King Khan & BBQ Show

King Khan & BBQ Show

Gli dei pagani del garage-revival

di Stefano Ferreri

Dai turbolenti esordi nei locali di Montreal agli innumerevoli sodalizi imbastiti strada facendo per celebrare due decenni di pura mitologia musicale: il mirabolante romanzo della più eccentrica coppia rock in circolazione

La musica apparentemente stupida a volte ci serve come l’aria, a patto che quell’apparenza resti un gioco scoperto tra noi e i musicisti che ce la offrono. Quando è di garage-rock che si parla, è proprio questa la regola chiave, la sola che consenta di entrare in sintonia con un vero e proprio mondo a parte senza correre il rischio di giudicarne i canoni con la sufficienza degli arroganti. Beh, se quello di King Khan e di BBQ fosse un film, il registro non potrebbe che essere improntato al demenziale, a un’irriverenza di grana grossa che sotto sotto nasconde non proprio una morale, ma una forma di disincantata arguzia sì. Con la sceneggiatura si potrebbe partire per comodità da un episodio relativamente recente e privo di strascichi significativi, ma in un certo senso emblematico del tenore dei personaggi. Una ruffianata ben calibrata, l’arresto per possesso di stupefacenti e licenza di guida non valida in Kentucky, qualche anno fa. Il risultato? Una cauzione non così proibitiva, un paio di concerti in meno, ma vuoi mettere con la pubblicità da cattivi maestri conquistata a un prezzo irrisorio? Difficile architettare una miglior promozione per un album altrimenti privo di significativa visibilità.

Che questi due romanzi ambulanti sappiano il fatto loro è ormai fuori discussione. A seguirli con spensierata bonarietà può capitare facilmente di entusiasmarsi, mentre pretendere di interpretarne le gesta alla ricerca di recondite implicazioni è pura fatica di Sisifo. Certo “seguirli” è impresa buona solo nelle intenzioni. King Khan non lo trovi mai dove l’hai lasciato. Sensational Shrines, Almighty Defenders, Black Jaspers, Tandoori Knights, Vomit Squad, Ciaoculos, Red Mass, Cocobeurre: una matassa di progetti paralleli seconda forse solo all’assurdo subisso pollardiano ma pur sempre capace di far invidia anche a Wild Billy Childish, non certo un pivello nella stessa specialità. Mark Sultan ha mutuato dal “sovrano” la medesima schizofrenia, limitandone il raggio d’azione agli insulsi pseudonimi adottati dal vivo (una dozzina almeno). Quando ancora militavano nella loro primissima band – le “Merde Spaziali” – King e BBQ si concessero alle cronache per la tendenza a prodursi in esibizioni tanto fulminee quanto deliranti, immancabilmente chiuse con scazzottate e lanci d’ortaggi. Messi alla porta da tutti i locali di Montreal, s’imbarcarono in un tour europeo chiusosi poi con lo scioglimento e con la scelta, da parte di Khan, di piantare le tende in Germania.

Dopo quasi vent’anni la devianza musicale non si è riassorbita, ma King Khan e il suo fidato compagno hanno imparato a disciplinarne le bizze assecondando il proprio insano amore per il passato. Svenevolezze e idiozia, citazioni a raffica e griffe personalissima, psichedelia scarmigliata, pop inacidito e ruvidezze garage assortite: la coloratissima miscela frullata e servita senza troppi fronzoli alla mensa dei revivalisti anonimi è una bomba kitsch ipercalorica. Canzoni che saccheggiano un repertorio di stili morti e sepolti e sfrecciano esuberanti nei lettori o sui giradischi di chi gli album ancora ama acquistarli, quando arrivano. L’approssimazione rimane per loro un vestito così ben confezionato da riuscire a meraviglia nel proprio inganno espressivo: i ragazzacci canadesi sono sarti abilissimi e, dove non supportati da una scrittura all’altezza, colmano lo scompenso con il consueto, ottimo mestiere. Qualora non abbiate la più pallida idea di che razza di musica possano suonare due mentecatti di tale risma ma vi vada ugualmente di approfondire, sappiate che quanto qui scritto è verità immacolata e i loro album, stupidi o meno, possono fare al caso vostro.

C’era una volta a Montreal...

220x270_01_07Arish Ahmad “King” Khan e Marco Antonio “Mark Sultan” Pepe si conoscono nella natia Montreal nell’agosto del 1995, quando il primo, appena diciottenne, viene ingaggiato come bassista nella scatenata band di cui il secondo è cantante, gli Spaceshits. Sultan si è fatto le ossa come batterista in una formazione della scena punk del sobborgo di Chateauguay, i Powersquat, all’epoca piuttosto conosciuta in Quebec per le sue esibizioni particolarmente animate e irriverenti, ma non ha esitato a candidarsi come frontman di quell’altro gruppo fondato da pochissimo. Si nascondono dietro buffi pseudonimi i cinque Spaceshits agli esordi: l’axeman Tongues, la chitarra ritmica di Oily Chi, la batteria di Skid Marks, i latrati di Pepe (aka Creepy) e il basso di Stinky B., rimpiazzato per l’appunto quasi subito da un Khan che all’epoca si fa chiamare Blacksnake (facile immaginare perché, tenuto conto delle origini indiane del musicista e dell’inclinazione goliardica del progetto). A guardarli oggi riesce piuttosto difficile da credere, ma all’inizio della carriera è proprio Mark l’elemento più chiassoso e imprevedibile, prova ne è che la nuova compagine erediti senza sostanziali smussature la natura a dir poco turbolenta della precedente creatura dell’italo-canadese. Con una durata di rado superiore al quarto d’ora, conditi da tafferugli, fuochi artificiali o battaglie con i più svariati generi alimentari, i concerti del neonato quintetto fanno presto impallidire la già infima nomea live dei Powersquat.

Uno in particolare, in apertura agli statunitensi New Bomb Turks, li relega inequivocabilmente nella lista nera di molti club cittadini. Siamo nell’aprile del 1996 e il gruppo, di cui è appena uscito per Sympathy For The Record Industry il doppio sette pollici “Full Fisted Action!”, non ha ancora esordito sulla lunga distanza. Questa lacuna viene colmata comunque entro qualche mese da Winter Dance Party, prodotto dal veterano dell’underground canadese Al Caiati e pubblicato ancora dalla mitica etichetta di Olympia, all’inizio del 1997. E’ garage-rock al fulmicotone, feroce e dalla resa sonica particolarmente pidocchiosa, quello degli Spaceshits all’esordio, in linea con l’ortodossia del revival imbastito nel corso del decennio dai Mummies e gli Oblivians in poi. “Backstreet Boogie” o “Cassie” tradiscono già una sorta di embrionale culto per il passato, riletto con esplosività, una virulenza impressionante, in ulcerazioni punk (“More Abuse” il manifesto, praticamente i Ramones in acido) che solo in qualche caso raggiungono il minuto e mezzo di durata.

220x270_19_06Il riverbero sommerge voci e strumenti con ovvia noncuranza strategica ma, dietro le urla bestiali, il guazzabuglio sonico e il martello pneumatico di Skid, si apprezza un costrutto, un amore magari ancora ingenuo per i più disparati generi: beat sotto adrenalina, power-pop con la bava alla bocca e tanto surf-rock schizoide. E’ davvero arduo rilevare particolari scarti stilistici tra un brano e l’altro per cui tocca accogliere in blocco la sporca quindicina di canzoni di questo debutto come una felice istantanea dei giovanissimi Khan e Sultan nel loro furibondo apprendistato rock. Quando il notevole polverone alzatosi all’ascolto si dissolve, i contatori segnano poco più di venti minuti di atroci frastuoni (“Showdown On 3rd St.” il migliore) che regolano il punk-rock mainstream del periodo come un banale passatempo musicale per educande. Non manca un affettuoso omaggio a Betty Page (e più in generale al mitologico immaginario delle pin-up) che, nonostante la solita veste sudicia, sembra azzardare addirittura una pur vaga evocazione bubblegum sul refrain.

All’inizio del 1998, Tongues abbandona e viene rimpiazzato da Alex Fascination degli Smash-Up Derby. Khan nel frattempo si lega a una miriade di altre formazioni dell’area di Montreal, soprattutto a quelle – Lyle Sheraton, Daylight Lovers, Scat Rag Boosters – animate dal vulcanico Paul Spence, che lo introduce nel mondo del cinema ultra-indipendente (reciterà in perle quali “Enchiladas de Amore” e il mai completato “Count Crackula and the Cocaine Kid”). In questo stesso periodo fonda una sorta di amichevole setta tra musicisti con la passione per i tatuaggi – i Kukamongas, una “famiglia” come la chiama lui – che presto accoglie affiliati in mezzo mondo e contribuisce a lanciarlo come leader informale non solo della sua band ma dell’intera scena garage canadese. Non fosse già abbastanza, la sua passione per la musica trova uno sfogo ulteriore nelle deliranti interviste e le recensioni che il Nostro scrive per il Montreal Mirror e, soprattutto, per Vice Magazine.

220x270_02_06Nel gennaio del 1999 la Simpathy For The Record Industry licenzia il sophomore degli Spaceshits, Misbehavin’, prima vera produzione di un concittadino, Howard Bilerman, presto tra i fondatori degli Arcade Fire e tecnico richiestissimo (grazie al servizio reso alle glorie canadesi Silver Mt. Zion, Godspeed You! Black Emperor e Wolf Parade). Il potenziale pirico del rinnovato quintetto esce in parte ridimensionato perché a essere privilegiata è la fruibilità di un più canonico garage-punk (“We Know Where The Girls Are”). Non che il gruppo abbia perso smalto o mordente: c’è più compattezza, diciamo, l’andatura si fa meno schizofrenica ma cattiveria e sporcizia si mantengono su livelli più che ragguardevoli. Il risultato è un’altra raccolta sfrontata quanto divertente (ascoltare “C’mon Let’s Suicide” o la canina “She’s A Bad Luck Charm” per riscontri), rigorosamente priva di qualsivoglia implicazione concettuale ma impreziosita dall’irrinunciabile indole slacker dei ragazzacci del Quebec. Fanno ancora bella figura le scalcinate suggestioni bubblegum di “I’m In Love”, il rockabilly irrimediabilmente guasto e claudicante di “Jungle Beauty” oltre all’intatta celebrazione della filosofia diy, abbracciata più per pigrizia di carattere che per effettiva intransigenza operativa. Due titoli si spingono addirittura oltre i tre minuti di durata: quasi fosse il sintomo di un imborghesimento o di un’eccessiva articolazione in fase di scrittura, la band sceglie di non dare un seguito al disco se non con il consueto circo equestre live. Così “Tell Me Your Name” può suonare come un atto di congedo o un arrivederci, e in effetti è quanto di più prossimo alla musica che un lustro più tardi Arish e Mark registreranno assieme con ben altra consapevolezza.

Il 30 aprile 1999, poco prima di imbarcarsi in un nuovo tour europeo, durante un alterco il proprietario del locale in cui il gruppo sta per esibirsi ferisce a un braccio Khan. I compagni e le altre band presenti rifiutano di esibirsi e convincono gli spettatori a farsi rimborsare i biglietti. E’ la goccia che fa traboccare il vaso e che vale agli Spaceshits la messa al bando da tutti i club della città, compresi i pochi ancora disposti a dare loro asilo. Portate a termine le date nel Vecchio Continente, le strade dei vari membri si separano: ad agosto Arish comunica la decisione di stabilirsi a Kassel, nel cuore della Germania, adotta il moniker King Khan e fonda la psychedelic-soul band dei Sensational Shrines. I compagni rifiutano di proseguire senza di lui e il gruppo si scioglie. Mark e Skid Marks continuano assieme nei Les Sexareenos mentre Oily Chi va ad animare i Del-Gators e i Milky Ways assieme alla sorella di Khan, Coco, e Alex Fascination insiste per un breve tragitto con i carneadi The Chains prima di scomparire dai radar.

