Lynyrd Skynyrd

Lynyrd Skynyrd

L'orgoglio sudista

di Gabriele Gambardella

Selvaggi, rissaioli, fortissimi bevitori, ma anche portentosi musicisti, efficaci hit-maker e scatenati performer. La filosofia dell’eccesso, l'influenza delle droghe, i fumi dell’alcol trasformati in grande musica. Una saga funestata da un’incredibile serie di lutti, che però non è riuscita mai a spezzarla. Dai banchi di scuola all’ultimo volo, la leggenda di una band che ha saputo incarnare alla perfezione la triade storica del rock, irrobustendola con  una massiccia dose di orgoglio sudista
L’aggettivo “sudista”, per oltre un secolo ha assunto il significato (e su questo America e Italia sono molto simili) di gretto, razzista, conservatore, arretrato, con tutta una serie di stereotipi ad esso collegati. Ku Klux Klan, segregazione razziale, significative differenze economico-culturali, nonché sociali (in Italia: mafia, povertà, ignoranza) sono state, per anni, le immagini mentali evocate dalla parola Sud. Dal punto di vista musicale, però, le cose sono andate diversamente. Generi quali blues, soul, gospel, country, bluegrass, rockabilly, rock’n’roll, sono partiti dall’oscura provincia americana per espandersi a macchia d’olio su tutto il continente e, da lì, sul mondo intero. Artisti del calibro di Robert Johnson, Muddy Waters, Hank Williams, Elvis Presley, James Brown, solo per citarne alcuni, altro non erano che giovani di belle speranze, nati e cresciuti in lontane e anonime città, che armati di tenacia e talento hanno fatto fortuna spesso cantando le contraddizioni delle loro terre. Eppure non è mai mancato, nella loro musica, una sorta di orgoglio, misto a un amore viscerale, per le loro umili e semplici origini. Furono, però, gli Allman Brothers Band da Macon, Georgia, i primi a proporre quella miscela di blues, country e rock denominata in seguito southern rock. La slide guitar e l’organo Hammond, la voce roca e le lunghe jamstrumentali hanno fornito quel caleidoscopio di colori che ha ispirato molti gruppi negli anni a venire, quali Alabama, ZZ Top, Black Oak Arkansas e Lynyrd Skynyrd. Furono soprattutto questi ultimi a recepire, metabolizzare e infine divulgare gli insegnamenti dei fratelli Allman, attraverso una personalissima rivisitazione del loro stile, contaminata col boogie, l’honky tonk e la più classica iconografia sudista.

A differenza dei loro illustri predecessori, le cui liriche erano per lo più orientate verso le tematiche del viaggio e delle frustrazioni amorose tipiche del blues, i Lynyrd Skynyrd hanno saputo introdurre nella loro musica una velata tematica sociale di matrice tipicamente country e folk. A questo proposito ingaggiarono una sorta di diatriba con Neil Young, nume tutelare e grande amico della band, che, a dispetto delle sue “nordiche” origini, scandagliò le condizioni economico/sociali dell’America rurale in alcuni dei suoi brani più famosi. Il cantautore canadese, tuttavia, proiettò la sua gigantesca ombra su gran parte della produzione del gruppo, rendendolo quasi un’anomalia nel panorama del southern rock. I numerosi punti di contatto, la stima e l’influenza reciproca tra musicisti così diversi per origine, stile e suono, contribuirono inoltre, a nobilitare e definire un genere, a quel tempo, in espansione (la cosa si ripeterà quasi vent’anni più tardi, nel 1995, in “Mirror Ball”, in cui gli spettri di Neil Young incontrarono il grunge dei Pearl Jam). Per capire, però, le ragioni del successo planetario dei Lynyrd Skynyrd bisogna fare un balzo temporale e tornare agli anni 60 quando tre compagni di scuola cominciarono, quasi per gioco, a suonare insieme.

Quel noioso professore di ginnastica

Lo zoccolo duro della band si costituì intorno a Ronnie Van Zant (Jacksonville - 15 gennaio 1948), Allen Collins (Jacksonville - 19 luglio 1952) e Gary Rossington (Jacksonville - 4 dicembre 1951), tre adolescenti cresciuti a pane e blues per le strade di Jacksonville, città della Florida famosa per il suo fermento musicale. I tre amici, alunni della Robert E. Lee High School, accomunati da una bruciante passione musicale, formarono nel 1964 un primo gruppo chiamato “The Noble Five”. Dopo un anno di lavoro e l’ingresso in organico di due elementi, il bassista Larry Junstrom (Pittsburgh- 22 giugno 1949) e il batterista Bob Burns (Jacksonville - 24 novembre 1950), la band cambiò nome in “My Backyard”, cominciando a ottenere qualche timido risultato. Nel 1968, infatti, dopo aver vinto un concorso locale chiamato “Battle Of The Band”, i “My Backyard” aprirono vari concerti nel Sudest degli Stati Uniti dei californiani Strawberry Alarm Clock, famosi per la loro hit psichedelica “Incense And Peppermint” e incisero l’anonimo singolo “Need All My Friends/Michelle” pubblicato per l’etichetta discografica Shade Tree Records.

In questo periodo il loro background musicale fu, naturalmente, influenzato dalla crescente British Invasion (Free, Yardbirds, Rolling Stones, Beatles) unitamente al blues e al country tipici della tradizione popolare americana. Dopo la breve esperienza dal vivo e gli scoraggianti riscontri del loro debutto musicale, Van Zant e soci tornarono in sala prove e alla loro vita di tutti i giorni. Si resero conto che era necessario un drastico cambio d’immagine per ottenere il successo sperato e il restyling partì proprio con la scelta di un nuovo nome. Nel 1970, dopo aver preso in considerazione varie possibilità tra cui “One Percent” e di nuovo “The Noble Five”, scelsero il nome “Leonard Skinner”, satirico omaggio all’omonimo professore di educazione fisica della loro scuola. Il prof. Skinner, infatti, si mostrò particolarmente severo nei confronti degli indisciplinati Collins, Rossington e Van Zant, specialmente per la loro odiosa (secondo lui) abitudine di portare i capelli lunghi. In particolar modo Rossington, risentì dei richiami del ligio professore, tanto da lasciare la scuola, stanco dei continui rimproveri sulla sua chioma. L’astio, tuttavia, rimase puramente “scolastico” dal momento che il professore e i suoi “turbolenti” allievi divennero amici sinceri nel corso degli anni, con tanto di attestati di stima reciproci.

