King Gizzard & The Lizard Wizard

King Gizzard & The Lizard Wizard

Alterazioni psichedeliche

di Gianfranco Marmoro

Da cult band a promessa del rock psichedelico: l'intensa storia dei sette ragazzi australiani innamorati di vinili e vecchi film western
Ci sono normalmente due ragioni ben diverse per le quali si usa il termine psichedelia: la prima nasce dall’esigenza di catalogare prodotti artistici e musicali per pure esigenze di valutazione e analisi, la seconda è invece legata alla genesi culturale del movimento e alla stimolazione psichica attraverso mezzi chimici e naturali atta a provocare percezioni sensoriali e mentali non usuali. Il senso avventuroso, aspro e a volte astratto con il quale i King Gizzard & The Lizard Wizard affrontano i canoni della psichedelia pone la band di Melbourne in una geniale terra di mezzo, dove i criteri codificati vengono rimestati con insani propositi, eccitando sia i nostalgici degli anni 60, che i fruitori della psichedelia contemporanea.

La loro storia comincia nel 2010, quando i sette ragazzi abbattono le barriere territoriali e la distanza di 400 chilometri tra Anglesea e Deniliquin, che li pone su due poli dell’Australia, per dar vita a tutte le idee sviluppate durante i loro studi universitari a Melbourne.
Come novelli Flaming Lips, Stu Mackenzie, Joe Walker, Eric Moore, Ambrose Kenny-Smith, Lucas Skinner, Cook Craig e Michael Cavanagh mettono nel loro contenitore sonoro una quantità di influenze musicali, destabilizzando il linguaggio psichedelico alla maniera di Frank Zappa, partendo dai semi della mitica compilation “Nuggets”, virando velocemente verso i Pavement e scavalcando i Thee Oh Sees per nonsense e schizofrenia.
Tre chitarre, un’armonica distorta, ritmi incalzanti e destrutturanti (due batteristi), testi che hanno il solo scopo di indurre il canto verso la rabbia e la grinta, e soprattutto tanto rock’n’roll: ecco la formula dei King Gizzard & The Lizard Wizard.

Il 2011 è un anno foriero di eventi discografici, ai due singoli dell’anno precedente (“Hey There” e “Sleep”) fanno seguito un nuovo sette pollici (“Black Tooth”) e due Ep, il primo, Anglesea, gioca ironicamente con la popolarità radiofonica (“Eddie Cousin”) e con sonorità da b-movie (“Tomb/Beach”), mentre il secondo, Willoughby’s Beach, pubblicato in vinile 10 pollici, è considerato dalla band il vero esordio (tutto il materiale pubblicato prima è escluso dalla discografia ufficiale).
I ventitré minuti di Willoughby’s Beach mettono subito in gioco musica garage, r&b, surf, western blues e psichedelia mai indolente e distesa (come quella ad esempio dei Acid Mother Temple). Un suono svogliato e creativo che, tra lo shuffle psichedelico a suon di armonica di “Let It Bleed”, l’incendiario twang-rock cosmico di “Crookedile”, l’ispirato pop-surf in salsa acida di “Black Tooth” e le tentazioni beat di “Stoned Mullet”, mette insieme una miscela di germi rock senza mai riempire il tutto di inutili orpelli, mantenendo costante un piacevole rumoroso sogghigno.
Che sia l’irriverenza sessuale di “Dead Beat“, il brivido kitsch di “Lunch Meat” o l’improvviso scatto d’orgoglio lirico della title track, qui tutto suona ingenuamente  e irriverentemente salutare.

