Kyuss - Queens Of The Stone Age

Kyuss - Queens Of The Stone Age

Gli inventori dello stoner rock

di Paolo Avico e Claudio Lancia

Tra i fondatori del movimento stoner, i californiani Kyuss ne rappresentarono il vertice qualitativo, un fenomeno dal quale Josh Homme e Nick Oliveri "inventarono" una delle migliori rock band contemporanee, i Queens Of The Stone Age

Tutto inizia verso la fine degli anni 80 a Palm Desert, una cittadina situata nel sud della California, il cui nome già lascia intendere in quale humus sia germogliato il sound dei Kyuss, una band con il deserto nel Dna. Il primo progetto del gruppo prende il nome di "Sons of Kyuss", anno di grazia 1990, con John Garcia alla voce, Josh Homme alla chitarra, Chris Cockrell al basso, e Brant Bjork alla batteria, cioè tre quarti dei futuri Kyuss, che ufficialmente nascono l'anno successivo. Sons of Kyuss, distribuito in sole mille copie in vinile verde (ristampato in cd nel 2000 ma non certo di facile reperibilità), contiene, ma in versione assolutamente primordiale, una parte dei brani che prenderanno poi la forma definitiva in Wretch (1991, con Nick Oliveri al posto di Cockrell al basso), il vero e proprio debutto dei Kyuss.
Il sound non è ancora maturo, lascia intravedere soltanto a sprazzi ciò che di lì a poco diverrà il tipico suono stoner, ma la qualità dei brani non è ancora eccezionale, l'esecuzione manca ancora di alcuni elementi, anche "formali", che renderanno inimitabili i Kyuss con gli album successivi. Wretch è il loro lavoro più tipicamente hard rock, nell'accezione classica del termine. Se i Kyuss si fossero fermati qua, o avessero continuato con album dello stesso tenore, probabilmente non avrebbero lasciato molte tracce del loro passaggio, e non saremmo qui a parlarne oggi.

Nel 1992 esce, per contro, quello che molti considerano il loro capolavoro, Blues For The Red Sun (con il quale inizia anche la collaborazione con il produttore Chris Gross), il disco che sta allo stoner come "The Piper At The Gates Of Dawn" dei Pink Floyd sta al rock psichedelico della fine degli anni 60. Ed è proprio la psichedelia, quella legata più alla scena americana e all'acid rock dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane e di Jimi Hendrix, unitamente alla grezza brutalità à la Blue Cheer e alla pesantezza dei primi Black Sabbath, a forgiarne il suono. A ciò si aggiunga la felice intuizione di utilizzare strumentazioni vintage o comunque volte ad ottenere un sound seventies, decisamente grezzo, in un periodo - quello a cavallo tra gli anni '80 e gli anni '90 - in cui le tendenze dominanti sono tutt'altre. Amplificatori rigorosamente valvolari, batterie Ludwig, effettistica ridotta al minimo, impiegata in modo da ottenere i suoni caldi ed essenziali tipici del rock degli anni 60 e 70 (vibrato, flanger usato quasi come l'uni-vibe, wha-wha, distorsioni valvolari), nonché l'utilizzo di frequenze basse e conseguente taglio delle più alte, per conferire al suono ancora maggior pesantezza: questa è la loro ricetta.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole, descritta così l'attività della band potrebbe sembrare del tutto revivalistica. Tuttavia con Blues For The Red Sun nasce qualcosa di diverso. A prescindere dalla qualità superiore dei brani rispetto all'esordio, dalle singole peculiarità dei musicisti, dalla particolarità e dalla grinta della voce di John Garcia, l'hard rock dei Kyuss non suona come un dejà vu. E' come se i Led Zeppelin fossero tornati ai loro inizi dopo aver visto i Metallica e tutto quello che c'è stato in mezzo. Questo è lo stoner (termine che, peraltro, è stato coniato dalla critica e non è mai andato molto a genio a Homme e compagni), un hard rock psichedelico che guarda indietro, che vuole fare a meno del metal e delle sue derivazioni, ma che, volente o nolente, ci è passato attraverso.