Il circo è arrivato a Berlino

220x270_15_06Come detto, Khan non impiega molto ad allestire il gruppo pirotecnico che ha in mente da un sacco di tempo, e nei frangenti di fiacca si mantiene leggendo i tarocchi ai turisti nelle strade di Berlino. La line-up originale della backing-band degli Shrines comprende una sfilza di musicisti europei, al solito celati dietro alias smargiassi. Con lui e la sua Squier Telecaster nera con tanto di bestia totemica sul battipenna (un cobra nero, il Blacksnake del suo moniker più amato), ecco l’altro chitarrista – il tuttofare e, idealmente, secondo in grado della ghenga – Till Timm, meglio noto come Mr. Speedfinger, Jens Redemann aka Boom Boom Jennes che suona il basso, il monumentale Mirko Wenzl  aka John Boy Adonis alla batteria, mentre ai fiati pensano Sam Cook (tromba), Torben Wesche aka Ben Ra (sax tenore) e Mr. Tom Bone (trombone) e completano l’organico le punte di diamante Frederic Bourdil detto Fredovitch, organista (e a tempo perso one-man band), e il percussionista afroamericano Ron Streeter o Rahn Kahn, in gioventù al servizio di Curtis Mayfield, Bo Diddley e Stevie Wonder. Non fosse abbastanza, la cricca vanta dal vivo due coriste o Khanettes (Domi & Fabienne), un giullare vestito da Tarzan che imperversa con danze tribali (Harry Bo) e un’artista del burlesque per infiammare la platea a suon di strip (Baborella).

Inevitabile che la nuova formazione diventi un fenomeno di culto già con le sole esibizioni live in giro per il vecchio continente, ben prima quindi del debutto discografico. Il primo singolo, “Torture”, esce per Kunta Kinte nel gennaio 2000, seguito a distanza di qualche mese da Spread Your Love Like Peanut Butter!, un Ep in formato dieci pollici pubblicato dalla piccola etichetta tedesca Sounds Of Subterrania. Il mini è diligente nel replicare a grandi linee l’euforizzante vigore delle prove dal vivo, e ha buon gioco soprattutto grazie a quel paio di episodi sufficientemente adrenalinici destinati a imporsi tra i cavalli di battaglia nei concerti dell’ensemble: l’opener “Got The Itch” e, soprattutto, “Took My Lady To Dinner”, con il suo plotone di ottoni, i suoi riff in primissimo piano e una godibile, rauca isteria, memore dell’infervorata lezione predicatoria del gospel ye-ye di Ian Svenonius (bellamente plagiato). Se la zuccherina title track, esaltata dalle svisate dell’hammond di Fredovitch, rappresenta il terreno d’elezione per il gigionismo del leader, “What A Shame” rallenta i giri in modo piuttosto eclatante per giocarsi la carta di un lacero (e ancora acerbo) crooning sentimentale, molto meglio impiegata in futuro, mentre “Peanut Duck” è un filler che sa di innocua goliardata ma non entusiasma. Il doppio segmento che chiude “Do The Slap Pt. 1 & 2” all’insegna di un licenzioso rock-blues sotto metadone conferma che non tutte le potenzialità del collettivo hanno trovato una loro piena espressione in questa prima uscita in studio.

220x270_05_07In un certo senso il vero esordio di King Khan e dei suoi Sensational Shrines va considerato quello su lunga distanza registrato dal guru underground Liam Watson nei suoi Toe Rag Studios, a Londra, in uscita nel 2001 per Voodoo Rhythm. Three Hairs And You’re Mine infiamma dal primo istante con un sound rock contaminato a dovere e bello sovraccarico, ideale per esaltare lo scoppiettante esibizionismo musicale del guitto canadese. La band, infervorata oltre ogni dire dagli ottoni, è l’accompagnamento perfetto per le spumeggianti bizzarrie di un artista sopra le righe quasi per necessità, che nel manifesto di “Kukamonga Boogaloo” si concede il piacere delle necessarie presentazioni. La miscela di soul, funk, R&B, jazz e garage riesce davvero mirabile come esercizio a cavallo tra i generi, ma è soprattutto la variabile impazzita rappresentata dal cantante a preservare l’operazione dalla monodimensionalità di analoghe prove eccessivamente votate al programmatico. In questo caso il flusso sonoro, sanguigno e travolgente come da copione, riflette il rifiuto di qualsivoglia logica accademica per privilegiare il lato divertente – ancorché eclettico – del fare musica assieme.
Lo standard si mantiene su ottimi livelli di fluidità e rutilante vigore, attizzato dai fiati e dalle parti corali ma fondato su un robusto (e giocoforza convenzionale) impianto rock’n’roll, peculiarità che consentono a Khan di meritarsi in agilità etichette tipo “il Maharaja del soul”, “il padrino del voodoo-soul” o, più semplicemente, “il figlio bastardo di Screamin' Jay Hawkins”. “King Of The Jungle”, l’apoteosi del disco, è un altro episodio per ovvie ragioni paradigmatico, anche se su un crinale western/tex-mex che sublima la felice inclinazione tarantiniana/fumettistica di un progetto nato per divertire, specie quando il rimestio nel calderone del passato tende a un’enfasi più teatrale o particolarmente selvatica. Arish esce alla grande in qualità di saltimbanco in vena di stramberie o eccentricità assortite, si tratti del bozzetto calypso con guarniture doo-wop di un piacevole diversivo come “Crackin’ Up”, del meticciamento gustoso e parodistico di “Que Lindo Sueño” o delle evocazioni latin-crepuscolari della sua incarnazione più languida e manierata, quella dell’artista decadente bravo a non prendersi troppo sul serio e a non lasciarsi imbrigliare dai facili stereotipi di genere.

220x270_29_03L’eccelso mestiere della combriccola trova in “Saba Lou”, canzone dedicata da Khan alla figlia infante, la sua cifra più classica, sgarrupata e arrembante come da indole dei protagonisti, con riffoni di grana grossa a marcare il passo, la consueta sarabanda di contorno e un frontman al solito tarantolato quanto basta. Per converso, nei passaggi meno esasperati come “Live Fast Die Strong”, il gruppo si offre in sordina e lavora in modo apprezzabile sul velluto degli arrangiamenti come sulla sofisticazione del proprio indefesso citazionismo, pescando da una tradizione (anche cinematografica) europea primi anni Settanta ed elevandone gli spunti al rango di un’arte rock sempre attualissima. Quando il “Re” rallenta, molto opportunamente, lo fa per servirsi dei medesimi cliché di ruvido romanticismo che nella stessa fase hanno iniziato a essere il marchio di fabbrica dell’ex (e futuro) sodale Mark Sultan: il congedo di “Shivers Down My Spine” rientra in questa categoria e ne è la miglior rappresentante possibile.

Per i Sensational Shrines il successo di nicchia è pressoché immediato, in Europa – girata in lungo e in largo assieme a Black Lips, Enon e Mr. Quintron & Ms. Pussycat – come in Canada, dove l’ostracismo nei confronti di Arish viene fortunatamente accantonato. Dal vivo la sua nuova formazione non avvicina l’irriverenza molesta degli Spaceshits, e il frontman mostra di aver saputo ammansire la propria natura sregolata grazie a una serie di innocui espedienti scenici, mascherate trash soprattutto, che non faticano a imporsi come una delle grandi attrattive dei suoi spettacoli.
Volendo battere un ferro al momento rovente, la piccola Vicious Circle si concede il lusso di pubblicare nel 2003 una prima raccolta antologica del supergruppo, Smash Hits, che assembla il primo singolo (“Torture”), i due migliori brani dell’Ep e sei estratti dal debutto. Il vero capitolo secondo arriva comunque relativamente presto, già l’anno successivo, per quanto la sterzata rispetto all’esordio si riveli alquanto brusca e le ambizioni non approdino nel risultato atteso. Mr. Supernatural, questo il titolo, è a tutti gli effetti il disco più “tedesco” nel catalogo del collettivo e, con ogni probabilità, anche il meno riuscito. Esce per una label di Francoforte, la Hazelwood, prodotto da Wolfgang Gottlieb e Gordon Friedrich.

220x270_33Al fruitore non occorre addentrarsi troppo nell’ascolto per registrare come la brillante inclinazione soul-bandistica, levigata e ovattata come non mai, abbia preso il sopravvento silenziando l’anima più istintuale del gruppo per esaltare l’accuratezza e la sofisticazione di un’opera meglio innervata ma più standardizzata e prossima a certa maniera etno-jazz. Lo stesso Khan pare recitare con il guinzaglio e la museruola, dimentico delle sue più chiassose animazioni rock, sovrastato da ottoni eletti a autentici protagonisti di un sophomore che la title track anticipa come noiosetto. Così, schiacciati dalla ricerca sullo stile, gli Shrines cedono il passo, magari non proprio consapevolmente, al caricaturismo di tanti lavori simili, concedendosi una sorta di licenza vacanziera che eccede con le rigogliose contaminazioni di un sound malizioso, lussureggiante ma assai più algido di quanto preventivato.
Nell’aurea mediocritas dell’album svettano l’ideale omaggio al modernariato quasi mitologico dell’epopea Stax di “On A Brass Bed (In Paradise)”, abbastanza sincero nella sua polverosa nostalgia, l’insinuante esorcismo boogie di “Pickin’ Up The Trash” e, soprattutto, l’infervorato congedo di “Burnin’ Inside”, valido richiamo per il magnetismo animale che il gruppo non ha smesso di sprigionare dal vivo, senza riserve.

La solita scorta di virtuosismo per una volta risulta male impiegata e qualche sbadiglio (la gorgogliante e mimetica jam di “Train No 8”) va messo in conto. E’ appena passabile il funk increspato di “Stone Soup” mentre nonostante l’analoga, sordida atmosfera revivalista, la soporifera “Shattered” è solo omonima dell’album superlativo che i Reigning Sound regaleranno dieci anni più tardi. Alla fine rimangono forti, per il resto, l’impressione di un lavoro troppo programmaticamente edulcorato e mansueto, ragionato più del necessario ma poco sentito nell’intimo dai suoi autori (Khan in primis), e la sensazione di un esercizio – più che il consueto scherzo – tirato davvero troppo in lungo (“I Don’t Have To Tell You”). L’occasione di riscatto arriva comunque nel giro di qualche mese, offerta da uno split album che King Khan e la sua ghenga condividono con una delle istituzioni della scena garage nordamericana, i Dirtbombs di Mick Collins.

220x270_11_05Billiards At Nine Thirty, fuori per Sounds Of Subterrania nel gennaio 2005, è equamente ripartito tra le due formazioni. La metà concessa al gruppo di Detroit sa di levigata ricreazione, senza l’esplosività di un “Ultraglide In Black” ma anche senza insistere quanto forse era auspicabile sui registri più eccentrici, sulla stramberia magari curiosa ma godibile: una prova senza troppo mordente quindi (eccetto forse “The Size Of Ottawa”, pure un tantino caricaturale), inadatta a cogliere lo spirito di questo incontro-sfida, per quanto proposta da un collettivo formidabile. Meglio, decisamente meglio la congrega animata da Khan, indiavolata sin dall’iniziale “Sweet Tooth”, e assai più ispida e affilata di una media di per sé già piuttosto devota a tetano e isterie elettriche. E’ questa la direzione scelta senza lesinare sul sudore per i sei episodi del loro segmento, dal revival con le pulci di un’invasata “Annabelle” al rutilante riff di una “Burnin’ Inside” riconvertita al trend pestone. Se sul finale si torna a concedere cittadinanza al gigionismo senza quartiere del capobanda (“40 Birds”) o alla sua indole più freak-animalesca (“Take A Trip”), “Killer Diller” rappresenta la firma del concordato con la propria classicità, per non tradirsi più.
Un disco più apertamente garage-rock quindi, puntuto e tagliente, che per non sfigurare al cospetto dei maestri statunitensi spinge a tutta sul pedale dell’acceleratore, senza uscire di strada ma sprecando, data la scarsa visibilità di questa pubblicazione, alcune cartucce davvero interessanti.

Mark, tra Les Sexareenos e BBQ

Ma lasciamo da parte Arish e torniamo indietro all’estate del 1999, allo scioglimento degli Spaceshits e alla loro filiazione sul versante canadese. Mark e il batterista Danny Marks si sono spostati di qualche chilometro nel vicino sobborgo di Saint-Laurent e, assieme all’ex-Daylight Lover Roy Vucino e alla tastierista Annie Laurin, danno vita ai Les Sexareenos, intestazione rubata a una novella pulp di Vin Saxon (pseudonimo di Ron Haydock dei The Boppers). Se il vizietto degli alias è confermato, con Sultan che diventa (a seconda delle occasioni) Blortz, Bridge Mixture o Noamnm Rumnyun e gli altri trasformati rispettivamente in Colonel Lingus, Choyce e “Work With Me” Annie, Danny cede la batteria al frontman e si accolla lo strumento che nella prima esperienza condivisa fu di Khan, il basso. Dopo un paio di sette pollici, il gruppo non impiega che qualche mese per debuttare su lunga distanza con Live! In The Bed, registrato da un altro veterano della console (Jim Diamond dei Dirtbombs, primo produttore dei White Stripes) e pubblicato ancora una volta dalla Simpathy For The Record Industry.

