Lords Of The New Church

Lords Of The New Church

Nel tempio del culto wave

di Claudio Fabretti

Un supergruppo atipico, con radici punk e ambizioni wave. Guidato dall’emaciato e carismatico frontman Stiv Bators, già alfiere dei Dead Boys nelle notti calde newyorkesi del Cbgb. E con innesti da Damned (Brian James), Barracudas (Nick Turner) e Sham 69 (Dave Tregunna). Sono i Lords Of The New Church, una delle esperienze più intriganti dell’underground 80’s

Il termine “supergruppo” ha assunto ormai un significato deteriore. Come se si trattasse di un escamotage finalizzato unicamente a svuotare le tasche dei fan delle rispettive band coinvolte. Oppure di una creazione posticcia e ridondante, che si limita a sommare i talenti senza un comun denominatore. Niente di tutto questo sono stati i Lords Of The New Church. Il progetto formato da Stiv Bators - già eroe proto-punk dell’era Cbgb alla testa dei Dead Boys - Brian James (The Damned), Nick Turner (The Barracudas) e Dave Tregunna (Sham 69) è stato una cometa folgorante nel cielo stellato degli Eighties. Tanto folgorante che in pochi si sono accorti del suo passaggio. Qui cercheremo di restituirgli il credito che merita, ripercorrendone la storia, dal debutto in piena epopea wave fino alla imprevedibile reunion post-2000.

Prologo

Corre l’anno 1981, tempo di trasformazioni rapide e vorticose. Così l’ossuto Stiv Bators (Steven John Bator), inciso un disco solista per la Bomp e scampato il Vietnam grazie a un fisico emaciato che gli vale la definizione di "an ill nuorished imp" (!), lascia gli States alla volta dell’Inghilterra. Qui, insieme ai superstiti degli Sham 69, pubblica un album ("Only Lovers Left Alive") a nome Wanderers dai forti contenuti politici, dove trova posto anche una versione rock della dylaniana "The Times They Are A-Changin'". Il disco passerà praticamente inosservato, ma proprio dalle ceneri di quel gruppo nasceranno i Lords Of The New Church.
Bators e l’ex-bassista degli Sham 69, Dave Tregunna, decidono di unire le forze con Brian James (ex-chitarrista di Damned e Tanz der Youth) e con l’ex-batterista dei Barracudas, Nick Turner. Sono praticamente tutti dei pionieri del punk, eppure hanno in testa qualcosa di più complesso e strutturato, un sound più professionale e meglio prodotto. Praticamente una bestemmia per orde di punk della prim’ora. Che infatti se la legheranno al dito. Non, invece, gli appassionati di new wave, che avevano già colto la rivoluzione in corso e plaudivano alle coeve svolte di Stranglers, Magazine, Wire e compagnia.

Il tempio apre i battenti

The Lords Of The New ChurchÈ così una formula evoluta, quella dell’album d’esordio omonimo The Lords Of The New Church (1982). Un disco che scaraventa l’irruenza depravata di Stooges e New York Dolls in un vortice di suggestioni wave, sposando istintività grezza e sontuose aperture melodiche. Come quella, davvero memorabile, di “Open Your Eyes”, irresistibile nel suo incedere eccitante da dancefloor, che puntella una perfetta alternanza tra il bridge - nevrotico e fratturato à-la Television – e il chorus, tanto graffiante quanto appiccicoso, come da manuale pop, fino alla sorprendente irruzione dei fiati nel finale. Ha tutto per essere una hit, ma lo diventerà solo in Canada, dove entrerà a sorpresa nella Top 40.
Non è molto da meno l’altra potenziale hit, “Russian Roulette”, ballad fintamente scanzonata, che dietro le rime dell’accattivante ritornello cela un testo ferocemente sardonico (“I'm on a helicopter ride through Vietnam/ I'm the Leicester Square/ Kid I'm superman. I'm putting weight for the Oscar... Hey hey hey we're in the movie/ I feel up and I feel groovy").
Sono le due bombe di un album che comunque non delude dalla prima all’ultima traccia, grazie a un sound insieme metallico e impetuoso, con un drumming che è una chiamata alle armi, un basso tuonante che entra nello stomaco e una chitarra elettrica isterica e squillante. Il lamento sinistro di Bators accompagna l’ascoltatore in una giostra di emozioni al cardiopalmo, da quelle più oscure e apocalittiche dell’iniziale “New Church”, una liturgia tribale dark degna dei Sisters Of Mercy, e del baccanale ancor più lugubre di “Portobello”, fino alle folgorazioni quasi hardcore di pezzi ipercinetici come “Question Of Temperature” (cover dei Balloon Farm), “ Lil Boys Play With Dolls”, devoto omaggio ai New York Dolls a tempo di punk’n’roll, e “Apocalypso”, il climax di questa furia incendiaria che non fa prigionieri.
A metà strada si situa la splendida “Livin' On Livin'”, tutta giocata in penombra, con un basso pulsante e uno spleen sconsolato alla Joy Division, mentre “Holy War” è il sigillo finale su questo scrigno di dissonanze e blasfemie post-punk, con la sua andatura infervorata, i suoi coretti stranianti e il suo corredo di chitarre ipnotiche.
Anche i testi si rivelano sorprendentemente maturi, lanciando un messaggio di libertà e rivolta nell’evo dell’edonismo reaganiano: “Truth can't be found on the television/ Throw away youth ya gotta take a stand/ Music is your only weapon/ Spanners in the works go start your gang” (da “New Church”).