L’intensa attività live del gruppo raccoglie un nutrito e fedele gruppo di fan, la stampa apre la lista di paragoni eccellenti coinvolgendo i nuovi alfieri del revival psichedelico, ovvero i Tame Impala e i Pond, ma pur se suonerà irriverente per molti, amo paragonare i King Gizzard & The Lizard Wizard a dei novelli B-52 fermentati con yogurt acido.
In verità questa loro impudenza giocosa è una delle cose migliori che potesse capitare al pop-rock non solo australiano: non è l’estetica o la forza spirituale della psichedelia la forza trainante della loro musica, i sette ragazzi con la loro imprevedibilità creativa destabilizzano la noia, senza dar vita a nuove sette ideologiche o musicali, divertimento puro.

king1Quando nel settembre del 2012 vede la luce il primo album dei King Gizzard & The Lizard Wizard, non c’è più alcun dubbio sulle loro reali intenzioni: si parte subito con chitarre e voci distorte a guisa di una punk-band (“Elbow”) per poi sprofondare in una catarsi noise dove il rock’n’roll resta l’unico elemento distinguibile (la splendida “Muckraker”).
12 Bar Bruise mette in atto una rappresentazione più realistica del potenziale live della band, il suono è più crudo ed energico, quasi freak, con una registrazione effettuata in studio con ben 4 i-phone, dando così genia a una nuova forma di lo-fi post-tecnologico.
L’album è ricco di piccoli future classic: suoni garage si trastullano con scampoli di rhythm & blues nella Troggs-iana title track, un libro sugli indiani diventa il testo di un ex-strumentale che tra sonorità morricone-blues-spaghetti-western anticipa le prodezze di una futura soundtrack (“Sam Cherry's Last Shot”), e un tentativo di normalizzazione rock-blues si trasforma in un altro trionfo d’inventiva (“Sea Of Trees”).
Ma sono il fluido psichedelico garage dell’inarrestabile “Nein” e la ruvida citazione degli Stooges di “Garage Liddiard” le punte di diamante di un album spavaldo e grezzo, che a volte sembra perdere di vista le regole basilari (“High Hopes Low”) o cazzeggia eccessivamente (“Cut Throat Boogie”), ma quando centra il bersaglio (“Footy Footy”) trasforma un banale riff in una travolgente pop song.

A questo punto la stampa apre le porte al gruppo con articoli e copertine, mentre l’attività live prosegue frenetica e con una partecipazione sempre più imponente di fan, il gruppo viene invitato a festival importanti (Falls Music e Arts Festival, Queenscliff Music Festival, Cherry Rock) e prosegue senza sosta nell’attività discografica, pubblicando dopo solo sei mesi un nuovo album.
Eyes Like The Sky nasce quasi per gioco, un'estensione delle atmosfere spaghetti-western di “Sam Cherry's Last Shot”, con la partecipazione del leggendario Broderick Smith (The Dingoes) come narratore e autore dei testi.
La passione del gruppo per il film “Dead Man” traspare senza indugi, una colonna sonora immaginaria, dove è il suono polveroso dell’armonica e quello sporco delle chitarre a reggere le fila di una sequenza  ipnotica che agita le trame western più oscure con droni blues (“Drum Run”) omaggi a Ennio Morricone (“The Raid”) e ardite soluzioni sperimentali (“The God Mans Goat Lust”), che mettono in evidenza una concezione della psichedelia più ampia ed evoluta di quanto facesse presagire il loro esordio.
Questa smania creativa non è un artificio sonoro, i King Gizzard & the Lizard Wizard danno vita ad autentici gioiellini di psichedelia in chiave western: il riff di “Year Of Our Lord” difficilmente lascia indifferenti ed “Evil Man” è perfetta per sottolineare il racconto surreale che fa da sfondo all’album: la storia del ragazzo messicano-irlandese rapito dai nativi americani che attraverso sfide letali riconquista la libertà eliminando i suoi carcerieri è più corrosiva di un film di Tarantino e più affascinante di un classico di Clint Eastwood.
Il concerto presso l’Hotel Corner di Melbourne con 800 fan in delirio festeggia il passaggio dal successo locale a quello su larga scala, con una tournée al seguito dei The Drones, band australiana famosa in America. Per i sette ragazzi è ora di fare sul serio.