220x270_06_06Il sound è scalcinato come nella precedente incarnazione ma il tono riesce leggero e scanzonato, si guarda più apertamente al bozzettismo power-pop, alle derive soul rumorose, al beat rivisitato di marca Fleshtones (è cruciale il farfisa suonato dalla Laurin, autentico elemento di rottura rispetto agli Spaceshits) e il cantato di Mark apre con una certa decisione alla melodia, pur nel solco di un orientamento di massima arrembante e, a sprazzi, infervorato quanto basta. Il brano-paradigma per questa nuova animazione, sguaiata e festante, si intitola “Everybody Sexareeno!”. L’impronta è ancora più derivativa, il citazionismo della casa si è fatto spudorato (si senta “Hey Sah-Lo-Ney”, mirabile cover dei The Chants) ma l’impatto bruciante delle varie “I Need Your Lovin’” e “What You Gonna Do”, così come lo sgangherato country-blues di “I Found You”, restano un formidabile trastullo per i cultori del genere, il disco non affoga nel solito inavvicinabile lo-fi ed è anzi discretamente ben prodotto. Soprattutto, non accusa cedimenti o giri a vuoto, merito di un Sultan quantomai pirotecnico dietro i rullanti. Episodi come “Sorry” o la slabbratissima “Carolina, Yeah!” valgono anche e soprattutto in quanto sorta di prova generale per il ruvido romanticismo che l’italo-canadese saprà regalare con straordinaria incisività negli anni fortunati della sua maturità artistica.

Il gruppo si fa apprezzare in giro per il mondo, Giappone e Europa compresi, soprattutto per la sua instancabile attività live in combutta con i compagni di scuderia Deadly Snakes, Von Bondies e Detroit Cobras. Il sophomore 14 Frenzied Shakers, autoprodotto, arriva nei negozi nel luglio del 2001. Rispetto all’esordio si rileva una virata decisa verso la bassa fedeltà, espediente che toglie un po’ di brillantezza a chicche pure intriganti come “We Gonna Ball”. Anche l’istrionismo del frontman esce in parte ridimensionato da un lavoro più attento che mai alla certosina ricostruzione filologica di uno stile (emblematica “Don’t You Know Yokomo”) ma penalizzato da una resa sonora non più così esplosiva. Il riposizionamento della band come artefice di un articolato breviario revivalista (“Ring Dang Do”, la pregevole “The Way That You Work”) comporta senz’altro più elevati coefficienti d’eclettismo ma tradisce nel contempo l’inaridirsi della vena più genuina di questa formazione, in un disco a tratti piuttosto spento, palesemente programmatico, privo dell’entusiasmo che aveva contraddistinto il debutto e scritto con più testa che cuore (e pancia, soprattutto).

220x270_32_01A persuadersene, evidentemente, è lo stesso Sultan, che nel 2002 decide di gettare la spugna per imbarcarsi nell’avventura solista da one-man band e, contestualmente, dare vita alla propria etichetta (la Sultan Records, che pubblicherà lavori di Deadly Snakes, Daylight Lovers e Scat Rag Boosters). I Les Sexareenos tornano a farsi vivi solo retrospettivamente nel 2005, un anno dopo lo scioglimento ufficiale, con una ricca antologia compilativa arricchita da da outtake e rarità varie.  Dentro l’esaustiva carrellata di questo 28 Party Dancers From Montreal’s Finest si torna a respirare, per fortuna, la rauca esuberanza dell’esordio, grazie a un’infilata di ottime gemme: dalle marezzate “Mojo Workout” e “Roses Are Red” alla caricatura di Elvis in “Lights Out” o la cover coi pidocchi di “White Light, White Heat”, e dal rockabilly inviperito di “Work For Fun” alle marcissime “Without Your Love” e “Leave Me Alone”, c’è modo di apprezzare per intero il repertorio della compagine canadese, nonostante l’orizzonte espressivo resti sempre delimitato dai soliti steccati espressivi. E se in “I Can’t” fanno capolino persino i fiati, quasi a suggellare il gioco di mimesi senza ritorno nei confronti dei Fleshtones, “Little Bit O’Soul” è una chicca retro-pop particolarmente riuscita, anche se con il suo giovanilismo sixties da ribaldi, particolarmente accurato, non parrebbe nemmeno farina del sacco di Sultan.

In questa fase Mark si esibisce dal vivo sotto il nuovo moniker BBQ, sposando la formula indiavolata del tuttofare che canta, suona la chitarra e la grancassa simultaneamente. Si aggrega talvolta al circo di Cool Jerks e Soledad Brothers, o allo spirito affine Bob Log III, ma più spesso predilige la dimensione del vero cane sciolto. L’esordio in studio, eponimo (ma noto anche come “The Complete Recordings, Vol. 1”), arriva nel 2003, registrato dall’amico Andre Ethier (frontman dei Deadly Snakes) e licenziato dalla solita Sounds Of Subterrania. Si tratta di un lavoro davvero grezzissimo, marchiato a fuoco dalla più lancinante delle chitarre mentre la voce agonizza nel riverbero, pur senza rinunciare a offrire le proprie velenose armonie. Sultan rivela la medesima esuberanza dei suoi primi progetti, ruspante come un galletto da combattimento e esaltato dall’abominevole resa sonora di queste registrazioni.

220x270_16_05Su un piano squisitamente formale non v’è dubbio che si sia al cospetto di uno dei suoi lavori più inclini al terrorismo, eppure sotto la morchia elettrica già si riconosce un songwriting destinato a riservare tante belle sorprese ai cultori del miglior garage-revival. In questo caso a prevalere sul resto è ancora l’irruenza nuda e cruda, anche se qualche chicca tenera e scoppiatissima la si può cogliere, nel sublime lirismo all’aceto di “European Girls” ad esempio, nell’Elvis trasfigurato nel rumore in “I Wanna Be The Only One” o nei fantasmi fifties di “Deborah Lee”. Un citazionismo superlativo (la cover di “Lock My Heart” dei The Sharps), le istantanee rockabilly scattate con furia cieca o grana irrimediabilmente bruciata (“Hang On”, “I Said”) e un primitivismo blues a tal punto virato al rancido da suonare quasi irricevibile (“3 Days”) completano il quadro, aiutando a comprendere perché il volume di fuoco sprigionato o la polvere sollevata dallo sgangherato fortunale del canadese siano così ragguardevoli.

Per ascoltare il sophomore tocca attendere quasi tre anni, ma ne vale la pena. Registrato live e fortemente voluto in casa Bomp! dal grande critico musicale Greg Shaw (che morirà di lì a breve), fondatore della storica label di Burbank, Tie Your Noose è Mark Sultan al 110%, scapigliato, scalcagnato e in confezione rigorosamente grezza, senza filtri, belletti o compromessi ma con tutta la semplicità della sua inarrivabile arte revivalista. Dopo gli inevitabili convenevoli di una presentazione che pare una lurida brochure rockabilly (“C’Mon And Love Me”), c’è modo di godere di una terna di brani che il Nostro proporrà assai presto anche assieme a Arish, qui ancora in una veste affilata e sul crudo andante ma francamente già irresistibili (“Outta My Mind”, “Waddlin’ Around” e “Shake Real Low”, quest’ultima con punte di stralunato lirismo).
Nel mischione si alternano: sozze tirate garage-punk, sovraesposte e inaccurate per precisa scelta espressiva, che segnano il ritorno alla beata confusione dei primi progetti (“Year Old Wine”), incoerenti caricature ridanciane del verbo rock’n’roll (la fantastica title track), bozzetti sghembi e deliziosamente demodé (“Don’t Hold Out On Me”, una classicissima “Out Of Time”), tanto radicalismo lo-fi pure luminosissimo (la chiusa di “Record Machine”) oltre al ritratto dell’artista in qualità di sentimentalista senza speranze, “Justify”.
Ad affiorare è l’identikit del cantautore sgarrupato e rubacuori, un licantropo della canzonetta, gentile nonostante quell’aria sempre un po’ sdrucita, ispida, miserabile. Fiore all’occhiello resta la naturale irruenza, il piglio del primitivista infervorato la cui purezza si esprime qui nel pieno delle sue potenzialità, intransigente ma amabile come ogni causa persa dovrebbe essere.

Che lo Show abbia inizio

220x270_03_07Il relativo successo dell’album non cambia i piani di Mark, ormai stanco dell’avventura solista e fermamente intenzionato a dare vita a una nuova formazione a due con l’ex-sodale Blacksnake, del quale ha apprezzato i lavori partoriti alla guida dei Sensational Shrines. Volato appositamente a Berlino per convincere Arish, il Nostro fa molta meno fatica del previsto per centrare l’obiettivo. Così nel 2004 i due iniziano a scrivere nuove canzoni nell’appartamento berlinese di Khan e, all’inizio solo sporadicamente, propongono dal vivo il materiale condiviso in piccoli club tedeschi e spagnoli, coppola d’ordinanza per l’uno, inconfondibile elmo prussiano Pickelhaube per l’altro. Registrato dall’amico Bob Tooke negli Hazelwood Studios di Amburgo, The King Khan & BBQ Show LP esce proprio per Hazelwood (Goner in Nord America) nel maggio del 2005.

Il disco d’esordio in combutta rappresenta una prima chicca assoluta e si impone in agilità come una delle vette della produzione dei due canadesi. Se la chincaglieria sonora in bassa fedeltà è pura farina del sacco di Sultan, sono i magnifici incroci tra i suoi latrati e le squisitezze doo-wop del sodale a fare già di primo acchito la differenza. Abrasiva e mordace ma con una stupefacente inclinazione alla melodia, è questa la band al varo della nuova ragione sociale, ambasciatrice di un revival di altissimo profilo che recupera e rinnova lo spirito del rock’n’roll primigenio a cavallo di Fifties e Sixties. È un garage con le piattole, buttato giù con veemenza e felice indole romantica da una macchina da guerra discretamente efferata: barre del volume spinte a livelli esagerati, ritmiche pestone, una chitarra torva, l’altra sadica e lancinante, prove vocali sopra le righe quasi per necessità, canzoni basilari e songwriting intagliato a colpi d’accetta, per un album furibondo ma molto divertente che regola con ampio margine la stragrande maggioranza dei concorrenti nei territori musicali di riferimento. E in effetti la formula funziona a dovere proprio così, grezza e slabbrata con tutto il suo rancidume, senza bisogno di sovrastrutture o belletti.

220x270_40_01Vitali, dionisiaci ed ebbri anche più del lecito, i due guasconi nordamericani travolgono l’ascoltatore con la loro impassibile miscela di strafottenza elettrica e cuori sanguinanti, alternandosi tra godibili tirate proto-punk (“Fish Fight”, una “Pig Pig” licenziosa e arrembante come da trascorsi condivisi) e frangenti pure riverberatissimi ma a loro modo svenevoli, cui Mark riesce a conferire i giusti palpiti passatisti e un’aura sentimentale assolutamente contagiosa. Così dal rockabilly alle ballatone, e dagli sfregi rumoristi ai bozzetti surf-rock, la coppia cerca strategicamente di non precludersi alcuna pista. Khan porta in dote il bernoccolo soul della sua creatura tedesca, mentre Sultan sa essere ruvido e languido come pochi (la struggente “Am I The One”) anche per via di quel jangle a base di detriti che è un po’ il suo marchio registrato. Come dimostra “Got It Made”, l’amalgama rasenta spesso il miracolo. Il sangue di entrambi ribolle, ma il loro primitivismo è comunque disciplinato a dovere da una padronanza sullo stile che negli anni andrà affinandosi sempre più, a scapito forse della genuina purezza scarmigliata che rende davvero imperdibile questa prima uscita.

Riff e duetti da sciroccati sono sempre incredibilmente trascinanti, ma non ci si capacita comunque dell’energia pazzesca sprigionata, di come in due questi rocker folli e teneramente brutali riescano a dare forma a un simile macello. Anche nella loro incarnazione più animalesca, comunque, Arish e Mark non perdono di vista l’accuratezza dei propri esercizi e il gioco non si riduce mai a una semplice prova di forza o a una smargiassata anarchica. Tra i titoli memorabili di una collezione di sudicie perle si segnalano le impennate isteriche di “Shake Real Low”, sublime prova generale o matrice destinata a infinite, sottili variazioni sul tema, e “Outta My Mind”, due instant classic riciclati dalla precedente fatica del solo BBQ. Non ci si annoia, non si rifiata, non ci si perde in vezzi insinceri o in una teatralità rock da educande, e l’immediato successo del duo in orbita alternativa testimonia della bontà della scelta strategica.