The Lords Of The New Church è un sortilegio: la Fun House degli Stooges, il Cbgb e le cantine del punk inglese si reincarnano nella Chiesa sconsacrata di Bators e compagni, il tempio ideale per nuovi, oltraggiosi rituali. Lasciate ogni speranza, voi che entrate.

I Lords battono il ferro finché è caldo: nello stesso anno partono per il loro primo tour americano, che sarà poi immortalato attraverso una radio di Boston su Live At The Spit (1988). I brani del debutto vengono presentati in una versione decisamente più spoglia e cruda, con Bators nei panni di un sadico sacerdote-satiro da palcoscenico. Introducendo "Russian Roulette", ad esempio, rivela: "L’altro giorno abbiamo fatto uno strano gioco. Ci siamo passati sei ragazze, e una di queste aveva lo scolo".
Esibizioni leggendarie di cui si trova testimonianza in questo bel concerto al Marquee di Londra, e che alimentano il culto della New Church. Si narra addirittura che Bators, già vittima di svariati incidenti sul palco, durante una performance dei Lords sia quasi rimasto strangolato dal filo del microfono, risultando “clinicamente morto” per alcuni minuti. Il critico Dave Thompson arriverà a teorizzare che il supergruppo inglese avrebbe rappresentato “il primo caso dai tempi del Bromley Contingent (il fanbase dei Sex Pistols) in cui una band riesce a imporre la sua identità su un’audience senza pagare pegno agli idoli della moda”.



Sacro e profano

I Lords Of The New Church, però, continuano a muoversi sottotraccia, sempre lontani dalla luccicante ribalta wave del periodo. Eppure, anche il loro secondo album, Is Nothing Sacred? (1983), ha al suo arco diversi potenziali successi, che svelano una volta di più tutto il talento melodico di Bators e compagni, la loro capacità di pennellare ritornelli orecchiabili pur senza mai cedere alle lusinghe del mainstream. Qualcosa cambia, tuttavia, in sede di produzione, dove alle atmosfere claustrofobiche e oscure del debutto si sostituisce un suono più fresco e arioso, con fiati e tastiere a smussare le asperità del loro guitar-rock.
Capolavoro di questo nuovo corso è l’iniziale "Dance With Me", vertiginoso numero dance-gothic con un’altra melodia scintillante alla “Open Your Eyes” a coronare una costruzione perfetta: cantato fatalista, cori sinistri alla Stranglers, chitarre nevrotiche e struggenti inserti di sax. In più, un testo dannato, che allude a voodoo e bondage. Ha tutte le carte in regola per diventare una hit, ma la sua corsa si infrange quando il bel video diretto da Derek Jarman viene censurato da Mtv, per via delle allusioni al tema della pornografia infantile. La cover dei Nouvelle Vague (2006) tenterà di restituirle qualche briciola di postuma (e meritatissima) fama. Anche l’atmosferica “Live For Today”, cover dei Grass Roots, riesce a incanalarsi abilmente su questo sentiero di malinconie sospese, guidata dal lamento singhiozzante di Bators e dai coretti dei compari, al servizio di un’altra apertura melodica di razza. A impreziosirla, l’apporto di un guru come Todd Rundgren, alle tastiere e in cabina di regia.
Altrove il gruppo finisce un po’ imbrigliato nella trappola del citazionismo: l’ombra è soprattutto quella di Sua Maestà Satanica Rolling Stones, che Bators e James sembrano quasi omaggiare, facendo il verso al duo Jagger-Richards. Ma non solo. La pur avvincente “Bad Timing” strizza l’occhio ai Magazine del fratello Devoto, “Black Girl, White Girl” e “Goin’ Downtown” suonano come un Iggy Pop un po’ spompato, “Johnny Too Bad” insegue perfino qualche suggestione del coevo ska, mentre episodi come “Don’t Worry Children” e “Night Is Calling”, fin troppo infarciti di fiati, difettano di quella abilità nel confezionare gli hook di cui il gruppo aveva dato ampia prova fino a quel momento.