king_4_01Float Along, Fill Your Lungs è il terzo album in poco più di un anno, un altro campionario dell’ecletticità della band. I King Gizzard & The Lizard Wizard scendono sullo stesso terreno dei Tame Impala con vertiginosi feedback di chitarre, sitar e iniezioni shoegaze, questa volta l’irruenza del sound non si affida a trame naif ma all’abilità e alla maestria tecnica con una serie di omaggi alla storia del rock psichedelico più classico.
I sedici minuti dell’iniziale “Head On/Pill” sono uno schiaffo a chi accusava Stu Mackenzie di eccessiva autoindulgenza:la melodia scorre sibillina tra accordi di sitar e riverberi, aumentando e diminuendo la velocità del ritmo e delle incursioni chitarristiche, che trascinano vorticosamente il brano verso un glorioso finale, e i quasi tre minuti della successiva “I Am Not A Man Unless I Have A Woman” sigillano subito ogni perplessità o indugio, il surf-blues-pop-psichedelico della band non è mai stato così malizioso e accattivante.
L’improvvisa estasi californiana di “30 Past 7” affidata a sotterranei glitch e il post–modernismo tribale di “Mystery Jack” sono eccellenti esempi di pop psichedelico, la bizzarria di “God Is Calling Me Back Home” viene subito perdonata, grazie alla magia della title track e di “Let Me Mend The Past”, che sembrano sbucare da un vecchio album anni 60.

A questo punto la carriera dei King Gizzard assume contorni particolari, nei 18 mesi intercorsi tra Willoughby’s Beach e Float Along, Fill Your Lungs la band ha messo in piedi una rappresentazione antologica della psichedelia: dall’acid-surf di “Black Tooth” all’estasi raga-sitar di “Head On/Pill” il percorso è solo apparentemente breve, quello che poi rende entusiasmante la musica del sestetto di Melbourne è quella attitudine freak che tiene lontano l’estensione lisergica pinkfloydiana e l’ostentazione tecnica alla Grateful Dead, una scelta creativa che permette alle nuance pop di non allentare la tensione strumentale, la scrittura delle canzoni è in continuo crescendo e pone la loro produzione sulla scia dell’eclettismo dei Flaming Lips e adagia definitivamente la psichedelia nelle braccia del lo-fi per dar vita a un nuovo archetipo di garage-psych-rock da era tecnologica (non dimentichiamo l’uso di i-phone per alcune registrazioni del gruppo).

king_7_01Salutato da una pubblicazione in vinile speciale tri-fold-gatefold in esclusiva per il Record Store Day, l’ultimo artefatto dei King Gizzard & The Lizard Wizard, Oddments, conferma il loro avventuroso umorismo musicale, questo a discapito di una vera e propria rivoluzione di stile.
A differenza dei Brian Jonestown Massacre, gli australiani non indugiano in escursioni epiche, le loro performance live sono esplosive, frenetiche, ricche di allusioni sessuali e grondanti di sudore.
Oddments sembra voler ribadire il concetto di puro divertimento che ha sempre animato il percorso della band: quasi come dei novelli Dukes Of Stratosfear, i nostri giocano con la storia del pop-rock psichedelico in modo più evidente che mai.
La fuga di organo e batteria dell’iniziale “Alluda Majaka” evoca gli MC5 e Booket T & the MGs, “Stressin” è figlia del Jimi Hendrix più soft e svogliato ma non sfigurerebbe nel "White Album" dei Beatles, “Vegemite” prende per il collo il pop più bieco della madre patria con irriverente goliardia e “It’s Got Old” sfida addirittura T-Rex e Kinks.
Nessuno a questo punto avrebbe il coraggio di fare un salto nel presente coinvolgendo le effusioni spaziali degli Air, ma i King Gizzard amano il rischio, ed ecco “Work This Time” con basso e tastiere alla ricerca dell’atmosfera perfetta, una pausa, che il sampler autocitazionista di “Ababcd” brucia in pochi secondi, prima di tirare in ballo i Rolling Stones dei primi album e una serie di oscure band era-Nuggets in “Sleepwlaker”.
Nella lunga sequenza citazionista i King Gizzard centrano almeno due piccoli capolavori: il primo, “Hot Wax”, affida a un indiavolato riff alla Knack-Talking Heads un rock-blues crudo e aspro alla maniera dei Cramps, l’altro, “Pipe Dream”, accenna una jam-session da brivido che sfuma nel folk alla Simon & Garfunkel-Nick Drake di “Homeless Man In Adidas”; con il noise-shoegaze psichedelico della title track si chiude l’album, senza dimenticare l’episodio di southern rock alla Lynyrd Skynyrd di “Crying” (quasi una novella “Sweet Home Alabama”).