Trovato finalmente il nome, i neonati Leonard Skinner si affrettarono a cercare un manager e lo scovarono nel concittadino Pat Armstrong che aveva da poco fondato, insieme ad Alan Walden, la Hustler’s Inc. Dopo un periodo di prove forsennate presso la “Hell House” di Green Cove Springs, il gruppo cominciò a suonare attraverso gli Stati del Sud costruendosi una solida reputazione grazie a suoi show selvaggi e trascinanti. Tuttavia il carattere instabile dei vari elementi (Van Zant su tutti) determinò continui contrasti e cambi di formazione che si susseguirono per tutta la prima metà degli anni 70. Già durante questo periodo, infatti, la line-up originale subì vari cambiamenti: Junastrom venne sostituito al basso da Greg T. Walker e fu assunto Rickey Medlocke (Jacksonville - 17 febbraio 1950) in qualità di vocalist e batterista aggiunto. In questo periodo di “interregno” la band tenne alcuni concerti con Medlocke e Burns alla batteria e incise, ai Muscle Shoals Souds Studios, alcuni provini senza, però, la partecipazione di Burns. Subito dopo, tuttavia, Walker e Medlocke se ne andarono per formare i Blackfoot. Vennero immediatamente sostituiti dal redivivo Burns alla batteria e da Leon Wilkenson (Newport - 2 giugno 1952) al basso, che esordirono durante il secondo turno di sessioni ai Muscle Shoals nel 1972. Il sound venne ulteriormente rinforzato, grazie all’ingresso in organico del “roadie” Billy Powell (Corpus Christi - 3 giugno 1952) in qualità di tastierista.
Con questa formazione (comprendente Van Zant alla voce, Collins e Rossington alle chitarre, Wilkenson al basso, Powell alle tastiere e Burns alla batteria), durante uno show al Funocchio’s di Atlanta, i Leonard Skinner furono scoperti dal musicista, compositore e produttore Al Kooper (Brooklyn- 5 febbraio 1944), già turnista con Bob Dylan e membro fondatore dei Blood Sweat & Tears. La potenza dello show e la qualità tecnica dei musicisti, convinsero Kooper a metterli sotto contratto, facendoli firmare per l’etichetta Sound Of The South, distribuita dalla ben più grande Mca Records.

Lynyrd SkynyrdDopo alcuni accorgimenti strategici, come la storpiatura del nome in Lynyrd Skynyrd, i ragazzi di Jacksonville furono pronti per il debutto in vinile. Lynyrd Skynyrd (Pronounced 'lĕh-'nérd 'skin-'nérd) uscì nell’agosto del 1973, anche se la sua lavorazione fu turbata da alcuni “imprevisti”. Nel bel mezzo delle incisioni allo Studio One di Doraville, in Georgia, Leon Wilkenson abbandonò la band per motivi mai ben chiariti, pur avendo composto la maggior parte delle linee di basso e avendo suonato nei brani “Mississippi Kid” e “Tuesday’s Gone”. A sostituirlo fu chiamato il chitarrista dei Strawberry Alarm Clock, Ed King (Glendale - 14 settembre 1949) che fu, cosi, costretto a un doppio lavoro. Nonostante questi elementi di disturbo, il disco ottenne subito ottimi riscontri grazie al suono roccioso e al ritmo trascinante di molti dei suoi brani.
L’attacco sghembo di “I Ain’t The One”, in apertura di lato A, mette subito le cose in chiaro. Le chitarre taglienti di Collins e Rossington riempiono i solchi di note, mentre la lurida voce di Van Zant canta il suo rifiuto per legami stabili e duraturi. La malinconia alcolica di “Tuesday’s Gone” rappresenta la consapevolezza di come la vita della band sia definitivamente cambiata con l’arrivo del successo (“Train roll on many miles from my home, see I’m, I’m riding my blues away, yeah”). Da segnalare lo splendido lavoro di Rossington alla chitarra solista e le magnifiche rifiniture di Kooper (vera guest-star dell’album) al mellotron e ai cori. La tristezza, però, sparisce immediatamente al sorgere del riff che accende l’infuocato boogie di “Gimme Three Steps”. Le liriche si alleggeriscono per narrare una storia degna dei migliori saloon di fine Ottocento. L’incontro del protagonista con una ragazza di nome Linda Lou in un bar di provincia viene bruscamente interrotto dall’arrivo dell’amante di lei, che, per far sentire le sue ragioni, non trova di meglio che estrarre una 44 Magnum. Unica soluzione: la fuga (“Won't you give me three steps/ Gimme three steps mister/ Gimme three steps towards the door?/ Gimme three steps/ Gimme three steps mister/ And you'll never see me no more”). In questo caso è la batteria di Burns a fare la parte del leone, unitamente alle sapienti percussioni di Bobbye Hall.
Gli amorevoli consigli di una nonna e di una madre (“Mama told me/ when I was young”) sul condurre una vita semplice e regolare (peraltro ampiamente inascoltati) sono al centro della potente ballad “Simple Man”, che nel titolo contiene un velato omaggio a Neil Young (evidente l’allitterazione con la sua “Southern Man”). Scritta a ridosso della scomparsa della nonna di Rossington e della madre di Van Zant, la canzone è diventata, col tempo, uno dei pezzi più acclamati della band, grazie al ruvido arpeggio iniziale, al liquido suono dell’organo Hammond e al ritornello rauco e accattivante.
L’avversione per la segregazione razziale, a quel tempo ancora in voga negli Stati del Sud, la drammaticità della vita nel ghetto, la veemente critica socio-politica sono al centro di “Things Goin’On”, che apre il lato B. Il galoppante ritmo honky tonk maschera la crudezza delle liriche (“Well, have you ever lived down in the ghetto/ Have you ever felt that cold wind blow/ Well, if you don't know what I mean/ Won't you stand up and scream”) cantate con voce stanca e sfatta. Il piano di Powell è il vero protagonista del pezzo e relega per una volta le chitarre in secondo piano, grazie a un riff degno dei più fumosi locali della Louisiana. Il mandolino di Al Kooper e la slide guitar di Ed King rappresentano il filo conduttore di “Mississippi Kid”, favoloso blues unplugged permeato di orgoglio sudista (“Well I was born in Mississippi/ I don’t take any stuff from you”). Stellare l’assolo di armonica a bocca ad opera di Steve Katz. I Lynyrd Skynyrd riaccendono immediatamente gli amplificatori per dar vita al rock alcolico di “Poison Wiskey”. Dietro il gran lavoro di Ed King al basso e di Powell al piano si nasconde la storia di un uomo morto per aver bevuto del whiskey avvelenato (chissà, forse una dedica al maestro del blues Robert Johnson), il tutto corredato dalla più classica iconografia southern tra bayou, kinfolks e cajun.
In chiusura di disco si trova l’epica e commovente “Free Bird” che, con la sua accorata dedica al compianto Duane Allman, rappresenta un ideale passaggio di consegne tra gli Allman Brothers Band e il gruppo di Jacksonville. Anche nel sound il brano ricorda molto il gruppo di Macon, soprattutto per quanto riguarda i complessi dialoghi chitarristici, l’uso dell’organo e il folgorante assolo finale. Il testo, inoltre, contiene un vero inno alla libertà quale bene supremo ed irrinunciabile (“’Cause I’m as free as a bird now/ and this bird you’ll can not change”).

