutti gli anni 80 il sopravvento su Tipton - che l'aveva avuto negli anni 70 - nella composizione dei brani.
I capolavori sono: "Breaking The Law", con uno dei riff più granitici e memorabili della storia e con una magniloquente ripetizione del titolo come piace ai metallari; "United", irresistibile inno da arena capace di fondare da solo una setta di adepti; "The Rage", vertice di malizia e perversione - ma senza dimenticare, come norma, il lato più tetro e nero delle cose -, ora tintinnato ora deflagrante. Gli altri brani sono: "Rapid Fire" giostra di velocità quasi thrash (Motorhead); "Metal Gods", quintessenza - nelle intenzioni, perché nella forma (vedi il ritornello) siamo a livelli da "vocal-group"- dell'acritica dedizione al genere propugnata dai Judas Priest - da qui il nostrano "Gods of Metal"; "Grinder", ancora sincope su sincope e ancora riducibile a un mostruoso blues; "Living After Midnight", brano tutto ispirato dai Kiss del decennio precedente; "You Don't Have to Be Old to Be Wise" nulla di nuovo sotto il sole - enciclopedia di un quindicennio hard-rock; "Steeler", squadrato e potente hard-rock da strada o combattimento, con immani riff di chitarra.

Point Of Entry (1981) è per l'inizio degli anni Ottanta quello che Sin After Sin era stato per tutti i Settanta: un album di transizione. Il problema qui però è che nella nuova decade, ricca di glorie e riconoscimenti per il gruppo, la rotta si inverte per cui, all'interno di un'enorme massa di mediocrità, l'unico passa falso sembra essere quello, compiuto nel 1982, in direzione della buona musica.

Se Sad Wings Of Destiny è il miglior album dei Judas Priest anni 70, Screaming For Vengeance (No. 17 in Usa) è il migliore degli anni 80, nonché il culmine di quella parabola - da qui in avanti discendente - e di quel sound avviato quattro anni prima con Stained Class (e parallelo all'affrancamento dai Black Sabbath). È il prototipo del metal-classico, pur ancora unto di hard-rock e non puro come quello degli Iron Maiden; metal-classico, che rappresenta il filone alternativo all'heavy-metal - e a tutti i suoi sottogeneri - dei Metallica. I capolavori sono: l'intro "The Hellion" speculare al coevo "The Ides Of March" degli Iron Maiden, con cui se la batte per l'epos granitico e oscuro che costituisce entrambe; "Electric Eye", con i tre riff iniziali tra i più devastanti ed epidermici dell'intera storia del rock (tra "Breaking The Law" e "Ain't Talkin' 'Bout Love" dei Van Halen) - poi prosegue in tipico sound-artificiale anni 80, ma intriso di esistenzialismo; "Pain And Pleasure", paludoso, lento e viziosissimo - anche per via della melodia - rituale della perdizione. Gli altri brani sono: "Riding On The Wind", di gran struttura e piglio da cantante nero di soul invasato; "Bloodstone", che dopo una serpentina alla Eddie Van Halen si cala in un torbido tunnel capace di affacciarsi in ambienti luminosi (la melodia); "(Take These) Chains", brano di chiara ascendenza hard-rock, genere di cui incarna tutto il potenziale di appeal; "Screaming For Vengeance", il brano finalmente heavy e finalmente davvero veloce - per quest'ultima componente sarà a dir poco basilare per i Guns n' Roses; "You've Got Another Thing Comin'", troppo Def Leppard nell'avvio, irresistibile nella strofa che introduce il ritornello, il quale però risulta compiaciuto e troppo gretto; "Fever", impeccabile ballata al sapore d'infanzia e abbandono, con un ritornello oggi improponibile - tutto sintetico com'è; "Devil's Child", il vecchio vizio dei Judas Priest di compromettersi con gli Ac/Dc - a queste stagioni davvero stantii.

Su Defenders Of The Faith (1984) il gruppo si riconferma tra gli esponenti di punta dell'heavy-metal, cercando di adeguarsi ai canoni che ha contribuito a stabilire e strizzando l'occhio allo speed-metal. "Jawbreaker", l'accept-iana "Freewheel Burning", "Heavy Duty", "Rock Hard Ride Free", "The Sentinel" e la title track i numeri migliori, brani tra i classici del gruppo. Bene pure la cadenzata progressione di "Night Comes Down", con l'incedere oscuro, anche se già risentito, proprio dei tempi migliori. In brani come "Love Bites", la nascita e morte di un suono sintetico all'epoca di moda e che troverà maggiore espressione nel disco successivo. "Some Heads Are Gonna Roll" è invece un epico impacciato, a dimostrazione di quanto il gruppo si lasciasse agevolmente e ampiamente sedurre dalla commerciabilità del proprio lavoro. Ma non compromette l'equilibrio complessivo dell'album.