Citando la loro presenza nell’album "Nuggets: Antipodean Interpolations Of The First Psychedelic Era, 1965-1968" (un tributo di band australiane al mitico album prodotto da Lenny Kaye), e segnalando la ristampa in vinile 12” pollici colorato di “Head On/Pill” (ennesima limited edition), va sottolineata la mancanza di fonti per una più dettagliata storia della band, ma il mistero è solo un altro pezzo di un puzzle che sembra prendere sempre più forma. I King Gizzard & The Lizard Wizard sono destinati a lasciare una traccia nel panorama musicale odierno, e la loro voglia di stupire e divertirsi con la musica e il vinile (sì, amano il vinile tanto da definire le versioni in cd "merda") viene ancor di più suggellata con la decisione del gruppo di regalare tutta la loro discografia in download digitale gratuito, e resistere a questa ennesima provocazione culturale è un vero delitto, il divertimento è assicurato.

Il 2014 è un anno ricco di soddisfazioni per la band, che espande i confini del suo cult status, interessando l'etichetta Heavenly e realizzando il primo album in gran stile con un eco più ampia che li vede per la prima volta recensite da Mojo. I poco più di 40 minuti di I’m In Your Mind Fuzz sono un altro poderoso calcio nel culo a tutte le convenzioni della musica rock, un flusso mesmerico e ossessivo che assomiglia a un groove rituale dove ognuno sperimenta nuove estasi post-peyote. Le prime quattro tracce sono un unico corpo affine al glorioso totem di “Head On/Pill” ma più sregolato e meno autoindulgente, quasi uno sberleffo a chi sperava in una maturità senile dei nostri.
Le due batterie sono sempre più incalzanti, l’armonica si sfilaccia con più dissonanza, la voce si altera perdendo connotazione temporale e logistica, il blues si fa sempre più strada e il flauto suona come la vera novità del loro quinto capitolo discografico (sette con i due Ep). Un album ricco di episodi al limite del rozzo che si sporcano di blues e psichedelia senza nessuna regola (“Satan Speeds Up”) incastonato tra due drone lisergici denominati non a caso slow jam (“Slow Jam 1” e “Her And I -Slow Jam 2”).
Esilaranti come un gruppo mod e irriverenti come un gruppo di garage-punk, gli australiani si dimostrano ancora i più abili forgiatori di trance psichedelica con meno di tre accordi, e non solo perché l’ottuso quartetto iniziale di “I'm In Your Mind”, “I'm Not In Your Mind”, “Cellophane” e “I'm In Your Mind Fuzz” offra in verità più variazioni (mono)cromatiche di una sinfonia di Beethoven ma anche perché quando il gioco si fa serio è difficile restare immuni al loro fascino orgiastico e liberatorio, ed è proprio nei sette minuti del piccolo capolavoro “Am I In Heaven ?” che è evidente la loro abilità di compositori e destrutturatori delle loro stesse creazioni liriche,  al fine di superare la banalità dei revivalisti.
Non sperate di trovare momenti di relax o di calo di tensione in I’m In Your Mind Fuzz, tra i citati gioiellini si nascondono ossessioni pop-funk dall’inattesa deriva underground (“Empty”) ed eclettici landscape a suon di flauto (“Hot Water”) il sui solo scopo è creare una continua estasi giaculatoria che vi renderà se non felici almeno spensierati.