220x270_13_06Il 2005 è anche l’anno del varo di una nuova compagine che i due guitti canadesi condividono addirittura con i veneziani Davide Zolli e Matteo Bordin (meglio noti come Mojomatics), anche se questi Ciaoculos non andranno mai al di là di un sette pollici (“Hey Little Girl/Walk On”) licenziato dalla francese Yakisakana. La firma con la prestigiosa In The Red, frattanto, prefigura un ulteriore salto di qualità.
L’atteso sophomore è però registrato in proprio nel piccolo studio berlinese di proprietà di Arish e consorte, il Moon. What’s For Dinner? arriva nei negozi nell’ottobre del 2006 e, ancora una volta, è la fotografia in copertina ad anticipare un nuovo cambio di look: Sultan indossa un turbante coloratissimo dal quale sul palco non si separerà per anni, mentre Khan ha optato per una vistosa parrucca rosa da baldracca della peggior risma, la sua nuova coperta di Linus live.

Il biglietto da visita di “Treat Me Like A Dog” marchia a fuoco un ritorno sui consueti standard per le grattugie elettriche del duo, se possibile ancor più velenoso e sostanziale nelle sue tirate: la grancassa di Mark è un martello che colpisce con cieca indifferenza, mentre il tetano è assicurato proprio dalle due chitarre e dagli enfatici, rochi guaiti di entrambi gli artisti nella loro implacabile marcia. A offrire subito una sorta di compensazione pensa “I’ll Never Belong”, numero all’insegna di quel romanticismo pezzente che a Sultan riuscirà sempre a meraviglia. Nelle pagine a sua disposizione, gli indici di lirismo e revival primi sixties letteralmente sembrano schizzare ai massimi e impazzire, mentre la briglia imposta al compagno comporta ben altro costrutto e resa melodica, pur persistendo a mantenersi su inflessioni crepuscolari e con un’infima fedeltà sonora a dettar legge.

220x270_04_06Se l’effetto-sorpresa è venuto meno, la miscela conferma tutte le sue ruvide benemerenze, sia che si strizzi l’occhio a Jack White in un momento di straordinaria visibilità per il suo progetto principe (“Dock It #8”) sia che ritorni in primo piano quel citazionismo tra surf-rock e doo-wop all’aceto (l’apoteosi canzonettara di “Why Don’t You Lie?”, ad esempio, o il triplo carpiato nel passato di “Too Much In Love”, pura linfa per impliciti discepoli quali Shannon Shaw e le sue Vongole). La purezza dei due mattatori canadesi non può essere in alcun modo messa in discussione perché non c’è recita di sorta, quel che va in scena è la naturalezza un po’ scoppiata degli artisti. Sgangherato e strafottente, il loro rock ad alto coefficiente di weirdness e sudiciume porta davvero le stimmate del miglior garage in circolazione, ulcerato e rabberciato magari, ma offerto senza artifici o calcoli paraculi. Le canzoni si sono leggermente allungate, senza perdere peraltro un solo grammo dell’originale immediatezza, o dell’incisività garantita dagli schematismi messi in campo a livello di songwriting. La ponderazione, per quanto possa apparire assurdo, pare avere il sopravvento sull’irruenza nuda e cruda.

Ancor più del predecessore, soprattutto, questo disco suona come una scanzonata elegia dei reietti, degli spostati, dei dropout tutto cuore. Lo fa optando per una felice commistione di veracità rockabilly e finezze da modernariato musicale, come avviene in “Blow My Top” e nel divertissement che presta il titolo alla raccolta, o magari con Mark che azzarda incanti sentimentali amabilmente virati al rancido eppure squisiti, nella loro sincera devozione a uno stile oggi caduto in disgrazia (“Into The Snow”). L’alternativa più quotata sono le appendiciti rumorose come “Captain Captain” o quella “Zombies” che regala l’illusione di essersi imbattuti in una malatissima outtake dallo scrigno grunge, possibilmente con Mark Arm dei Mudhoney al microfono. A questo giro, l’isteria punk è invece confinata nei quindici secondi di “Learn My Language” o nel minuto e mezzo di furibondi latrati di “Operation”.

In stato di grazia

220x270_20_04La prova che la nuova avventura in comune ha dato smalto a entrambi gli artisti si manifesta in tutta la sua evidenza nel 2007, anno dello spumeggiante ritorno in pista per i Sensational Shrines e del debutto di Pepe con il moniker Mark Sultan. La ghenga di Khan – che nel frattempo non ha mancato di spendersi nel progetto dream-pop di sua sorella Coco, denominato Cocobeurre, e in un Ep intestato alla sua bambina di sei anni, Saba Lou – torna a farsi sentire con la colonna sonora del film “Black Sheep”, discreto successo in Germania prodotto e promosso da una major. Frattanto il sax baritono di Frédéric Brissaud aka Big Fred Rollercoaster ha rimpiazzato il trombone di Mr. Tom Bone mentre Simon Wojan aka Sam Francisco ha preso il posto di Sam Cook alla tromba: aggiustamenti secondari solo in apparenza e capaci di dare nuovo impulso al collettivo, il cui terzo Lp esce per Hazelwood (Europa) e Vice (Nord America) a maggio per imporsi, qualche mese dopo, nella lista delle migliori uscite dell’anno secondo Pitchfork.

Non si potrebbe immaginare un abbrivio più squillante della “(How Can I Keep You) Outta Harms Way” che qui apre i giochi in maniera spumeggiante, nel segno dell’incontro di fiati e rude baldanza garage forse più compiuto e convincente di sempre. In realtà non è questa canzone da sola, bensì in testa a una prodigiosa sequenza di almeno quattro instant classic, a fare di What Is?! il vero album-manifesto dell’incontenibile collettivo euro-canadese. “I Wanna Be A Girl” è uno spassionato proclama femminista che non lesina in quanto a isteria e va a segno con il più micidiale dei refrain-bostick; “Welfare Bread” riesce più docilmente stravaccata, condotta con indole placida da un Khan che ondeggia tra falsetti e ispide fascinazioni da seduttore con il microfono, mentre il jangle della chitarra piega verso il power-pop e illumina la scena; “Land Of The Freak” ha invece gli estremi della superba bozza identitaria, mentre l’ebbrezza a tutto campo che contiene a fatica promette di ritagliarsi un posticino speciale nei palinsesti dei concerti a venire. Fin qui, un disco semplicemente pazzesco, con dalla sua una compattezza inesorabile che non preclude in alcun modo al virtuosismo di emergere ma resta un più che valido esempio di rock feroce, divertente e senza fronzoli.

220x270_30_02L’eccentricità continua a essere esercitata su standard smisurati, ma questa volta il gioco tiene alla grande senza scadere nella consueta rassegna di divertissement bizzarri e un po’ fine a se stessi. Il quadro che emerge è quello di una raccolta incredibilmente ricca, di umori, influenze, stampi stilistici: se “Let Me Holler” torna a esplorare la vena più selvatica e chiassosa del Nostro in un ardito guazzabuglio di turgori blues e follia freak-garagista; “I See Lights” è velenosa quanto rumorosa ma trascende la banale smargiassata punk-rock, mentre “No Regrets” pare più prossima al conformismo rock muscolare, zeppo di assoli vistosi (ma non spacconi), “Le Fils De Jacques Dutronc” suona come una esplosiva nuova immersione nella cinematografia di genere anni Settanta e la paginetta sensuale di “69 Faces Of Love” ripresenta un Arish controllato come non mai.
What Is?!
si configura quindi come un lavoro incalzante e crudo quanto basta, che non scende mai di tono e non mostra il bisogno di tirare il fiato. Quando riscopre la verve bandistica di Mr. Supernatural, lo fa con tutt’altra irruenza, con la veemenza inviperita dei reietti e senza pose manieriste (“In Your Grave”). I fiati a questo giro sono piuttosto elementi vagamente inquietanti, tossici, torvi e ubriachi (si senta lo sprofondo psichedelico di “Fear & Love”), non certo i paladini dell’estetizzazione persino fastidiosa di qualche passaggio del passato, e il loro lussureggiante eclettismo si spinge ai massimi nella jam “Cosmic Serenade”, tra divagazione progressive e world music. Chiude la fanfara di “The Ballad Of Lady Godiva”, concedendosi il lusso di fare il verso a Lou Reed.

Mark nel frattempo non è rimasto con le mani in mano. Mentre lavora al nuovo materiale destinato alla sua terza uscita solista, trova il tempo per fondare l’ennesima formazione del sottobosco canadese, i Mind Controls, assieme a Brian “B-Man Le Duke” Hildebrand (batteria) e Ysaël Pépin (basso), entrambi membri di un’altra gloria locale, i Demon’s Claws. Il disco di debutto, eponimo, esce per la statunitense Dirtnap nel febbraio del 2006 ed è destinato a rimanere un caso isolato.

220x270_09_07Riff sempre identici, tono sguaiato, sudiciume lo-fi e ritmiche monotone quanto pestone: l’artista canadese torna con prepotenza al proprio passato remoto, a una dozzina di anni prima per l’esattezza, ma la regressione riesce assai meno entusiasmante di quanto presumibilmente si sperasse. Più che altro non pare avere molto da dire e si perde in un innocuo punk-rock da ragazzini. E’ il Sultan più schematico e caciarone, questo, immobilizzato in uno stampo garage anche godibile ma alla lunga davvero troppo ripetitivo: gli steccati di separazione tra brano e brano si fanno quanto mai labili e il Nostro recita nella sua incarnazione più monocorde (e paranoide), apparentemente senza vera partecipazione emotiva. La stilizzazione in questo caso sembra aver eccessivamente impoverito la proposta e né il rumore né il vigore sono in grado di compensare in modo significativo la lacuna. Così come “Grapevine”, il brano che presta il titolo a album e progetto è una tirata scherzosa debitrice dei Ramones, ma con le sole motivazioni ludiche non c’è speranza di fare troppa strada, se le deviazioni dallo standard sono prossime allo zero. Ha il pregio di durare poco, se non altro, proprio come i dischi di Spaceshits e Sexareenos con i quali, tuttavia, non condivide la convulsiva effervescenza né la varietà di soluzioni.

Le cose vanno meglio, decisamente meglio, con il primo album che Pepe accredita all’alias più “partecipato” Mark Sultan, così da marcare la distanza dall’incarnazione one-man band di BBQ, e che nel maggio del 2007 segna il suo debutto per la prestigiosa In The Red. Dentro The Sultanic Verses il sound è ancora bello grezzo, ma il jangle tutto detriti della sua chitarra approda a una sublime forma di compromesso con quella voce melodiosa e con i ninnoli bislacchi delle scarne decorazioni. Come comprova il brano di lancio, “Beautiful Girl”, il risultato è meravigliosamente spiazzante perché celestiale, festoso e ulcerato a un tempo. Il mattacchione canadese della riscoperta rock’n’roll porta ancora il santino di Elvis nella tasca interna della giubba, ma l’anima sembra piuttosto quella del deviante blues, più incline a un Johnny Cash scoppiato (magari trasfigurato da un punk marcissimo, come in “Warpath”). Il motore di “Cursed World” è ingolfato, pieno di polvere, e sul deserto già si affaccia un crepuscolo porpora che annuncia la notte. In scenari torridi e poco accomodanti come questi si muove Mark, cantore selvatico dall’irriducibile indole romantica come la variante irsuta e lupesca di Mark Oliver Everett, ma anche ingarbugliato caciarone con un debole per i motivetti implacabili scolpiti nella memoria popolare (e veracissima), ideale rimessa di frontiera di un sogno americano sabotato a colpi di fuzz (“Spinning Ceiling”, l’arruffata “Two Left Feet”).

220x270_07_06Quando il Nostro spinge per converso nella direzione del garage straziato di un tempo, mostra di avere molto da insegnare ai tanti giovani virgulti che proprio in questa fase cominciano ad affacciarsi, non senza ingenuità, in un sottobosco indipendente destinato a fare molto parlare di sé negli anni a venire. Il nichilismo al catrame di una “Mortal Man”, per dire, è molto meno accomodante di quello che qualche imberbe epigono sfodererà più per gusto della goliardata che per effettiva inclinazione, e le sue fascinazioni risplendono nel riverbero, in una guazza che sovrasta l’ascoltatore e lo rinfranca.
Sultan suona spigliato, indifferente, ora brioso (“Something Wrong”) ora inesorabile, in quello che può essere considerato il vero album-manifesto della sua poetica pidocchiosa. E le canzoni, al di là del consueto lavoro sullo stile o dell’immancabile fracasso? Una più bella dell’altra, con sugli scudi la decadente “We’re Sinking” e il sunshine-pop in putrefazione di “Unicorn Rainbow Odyssey”, ripresa a tempo zero dall’insospettato ammiratore Bradford Cox (per il progetto Atlas Sound).