Ad onor del vero, i componenti della band spesso hanno citato gruppi punk (ma non solo, anche i Black Sabbath, per esempio) fra i propri mentori, anche se l'unico elemento che possa definirsi punk nella loro musica è il rifiuto dell'assolo di chitarra come espressione virtuosistica. Per certi versi è inevitabile il paragone (anche in virtù delle molte analogie esistenti fra i due fenomeni) tra lo stoner e il coevo movimento grunge, che nello stesso momento storico ha preso forma a Seattle, ma, come già altre volte in passato, il fattore territoriale è riuscito a imprimere una differenza di fondo tra i due generi musicali, percepibile anche solo a livello emozionale. D'altronde il messaggio musicale dei Kyuss è impregnato indelebilmente di atmosfere desertiche, non certo di quelle di una metropoli come Seattle. E si sente. I Kyuss sono terribilmente brutali, pesanti, a tratti acidi, con qualche pausa qua e là, ma mai malinconica, tutt'al più venata di una tristezza che fa venire alla mente spazi sconfinati (e qui il discorso si riallaccia con la psichedelia). Tutto ciò non si trova nel grunge, che ha rappresentato (pur nella sua varietà stilistica) altre situazioni, altri stati d'animo.
Nel 1994 Sott Reeder rimpiazza Oliveri al basso ed esce Welcome to Sky Valley, il loro disco più psichedelico, senza rinunciare alla pesantezza dei lavori precedenti. I brani, come già in Blues For The Red Sun hanno una durata media piuttosto elevata, arricchiti da numerose improvvisazioni "lisergiche", fortemente contaminate con l'hard blues. C'è spazio anche per uno dei rari momenti acustici della band, la splendida "Space Cadet", quasi sette minuti, una sorta di "Planet Caravan" striata di venature orientaleggianti, con la voce di Garcia a tratti filtrata alla Ozzy Osbourne, un'autentica ballata desertica.

Nel 1995, dopo un ulteriore cambio all'interno della line-up (Alfredo Hernandez sostituisce Brant Bjork alla batteria), prende vita il loro ultimo album vero e proprio, And The Circus Leaves Town, che segna un parziale ammorbidimento del gruppo per quel che riguarda il lato psichedelico del sound. Questo cambiamento di rotta è in parte compensato dal fatto che in questi solchi sono presenti le migliori composizioni dei Kyuss, anche per quanto riguarda il rapporto tra melodia della voce e struttura dei brani. Pezzi come "Hurricane", "One Inch Man", "Phototropic" (con un lungo incipit strumentale, e la parte vocale centellinata nell'arco del brano fino alla litania finale), "El Rodeo" non hanno nulla da invidiare a quelli contenuti nei dischi precedenti.

Da menzionare, infine, lo split album Kyuss / Queens Of The Stone Age del 1997 (ma le registrazioni dei Kyuss risalgono all'anno precedente), in cui la band di Palm Desert incide tre brani tra i quali la cover dei Black Sabbath "Into the void", quasi un omaggio, nel loro canto del cigno, al gruppo che (anche se limitatamente ai dischi dei primi anni '70), forse, li ha maggiormente influenzati.

Qui finiscono i Kyuss, ma tutti i membri del gruppo hanno continuato le rispettive carriere in altri progetti: Bjork ha intrapreso la carriera solista, Nick Oliveri ha creato i Mondo Generator (nome mutuato da una canzone di Blues For The Red Sun), John Garcia ha dato vita agli Unida e dopo molti anni ha intrapreso un percorso solista. Josh Homme, il vero fulcro creativo dei Kyuss, ha registrato dieci volumi delle leggendarie "Desert Sessions", coinvolgendo innumerevoli ospiti, e ha fondato i Gamma Ray, presto divenuti Queens Of The Stone Age, dopo aver scoperto che già esisteva un gruppo con lo stesso nome (una band power metal tedesca con Kay Hansen, l'ex chitarrista degli Helloween). Proprio i Queens Of The Stone Age, in cui ritroviamo Nick Oliveri al basso e Alfredo Hernandez alla batteria (quest'ultimo limitatamente al primo album), sono, tra le varie esperienze post Kyuss, quella che ha saputo fin da subito dimostrato di avere i numeri migliori, infilando con rapidità un filotto pazzesco di tre album in grado di ridefinire le coordinate del rock americano del nuovo millennio.
Attraverso numerose collaborazioni eccellenti, da Mark Lanegan a Dave Grohl, giusto per citare i nomi più altisonanti, i Queens Of The Stone Age realizzano (oltre allo split album del 1997 già menzionato) in soli quattro anni l'omonimo Queens Of The Stone Age(1998), Rated R (2000) e il monumentale Songs For The Deaf (2002). In quest'ultimo, si intravedono influenze hardcore e coloriture grunge, nonché una maggior attenzione per le linee melodiche, con l'alternarsi e l'intrecciarsi, spesso con cori, delle voci di Homme e Lanegan, molto diverse ma assolutamente complementari. I riff sono semplici ma di un'efficacia stupefacente per uno dei dischi più importanti degli anni Zero, in grado di stupire il mondo per il miracoloso equilibrio tra citazioni, influenze e personalità. Questo da ora in poi sarà il tetrmine di paragone con il quale dovranno misurarsi.