Che i King Gizzard siano dei filosofi del suono psichedelico è ancor più evidente nel giocoso ed ironico quartetto di brani di egual durata (10:10) che compongono Quarters, delizioso mini album apparso sul mercato discografico quasi in sordina, nonostante il clamore suscitato da I’m In Your Mind Fuzz. Ancora una volta il mix di sonorità appare piacevolmente sgretolato coinvolgendo digressioni alla Grateful Dead e incessanti soluzioni ritmiche (“The River”), l’ipnosi sonora avviene sempre con leggiadria e mai per manifesta complessità delle trame armoniche, sfiorando la magia e l’estasi ossessiva nella lisergica e visionaria “Lonely Steel Sheet Flyer”: divagazioni quasi onirica che trae linfa dalle altre tre tracce, sciogliendone i legami terreni e liberandoli verso una dimensione psichedelica che assimila influssi orientali e sonorità cantilenanti.

L’idea base dell’album non riesce però a mascherare qualche leggera forzatura, i due brani centrali non hanno lo stesso smalto delle altre tracce, lo spunto lirico è poco sostanzioso, anche se gli echi doo-wops di “God Is In Rhythm” sono deliziosi e ben calibrati nella loro quasi immateriale configurazione sonora, che mette insieme Beck e Todd Rundgren in un improbabile duello di stile.
Archiviato il capitolo più fun della loro discografia, la band agita ancora le acque virando verso una liturgia psico-acustica che mette insieme easy-listening di derivazione country-soft e pop-soul in bilico tra Stax e Motown.

L’incursione nel sunshine-pop di Paper Mâché Dream Balloon, a base di chitarre acustiche, batteria, pianoforte, flauto, clarinetto, contrabbasso, basso elettrico, violino, percussioni, sitar, bongos e congas è non solo riuscita ed efficacia, ma mette finalmente in luce anche la qualità della scrittura delle canzoni.
Fatto salvo il tentativo poco riuscito pop-minimalista di “Trapdoor”, il resto è caratterizzato da una vibrante diversità stilistica che ingloba mellow-jazz (“Sense”), southern-rock (“Cold Cadaver”) jangle-pop in chiave psychedelic-Love (“Dirt”).
I ragazzi di Melbourne giocano con le canzoni come novelli Simon & Garfunkel innamorati della pioggia sonora lisergica di Arthur Lee, e anche se il cantato è volutamente in sordina è impossibile non innamorarsi di queste eccellenti dodici miniature psych-pop.
Paper Mâché Dream Balloon aggiunge almeno due classici al loro già cospicuo repertorio, uno è la superba “The Bitter Boogie” che unisce “incivilmente” un groove alla Iron Butterfly con l’irriverenza dei T-Rex, l’altro è “Most Of What I Like” perfetta sintesi tra finzione e realtà, ossimoro costante della band che conserva intatta quell’attitudine quasi naif che accompagna la band dagli esordi e che li vede incrociare anche effluvi progressive alla Genesis (“Paper Mâché”, “Bone”) e irregoalrità ritmiche alla Cardiacs (“Time = Fate”, “Time = $$$”) senza mai perdere senso della misura e leggiadria.