Placata la fame individuale, Arish e Mark tornano a collaborare a quattro mani sul loro progetto comune. L’Ep che la Crypt rilascia nel novembre 2007, Teabag Party, è poco più di uno stuzzichino per ingannare l’attesa di uscite più significative: cinque brani (tre, al netto di quel paio di fiammate) prepotentemente orientate al revival fifties e a un doo-wop in bassissima fedeltà da buontemponi. Per il terzo, atteso Lp, tocca invece aspettare altri due anni. Registrato dai guitti canadesi assieme a Lou Galluch, metà tra le mura amiche del berlinese Moon Studio e metà in trasferta a Brooklyn, Invisible Girl è il terzo capitolo della loro avventura a due e il secondo a venire pubblicato con il marchio della In The Red.

220x270_28_02Rispetto ai precedenti lavori licenziati con la medesima ragione sociale, nel nuovo album il duo opta per una sostanziale diversificazione del proprio suono, ampliando con sensazionale naturalezza lo spettro dei possibili riferimenti rispetto alle canoniche (e limitate) soluzioni espressive della sfera garage-rock, ma preservando l'attitudine schietta e senza troppi fronzoli che dischi di genere come questo richiedono quasi per necessità. Un brano emblematico come la title track, collocata proprio a ridosso dell'apertura, è in grado di chiarire alla perfezione le coordinate di questa precisa scelta stilistica: ruvidezza e saccarina risultano miscelate con la dovuta ponderazione, definiscono le linee generali di un sound profondamente sixties-oriented e plasmano una parodia più che credibile del romanticismo scontroso di quegli anni, con esisti irresistibili e un finale da Byrds in acido che spiazza piacevolmente.
Con la successiva “I'll Be Loving You” è invece una rivisitazione dell'epopea canzonettara degli anni del boom (anche italiano) a imporsi in uno strepitoso beat, tra lacerazioni enfatiche e chitarre magicamente calate in quel clima così remoto. Se in “Tryin” si ritrova un analogo genio mimetico e ancora una volta pare quasi di ascoltare Mark Arm (ma alle prese con una cover dei Profeti), la micidiale centrifuga di Khan & Sultan non può risparmiare i Beach Boys, rivisitati in “Lonely Boy” da una elettrica pacchianissima e da una voce bubblegum irriverente.

Certo, nello schizofrenico calderone c'è spazio anche per molto altro: con “Tastebuds” – sorta di proto-punk à-la Ramones opportunamente virato power-pop – si guarda alle origini del rock senza scordarsi la propria inguaribile vocazione per la leggerezza fracassona e le melodie tagliate con l'accetta; con “Truth Or Dare” si ripiega invece verso lidi garage più convenzionali, con relativo assolo d'ordinanza sepolto in una generale guazza di riverberi e bassa (anche bassissima) fedeltà. Per il citazionismo divertito e scoppiatissimo, attuato a regola d'arte, verrebbe da dire che Invisible Girl è esattamente il tipo di disco che gli Yo La Tengo sognavano di realizzare quando hanno indossato la maschera sporca e guascona dei Condo Fucks. Quella registrata dai due rocker canadesi, nei lavori condivisi come nei progetti sviluppati in proprio, non è mai stata solo banale musica di genere. Come dimostra proprio questa nuova fatica in modo illuminante, quelle di Khan e Sultan non sono semplici e volgari imitazioni, bensì raccolte di melodie imprigionate nel passato, canzoni intrise di memoria condivisa e dotate per questo di un'anima intelligente. Per comprenderne il senso basta immergersi nell'atmosfera creata dalla prima del lotto, “Anala”, un garage-pop indiscutibilmente sbalestrato, spiazzante per via della sfacciata citazione doo-wop e anche abbastanza vizioso, laido (in termini sonori) e zuccheroso, con i coretti surf malatissimi e un cantato che non si smuove dal suo formulario di impasti à-la Zombies prima maniera.

220x270_14_05Paradossalmente, tuttavia, il gioco tiene benissimo e suona sincero, per nulla ruffiano. Un perfetto esempio di kitsch postmoderno – con la sorpresa che nasce proprio dal carattere insolito dell'accostamento – sviscerato però prima col cuore e la pancia e poi con la testa. Certo, anche la componente intellettuale ha il suo peso, ma l'atteggiamento dei musicisti coinvolti è quanto di meno accademico si possa immaginare. Un brano come “Animal Party”, per dire, presenta richiami rockabilly più arruffati e cialtroni, tra smargiassate demenziali e la precisione chirurgica dei filologi revivalisti. Non un'astuta operazione-nostalgia studiata a tavolino, bensì un atto d'amore e insieme una presa di distanza colma di ironia: a qualcuno sembrerà solo trash senza capo né coda, ma in filigrana svela una sorta di genuina assimilazione stilistica, tanta ricerca, passione e talento. Lo stesso si può dire del pop scalcagnato e inacidito di “Spin The Bottle”, omaggio all'immortale “gioco della bottiglia” condito da ritornello idiota, assolo in miniatura e voce sguaiata quanto basta. La vetta è raggiunta forse con “Third Ave.”, vero e proprio compendio sultaniano di romanticismo sixties spiccio, modellato in una caricatura semplicemente fenomenale. La perfetta aderenza alle formule di una sottocultura popolare ormai caduta in un triste dimenticatoio offre una luce preziosa che amplifica i meriti dell'intero lavoro. Non va nemmeno dimenticato il taglio volutamente sbrigativo e obliquo che conferisce sempre un fascino straniante a queste composizioni, un retrogusto psichedelico e inquieto che fa bella mostra di sé nell'adrenalinica e implacabile “Crystal Ball” – a mani basse l'episodio più acido e (lucidamente) delirante di Invisible Girl – come nel finale grezzo e coloratissimo di “Do The Chop”.

I nuovi mostri

Valutato in ottica consuntiva, il 2009 mandato a referto con la pubblicazione del terzo King Khan & BBQ Show si rivela un anno particolarmente intenso per entrambi i protagonisti. Innanzitutto per il fatto di cronaca menzionato in apertura, con Arish e Mark arrestati in Kentucky per possesso di sostanze stupefacenti assieme all’attore Maxwell McCabe-Lokos aka Leo Chips (già tastierista nei Deadly Snakes, assoldato come intrattenitore – nei panni di “Show” – per il nuovo tour statunitense) e alla manager Kristin Klein, pizzicata peraltro con una patente falsa. Quindi per la collaborazione di entrambi, in separate occasioni, con l’invasato rocker con i capelli impomatati Bloodshot Bill (uno dei loro numerosissimi compagni nel super-collettivo dei Red Mass, ideato dalla vecchia conoscenza Roy “Choyce” Vucino), sfociata nel giro di qualche mese nei debutti delle nuove creature, The Tandoori Knights e The Ding-Dongs.

220x270_12_07Khan qualche tempo prima aveva celebrato anche il varo ufficiale (via In The Red) di una compagine nata informalmente già otto anni prima, i Black Jaspers, condivisa con Jasper Hood (di Brema, frontman delle punk-band Moorat Fingers e Shakin Nasties) e il fidato John Boy Adonis. Nel caso dell’ennesimo debutto eponimo, l’indirizzo espressivo si configura come un isterico ed effemminato hardcore-punk, abbastanza truce nella confezione ma assai più didascalico di quanto fosse lecito sperare, un trash-rock frivolo e schematico che riesce a tratti divertente ma non ha modo di imporsi come ascolto davvero memorabile. Arish e (soprattutto) il sodale gigioneggiano senza arrivare quasi mai a graffiare (fa eccezione la godibile “No Brain No Pain”), anche per via della reiterazione di un formulario e di una certa piattezza sul piano ritmico che mostrano presto la corda. In scaletta spicca la discreta “Born In ‘77” che Khan riproporrà un lustro più tardi nella collaborazione con gli statunitensi Gris Gris.

Tra le animazioni collaterali, il vero evento del 2009 è comunque il lancio dell’estemporaneo progetto Almighty Defenders, nato dall’incontro della ditta King Khan/BBQ con i Black Lips – riparati a Berlino in gennaio, dopo la cancellazione di un controverso tour in India – e approdato alla pubblicazione dell’eponimo debutto su lunga distanza in settembre, via Vice Records. Tuffarsi in questo disco rende possibile godere della piacevolezza delle avventure sorprendenti e bislacche che capitano solo una volta ogni tanto. A guidare è per lo più la fetida animaccia soul di Arish, con i ragazzi di Atlanta chiamati a mettere al servizio dei colleghi canadesi la loro navigata sporcizia e un arsenale da vera band. Non fosse per le occasionali (“All My Loving”, “Over The Horizon”), stranianti evocazioni gospel, si sarebbe indotti a etichettare il disco come il più canonicamente garage-rock della ditta Khan/Sultan, almeno seguendo l’accezione di un marchio sonoro che coniughi i Sonics e la ruvida eloquenza di Dirtbombs e spiriti affini (l’ottima “The Ghost With The Most”).

220x270_10_06Dentro c’è un po’ di tutto, il che sembra non solo comprensibile ma quasi auspicabile per un collettivo di musicisti che ha scelto di esibirsi dal vivo in tonache da coristi afroamericani. Se “She Came Before Me” oscilla tra R&B vizioso e doo-wop con le piattole, sulla scorta di alcuni dei frangenti più infettivi regalati dai Sensational Shrines, “The Great Defender” è un esorcismo predicatorio allucinato, mentre altrove si fa perno su una coralità laida e irresistibile, sovraesposta dalla bassa fedeltà, resa lancinante dal riverbero ma ugualmente ficcante (il singalong di “Bow Down And Die” resta memorabile). Al centro di “Cone Of Light” c’è invece un quantomai autorevole Mark, cui i Lips letteralmente mettono le ali, mentre il sodale si limita ai suoi tipici, buffi gorgheggi. E’ un bel sentire, l’incontro funziona a meraviglia, e lo stesso discorso vale per il cantato lacero di Cole Alexander o il cameo di Saba-Lou al violino in “Jihad Blues” (la sorella Bella latra in “30 Seconds Air Blast”) e per la fenomenale cover tutta cuore di “I’m Coming Home” di The Mighty Hannibal – uno dei miti condivisi da Khan e dai suoi amici statunitensi – che bene inquadra lo spirito e le coordinate di questa inattesa joint-venture.

Ma torniamo al doppio sodalizio dei due guitti di Montreal con il concittadino Bloodshot Bill, manifestatosi nel bel mezzo di un quinquennio in cui all’artista viene impedito di entrare negli Stati Uniti. Il primo a cimentarsi nella collaborazione è Arish con i Tandoori Knights, il cui debutto eponimo esce per Norton nel corso del 2010. Occasionali caricature di certo folklorismo indiano fanno da contesto sonoro (“Roam The Land”) e visuale a un dischetto d’impronta altrimenti hillbilly in bassa fedeltà (“Bucketful”). Il taglio è ancora una volta volutamente goliardico e un tantino buttato via in nome di una noncuranza tecnica eletta a idolo (al pari dell’irrinunciabile piega revivalista). Non male il bozzetto freak-surf di “Bandstand”, copiato dai Trashmen, il doo-wop sotto narcotici di “Big Belly Giant” o l’infiacchito romanticismo di “Into Her Arms”, ma per il resto l’album si può archiviare senza remore tra i passaggi più bizzarri e al tempo stesso marginali della sterminata discografia khaniana: qualcosa di curioso, insomma, vanificato però in partenza dall’approssimazione dei suoi artefici oltreché dall’indolenza, dallo scarso mordente espresso a livello di interpretazione. Il divertimento per l’ascoltatore è davvero blando (se il top è rappresentato da una “Tandoori Party” comunque moscia) e il concorso con lo spirito affine Bloodshot Bill, notoriamente più infervorato del Nostro, rappresenta in un certo senso un’aggravante, alla prova dei fatti.