Il sound dei Queens Of The Stone Age è la naturale evoluzione di quello dei Kyuss, con brani più corti, più essenziali, più improntati sulla melodia (è lo stesso Homme a cantare la maggior parte delle canzoni), ma non meno incisivi e grintosi. Più "digeribili" dei Kyuss - qualcuno direbbe "più commerciali" - nel tempo si sono consolidati nell'immaginario collettivo come uno dei pilastri del rock alternativo contemporaneo.

Privi del fuoriuscito Oliveri, i "nuovi" Queens Of The Stone Age pubblicano nel 2005 Lullabies To Paralyze, che se da una parte riserva sonorità più pacate del solito, dall'altra resta fermo su binari già sentiti, immobilizzato in una sorta di dejà-vu. L'album parte lento, con una ninna nanna interpretata dalla voce di Mark Lanegan, e si sveglia pienamente dal torpore con lo schiaffo "Stone Age" di "Medication", un lampo da un minuto e mezzo. Poi ci si culla sulla lucente slide di "Everybody Knows That You're Insane", intensa e avvolgente, e a metà scaletta arrivano le due lunghe zampate decisive sotto forma di "Someone's In The Wolf" (oltre sette minuti) e "The Blood Is Love" (oltre 6), i momenti più compiuti e articolati dell'intero lavoro.
I frangenti "tranquilli" sono molti più numerosi del solito, soprattutto nella parte finale del disco, quando scorrono sornione "You've Got A Killer Scene There" (di nuovo con Lanegan alla voce) e "Long Slow Goodbye", tutto sommato un degno ending. C'è spazio anche per la più bella e coinvolgente ballad mai scritta dai Queens Of The Stone Age, "I Never Came", accattivante quanto basta per provare a conquistare il grande pubblico. Non mancano i divertissement "Little Sister" e "Broken Boz", pezzi che Homme è in grado di scrivere in pochi minuti di sana ispirazione, negli episodi più "noir" - "Burn The Witch", "Skin On Skin" - affiora invece la sensazione del "già sentito", che rende complessivamente Lullabies To Paralyze poco più che un onesto disco rock.

Nel 2005 esce il live Over The Years And Through The Woods; due anni più tardi toccherà a Era Vulgaris, da molti considerato un lavoro di transizione, ma che in realtà regala diversi momenti eccitanti, come "I'm Designer" o la cavalcata finale "Run, Pig, Run" che riporta il suono della band alla rocciosità degli esordi. 

Dopo molti anni di assenza, il 3 giugno 2013 esce finalmente …Like Clockwork, dopo un'attesa gestita in grande stile, centellinando ad arte le notizie durante le fasi di registrazione, lasciando trasparire le importanti collaborazioni incluse, confezionando persino un cortometraggio di quindici minuti diffuso pochi giorni prima della pubblicazione, con i disegni animati di Boneface (autore anche della copertina) che raccoglie stralci di cinque delle dieci tracce contenute nel disco. La formazione base è schierata con Josh Homme, Troy Van Leeuwen, Dean Fertita e Michael Shuman, mentre il batterista Joey Castillo ha abbandonato la partita durante le session, lasciando spazio all’acclamata partecipazione (ma solo per il disco, non sarà nel tour) in molte tracce di Dave Grohl. Confermati l’apporto dell’amico Mark Lanegan e il rientro del bassista Nick Oliveri. Le altre importanti presenze dentro …Like Clockwork sono quelle di Trent Reznor, Elton John (il nome che ha suscitato maggior stupore), Alex Turner degli Arctic Monkeys, Jake Shears degli Scissor Sisters e Brody Dalle, la moglie di Josh.
Dal punto di vista strettamente musicale ...Like Clockwork non è niente di diverso da ciò che ragionevolmente ci si può attendere da un disco dei Queens Of The Stone Age nel 2013: un lavoro in linea con le aspettative, che mette in riga, assieme ai consueti riffoni arrembanti, l’orgoglioso incedere simil doom di “Keep You Eyes Peeleed”, il funky in falsetto di “Smooth Sailing”, l’irresistibile orecchiabilità “alt” di “I Sat By The Ocean”, una manciata di sopraffine ballate noir (“The Vampyre Of Time And Memory”, la superba “I Appear Missing”, la conclusiva title track), oltre alle convincenti repliche del proprio distinguibilissimo marchio di fabbrica (“If I Had A Tail”, “My God Is The Sun”). Uno dei vertici del disco è certamente “Kalopsia”, con il suo continuo altalenare fra momenti di grande tranquillità e spunti virulenti, quasi una mini suite, con la partecipazione straordinaria di Trent Reznor. Al di sotto delle aspettative il risultato dell’imponente dispiegamento di forze voluto per “Fairweather Friends”, con le apparizioni di Elton John, Reznor, Lanegan e Oliveri. I QOTSA mantengono così la giusta considerazione con un disco che li mantiene saldamente nell’olimpo delle migliori band al mondo. Misurando abilmente ritmi rock arcigni e ballate ad altissimo contenuto emozionale, e limitando la tracklist a soli dieci episodi ben curati, realizzano una prova che pur non avendo la carica innovativa dei primi lavori, li conferma ai vertici assoluti del rock contemporaneo.