In definitiva, ad eccezione dell’incipit folgorante, che da solo vale il prezzo del biglietto, i Lords di Is Nothing Sacred? restano un po' frenati in un limbo, a metà strada tra la ruvida magia dell’esordio e un tentativo di ammorbidimento pop di cui loro stessi sembrano i primi a non essere pienamente convinti. Ma la stoffa c’è. E resta tutta.

The Lords Of The New Church - Stiv BatorsNonostante la tiepida accoglienza di pubblico (e di una critica molto distratta), i Lords Of The New Church non rinunciano ai loro vertiginosi ritmi produttivi e nel 1984 danno alle stampe il loro terzo album in tre anni, Method To My Madness.
Definito da Ira Robbins “un incrocio tra ‘Raw Power’ di Iggy Pop e ‘Rebel Yell’ di Billy Idol”, il disco rimette al centro del piatto i sapori punk-rock del debutto, grazie anche alla produzione più grezza di Chris Tsangerides, ma senza sacrificare del tutto il suono più stratificato dell’opera seconda. Nasce così il nuovo boogie fulminante della title track (uno dei loro numeri più incendiari in assoluto), a far da battistrada a un’alternanza di tiratissime schegge rock (“S.F. & T.”, “Fresh Flesh”, “Kiss Of Death”) ed episodi più morbidi, come la malinconica ballata "When Blood Runs Cold", in odore di Lloyd Cole con addirittura una sezione di archi, e quella “I Never Believed” che rinnova la formula in definitiva più originale del combo, ovvero una commistione tra l’istintività brada del punk-rock e una vocazione melodica presa in prestito dai massimi luminari della scienza del ritornello in terra wave (in questo caso, la mente corre ai primi Simple Minds, oltre che ai sempiterni Magazine). Tra i due versanti si colloca quella “My Kingdom Come” che ricorda in effetti le pantomime più istrioniche del biondo Idol e, posta in chiusura di tracklist, suona quasi come un epitaffio per la saga dei Lords.
Aggiungono qualche sapore alla pietanza gli spiazzanti cori soul a inframezzare i bassi tenebrosi di "Murder Style" e gli spassosi inserti spoken word di "Method To My Madness" (a cura del boss della Irs Records, Miles Copeland).

Method To My Madness è probabilmente l’album con meno picchi della trilogia dei Lords, ma rappresenta un buon compresso tra le anime del loro suono, mettendo in mostra un ensemble ancora ispirato e affiatato, malgrado gli unici successi conseguiti siano state sporadiche apparizioni nelle indie chart.

A testimonianza di questa intatta verve del supergruppo, arriva la cover che non t’aspetti: una dissacrante “Like A Virgin” che sfregia il classico dance di Madonna in una lasciva parodia horror-punk, con tanto di rutto finale. È la chicca contenuta all’interno di The Killer Lords (1985), raccolta che, oltre ai loro classici, include anche altre due cover: "Hey Tonight" di John Fogerty e "Lord's Prayer" dell’ex-Advert Tim Smith.
Bators sbarca anche al cinema, con un piccolo ma significativo ruolo nella commedia “Tapeheads” (Teste matte) di Bill Fishman, nei panni dell’ineffabile Dick Slammer.