Pubblicato il 13 agosto del 1973, Pronounced Leh-nerd Skin-herd, ebbe un ottimo successo raggiungendo il “disco d’oro” appena un anno e mezzo dopo. Intanto il bassista Leon Wilkenson rientrò nei ranghi (giusto in tempo per scattare la storica foto di copertina) e il temporaneo sostituto Ed King, data la sua bravura con la sei corde, venne spostato alla chitarra, in modo tale da arricchire ulteriormente il suono già potente della band. Da quel momento in poi la line-up dei Lynyrd Skynyrd fu sempre caratterizzata dalla presenza di tre chitarristi, che aumentarono l’ impatto sul pubblico dal punto di vista scenografico e musicale. A seguito della pubblicazione dell’album, il gruppo tenne numerosissimi concerti in tutti gli Stati Uniti arrivando perfino ad aprire le date americane del colossale Quadrophenia Tour degli Who, cosa che gli permise di raggiungere platee enormi e di ottenere un’incredibile popolarità.
La definitiva maturazione artistico/musicale consentì ai ragazzi di Jacksonville di compiere il passo decisivo verso la definitiva consacrazione.

Il grande salto

Lynyrd SkynyrdDicono che il secondo album sia sempre il più difficile, ma per i Lynyrd Skynyrd non fu affatto cosi. Al rientro dalla trionfale tournée, il gruppo si recò, nel gennaio del 1974, ai Record Plant Studios di Los Angeles per incidere quello che sarebbe divenuto il suo capolavoro: Second Helping.
Prodotto dal solito Kooper, il disco è caratterizzato dal fondamentale contributo di Ed King, che partecipò alla scrittura di molti brani e irrobustì il sound della band grazie al suono preciso della sua Fender Stratocaster. Già dalle prime note si capisce che questa volta i Lynyrd Skynyrd fanno tremendamente sul serio. “Sweet Home Alabama” si appiccica alle orecchie dell’ascoltatore trascinandolo in un vortice impetuoso fatto di boogie e honky tonk. L’inconfondibile riff d’apertura che si snoda come un serpente lungo tutta la canzone, i vulcanici intrecci chitarristici tra Collins, Rossington e King, il piano indiavolato di Powell e la rude vocalità di Van Zant fanno del brano uno dei cavalli di battaglia degli Skynyrd e uno dei migliori esempi del southern rock di sempre. Nonostante il ritmo apparentemente allegro e spensierato, il pezzo tratta complesse tematiche socio/politiche caratterizzanti l’America degli anni 70, quali il Watergate e la segregazione razziale (“In Birmingham they love the governor (Boo Boo Boo)/ Now we all did what we could do/ Now Watergate does not bother me/ Does your coscience bother you/ Tell the truth”) arrivando perfino a innescare una polemica a distanza con il vate della musica nordamericana, Neil Young, che aveva scritto due brani estremamente critici nei confronti degli Stati del Sud: “Southern Man” e “Alabama”  (“Well, I heard mister Young sing about her/ Well, I heard ole Neil put her down/ Well, I hope Neil Young will remember/ A Southern Man don’t need him around anyhow”). A suggello definitivo sulla questione, Young nella sua autobiografia del 2013 ("Il sogno di un hippie") chiese quasi scusa: "La mia canzone 'Alabama' si è largamente meritata la stoccata che mi diedero i Lynyrd Skynyrd con quel loro grande disco. Quando la sento oggi, non mi piace il testo. È accusatorio e sussiegoso, non pienamente ponderato e troppo facile da fraintendere". “Sweet Home Alabama” contiene anche un sentito omaggio ai Muscle Shoals Studios (“Now Muscle Shoals has got the Swampers/ And they've been known to pick a song or two") vero punto d’orgoglio della musica “sudista”.