Dopo due anni arriva Turbo (1986) dove, preda dei sintetizzatori, i Judas Priest giocano a flirtare, magari in maniera un po' ruffiana, con il pop-metal, il glam-metal e la new-wave. Anche i testi cambiano notevolmente, orientandosi maggiormente su tematiche amorose e romantiche. È un album anomalo, che all'epoca spaccò in due il pubblico, ricco di tracce molto orecchiabili e diverse hit trascinanti, ma totalmente lontane dal gusto e dal piglio dell'heavy-metal.  Il pubblico metal di vecchia data lo disdegna ancora oggi, ma per i Judas Priest sarà il loro album più venduto fino al 2005. 

Ram It Down (1988) sposta il baricentro dal pop all'heavy-metal di Defenders Of The Faith; il problema è che il suono che ne risulta è tremendamente obsoleto. "Ram It Down", ad esempio, strumentalmente è valida, sul modello dei Motorhead; è la voce di Halford, nello stile e nel timbro, che non va: quella voce che forgiò i brani migliori del gruppo, adesso è spersa e senza senso: potrebbe abbracciare i generi che ha contribuito a far nascere, dal progressive all'epic, ma non può farlo, perché la band non ha ancora un'identità in alcuna direzione. Per "Heavy Metal" lo stesso discorso: spunti interessanti ma fine a se stessi della parte strumentale e un Halford che si mette a fare il verso a Ozzy Osbourne. "Hard As Iron" fa invece il verso agli Helloween.
Per titoli dei brani, liriche, copertine, look del gruppo eccetera, qui più che mai vogliamo sperare che siano volutamente insulsi, adolescenziali e stupidi, mero pretesto per la musica, a prescindere dal fatto che se ne sia trovata una più o meno buona. In caso contrario, saremmo di fronte a uno degli esempi più deleteri dell'intera storia del rock.

Painkiller (1990) è l'ultimo, grande, colpo di coda dei Judas Priest. Il migliore album da Screaming For Vengeance, capace di far dimenticare tutti quelli inutili mediani, vede in pratica un'altra band. Adesso essa suona come si suona nell'anno che corre. Siamo anzi di fronte all'unico, vero album metal dei Judas Priest. Precedentemente, anche nelle prove migliori, il gruppo aveva conservato sempre un alone di hard-rock. Ora, questa duplicità tra metal e hard-rock che aveva sempre caratterizzato il loro suono, i Judas Priest la spostano tutta a vantaggio del primo. Grazie alla doppia cassa del nuovo batterista Scott Travis e a chitarre squadrate come l'heavy vuole, l'album insuffla la voce dark-epic di Halford in strutture che riprendono a piene mani dai generi più in voga, come se i padri, con qualche imbarazzo per l'età, andassero a lezione dai figli, portando però la loro esperienza e il loro fascino di vissuti. Essenzialmente si può definire questa musica come "power-metal", nel senso in cui si usa questo termine per gli Helloween: esemplare in questo rispetto "Painkiller". La scrittura delle canzoni non è un gran che: non vi sono belle canzoni. Il punto, però, che rende unico questo lavoro è nella fantasia, nella foga e nella bramosia dell'esecuzione; si riesce davvero a far dimenticare cosa si suoni a tutto vantaggio di un come che è ad alti livelli. Pur in linea con mille altri lavori coevi, riesce a distinguersi tra tutti. Difficile, per i motivi detti, segnalare un brano migliore dell'altro o più esemplificativo. Tour de force di grande impatto sono di certo "Hell Patrol" e "One Shot At Glory": d'alta scuola i numeri progressivi alle chitarre nella seconda e i singhiozzi di riff deturpati dalle scariche della batteria nella prima. Vari fantasmi vengono qua e là evocati: dagli Iron Maiden ("Between The Hammer & The Anvil"), agli Accept, ai Manowar ("Battle Hymn" - non solo per il titolo) e Mercyful Fate ("Metal Meltdown"), fino ai Diamond Head; comunque tutti ben digeriti. Vi sono poi brani apparentemente retorici e in realtà, forse anche per il gioco di produzione, anomali, come "A Touch Of Evil" che, per le tastiere, largamente anticipa, ad esempio, gli Stratovarius.
Painkiller è un'enciclopedia del metal anni Novanta, con il sentimento di un passato luciferino e i presentimenti per certe direzioni metal del futuro.

Nel '91 Halford lascia il gruppo. I Judas Priest danno alle stampe, lentamente e macchinosamente, due album col cantante Tim Owens. Quello di Jugulator (1997) e Demolition (2001) è heavy-metal atmosferico, sterile e zeppo di celluloide, ma se non altro aggiornato alle sonorità moderne (flirtando col groove-metal) e con in più uno strascico retrò che non guasta. Se i momenti più imbarazzanti sono ballate muffose come "Cathedral Spires", non mancano serpentine scalmanate e ben piazzate, valevoli come sorta di musica preconfezionata per supermercati metal. Il secondo album avanza poi tutta una serie di velleità che dovrebbero oltrepassare il conformismo del genere. "Subterfuge" o "Machine Man", per dire, si avvicinano ai Metallica di "Load". 