Accantonata la parentesi pastorale di Paper Mâché Dream Balloon, i King Gizzard And Lizard Wizard ritornano a celebrare il caos, concretizzando il loro percorso stilistico con uno degli album più intensi e creativi della loro carriera. Chitarre a raffica, tremolanti influssi blues e vortici di cosmic-rock intrecciano una serie di accordi ripetuti ad libitum con leggere variazioni strutturali frutto di una maggiore attenzione alle risorse dello studio di registrazione. Concept-album non tanto dal punto di vista delle tematiche quanto da quello sonoro e stilistico, Nonagon Infinity è in realtà una suite che beneficia di una potente personalità e di una variegata scrittura ancor più evidente e percepibile con ascolti ripetuti e approfonditi.
Garage, punk, psichedelia, progressive, hard-rock, sono di nuovo protagonisti del meltin-pot della band che con esuberante spontaneità mette in gioco l’aspetto più impulsivo della loro musica, affidando al prezioso incrocio delle due batterie il corpo centrale delle composizioni.
Album esemplare e maturo, Nonagon Infinity offre una delle migliori rielaborazioni della furia punk nell’incalzante vortice chitarristico di “Big Fig Wasp”, mentre “Road Train” evoca i migliori Motorhead, ma tutto l’album resta fedele a una possente ed elaborata sinfonia space-rock alla Hawkwind.
Le prime note di “Robot Stop” non lasciano comunque spazio a dubbi o incertezze, lo spessore ritmico e chitarristico la fa da padrone conciliando il passato (“Evil Death Roll”) con il presente (“Mr Beat”) in un pregevole affresco multicolore che certifica lo stato di salute della moderna psichedelia, la vera sorpresa dell’ultimo artefatto della band è quella di approfondire uno stile musicale considerato volubile, attraverso una consistente iniezione di creatività e un tour de force strumentale di rara efficacia.
Nonagon Infinity è destinato a consolidare definitivamente il nome della band, con una serie di brani che annunciano live-set infuocati e trascinanti, si va dal quasi dumb-metal di “People –Vulture” all’irriverenza bluesy di “Wah Wah”, passando per le ossessioni punk di “Gamma Knife”, giungendo infine nelle braccia del jazz-lounge di “invisible Face”, una serie di tasselli di una inattesa e grandiosa suite che rimette definitivamente in moto una delle formazioni più ardite e imprevedibili del panorama contemporaneo.

Il 2017 si apre con la promessa (o minaccia) dei King Gizzard & The Lizard Wizard di portare a compimento ben cinque nuovi album, una sfida che la band inaugura con Flying Microtonal Banana. La chiave di lettura di questo primo progetto è racchiusa nel titolo: le canzoni sono tutte composte ed eseguite con strumenti micro tonali, opportunamente modificati al fine di ottenere un suono vacuo e straniante.
Incalzante e coinvolgente nella sua solida struttura ritmica e chitarristica, il nuovo album dei King Gizzard & The Lizard Wizard è forse il progetto più speculativo e autoreferenziale mai composto dal gruppo australiano, un cazzeggio sonoro, che nelle abili mani della band si trasforma in un disco solido e maturo.
Le atmosfere alla Hawkwind dell'introduttiva “Rattlesnake” sono le stesse del precedente album Nonagon Infinity, ma è tutto volutamente più semplice, quasi superficiale, le altre tracce pur se più melodiche e meno ossessive, risultano a tratti disturbanti.

La band di Stu Mackenzie continua a proporre una propria visione della musica psichedelica, preferendo il caos all’esaltazione epica, spesso le loro citazioni sono irriverenti, burlesche: i riff alla Led Zeppelin di “Open Water” e il tocco arab-rock di “Melting” sono solo apparentemente gioviali, derive strumentali e vocali mettono in continuo subbuglio l’identità armonica dei due brani con effetti stravaganti eppur affascinanti.
Costantemente ipnotico e coinvolgente, Flying Microtonal Banana offre ai fan del gruppo piccole perle armoniche come “Sleep Drifter” e “Anoxia”, entrambi avvolte da gustose citazioni etniche e medio orientali; stretta tra le due succitate, “Billabong Valley” rimarca una delle poche pecche stilistiche dell’album: ovvero una minora incisività delle parti vocali, spesso non all’altezza delle intelligenti speculazioni sonore.

In verità la scelta del gruppo australiano di esplorare sempre nuove opportunità creative, offre il fianco a una potenziale involuzione del loro rock psichedelico, ed è questa una delle ragioni per la quale il tono più freak di quest’ultimo parto del gruppo australiano non è sempre convincente, infatti in “Doom City” la band ripropone stancamente le stesse atmosfere dell’introduttiva “Rattlesnake”, mentre “Nuclear Fusion” si fa notare solo per lo splendido suono dell’organo.
La sfida micro tonale è comunque in parte vinta, i King Gizzard & The Lizard Wizard riescono ancora a sorprendere e disorientare con intelligenza senza mai prendersi troppo sul serio, cogliendo ancora una volta l’essenza del rock’n’roll.