La dolente “I Need You” conferma, ancora una volta, lo stato di grazia di un gruppo che riesce infondere un’energia incredibile anche a una implorante canzone d’amore, grazie all’implacabile batteria dell’ospite Mike Porter e all’incredibile lavoro dei tre chitarristi (Ed King su tutti). Il rock torna a dominare nella successiva “Don’t Ask Me No Questions”, che ricorda nella struttura e nel ritmo quella “Gimme Three Steps”, vera gemma dell’album precedente. Supportata da una sezione fiati capitanata da Bobby Keys (già turnista con Rolling Stones, Joe Cocker e molti altri), la band si lancia in un’accorata difesa della propria condizione di musicisti che hanno bisogno di “staccare la spina” una volta scesi dal palco e di riacquistare un minimo di privacy di fronte all’invadenza di fan, giornalisti e manager.(“ But when I come off the road, well I just got to have my time/ 'Cause I got to find a break in this action, else I'm gonna lose my mind”). La prima facciata si chiude con “Workin For Mca”, in cui i suoni si scuriscono e il ritmo si fa più martellante per sottolineare la pressione esercitata sui musicisti dalle case discografiche (“Want you to sign your contract/ Want you to sign today/ Gonna give you lots of money/ Workin' for Mca”).
Il lato B si apre con “The Ballad Of Curtis Loew” tenera ballad a base di dobro in cui, attraverso una metafora narrativa, i Lynyrd Skynyrd omaggiano la musica della loro terra: il blues. Curtis Loew non è altro, infatti, che la personificazione del blues. Descritto come un uomo di colore con ricci capelli bianchi (“Black man with white curly hair”), Mr. Loew, viene incontrato per caso da un ragazzo durante una notte insonne. I due, dopo aver acquistato del vino, passano la giornata insieme durante la quale Curtis Loew dimostra la sua perizia nel suonare la Dobro Guitar (strumento principe del blues) estasiando il suo amico che da quel momento in poi non perderà occasione per trascorrere qualche ora con lui. L’amicizia interrazziale negli Stati del Sud può rappresentare un problema, ma nonostante i rimbrotti della madre e le minacce della società, il ragazzo continuerà a frequentare Curtis Loew definendolo il più grande chitarrista che abbia mai suonato il blues (“The finest picker to ever play the blues”). Ancora una volta la tematica razziale ricorre nella discografia della band per sottolinearne l’ottusità e nel contempo esaltare l’universalità della musica che non si divide in bianca e nera, ma bella o brutta.
Dopo una presa di posizione cosi radicale torna prepotente l’amore per la propria terra che si manifesta attraverso l’elogio delle sue tradizioni musicali. “Swamp Music”, che già nel titolo non lascia spazio a dubbi, rievoca le immagini più significative dell’universo southern quali le paludi (swamp), cani da caccia (hound dog) e vita rurale, il tutto sostenuto da un frenetico ritmo country (si può definire la risposta dei Lynyrd Skynyrd a “Green River” dei Creedence Clearwater Revival). Il dramma della tossicodipendenza è affrontato realisticamente nella cruda “The Needle And The Spoon” in cui, dietro il solito accattivante riff di chitarra, emerge tutto il dolore di un’esistenza dominata dall’eroina (“I've been feelin' so sick inside/ Got to get better, lord before I die/ Seven doctors couldn't help my head, they said/ You better quit, son before your dead”).
L’album si chiude con una trascinante “Call Me The Breeze”, brano di J. J.Cale entrato a pieno titolo nel novero dei pezzi più famosi dei Lynyrd Skynyrd. La band fa veramente faville, dimostrando un affiatamento e un livello tecnico superiore. Il piano di Powell, col suo strepitoso assolo, si intreccia puntuale con il groove fornito dalla sezione fiati, mente il basso imperioso di Wilkinson fornisce il necessario boogie. Le mani di Collins, Rossington e King volano veloci sulle tastiere delle loro chitarre, mentre la voce di Van Zant è un ruggito famelico pronto a divorare le liriche del sig. Cale per restituirle all’ascoltatore piene di tronfio orgoglio sudista.

Pubblicato nell’aprile del 1974, Second Helping si piazzò al dodicesimo posto in classifica raggiungendo il “disco d’oro”. Il successo ottenuto consentì alla band di andare in tour non più come gruppo-spalla ma come attrazione principale (nel luglio del 1975 furono tra i protagonisti assoluti dell’Orzak Music Festival al Missouri State Fairgrounds di Sedalia). Nonostante la crescente richiesta di esibizioni dal vivo e l’enorme popolarità, il precario equilibrio tra i vari membri della band fu nuovamente messo a dura prova. A causa dei numerosi impegni e dello stress accumulato, il batterista Bob Burns lasciò il gruppo alla fine del 1974 per essere sostituito da Artimus Pyle (Louisville - 15 Luglio 1948).