Il 25 agosto 2017 è la volta di Villains, il settimo capitolo in studio, determinante nel completare il processo di graduale allontanamento sia dal roccioso stoner che fu dei Kyuss, sia dalle lisergiche improvvisazioni che resero celebri le leggendarie Desert Sessions. Un album divertente da ascoltare, realizzato da un parterre meno ricco del solito, ma oramai rodato e coeso: accanto a Homme sono infatti schierati Troy Van Leeuwen, Dean Fertita, Michael Shuman e Jon Theodore. La produzione di Mark Ronson (ma a dare una mano in cabina di regia ci sono anche Mark Rankin e Alan Moulder) conferisce ai brani una direzione netta, compiendo (senza mai rinnegare il classico suono della band) il definitivo traghettamento verso sonorità più easy, persino ballabili, in quello che sarà ricordato come l’album più orecchiabile dei Queens Of The Stone Age.
I germi del cambiamento erano evidenti già dai lavori precedenti, pertanto il funk boombastico di “Feet Don’t Fail Me” e il boogie da dancefloor di “The Way You Used To Do” sono proclami musicali che – posti a inizio tracklist - fissano sì il mood dell’intero album, ma non possono certo apparire inattesi. Si perfeziona così il passaggio (presumibilmente incontrovertibile) dal desert-rock al modern-groove, ma i riff e le atmosfere epiche che compongono “Domesticated Animals” e la più ritmata e articolata “The Evil Has Landed” non dimenticano gli antichi sapori, pur se declinati in un formato più fruibile (eviterei per quanto possibile di ricorrere al termine “pop”). Una “Un-Reborn Again” che perde mordente perchè tirata per le lunghe, la dolcezza di “Fortress” e “Villains Of Circumstances” perfette nel confermare la giusta attenzione per i furbi ganci melodici, i synth di “Hideaway” che chiamano in causa certi anni 80, il punkettino rock-a-billy in odore di Elvis “Head Like A Haunted House” che fa tanto Eagles Of Death Metal, sono ulteriori sfaccettature che rendono Villains tutt’altro che monocorde, ma fra i quali solchi resta davvero ben poco della grandezza del passato.

Kyuss - Queens Of The Stone Age

Gli inventori dello stoner rock

di Paolo Avico e Claudio Lancia

Tra i fondatori del movimento stoner, i californiani Kyuss ne rappresentarono il vertice qualitativo, un fenomeno dal quale Josh Homme e Nick Oliveri "inventarono" una delle migliori rock band contemporanee, i Queens Of The Stone Age

Kyuss - Queens Of The Stone Age
Discografia
 KYUSS
 
   
 Sons Of Kyuss (1990)  
 Wretch (1991) 
Blues For The Red Sun (1992) 
 Welcome To Sky Valley (1994)  
 And The Circus Leaves Town (1995)  
 Kyuss / Queens Of The Stone Age (Split album, 1997)  
 Muchas Gracias: The Best Of Kyuss (2000) 
   
 QUEENS OF THE STONE AGE
 
   
 Queens Of The Stone Age (Loosegroove, 1998)  
 Rated R (Interscope, 2000) 
Songs For The Deaf (Interscope, 2002) 
 Lullabies To Paralyze (Universal, 2005) 
 Over The Years And Through The Woods (live, Interscope, 2005) 
 Era Vulgaris (Interscope, 2007) 
 ...Like Clockwork (Matador, 2013) 
 Villains (Matador, 2017) 
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QUEENS OF THE STONE AGE

Villains

(2017 - Matador)
Nelle mani di Mark Ronson, la creatura di Josh Homme si distanzia sempre di più dallo stoner ..

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(2013 - Matador)
Sesto lavoro in studio per la band di Josh Homme, con dieci riuscite canzoni ed una sfilza di ospiti ..

QUEENS OF THE STONE AGE

Era Vulgaris

(2007 - Interscope)

I paladini dello stoner-rock accompagnati da molti ospiti illustri

QUEENS OF THE STONE AGE

Songs For The Deaf

(2002 - Interscope Records)
Uno dei dischi che hanno fondato lo stoner-rock

KYUSS

Blues For The Red Sun

(1992 - Dali)
Un caposaldo dello stoner-rock degli anni Novanta

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