Suddiviso in tre capitoli, il secondo album del 2017 pesca senza pudore nell’immaginario hard rock anni 70, alterando la materia con una vacuità lirica che simboleggia la catarsi antropica dei tempi correnti. Murder Of The Universe è un album concept sull’apocalisse della razza umana e sul predominio dell’intelligenza artificiale, la stessa che sembra aver ideato le poche e ripetitive idee eufoniche dell’album.
Incoerente, banale e insulso come pochi altri il nuovo disco della band australiana è la celebrazione terminale del pensiero di concept-album, una cavalcata psichedelica dove i cliché di genere si trasformano in un groove asettico e nichilista.
Il rischio di un progetto così azzardato è quello di restare vittima dei suoi stessi presupposti, ma ancora una volta la band mette a disposizione del proprio approccio garage-rock-psych, una materia sonora più complessa lambendo i confini della rock-opera. La sempre presente irrazionalità ideologica evita cadute di tono, anche se il primo segmento “The Tale Of The Altered Beast” mostra i primi segni di cedimento creativo.
Il fascino della loro musica resta comunque sempre vertiginoso (“Altered Beast 1”), l’energia devastatrice delle incandescenti chitarre in acido della prima parte è sì disturbante, ma serve a introdurre (“Life/Death”) le più profonde pagine della seconda sezione “The Lord Of Lightening Vs. Balrog”: un pamphlet ricco di metafore, antonimie, ossimori e sarcasmo.
I richiami alla serie “League Of Peoples” di James Alan Gardner sono evidenti sia nei testi che nell’esplicito utilizzo del personaggio Balrog (a sua volta mutuato dallo stesso Gardner dall’opera di Tolkien).

Musicalmente la seconda sezione è più vicina al cazzeggio finto-pop di Paper Mâché Dream Balloon, con due tracce pronte a esplodere nelle sempre fiammeggianti esibizioni live (“The Floating Fire”, “The Acrid Corpse”).
Pathos e climax alle stelle per la terza sezione, “Han-Tyumi And The Murder Of The Universe”, dove il cyborg Han-Tyumi progetta di distruggere l’umanità con il suo micidiale vomito. Per l’occasione la band affila le armi mettendo in scena un sound più cinematografico e visionario (“Welcome To An Altered Future”), che si avvale di alcune delle migliori canzoni del gruppo, ovvero la distruttiva “Digital Black”, l’anti-etica “Han-Tyuimi, The Confused Cyborg”, l’irriverente “Vomit Coffin” e la superba chiosa della title track: un’orgia di rock e psichedelica con voce narrante che prima mette in fila gli elementi narrativi per poi disintegrarne la logica sequenziale.
Murder Of The Universe è per molti versi l’album più estremista della loro carriera, un disco che nella sua apparente debolezza lirica, genera l’ennesima chiave di lettura della musica dei King Gizzard And The Lizard Wizard, ma senza garantirne la reale comprensione, l’ennesimo schiaffo e sberleffo di una band che deve ancora generare il suo capolavoro.

King Gizzard & The Lizard Wizard

Alterazioni psichedeliche

di Gianfranco Marmoro

Da cult band a promessa del rock psichedelico: l'intensa storia dei sette ragazzi australiani innamorati di vinili e vecchi film western
King Gizzard & The Lizard Wizard
Discografia
 Anglesea Ep (Self Released, 2011)6
 Willoughby's Beach Ep (Self Released, 2011)6,5
12 Bar Bruise (Flightless, 2012)7
 Eyes Like The Sky (Flightless, 2013)6,5
Float ALong-Fill Your Lungs (Flightless, Dot Dash, 2013)8
 Oddments (Flightless, 2013)7
 I'm Your Mind Fuzz (Heavenly, 2014)7,5
 Quarters (Heavenly Recordings, 2015)6,5
 Paper Maché Dream Baloon (Heavenly Recordings, 2015)
7
Nonagon Infinity (Heavenly Recordings, 2016)
7,5
 Flying Microtonal Banana (Heavenly Recordings, 2017) 6,5
 Murder Of The Universe (Heavenly Recordings, 2017)7
pietra miliare di OndaRock
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