The Lords Of The New Church - Like A VirginNel frattempo la band deve affrontare vari cambiamenti di line-up, con l’ingresso di un secondo chitarrista, Alistair Simmons, con Tregunna rimpiazzato per un breve periodo da Grant Fleming (ex-road manager degli Sham 69) e con Turner sostituito da Danny Fury.
Poi, dopo il 1988, la situazione precipita. Bators subisce un infortunio alla schiena e James pubblica un’inserzione su un giornale per cercare un nuovo cantante. “Solo temporaneamente”, specifica. Ma Stiv non la prende bene. Sarà lui a pretendere di apporre la parola fine alla saga dei Lords, e nel modo più beffardo: il 2 maggio 1989 all’Astoria di Londra, nell’ultimo concerto del supergruppo, indosserà una t-shirt con un ingrandimento dell’annuncio di James.
La Chiesa chiude ufficialmente i battenti. James si dedica al suo primo (sfortunatissimo) album solista e l’ex- Dead Boy tenta di formare una nuova band, insieme a Dee Dee Ramone e all’ex-chitarrista dei Godfathers, Kris Dollimore. Ma a sconvolgere tutto, nel giugno 1990, arriva un assurdo e tragico epilogo: Bators viene investito da un’auto a Parigi e muore poco dopo per le ferite riportate. Per la saga dei Lords è la fine più crudele: Bators era stato l’anima del progetto, il sacerdote, la voce, il marchio di garanzia punk sull’intera operazione. La morte dell’allampanato frontman, uno dei più sanguigni eredi dell’Iguana Pop, priva la scena rock contemporanea di un interprete di indubbio carisma e la storia del punk di uno dei suoi padri fondatori.

La messa non è finita

Mentre il mito dei Lords Of The New Church è affidato al proselitismo di un manipolo di meritori adepti-reduci, che continuano a divulgarne il verbo originale anche in tempo di revival post-punk e di nu-new wave, nel 2001 avviene l’imponderabile.
Attraverso il suo manager, Ian Grant, James entra in contatto con il cantante StevenMarque per discutere della possibilità di riformare i Lords Of The New Church. Con due obiettivi: aggiungere un nuovo capitolo alla storia della band e, al contempo, tributarle un omaggio. I due gettano le basi del progetto ad Austin, Texas, dove Brian era in tour insieme a Wayne Kramer e Manny degli Stone Roses in una band di nome Mad for the Racket. StevenMarque vola così a Brighton per registrare il nuovo materiale, insieme a James e a Tregunna, riarruolato per l’occasione. I tre riesumano ufficialmente il nome Lords Of The New Church, coinvolgendo nelle session anche Jez Miller e Ozzy (ex-The Brian James Gang e Gunfire Dance.). Ne scaturisce un Ep di tre brani, Believe It Or Not, prodotto dallo stesso James per Ndn Records.
La nuova compagnia parte per una serie di concerti in Europa nel 2002, ma Miller e Ozzy si defilano prima della fine del tour. James, però, non demorde: vuole andare avanti con questa follia della reunion ed è StevenMarque a fornirgli il nome giusto. Un super-fan dei Lords, nonché apprezzato leader dei LustKillers: Adam Becvare. Stessa sensibilità post-punk, stesso immaginario di riferimento, tra glam e gothic, horror e decadentismo. La responsabilità è enorme – rimpiazzare il gran sacerdote Bators – ma Becvare non si tira indietro. È lui il nuovo cantante. Il batterista Steve Murray prende il posto di Oz e chiude il cerchio.