Lynyrd SkynyrdCon il nuovo batterista i Lynyrd Skynyrd si recarono allo Studio One di Doraville in Georgia e quindi agli Webb IV Studios di Atlanta, per incidere il loro terzo album: Nuthin’ Fancy. Il nuovo cambio d’organico influì sulle registrazioni conferendo al disco minore incisività rispetto al precedente. La prima facciata si apre con la cupa “Saturday Night Special”, durissima invettiva contro la liberalizzazione delle armi negli Stati Uniti e la spirale di violenza ad essa collegata (“Big Jim done pull his pistols/ Shot his friend right between his eyes”). La durezza del testo è direttamente proporzionale al suo arrangiamento. Chitarre pesantemente distorte, repentini cambi di tempo, un cantato rauco e sofferto conferiscono al brano drammaticità e forza. Il fascino perverso delle armi è al centro dell’allucinata “Cheatin’ Woman”, in cui un amore non corrisposto per una donna “sbagliata” si carica di minacce di morte a causa di un’accecante gelosia (“I'm gonna get that pistol gal/ I’m gonna shoot you and all your pals”). Il ritmo dilatato e la voce sfatta sottolineano ancora una volta la crudezza e la violenza dell’argomento trattato.
L’atmosfera si rilassa leggermente grazie alla godibilissima “Railroad Song”, che, come si intuisce dal titolo, è incentrata sul tema del viaggio fine a se stesso. Rievoca alla mente le figure di leggendari musicisti itineranti, come Woody Guthrie o Jimmy Rogers, che giravano gli Stati Uniti su carri bestiame sbarcando il lunario suonando agli angoli delle strade, spesso malvisti dalle autorità locali (“So I asked the policeman/ Can I stay a long/ He said Mr. Hobo won't you go now/ We don't want you around/ See I'm trying to build a respectable town/ And we don't need a hobo like you hanging around”). La base musicale imita chiaramente l’andatura sbuffante e cadenzata di un treno a vapore grazie all’armonica di un Jimmy Hall in grande spolvero e al charleston frenetico di Artimus Pyle. Il rock torna prepotente in “I’m A Country Boy”, in cui, sotto a chitarre affilate come rasoi, si nasconde un testo che rappresenta la quintessenza del “southern proud” (“Big City hard times- Don’t bother me/ I’m a country boy/ I’m happy as I can be”).
Il lato B si apre con l’esplicita “On The Hunt”, in cui un ragazzo “in caccia” cerca di convincere una ragazza a far l’amore con lui. La voce di Van Zant è, in questo caso, più duttile che mai passando con disinvoltura dal tono rauco e confidenziale al falsetto più acuto e stridulo. Il sound è quanto mai duro e potente, i riff sono precisi e incisivi quasi a ricreare il clima di un inseguimento serrato e sfiancante. La delicata “Am I Losin’” in puro stile Lynyrd Skynyrd, è forse il pezzo migliore dell’album. Dedicato alla perdita di un amico, il brano ricorda molto da vicino “Sweet Home Alabama” sia per quanto riguarda la sequenza di accordi, il riff introduttivo e la cavalcata finale. Il ritmo è dimezzato e il boogie è praticamente assente rispetto al ben più noto capolavoro del 1974, ma il suono, nel suo complesso, è molto curato, grazie all’uso dominante della chitarra acustica. Il bridge centrale, inoltre, conferisce al pezzo una freschezza e un’originalità tale da non farla sembrare solo una pallida imitazione. “Made In The Shade” parte con un’introduzione da vera e propria banda di campagna per lasciare sempre più spazio a un country vecchio stampo, dominato in lungo e in largo dal dobro e dal mandolino della guest-star Barry Harwood. In questo caso Van Zant si lancia in uno dei suoi ricordi di gioventù, cantando di un amore non corrisposto risalente ai tempi dell’adolescenza (“I can tell pretty mama I been wastin' time/ Well you don't really love me”).
Il disco si chiude con la spensierata “Whiskey Rock-A-Roller”, in cui la band rivendica, ove ce ne fosse bisogno, la sua devozione per la triade sacra della musica: sex, drugs & rock’n’roll (“Well I’m a wiskey rock-a-roller/ That’s what I am/ Woman, whiskey and miles of travellin’/ Is all I understand”).

Trainato dal successo dell’album precedente, Nuthin’ Fancy raggiunse la Top 10 delle chart americane, assestandosi alla posizione numero 9, arrivando ad aggiudicarsi il disco d’oro appena tre mesi dopo la pubblicazione. La definitiva consacrazione, la popolarità, il denaro non bastarono, tuttavia, a raffreddare gli animi dei vari componenti della band. Nuove defezioni stravolsero, ancora una volta, l’organico dei Lynyrd Skynyrd. Lo storico produttore Al Kooper se ne andò, di comune accordo col gruppo, subito dopo le spiacevoli sedute d’incisione dell’album. Quindi fu Ed King a sbattere la porta, letteralmente: “Stanco di fare a pugni con quel pazzo di Ronnie”. Fu una perdita pensante. Il tour promozionale e il sound della band ne risentirono considerevolmente. Ed King era una pedina fondamentale, infatti, sia per quanto riguardava sia l’impasto chitarristico in studio sia l’impatto visivo sul palco. Partì subito il valzer delle audizioni per trovare un sostituto, ma le cose si rivelarono più difficili del previsto.