220x270_31_03Le cose funzionano meglio – ma neanche poi troppo – quando è Mark Sultan a spendere il suo gettone con lui. L’esordio del duo come The Ding-Dongs esce praticamente in contemporanea con quello dei Tandoori Knights e sempre per la Norton, esprimendosi all’insegna di uno sghembo, ruspante, sgangheratissimo rockabilly, animato da due performer ampiamente sopra le righe e d’indole sanguigna. Minimo comune denominatore con quell’altra formazione a due è il lo-fi abbastanza miserabile di fondo, oltre ovviamente al cantato truce e grottesco di Bloodshot Bill, che nello specifico di quest’incarnazione pare impegnato in una specie di certame con Mark per l’interpretazione più canina. E' questo a rendere più vivaci e, in definitiva, preferibili i Ding-Dongs, anche perché ogni tanto si ha modo di apprezzare una chicca in perfetto Sultan-style (“Until I Die”, “She’s A Tiger”), se possibile ancor più rovinata dello standard e in un’inedita veste elettroacustica. L’incrocio di due voci così caricaturalmente caratterizzate (“Come On Lil Dolly”) è straniante e può irritare i meno avvezzi; per gli altri può rivelarsi una piacevole sorpresa nel quadro di un album per altri versi più che prescindibile. I due torneranno a fare comunella tre anni dopo nel sophomore Rang Tang Ding Dong senza sostanziali scarti espressivi, al di là di un fervore ancor più da licantropi della canzonetta (“Phantom On The Hill”), di un songwriting per certi versi più accurato (“Never Let You Go”) e di una più generale inclinazione al divertissement (“Marco Polo”). Mark vi si mostrerà assai più propenso al nascondino mentre il sodale avrà modo di salire in cattedra spesso e volentieri con le sue stilizzazioni boogie e la sua impareggiabile figurina da reietto.

Le strade si separano?

Nel corso del 2010 è addirittura la Sub Pop a portare nei negozi il primo (e, ad oggi, unico) sette pollici di King Khan assieme a Patrick “Pat Meteor” Bourbonnais dei Demon’s Claws (già membro della confraternita Kukamonga), “The Fiery Tears Of Saint Laurent”, esilarante tirata garage con le ultime parole attribuite a San Lorenzo sulla graticola – “Turn me over, I'm crisp on this side” – usate come ritornello.
Non passano che pochi mesi e l’eccentrico rocker indo-canadese ha già pronto il debutto dell’ennesima compagine, stavolta di orientamento hardcore-punk (ma piuttosto ottuso), condivisa con le vecchie conoscenze Danny Skid Marks e Roy “Choyce” Vucino: si tratta dei Vomit Squad il cui Ep Amon Ra Bless America esce per la Psychic Handshake senza rivelarsi titolo eclatante (passabile ma non certo trascinante “Burning With Beelzebub”). Un altro progetto è in cantiere nei mesi successivi e si appoggia a Kickstarter per racimolare i soldi necessari a far incontrare un manipolo di Kukamongas nel Moon Studios a Berlino per registrare un disco. La soglia ambita è raggiunta presto, ma l’avventura a tinte country (ispirata a Merle Haggard, Willie Nelson e Lee Hazelwood) di questi Khanwood Clarke (con Jeff Clarke dei Demon’s Claw, Sean Wood degli Spits e membri dei The Sadies) non si concretizzerà mai, un po’ come il (lungamente) vagheggiato debutto di una collaborazione tra Arish e GZA del Wu-Tang Clan.

220x270_17_05Mark Sultan, dal canto suo, ha già pronto $, il secondo album intestato all’alias di riferimento, sua unica uscita per Last Gang. La norma estetica cruda e guizzante dei lavori condivisi a nome BBQ col compagno di merende Khan (come del paradigmatico predecessore, Sultanic Verses) è modellata in comodi e approssimativi bozzetti quali “Go Berserk”, “Waiting For Me” o il singolo quasi garage-pop “Misery’s Upon Us”: luride feste a base di riverbero e colesterolo, romanticismo ruvido, chitarre fuzzate, amplificatori all’ultimo stadio, chincaglieria sonora e rancidume rock’n’roll. Burbero rubacuori intrappolato in un passato sempre più remoto e sempre più attuale, al solito Sultan si rivela infallibile quanto inconsapevole manipolatore di tanta mitologia musicale medio-bassa e finisce col prodursi in un eccentrico revival di se stesso: “I Am The End”, rallentata e abbrutita da un contesto rumoroso fuorviante e alieno, si conferma calda e fragrante come sempre; “I’ll Be Loving You” viene minata anch’essa da un trattamento produttivo di assoluta sostanza, ma il suo refrain assassino risulterebbe vincente anche in una session registrata nella doccia di casa sua (luogo in cui – con ogni probabilità – è nato); lo stesso vale per la “Catastrophe” rivisitata in versione economica, e nondimeno capace di catturare appieno quella che è la tempra informale e senza maschere che Mark sfoggia dal vivo con la coppola ben piantata in testa, a riprova di una scrittura acuta e genuina come poche.

Nei brani posti nella cornice di questo “Dollar” album il canadese osa ancora di più, avventurandosi senza ritegno in territori psychobilly e omaggiando più o meno indirettamente il genio sbalestrato di uno spirito affine come Ed Wood. “Icicles” è una nenia grottesca che arriva dritta dall’oltretomba fasullo di un vecchio B-movie horror, con la voce che irrompe laida in una selva di plumbee distorsioni, lasciando il posto sul finale al più isterico e malato degli assoli in repertorio. “Nobody But You” è invece il miglior Sultan possibile: controllato, potente, evocativo, pur se alle prese con uno sciatto e acidissimo kitsch-pop dai marchiani connotati derivativi. Saldo ai comandi del suo disco volante di latta e diretto senza timori nel volgare e sbiadito iperspazio della nostra quotidianità.

220x270_34_02Il seguito è pronto relativamente presto, alla fine del 2011, e a sorpresa si tratta di una raccolta doppia (questo il formato cd) con ospiti di grido – da Bradford Cox a Dan Kroha dei Gories, passando per i Black Lips Cole Alexander e Jared Swilley – disponibile via In The Red in due vinili con titoli e copertine differenti. Il Sultan di Whatever I Want appare ben più morigerato della sua norma e sembra intenzionato a puntare le proprie fiches su un più garbato revivalismo, tra gli incanti sfioriti delle teen tragedy ballad (“No Worries”), il beat, il doo-wop e inattese corrispondenze con i Beach Boys e con tutta l’assortita, splendente retorica degli Oldies But Goodies (“Axis Abraxis”).
Le melodie sono molto più spregiudicate, l’enfasi citazionista prende il sopravvento e trova in Mark un interprete superbo, all’altezza della mitologia canzonettara e dei suoi immutabili cliché, omaggiati con gusto e devozione. L’influenza del progetto con Bloodshot Bill si è fatta sentire e il Nostro arriva ad alterare da vero istrione il suo stesso cantato, asservendolo ora a questa, ora a quella piega stilistica. “Never Coming Home” è il titolo più prossimo allo standard torvo e crepuscolare di $ e non mancano episodi più movimentati, come lo scaracchio freak di “Quit The Human Race”, ma le esasperazioni rumorose del passato sono solo un ricordo.

Così il disco, tutto schiacciato sull’imitazione di formule ormai storicizzate, paga inevitabilmente qualcosa in termini di vivacità e asprezza, chiudendosi in una sorta di appassionato culto necrofilo (“Graveyard Eyes”, il boogie sepolcrale “Blood On Your Hands”) che è filologicamente ammirevole ma un tantino smorto, considerato il potenziale dell’artista. Questo non gli impedisce di imporsi come il suo lavoro di gran lunga più vario e ambizioso, quello che prova a esplorare con maggior arditezza i tanti universi sonori al confine dei suoi generi di riferimento e non lo priva di una superba faccia di bronzo alle prese con così tanti logori schematismi pop. “If I Had A Polaroid”, per dire, è più canonica rispetto ai suoi standard, ma Mark è bravo a rinnovarsi e a citare se stesso con il giusto piglio. Il gioco, sicuramente delizioso e accuratissimo, rischia talvolta di sbiadire in un macchiettismo fuori tempo massimo, ma a salvare l’album da questo eccesso di identificazione senza ritorno nella tradizione è ancora una volta l’espediente della bassa fedeltà, quella resa sonora volutamente approssimativa che insozza le canzoni e le rende, per paradosso, più attuali.

220x270_23_01L’indirizzo espressivo parrebbe confermato nel gemello Whenever I Want, almeno a sentire il rockabilly increspato del Nostro nel consueto ruolo dolente e col cuore in mano di “Keep Em Satisfied, Pt. 1”. Già il seguito della stessa, tuttavia, in versione autistica e disarticolata, rimescola le carte e aiuta a intuire l’intento del cantante: confinare in questa ulteriore raccolta i pezzi più morbosi e i carichi da novanta di una collezione di eccentricità e stramberie sperimentali, ora gustose ora semplicemente inquietanti (“In Future Worlds”, lo scherzo garage-psych di “Party Crasher”), etichettati per semplicità come rimasugli. La meraviglia avvizzita di un’era musicale mitica fa ancora la sua figura e il quadro d’insieme resta grandioso, zeppo di spunti irresistibili; soprattutto, svela gli squilibri e la generosità creativa di un autore di canzoni davvero fuori dall’ordinario, famelico, onnivoro, mai del tutto addomesticabile, i cui bozzetti pure deviano via via verso il grottesco miniaturismo (“Apophis To The Slaughter”), il pop pezzente (“Sweeter Than Wine”) e la chincaglieria freak, specie in una jam conclusiva allucinata e con sax in stato terminale.

Nel 2011 si fa vivo comunque anche Arish, per la prima volta in veste apparentemente solista. L’avventura condivisa con Sultan parrebbe essere giunta ufficialmente al capolinea dopo un paio di concerti alla Sydney Opera House a fine 2010, con gli artisti opzionati personalmente da Lou Reed e Laurie Anderson nel quadro del Vivid Live Festival da loro curato. Per cogliere il senso di un titolo altisonante come The King Khan Experience, è sufficiente la caricatura-sgorbio della celeberrima incarnazione hendrixiana contenuta in “Are You Serious?”. Nel disco, però, fuori per Scion nel corso del 2011, c’è tanta altra stravaganza. La cifra lussureggiante, turgida, particolarmente animata e molto ben prodotta resta in linea con quella R&B sovraccarica del suo progetto di più lungo corso, e non a caso tra i suoi complici a questo giro figurano i sodali Fredovitch e Big Fred Rollercoaster. “Come Levitate Me”, “Keep It Simple Stupid” e soprattutto “Knock Me Off My Feet” provano sonorità eccentriche degne proprio degli Shrines se non più audaci, nella direzione di un esotismo psichedelico esercitato a tutto campo (impreziosito da flauti e sitar) che quantomeno riesce intrigante.
Se “Bob Log Stomp” torna a imitare gli isterici cliché predicatori à-la Ian Svenonius (tra organetti a profusione e un discreto sudiciume degno della JSBX) e altrove ci si gioca la carta di una sensualità ruffiana e un tantino addomesticata, la vera chicca è la cover omaggio di “Hammer, I Miss You” del compianto Jay Reatard, cantata in tedesco su una base electro-pop pacchiana. Alla fine della fiera, una collezione di stramberie di chiara marcatura seventies non sempre a fuoco, talvolta col fiato corto ma abbastanza godibili e smaliziate.