Nel 2005 è la volta di Angel Of Retribution, con la formazione originale (Halford, Downing, Tipton). È un album di tributo ai fasti di un tempo, con pezzi trascinanti (l'impetuosa e frenetica "Hellrider", la power-ballad stereotipata ma emozionante "Angel", il finale doom-metal di "Lochness") alternati ad altri un po' più anonimi, nel complesso godibile, potente, trascinante e atmosferico. Sono brani che mostrano un gruppo che recupera la propria forma dopo le precedenti scialbe prove, tra assoli taglienti, riff potenti, linee vocali carismatiche e ritmiche impetuose.

Purtroppo nel 2008 viene dato alla luce Nostradamus, uno dei peggiori album del gruppo, che a fronte di una manciata di pezzi godibili, offre un pacchetto complessivo privo di consistenza, tempestato di cliché stilistici tronfi. L'aggiunta di elementi symphonic-metal, come tastiere suggestive e cori di sottofondo, può sembrare interessante, ma il risultato in realtà è quello di suonare pacchiano e pomposo. L'eccessivo minutaggio (102 minuti) rende inoltre pesante l'ascolto. Nell'intenzione (del manager Bill Curbishley, fonte dell'idea) l'album sarebbe dovuto essere un concept profondo, melodrammatico e articolato ma il gruppo non è a suo agio in questa veste.

Nel 2011 il chitarrista K.K. Downing lascia il gruppo dopo tanti anni ad alti livelli, viene rimpiazzato da Richie Faulkner.

Il primo album senza il fondatore Downing è Redeemer Of Souls, esce nel 2014 ma ancora una volta il risultato è troppo insipido. Il gruppo copia sé stesso e non riesce a trovare la ricetta giusta per offrire almeno canzoni godibili e accattivanti, i brani sono inoltre suonati stancamente per inerzia e manca parte della perizia esecutiva mostrata solitamente dal gruppo. A peggiorare la situazione è anche la produzione mediocre. Incapace sia di rinnovarsi efficacemente, sia di azzeccarci nella scrittura delle canzoni, è da tanti anni che sembra ormai che la formazione di Birmingham non abbia più nulla da dire (con la sola eccezione dell'exploit del 2005). 

A questo punto chi mai si aspetterebbe che un gruppo formatosi ufficialmente nel lontano 1969 possa continuare a pubblicare dischi nel 2018, e magari riuscire a fare il colpo di coda proponendo qualcosa di valido dopo tante uscite mediocri? Invece Firepower, giunto nel 2018, sorprendentemente funziona: c'è grinta, c'è pathos, c'è un songwriting curato, ci sono riff trascinanti e assoli taglienti come non se ne sentivano dal 2006. È un lavoro di maniera, che riporta direttamente al periodo d'oro del gruppo, e può risultare un po' prevedibile nella musica e nei testi, quindi annoierà chi cerca innovazioni. Può suonare fuori tempo massimo rispetto al resto della scena, ma da dei decani come i Judas Priest non ci sarebbe da aspettarsi altro, e comunque le canzoni convincono. Forse ripetersi sarà impossibile a questa età avanzata, e questo disco risulta un canto del cigno, ultimo colpo di classe in una carriera costellata di grandi successi come di momenti molto difficili. 

Come nota finale, il 12 febbraio 2018 il chitarrista Glenn Tipton ha annunciato di essere affetto dal morbo di Parkinson, a lui ovviamente vanno i migliori auguri e il rispetto dovuto per quanto ha saputo dimostrare nella sua carriera eccezionale.


Contributi minori di Alessandro Mattedi (Turbo, Angel of Retribution, Nostradamus, Redeemer of Souls, Firepower).

Judas Priest

I padri del metal

di Tommaso Franci

Considerati i padri dell'Heavy Metal, i Judas Priest hanno scritto capitoli fondamentali del genere, assurgendo a icone "hard", dall'abbigliamento pelle e borchie (che si dice abbiano inventato) al revival del mito del macho rock, tra sesso e moto. Ecco una radiografia della loro trentennale carriera
Judas Priest
Discografia


 Rocka Rolla (Repertoire, 1974)

 

Sad Wings Of Destiny (Koch, 1976)

 

 Sin After Sin (Columbia, 1977)

 

Stained Class (Columbia, 1978)

 

Killing Machine (CBC, 1978)

 

 British Steel (Columbia, 1980)

 

 Point Of Entry (Columbia, 1981)

 

Screaming For Vengeance (Columbia, 1982)

 

Defenders Of The Faith (Columbia, 1984)

 

 Turbo (Columbia, 1986)

 

 Ram It Down (Columbia, 1988)

 

Painkiller (Columbia, 1990)

 

 Jugulator (CMC, 1997)

 

 Demolition (Atlantic, 2001)

 

 Angel Of Retribution (Epic, 2005)

 

 Nostradamus (Epic, 2008)

 

 Redeemer Of Souls (Epic, 2014) 
 Firepower (Epic, 2018) 
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