Lynyrd Skynyrd - Ronnie Van ZantNei primi mesi del 1976 i Lynyrd Skynyrd assunsero ufficialmente le coriste Cassie Gaines, Lesile Hawkins e Deborah Jo “JoJo” Billingsley (conosciute col nome di The Honkettes) nel tentativo di trovare un equilibrio e di rinnovare un sound menomato. Con questa formazione radicalmente rinnovata e sotto la supervisione del nuovo produttore Tom Dowd, il gruppo si chiuse in studio per registrare del nuovo materiale, che sarebbe confluito nell’album Gimme Back My Bullets.
Inciso ai Record Plant di Los Angeles e ai Capricorn Studios di Macon (già tana degli Allman Brothers Band) questo lavoro mostrò un evidente calo d’ispirazione e una qualità tecnica nettamente inferiore ai precedenti. Il rock duro e crudo della title track, in apertura di lato A, comunque non fa sconti a nessuno. Il dramma dell’emarginazione, dell’alcolismo e della violenza sono il fulcro della canzone (“Sweet talkin people done ran me out of town/ and I drank enough whiskey to float a battleship around”). La tenera “Every Mother’s Son” abbassa nettamente i toni grazie all’utilizzo della chitarra acustica e a liriche incentrate sulla stanchezza dovuta al successo e sulla voglia di un ritorno alle origini (“Well I’ve been ridin’ a winning horse for a long long time/ And sometimes I wonder is this the end of the line”). La voce stanca di Van Zant e l’arpeggio di Collins conferiscono al brano una vena di scintillante tristezza e un’incredibile incisività.
La malinconia dura poco. La potenza delle chitarre e i fumi dell’alcol tornano a farsi sentire in “Trust”, rock arrabbiato contro la falsità di certe amicizie e di certi amori (“You can’t alway trust your woman/ you can’t always trust your best friend/ Beware of the ones that you need y’all/ ‘Cause those might be the ones that do you in”). In chiusura di facciata trova posto una cover di J. J.Cale, “I Got The Same Old Blues”, riveduta e corretta a base di riff incendiari e chitarre distorte.
Il balbettante riff di “Double Trouble” apre la seconda facciata. L’eccezionale lavoro del duo Collins-Rossington enfatizza le liriche velatamente autobiografiche di Van Zant riguardanti una vita violenta e selvaggia (“Eleven times I been busted/ eleven times I’ve been to jail”). Prezioso il supporto delle new entry Honkettes ai cori. Le trascinanti “Roll Gypsy Roll” e “Searchin’” spianano la strada al poderoso e vagamente lisergico rock di “Cry For The Bad Man”. Questa sentita dedica a un amico dalla vita particolarmente turbolenta (“He lives his life for a dollar sign/ And to deal with him is dangerous”) vede un’ottima interazione tra Van Zant e le coriste, oltre al solito groove fornito dal resto della band.
La morbida “All I Can Do Is Write About It” chiude il disco con una malinconica riflessione sul crescente sviluppo industriale, ormai irreversibile, degli Stati del Sud, accolto con malcelato disprezzo dai puristi Skynyrd (“I can see the concrete slowly creepin’/ Lord take me and mine before that come”).

Pubblicato il 2 febbraio del 1976, Gimme Back My Bullets, manifestò un brusco calo di vendite, assestandosi solamente alla ventesima posizione delle Us chart. Rossington, Collins e Van Zant attribuirono questo parziale insuccesso alla mancanza di un terzo chitarrista, indispensabile per ricreare quel sound pieno e definito dei primi tre dischi. I Lynyrd Skynyrd ricominciarono, dunque, i provini per trovare un musicista in grado di colmare il vuoto lasciato da Ed King. Dopo numerose audizioni, tra cui quella di Lesile West (leader dei Mountain), la band optò per un giovane chitarrista di nome Steve Gaines (Seneca - 14 settembre 1949), fratello della corista Cassie Gaines. Già membro fondatore dei Crawdad, il nuovo arrivo venne testato durante un concerto a Kansas City l’ 11 maggio del 1976, quindi venne invitato ufficialmente a unirsi al gruppo.
L’iniezione di nuova linfa giovò ai Lynyrd Skynyrd che, nel giro di pochi mesi, incisero al Fox Theater di Atlanta il doppio album dal vivo One More From The Road (una brillante riproposizione di tutti i loro cavalli di battaglia) e tennero una fantastica performance al festival di Knebworth.

L’ultimo volo

I rottami dell'aereo dei Lynyrd SkynyrdOltre ai discografici e al pubblico, anche il destino cominciò a interessarsi seriamente al gruppo. Sia Collins che Rossington, infatti, rimasero seriamente coinvolti in due paurosi incidenti automobilistici, che costrinsero la band a rallentare il lavoro in studio e a cancellare alcune date della tournée. Nonostante la paura, gli Skynyrd tornarono presto in sala d’incisione per lavorare su quello che sarebbe stato il loro “canto del cigno”: Street Survivors. Inciso, con la produzione di Tom Dowd, in tre posti differenti - i Criteria Studios di Miami, lo Studio One di Doraville e i Muscle Shoals Sound Studios – l’album presenta un tasso tecnico e compositivo eccellente, grazie soprattutto al fondamentale apporto di Steve Gaines.
L’attacco bruciante di “What’s Your Name” mette subito le cose in chiaro. La grinta è quella dei giorni migliori, il suono anche. Le chitarre sono potenti e precise come ai tempi di Ed King. Le parole di Van Zant tornano a descrivere la vita on the road della band, caratterizzata da risse, donne e fiumi di alcool (di questo parla la canzone). Il classico “That Smell”, trae la sua ispirazione dai tremendi incidenti che per poco non costarono la vita a Collins e Rossington (“Whiskey bottle and brand new cars/ Oak tree you’re in my way”). I continui eccessi della band sono presi da Van Zant come monito sulle possibili drammatiche conseguenze di una vita scellerata. Il testo severamente autobiografico viene enfatizzato dal rock poderoso della base musicale (con la batteria di Artymus Pyle e il basso di Leon Wilkenson in grande evidenza).
La power ballad “One More Time”, letteralmente dominata dalle note profonde di Wilkenson, torna sui temi dell’amore non corrisposto, mentre il boogie infuocato di “I Know A Little” (composta interamente da Gaines) è il classico episodio per dimenare i fianchi, grazie a continui stacchi, cambi di tempo e assolo brucianti (ascoltare per credere il superbo lavoro di Powell al piano).
Il lato B si apre con “You Got That Right”, una sorta di fiero e danzereccio “mea culpa”, in cui il gruppo ammette di condurre (e di amare) una vita disordinata e vagabonda (“I like to drink and to dance all night/ Comes to a fix and not afraid to fight”). L’amore con le sue conseguenze torna prepotente in “I Never Dreamed”, in cui, dietro a un suono duro e potente, si nasconde un testo sorprendentemente tenero (“Oh Lord now I feel so lonely/ I say woman won’t you come back home”). Il talento di Gaines comincia mettersi in evidenza grazie al prezioso aiuto in fase di stesura e a un lavoro chitarristico assolutamente ineccepibile.
Nella cover di “Honky Tonk Night Time Man”, composta da Merle Haggard, i Lynyrd Skynyrd dimostrano di conoscere e padroneggiare senza alcuna difficoltà il country e in “Ain’t No Good Life” si rivelano perfino ottimi bluesmen.