Il tempo di un ritorno. Anzi, due

220x270_18_04
E quando non ci si sperava più, dopo aver curato la produzione del secondo album della torch-singer russa Mary Ocher all’inizio del 2013, riecco a sorpresa King Khan alla testa dei Sensational Shrines. Mancavano da ben sei anni, da quel What Is?! che fu un discreto successo (rafforzato a stretto giro di posta dalla raccolta The Supreme Genius), ma si fanno trovare pronti all’appuntamento con il loro frontman canadese, deciso a rilanciarne finalmente le azioni (con tanto di nuove sgargianti baracconate e camuffamenti da sfoggiare in ambito live). Rispetto ai tanti progetti animati nel frattempo, quello con la sua psychedelic-soul Big Band riporta verso sonorità insolite riscoperte giusto in occasione dell’uscita solista, verso James Brown o il rhythm & blues felicemente e dannatamente retrò, un po’ alla maniera degli amici Dirtbombs. La lunga inattività poteva far presagire un certo appannamento per il ricco ensemble internazionale, ma basta l’avvio di questo Idle No More a esonerare ogni perplessità, considerati il ritmo incalzante, le spirali delle chitarre e i sottili aromi western della programmatica “Born To Die”.
La dimensione allargata e su di giri del collettivo rende euforico un Khan particolarmente ruspante, mentre sullo sfondo impazza un ampio schieramento di trombe, percussioni e archi, per un risultato comunque fluido, segno che la band ha una sua ragion d’essere che va ben al di là del puro cazzeggio tra amici, riesce a esplorare soluzioni eccentriche con una resa all’altezza delle aspettative ed è ben attrezzata, ebbra ma con costrutto, smaliziata. Le cose migliorano addirittura quando l’andatura si fa più svaccata (“Bite My Tongue”), ideale per lasciare al cantante e alla sua Telecaster (con delega revivalista) il ruolo di gioviali mattatori serviti a dovere dalla cornice morbida e armoniosa dei fiati, oppure negli episodi più sanguigni e spassosi, di grande energia funky-blues, come “Luckiest Man”: qui il capobanda gigioneggia come un Mick Jagger dei poveri, mentre la presenza di un Farfisa sposta abbastanza nettamente i riferimenti verso i Fleshtones di fine anni 80 (gli stessi della successiva “Better Luck Next Time”, che pure sa di festoso jangle-pop). A fare la differenza più di tutto il resto è però il songwriting da navigato pescatore di perle melodiche del canadese, che funzionano a meraviglia vestite di anni 50 e rockabilly rivitalizzato stile Heavy Trash (“Yes, I Can’t”) come affidate a un rock affilato circa primi sixties, tra maledettismo di facciata e schietto romanticismo (“I Got Made”).

220x270_24_02“Romanticismo”. A ben vedere è proprio questa la parola-chiave, come sempre nelle produzioni di Khan. E’ anche per questa sua peculiare inclinazione che un disco come Idle No More suona trascinante senza essere banale, a riprova che dietro musica come questa vi è sempre ricerca, rielaborazione accurata del passato, più che una semplice passione cieca e fine a se stessa. Nella disinvoltura alle prese con certi stilemi che si direbbero decotti sta il grande talento di un autore che non ha mai smesso di meravigliarsi e meravigliare, sfogliando le pagine mitiche di una tradizione spesso considerata minore. Capita così di imbattersi, ancora una volta, in tante piccole sorprese. Il garage-blues di “Bad Boy” richiama alla mente l’interpretazione rauca e sopra le righe del solito Svenonius, predicatore del gospel yeh-yeh in fissa per il modernariato musicale dei neri, dal soul licenzioso al rock’n’roll à-la Chuck Berry: per chi ami il genere e il personaggio, uno dei momenti più godibili di un album peraltro tutto effervescente. Che trova il suo sbalorditivo apogeo in “Darkness” dove, tra turgori di sax e chitarre viziose da sudicio club, King Khan si esibisce in una prova di sfolgorante travestitismo nei panni di una baldracca fatalona che canta col cuore in mano: ne esce un numero oltremodo sporco, ammiccante, notturno, impregnato dei più logori stereotipi sull’amore sciagurato, eppure assolutamente irresistibile, un divertissement più che riuscito. La successiva “Pray For Lil”, un diversivo lento e più convenzionale con atmosfera da reietti (che risplendono) alquanto sincera, non sposta di molto le coordinate ma è cantata da una donna vera, con cui il paffuto rocker si limita a duettare dalle retrovie.
E il King Khan classico, quello duettista, ruvido, canzonettaro? Nel nuovo lavoro con gli Shrines lo si sente a malapena (“So Wild”, “Thorn In Her Pride”), e sempre irrobustito dal suggello bandistico dei suoi sodali tedeschi. La vena eclettica ha quindi la priorità, e l’album ne riceve beneficio in profondità e svago. Una vera manna per i seguaci del movimento revivalista, bisognosi di dischi simili – entusiasti ma curatissimi – come di una linfa vitale.

220x270_25_02Arish Ahmad Khan è un forzato. Non uno qualunque, però, visto che la sua eterodossia lo ha reso schiavo di ben altre abitudini rispetto a quelle che per noi triti reietti sono pane quotidiano. Quel suo aver raggiunto l’apice della notorietà sculettando a chiappe nude sulla Croisette di Cannes in faccia a una compiaciuta Lindsay Lohan potrà anche apparire l’aneddoto meno appropriato nella recensione di un suo disco, ma proprio non ci viene in mente nulla che riesca a raccontare il personaggio in maniera altrettanto folgorante. Il mattacchione di Montreal è vittima da sempre della feroce dittatura della spensieratezza, una tigre che può facilmente ritorcersi contro chiunque tenti di cavalcarla senza avere dalla sua una buona dose di talento e follia. Non è comunque questo il caso: Khan è un pazzo, un indefesso epicureo, nonché il classico geniaccio che non fa calcoli e ama mantenersi in perenne apnea vacanziera, sprecando occasioni su occasioni, magari, ma divertendosi come pochi e potendo dire fino in fondo di non aver mai tradito il fanciullo crapulone che gli alberga dentro.

Dopo essersi scoperto mecenate e produttore per l’eccentrica promessa avant-pop Mary Ocher, il 2013 lo vede stringere nuove alleanze in territorio americano, seppur più a sud del natio Canada. A dirla tutta quello con i Gris Gris, band di Oakland capitanata da Greg Ashley, avrebbe potuto restare un sodalizio estemporaneo tra i tanti, affogato nella godibile compilation di turno (“Garage Swim” della Adult Swim, in questo caso). L’intesa tra le parti deve essere andata però ben al di là delle previsioni, così attorno a quella “Discrete Disguise” i Nostri decidono di costruire un album intero che vede la luce quando il 2014 è ormai agli sgoccioli. Bene, c’è un dettaglio in questo Murder Burgers che salta subito all’orecchio: raffrontata a tutte le backing band con cui ha impazzato in precedenza, la compagine californiana è la prima che riesca nell’impresa di contenere l’euforia di Arish, spostando per giunta la barra stilistica verso il pop psichedelico di fine anni Sessanta. Il singolo da cui tutto è scaturito appare emblematico nella sua implicita programmaticità, un boogie scarnificato dalle tonalità calde, crepuscolari. Stordito dolcemente dallo stesso sole che incendiava le canzoni dei primi Coral, questo Khan disciplinato e morriconiano piace, bisogna dire; sarà anche meno pungente o abrasivo, ma i ritmi blandi e i delicati arpeggi della sua Airline decisamente gli donano. La polverosa ballad dylaniana che segue a stretto giro di posta, protagonista il pianoforte suonato da Chris Stroffolino, vale come ennesima dimostrazione che, oltreché sensazionale primitivista, il canadese sa anche essere un intrattenitore raffinato e un autorevolissimo cultore del passato, in odor di filologia.

220x270_27_01L’impressione, insomma, è quella di un diversivo rilassato ma molto ben concepito, perfetto per tirare un po’ il fiato dagli impegni più gravosi e curare maggiormente la forma in una ulteriore comfort zone, un po’ come capita allo spirito affine Ian Svenonius da quando si diletta con le monelle della cricca Chain & The Gang. Diversi dei brani qui proposti non sono nuovi: dal suo vasto repertorio Khan rispolvera un singolo del 2008 (“It’s A Lie”) e un titolo dall’unico album sin qui intestato ai Black Jaspers (“Born In ‘77”), oltre a quella “Born To Die” che era tra i pezzi forti del recente Idle No More: una reprise, quest’ultima, fantastica per come si mostri depurata – oligominerale, verrebbe da dire – a conferma che una buona canzone funziona anche senza troppo cerone addosso. L’accompagnamento “neutro” del gruppo della Bay Area è determinante nel lasciare al primattore la libertà di condurre il brano dove preferisca. A proposito dei Gris Gris, al centro della scena solo nel recupero di un episodio dal relativo esordio eponimo (“Winter Weather”, sunshine-pop a tinte spente con una pulizia che ricorda i Vetiver), va rimarcata la qualità del loro supporto, una versione squisitamente edulcorata di quanto fatto dal ricco ensemble tedesco che accompagna il Re con maggior frequenza (il sax che fa capolino riporta dritti in zona Shrines).

Evocazioni dagli eccelsi lavori partoriti assieme a Mark Sultan non mancano (“Run Doggy Run”, “Desert Mile”), ma restano vincolate al nuovo standard midtempo: i bonari esorcismi a firma King Khan ricordano da vicino proprio le analoghe esplorazioni del più noto tra i suoi sodali, da sempre più incline, tuttavia, all’enfasi rumorista e a un lo-fi di pura sostanza. Uniche occasioni per una sgasata sono la ruvida “Born In ‘77” e l’exploit garage-punk à-la Dirtbombs di “Your Teeth Are Shite”, mentre la palma per il passaggio più squinternato spetta di diritto al fascinoso e disarmonico pastrocchio “Too Hard And Too Fast”, indeciso fino alla fine tra camerismo, psichedelia roots fine anni Sessanta e implicazioni sudiste degne di un Chris Robinson. Trattandosi di una semplice cartolina colorata spedita in una fase di prolungata villeggiatura, può andare più che bene così.

220x270_22_01In tutto questo bailamme di progetti e collaborazioni, Arish e Mark trovano il modo di interrompere il reciproco veto e riavvicinarsi. Tornati a esibirsi assieme in sporadiche occasioni a partire dal 2012, recuperano poco per volta affinità e affiatamento fino all’annuncio di un nuovo lavoro in studio. Così la più apprezzata delle loro società – la premiata ditta King Khan & BBQ Show – torna ufficialmente in pista nel marzo del 2015 ed è come se niente fosse cambiato nel mentre: stessa label, stessi adorabili volteggi doo-wop (o meglio, bop shoo-wop), stesso superbo r’n’r dei primordi sciorinato con piglio da filologi, stesse sguaiate effrazioni punk di grana grossa, identico groviglio di svenevolezze e idiozia, citazioni a raffica e ruvidezze garage.
In Bad News Boys, quarto capitolo della discografia comune, lo standard crudo e guizzante dei predecessori è ribadito su tutta la linea e modellato in comodi e sbrigativi bozzetti: pacchianissime sagre a base di riverberi e colesterolo, benedizioni del fuzz, amplificatori scrausi, rumenta sonora e rock irrancidito.
Sin dal via è un trionfo, specie con l’arci-canzonetta che apre i giochi all’insegna di un arrembante romanticismo, tra jangle-pop e lo-fi. Sultan canta e Khan ne rinforza in chiave ludica il tono di irresistibile malinconia, grazie a una gustosa scorta corale. A posizioni presto invertite (“Illuminations”) si conferma l’inesorabilità della formula, uno scalcinato e ruvido power-pop, assai meno ingenuo di quanto si vorrebbe dare a intendere. Della stessa fatta è anche “Killing The Wolfman”, altro pezzo che ha tutta la slabbrata classicità del duo e si fa largo a colpi d’assolo (una chicca) con sfrontatezza favolosa.

Riecco il garage-punk primitivista della casa, scatenato a livelli opportunamente schizoidi (“D.F.O.”, “Zen Machine”). Da anni non li si sentiva così a briglia sciolta, da quando la loro prima creatura, gli Spaceshits, impazzava allo stato brado e li innalzò all’onore delle cronache per le loro malefatte live. Bene, dopo tre lustri abbondanti la devianza musicale non si è riassorbita – e le nuove striminzite divise esibite dal vivo, a base di perizomi in cuoio dalle suggestioni fetish lo dimostrano – ma il “Re” e il suo fidato segretario hanno imparato a disciplinarne le incontinenze assecondando il proprio insano amore per il tempi andati. In questa occasione tornano a guadagnare terreno i pezzi rapidi, scapestrati, tetanici, rumorosi, pestoni e improntati alla goliardia: motivetti ultraleggeri à-la King Tuff, infarciti di riff elementari e, manco a dirlo, lercissimi (“When Will I Be Tamed?”). Non manca un numero prossimo al rockabilly, tanto futile quanto delizioso, che non dispiacerebbe a un altro mattacchione con i giusti trascorsi come Jon Spencer (“Snackin' After Midnight”).