The Lords Of The New Church - Adam BecvareLa Chiesa riapre ufficialmente i battenti. Con un nuovo album, Hang On (2003), e un tour europeo. È la più imprevedibile delle reunion, nonché una delle pochissime che si ricordi per un “supergruppo”, a conferma della peculiarità del fenomeno-Lords.
Le dieci tracce dell’album tentano di riesumare il mito come se il tempo non fosse passato. Con tanto di dedica a Stiv Bators nelle note di copertina. L’approccio è lo stesso, se possibile più spigoloso e punkeggiante. Ma Becvare, per quanto ce la metta tutta, non può competere con il carisma di Bators e il resto della brigata suona col pilota automatico, senza più quella scintilla di follia e di grazia melodica che aveva illuminato la formazione originale.
Non mancano, tuttavia, brani in grado, se non altro, di resuscitare il feeling dei vecchi Lords, a cominciare dall’iniziale "Heaven Stepped Down" – il singolo, scritto da James e StevenMarque, con cover e package disegnati da quest’ultimo – un atto d’amore verso un mondo intero, con le sue chitarre hard-glam-rock tirate a lucido, i suoi hook e i suoi coretti fintamente rassicuranti. James tenta di dar fondo al suo talento di autore (era sua, ad esempio, “New Church”) allestendo gli shock sonici di "Hallucination" – con vocalizzi selvaggi annegati in un mare di distorsioni e scariche elettriche – e della ancor più tumultuosa "Where Are You Now", con le chitarre sferraglianti fin quasi a sovrastare la voce del cantante. Anche la produzione, in effetti, suona un po’ povera e non aiuta episodi che - come nel caso della ballata "Savior Self" e della tambureggiante "Hashashin" - potevano anche riservare del potenziale interessante. Chiude le danze "Paint The Town Red", quasi un testamento del gruppo, con le sue atmosfere claustrofobiche e il suo drumming penetrante.

La tournée successiva in Europa smaschera spietatamente la natura ambigua di questa seconda vita dei Lords: i fan bramano solo i vecchi cavalli di battaglia degli 80’s e non sono interessati alle nuove canzoni, mentre James e StevenMarque non hanno alcuna intenzione di prestarsi a una mera operazione-nostalgia. Così, assolto il compito di onorare la storia di Bators e del supergruppo, il progetto finisce presto con l’esaurire la sua spinta. Alla fine del tour del 2003, la Chiesa richiude le sue porte, stavolta – a meno di miracoli – definitivamente.
Anche grazie all’inaspettata reunion, comunque, il culto si è allargato ed è cresciuta anche la considerazione della band presso la critica, complice lo sdoganamento di buona parte dell’underground 80's ad opera delle nuove generazioni. “Aggiornarono gli Stooges nell’era del post-punk”, li ricorda Ira Robbins su Trouser Press. Sarebbe già tanto, ma forse, i Lords Of The New Church, sono stati anche di più.

Lords Of The New Church

Nel tempio del culto wave

di Claudio Fabretti

Un supergruppo atipico, con radici punk e ambizioni wave. Guidato dall’emaciato e carismatico frontman Stiv Bators, già alfiere dei Dead Boys nelle notti calde newyorkesi del Cbgb. E con innesti da Damned (Brian James), Barracudas (Nick Turner) e Sham 69 (Dave Tregunna). Sono i Lords Of The New Church, una delle esperienze più intriganti dell’underground 80’s ..
Lords Of The New Church
Discografia
Lords Of The New Church (Irs, 1982)

8

 Is Nothing Sacred? (Irs, 1983)

7

 The Method To Our Madness (Irs, 1984)

7

Killer Lords (antologia, Irs, 1985)

 

 Live At The Spit (live, Uk Illegal, 1988)

 

 Believe It Or Not (Ep, Ndn Records, 2002) 
 The Lord's Prayer I (antologia, Pilot, 2002)

 

 The Lord's Prayer II (antologia, Pilot, 2003)

 

 Hang On (autoprodotto, 2003)

 5

 Rockers (antologia, Easy Action, 2013)

 

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Live From London 1984
(Live at the Marquee Club - Full show)

Open Your Eyes
(videoclip, da The Lords Of The New Church, 1982)

New Church
(live al Marquee di Londra, 1984, da The Lords Of The New Church, 1982)

Russian Roulette
(live al Marquee di Londra, 1984, da The Lords Of The New Church, 1982)

Livin' On Livin'
(live, da The Lords Of The New Church, 1982)

Dance With Me
(videoclip, da Is Nothing Sacred, 1983)

Live For Today
(videoclip da Is Nothing Sacred, 1983)

 

Method To My Madness
(videoclip da Method To My Madness, 1984)

 

Where Are You Now
(live a Marsiglia, Francia, da Hang On, 2003)


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