Pubblicato il 17 ottobre del 1977 con la famosa copertina che ritraeva la band avvolta dalle fiamme, Street Survivorsarrivò al 5° posto in classifica, trainato dal successo dei brani “What’s Your Name” e “That Smell”.
Tre giorni dopo il gruppo era morto.
Il 20 ottobre del 1977, a causa di problemi al carburante, l’aereo su cui viaggiavano per raggiungere Baton Rouge in Louisiana, si schiantò in una foresta nei pressi di Gillsburg in Mississippi. Ronnie Van Zant, Steve e Cassie Gaines , il road manager Dean Kilpatrck morirono sul colpo insieme ai membri dell’equipaggio: il pilota Walter McCreary e il co-pilota William Gray. Gli altri rimasero feriti in modo molto serio. Allen Collins subì la rottura di una vertebra cervicale, Gary Rossington riportò fratture multiple agli arti inferiori e superiori, Leon Wilkenson, oltre a varie fratture, ne uscì con un polmone perforato e varie lesioni interne, Lesile Hawkins ebbe il collo fratturato in tre punti e il viso sfigurato da varie lacerazioni. Lo shock fu tremendo. La copertina di Street Survivors (in cui il gruppo appariva avvolto dalle fiamme) fu sostituita, in segno di lutto e rispetto, con una più sobria immagine su sfondo nero.
Ovviamente il gruppo si sciolse dopo la catastrofe. I superstiti si riunirono solo una volta, nel gennaio del 1979, per eseguire una versione strumentale di “Freebird” insieme alla band di Charlie Daniels. Erano presenti un ancora convalescente Leon Wilkenson, Lesile Hawkins, JoJo Billngsley e le vedove Teresa Gaines e Judy Van Zant. Il futuro e la fulgida carriera di un gruppo divenuto leggendario erano state, così, tagliate di colpo da una tragica fatalità. O almeno questo era quello che credevano tutti.

Rock (and problems) never die

Lynyrd Skynyrd - Johnnie Van ZantChiuso il capitolo Lynyrd Skynyrd, Collins e Rossington fondarono la The Rossington-Collins Band tra il 1980 e il 1982, ma il successo, quello vero non arrivò mai. Artimus Pyle varò il progetto Artimus Pyle Band nel 1982, ma anche per lui i risultati furono tutt’altro che confortanti. Alla mancanza di riscontri commerciali si aggiunse un’ulteriore beffa del destino. Nel 1986, mentre guidava la sua auto in stato di ebbrezza, Allen Collins fu coinvolto in un terribile incidente automobilistico che uccise la sua ragazza e lo costrinse alla paralisi dalla cintola in giù. Le cose cominciarono a cambiare nel 1987 quando i membri superstiti dei Lynyrd Skynyrd si unirono a Johnny Van Zant (fratello minore di Ronnie) per un tributo alla formazione originale a dieci anni dalla scomparsa. Dalla serie di concerti fu tratto un doppio album Southern By The Grace Of God/ Lynyrd Skynyrd Tribute Tour 1987, uscito senza troppe pretese. Ma, contrariamente alle aspettative, il successo fu enorme e i componenti dei redivivi Skynyrd decisero, dunque, di proseguire il cammino insieme. Clamoroso anche il ritorno di Ed King (anche se per i suoi impegni in altri progetti veniva spesso sostituito da Houghie Thomasson ), mentre Collins, per i suoi problemi fisici, assunse la carica di direttore artistico. L’avventura di Collins, tuttavia, finì molto presto dal momento che il 23 gennaio del 1990 fu ucciso da una polmonite.
Questa reunion portò anche problemi legali e strascichi giudiziari, dovuti principalmente alla causa intentata dalle vedove Judy Van Zant e Teresa Gaines nei confronti degli altri membri, colpevoli di aver violato l’accordo che sanciva il divieto di riesumare lo storico marchio a scopo di lucro. Le parti si accordarono sul riconoscimento alle vedove del 30% sui guadagni (la percentuale che sarebbe spettata ai loro mariti, qualora fossero stati ancora in vita) e una provvigione su qualsiasi introito derivante da esibizioni di band che portassero il nome “Lynyrd Skynyrd” al cui interno ci fossero almeno due membri della formazione originaria.

Nonostante la maturità, le disavventure e il successo, l’equilibrio della band restò sempre precario. I cambi d’organico rimasero sempre all’ordine del giorno. Nel 1991 il batterista Artimus Pyle se ne andò e a sostituirlo furono chiamati numerosi musicisti, fino all’arrivo di Michael Cartellone, che finalmente garantì un po’ di stabilità. Randall Hall (il chitarrista che assunse il ruolo dell’impossibilitato Collins) lasciò la band nel 1993, per essere sostituito da Mike Estes. Nel 1996 anche Mike Estes se ne andò e fu sostituito dal vecchio amico Ricky Medlocke (uno dei primissimi componenti del gruppo nei lontani anni 70).
Nel 2001 un’altra tegola colpì la band. Lo storico bassista Leon Wilkenson morì per problemi epatici e renali. Il suo posto fu preso da Ean Evans (Atlanta - 16 settembre 1960). Nonostante il tragico destino che continuò a colpire a ripetizione i suoi membri, il gruppo andò avanti arrivando a pubblicare nel 2003, per il trentennale della nascita, il monumentale Thyrty, contenente i suoi maggiori successi e ben sei inediti. Il disco fu anche lo spunto per una tournée, documentata nel Dvd Vicious Cycle Tour, e per un doppio album dal vivo, Lyve: The Vicious Cycle Tour, pubblicati entrambi nel 2004.