220x270_26_02Antimodernisti fino al parossismo, come solo gli altri fenomeni Shannon & The Clams sono riusciti a suonare negli ultimi anni (e nemmeno sempre), burberi rubacuori intrappolati in un passato sempre più remoto e sempre più attuale, i King Khan & BBQ Show finiscono col prodursi in un eccentrico revival di se stessi. Al solito si rivelano infallibili quanto inconsapevoli semiologi della cultura musicale medio-bassa, rigurgitando in quadretti nuovi di zecca stilemi di musica leggera vecchi più di loro, senza le pretese accademiche di tanti noiosissimi colleghi ma con l’amore e l’entusiasmo di chi veramente non sa più distinguere la propria arte dalla propria vita. L’algido effetto diorama è peraltro scongiurato grazie alla naturale follia e all’irriducibile carisma degli artisti. Così il risultato risuona vivo e palpitante, come se gli oltre cinquant’anni di tormentoni centrifugati in ogni pillola da due minuti e via fossero annullati dalla luce di un’inattesa seconda giovinezza. (“Buy Bye Bhai”).
Se l’enfasi derivativa è rimarcata quasi a ogni curva, tra strillate e coretti infettivi regolarmente sopra le righe (“Ocean Of Love”), è ancora il disimpegno plateale la chiave per inquadrare senza fraintendimenti la loro musica dionisiaca, una mascherata tirata su per trastullo da due anime in perenne licenza. Nostalgici, crepuscolari e orgogliosamente fuori tempo massimo (“Never Felt Like This”), Khan e Sultan restano fedeli ai loro cliché di quarta mano e portano avanti quella che ha tutti i crismi di un’autentica missione estetica. Compiuta ancora una volta, tra le altre cose.

L’inizio del 2017 sancisce un altro ritorno a sei anni dall’ultima uscita, anche se non è chiaro a quale dei suoi due alias vada intestato il nuovo album di Marco Antonio Pepe. Spotify e la In The Red propendono per Mark Sultan, mentre altrove si accredita BBQ, forse per il ritorno al nudo integrale della formula one-man-band, la stessa che anima regolarmente gli show in solitaria del Nostro ma che su disco mancava all’appello addirittura da dodici anni, dall’acclamato Tie Your Noose, per la precisione. A infittire il mistero, va poi segnalato che un paio di anni prima la raccolta ha avuto un’anteprima di quattro tracce in formato Ep, con il medesimo gioco di ambiguità fra titolo e copertina. Scherzose amenità a parte, il pur infimo enigma non è poi così trascurabile, qualora si intenda circoscrivere la sfumatura caratteriale privilegiata per l’occasione dal rocker di Montreal, quella caciarona delle birbonate in combutta con King Khan, oppure l’altra, quella più sentimentale.

220x270_08_06E’ il solito Sultan, vien da pensare subito. Sguaiato, sgangherato, essenziale, affilatissimo eppure sublimato nei suoi sghembi bozzetti da un romanticismo d’altri tempi. Le registrazioni, però, effettuate live su un quattro piste con giusto qualche sovraincisione vocale, sono se possibile più rudi e spartane che mai. E allora passi che non ci siano artifici o edulcoranti di sorta, è quasi un requisito per lavori di questa fatta, ma il secondo game va a BBQ senza discussioni. Quello di “The Other Two” è proprio un Pepe al grado zero, senza abbellimenti o complicazioni, e non si cura affatto di poter suonare angusto o monocorde.
Bastano i riff smozzicati della sua grattugia, un rockabilly al tetano e quell’inflessione da figlio di un Dio minore, da cane bastonato che canta a una luna indifferente i suoi proverbiali patimenti. Ancora un disco che è tutto cuore, quindi, con oscillazioni di mood ridotte al minimo sindacale, dalla schietta ma luciferina “Broken Arms” alla sfuriata garage slabbratissima e con la bava alla bocca di “Black And Blue”, solito compendio di infima fedeltà sonora e irruenza da scoppiati, mantenuta a livelli più che discreti di isteria rock’n’roll.
A fare la differenza è l’incisività pazzesca di quei suoi ritornelli tirati su con niente eppure memorabili, scampoli di un giubileo canzonettaro a discredito del quale neppure la confezione pidocchiosa può nulla. In un certo senso questo nuovo lavoro va inteso come un’opera definitiva, un manifesto della sua estetica arruffata e splendente, selvaggia e traboccante lirismo di seconda (“I Love You So Much”, cover del cantante di Nashville Jimmy Wayne) come di millesima mano (adeguato molto opportunamente alla sua sensibilità di mirabile reietto). Come al solito, in lui il revival non può essere liquidato per dabbenaggine come una bieca operazione di stile, perché si tratta della più genuina delle manifestazioni espressive per un interprete che, da sempre, pare aver annullato gli steccati che separano arte e vita.

A penalizzare una raccolta ancora adorabile, a modo suo, è la mancanza di opzioni spendibili che diano il cambio a questa cifra immutabile, riproposta senza significative variazioni dalla prima all’ultima traccia. L’assenza di ospiti o di una strumentazione pure eccentrica, ma alternativa alla solita lagnosa chincaglieria, si fa sentire e restituisce un senso di solitudine e disperazione (“You To Be Mine”) non certo nuovo nei suoi lavori ma nella circostanza, forse, davvero un po’ troppo asfittico e limitante. L’apoteosi di questo sprofondo umorale è rappresentata dal doppio crepuscolo di “Will You Teach Me” – rilettura da una misconosciuta formazione olandese dei tardi Sixties, i Group $oall – e “It’s Suicide”, ulteriore emblema del pozzo scuro da cui affiorano i refrain del canadese. A ben vedere, non è difficile cogliere un’intonazione che potrebbe anche risuonare angosciosa e preoccupante, non sapessimo con che razza di personaggio abbiamo a che fare. Il broncio perenne e l’espressione allucinata, in realtà, fanno parte del corredo, quindi non c’è ragione di allarmarsi. Il garagista nordamericano va preso insomma per quel che è, con le sue afasie, le ulcerazioni caserecce del suo sound, persino le sue bizze live da eterno incompreso. E’ un musicista poco incline al compromesso e particolarmente refrattario al cambiamento, ma la sua purezza non può essere in alcun modo messa in discussione.

Che poi in quest’occasione si sia manifestato come Mark Sultan o come BBQ, non lo sapremo mai con certezza. Il risultato, nel dubbio, descrive un sostanziale pareggio tra le due incarnazioni. Questo in attesa che nuove pagine del suo romanzo, possibilmente in coabitazione con quel mattacchione epicureo di Arish Khan, vengano a stimolare le nostre giornate.

King Khan & BBQ Show

Gli dei pagani del garage-revival

di Stefano Ferreri

Dai turbolenti esordi nei locali di Montreal agli innumerevoli sodalizi imbastiti strada facendo per celebrare due decenni di pura mitologia musicale: il mirabolante romanzo della più eccentrica coppia rock in circolazione
King Khan & BBQ Show
Discografia
 KING KHAN & BBQ SHOW 
   
The King Khan & BBQ Show Lp (Goner, 2005)8
What's For Dinner? (Goner, 2006)7,5
 Teabag Party Ep (Crypt, 2007)6
Invisible Girl (In The Red, 2009)7,5
 Bad News Boys (In The Red, 2015) 7
   
 KING KHAN & THE SHRINES 
   
 Spread Your Love Like Peanut Butter Ep (Sounds Of Subterrania, 2000)6
Three Hair And You're Mine (Voodoo Rhythm, 2001)7,5
 Smash Hits (Vicious Circle, 2003)7
 Mr. Supernatural (Hazelwood, 2004)5
 Billiards At Nine Thirty Split (Sounds Of Subterrania, 2005) 6,5
What Is?! (Hazelwood, 2007) 8
 The Supreme Genius Of King Khan And The Shrines (Vice, 2008)8
Idle No More (Merge, 2013) 7
   
 THE ALMIGHTY DEFENDERS 
   
The Almighty Defenders (Vice, 2009) 7
   
 THE SPACESHITS 
   
 Winter Dance Party (Sympathy For The Record Industry, 1997) 6,5
 Misbehavin' (Sympathy For The Record Industry, 1999)6,5
   
 KING KHAN 
   
 The King Khan Experience (Scion, 2011)6,5
   
 THE BLACK JASPERS 
   
 The Black Jaspers (In The Red, 2009) 5,5
   
 THE TANDOORI KNIGHTS 
   
 Curry Up It's The Tandoori Knights (Norton, 2010) 5,5
   
 VOMIT SQUAD 
   
 Amon Ra Bless America Ep (Psychic Handshake, 2010) 6
   
 KING KHAN & THE GRIS GRIS 
   
 Murder Burgers (Self-released, 2015) 6
   
 BBQ 
   
 BBQ (Sounds Of Subterrania, 2003)6,5
Tie Your Noose (Bomp!, 2005) 7
 Mark Sultan (In The Red, 2017) 6,5
   
 MARK SULTAN 
   
The Sultanic Verses (In The Red, 2007) 7,5
 $ (Last Gang, 2010)6,5
Whatever I Want (In The Red, 2011) 7
 Whenever I Want (In The Red, 2011)6,5
   
 LES SEXAREENOS 
   
Live! In The Bed (Sympathy For The Record Industry, 2000) 7
 14 Frenzied Shakers (Sympathy For The Record Industry, 2001) 5,5
 28 Party Dancers From Montreal's Finest (Sympathy For The Record Industry, 2005) 7
   
 THE DING-DONGS 
   
 The Ding-Dongs (Norton, 2010) 6
 Rang Tang Ding Dong (Norton, 2013)6,5
   
 MIND CONTROLS 
   
 Mind Controls (Dirtnap, 2006)5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Waddlin’ Around
(video, da King Khan & BBQ..., 2005)

Fish Fight
(video, da King Khan & BBQ..., 2005)

Pig Pig
(live, da King Khan & BBQ Show..., 2005)

Shake Real Low
(live, da King Khan & BBQ Show..., 2005)

Why Don’t You Lie?
(video, da What’s For Dinner?, 2006)

Zombies
(video, da What’s For Dinner?, 2006)

Too Much In Love
(video, da What’s For Dinner?, 2006)

Treat Me Like A Dog
(live, da What’s For Dinner?, 2006)

I’ll Never Belong
(live, da What’s For Dinner?, 2006)

God Of Raisins
(video, da Animal Party 7”, 2008)

Invisible Girl
(video, da Invisible Girl, 2009)

I’ll Be Loving You
(video, da Invisible Girl, 2009)

Tryin’
(live, da Invisible Girl, 2009)

Illuminations
(video, da Bad News Boys, 2015)

Alone Again
(live, da Bad News Boys, 2015)

Tell Me
(video, da Three Hairs..., 2001)

Shivers Down My Spine
(live, da Three Hairs..., 2001)

Live Fast Die Strong
(live, da Three Hairs..., 2001)

Took My Lady To Dinner
(live, da Smash Hits, 2003)

I Wanna Be A Girl
(video, da What Is?!, 2007)

Land Of The Freak
(video, da What Is?!, 2007)

Le Fils De Jacques Dutronc
(video, da What Is?!, 2007)

Outta Harms Way
(live, da What Is?!, 2007)

Welfare Bread
(live, da What Is?!, 2007)

69 Faces Of Love
(live, da What Is?!, 2007)

Torture
(video, da The Supreme Genius…, 2008)

Bite My Tongue
(video, da Idle No More, 2013)

Born To Die
(video, da Idle No More, 2013)

Darkness
(video, da Idle No More, 2013)

Thorn In Her Pride
(video, da Idle No More, 2013)

So Wild
(video, da Idle No More, 2013)

Luckiest Man
(video, da Idle No More, 2013)

Can’t Fool With Me
(video, da Misbehavin’, 1999)

The Ghost With The Most
(video, da The Almighty Defenders, 2009)

Bow Down And Die
(video, da The Almighty Defenders, 2009)

30 Second Air Blast
(video, da The Almighty Defenders, 2009)

Scum Of The Moon
(video, da The Black Jaspers, 2009)

Erased World
(live, da The Black Jaspers, 2009)

Bucketful
(video, da Curry Up..., 2010)

Brown Trash
(video, da Curry Up..., 2010)

Big Belly Giant
(video, da Curry Up..., 2010)

Burning With Beelzebub
(video, da Amon Ra Bless America, 2010)

Hammer Ich Vermisse Dich
(video, da King Khan Experience, 2011)

Discrete Disguise
(audio, da Murder Burgers, 2014)

Everybody Sexareeno!
(video, da Live! In The Bed, 2000)

Outta My Mind
(live, da Tie Your Noose, 2005)

Beautiful Girl
(audio, da The Sultanic Verses, 2007)

Misery’s Upon Us
(video, da $, 2010)

I Am The End
(live, da $, 2010)

Graveyard Eyes
(video, da Whatever I Want, 2011)

Pancakes
(video, da Whenever I Want, 2011)

In Future Worlds
(video, da Whenever I Want, 2011)

Agitated
(video, da Mark Sultan, 2017)

Mind Control
(video, da Mind Controls, 2009)

King Khan & BBQ Show su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.