Nel 2005 Houghie Thomasson lasciò la band per unirsi agli Outlaws (morirà il 9 settembre 2007), ma questo non servì a fermare gli Skynyrd, che nel febbraio 2005 suonarono al party per il Super Bowl di Jacksonville, dividendo il palco con artisti del calibro di 38 Special e 3 Doors Down. Appena due settimane dopo furono invitati ai Grammy Awards per un tributo al southern rock, insieme ad artisti del calibro di Dickey Betts e Keith Urban.
Nell’estate del 2005 Johnny Van Zant fu operato alle corde vocali per rimuovere un polipo. Il cantante fu costretto a un riposo forzato di tre mesi, durante il quale gli Skynyrd suonarono al Music Relief Concert in favore delle vittime dell’uragano Katrina con Kid Rock in veste di lead singer. Con il rientro di Van Zant, le esibizioni dal vivo ripresero più energiche e trascinanti che mai. Nel 2006 l’organico della band si arricchì di un nuovo chitarrista, Mark “Sparky” Matejka, già membro fondatore degli Hot Apple Pie, chiamato a sostituire il dimissionario Thomasson. Con questa formazione i Lynyrd Skynyrd tennero quello che, forse, rimase il loro concerto più grandioso. Il 2 novembre del 2007, infatti, si esibirono al Ben Hill Griffin Stadium di Gainsville, nell’ambito della manifestazione Gator Growl dell’Università della Florida, in cui suonarono davanti a 50.000 persone.

La sorte avversa, però, era pronta a sferrare un altro tremendo colpo a un gruppo già così provato. Il 28 gennaio del 2009 il tastierista Billy Powell morì improvvisamente per arresto cardiaco, gettando la band nello sconforto più totale. Rossington rimase così, l’unico sopravvissuto della formazione originale e l’unico legame con lo storico passato. Gli Skynyrd reagirono nell’unico modo che conoscevano: suonando. Nel settembre del 2009 pubblicarono l’album God & Guns, l’ultimo con la collaborazione di Billy Powell. Inciso per l’etichetta Roadrunner in tre differenti studi di registrazione - i Blackbird Studios di Nashville, lo Studio Sea di Fort Myers e il Soud Kitchen di Franklin - contiene ottimi brani di onesto rock’n roll, tra cui spiccano “Still Unbroken”, “That Ain’t My America” e l’autocelebrativa “Skynyrd Nation”. Il mastodontico tour promozionale toccò anche l’Europa e vide la partecipazione di Peter Keys alle tastiere e di Robert Kearns al basso (al posto di Ean Evans, morto di cancro il 6 maggio del 2009).
Il gruppo continuò incessantemente a esibirsi per tutto il 2010 e il 2011, trovando anche il tempo per incidere del nuovo materiale, che sarebbe confluito nell’album Last Of A Dyin Breed pubblicato il 21 agosto 2012. Rinvigorito dal suono del nuovo bassista Johnny Colt (al posto del dimissionario Robert Kearns) e della guest-star John 5, il disco contiene materiale discreto, pur senza aggiungere nulla alla già ricchissima produzione della band. La tournée successiva toccò Stati Uniti ed Europa, registrando ovunque incassi stratosferici.

I Lynyrd Skynyrd sono ormai un’istituzione e una leggenda in ogni parte del mondo. La loro musica trascende razze e generazioni, a dimostrazione che il rock’n’roll può vincere il tempo e, a volte, anche la morte.

Lynyrd Skynyrd

L'orgoglio sudista

di Gabriele Gambardella

Selvaggi, rissaioli, fortissimi bevitori, ma anche portentosi musicisti, efficaci hit-maker e scatenati performer. La filosofia dell’eccesso, l'influenza delle droghe, i fumi dell’alcol trasformati in grande musica. Una saga funestata da un’incredibile serie di lutti, che però non è riuscita mai a spezzarla. Dai banchi di scuola all’ultimo volo, la leggenda di ..
Lynyrd Skynyrd
Discografia
(Pronounced Leh-Nerd Skin-Nerd) (Mca, 1973)

8

Second Helping (Mca, 1974)

8,5

Nuthin’ Fancy (Mca, 1975)

7

 Gimme Back My Bullets (Mca, 1976)

6

 One More From The Road (Mca, 1976)

6,5

Street Survivors (Mca, 1977)

7,5

 Skynyrd’s First…And Last (Mca, 1978)

6

 Legend (Mca, 1987)

5

 Southern By The Grace Of God (Mca, 1988)

6

 Lynyrd Skynyrd 1991 (Atlantic, 1991) 5
 The Last Rebel (Atlantic, 1993)

5,5

 Twenty (Cmc International, 1997)

 4,5

 Lyve From Steel Town (Cmc International, 1998)

5

 Edge Of Forever (Cmc International, 1999)

5

 Thyrty (antologia, Utv, 2003)

 

 Lyve:The Vicious Cycle Tour (live, Sanctuary, 2004)

6,5

 God & Guns (Roadrunner, 2009) 6
 Last Of A Dyin Breed (Roadrunner, 2012) 6
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Complete concert from Winterland, 1975

  

Simple Man
(live, da Lynyrd Skynyrd (Pronounced 'lĕh-'nérd 'skin-'nérd), 1973)

Free Bird
(live, da Lynyrd Skynyrd (Pronounced 'lĕh-'nérd 'skin-'nérd), 1973)

Sweet Home Alabama
(live, da Second Helping, 1974)

Call Me The Breeze
(live, da Second Helping, 1974)

Saturday Night Special
(live da Nuthin’ Fancy, 1975)

 

Gimme Back My Bullets
(videoclip da Gimme Back My Bullets, 1976)

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