Manowar

Manowar

La nostra epica quotidiana

di Antonio Lo Giudice

Celebri per i loro concerti rumorosissimi e per la loro passione per le saghe fantasy nordiche, i newyorkesi Manowar hanno tracciato una via originale al metal, giungendo a sonorità tra le più brutali in assoluto. Un medioevo barbarico che i quattro “re del metallo” hanno cavalcato insieme facendo strage di poser
“Conan, qual è il meglio della vita?”.
“Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e ascoltare i lamenti delle femmine”.
“Questo è bene!”.


Tamarri, pacchiani, rozzi, infantili, reazionari e, in sostanza, del tutto privi di un benché minimo valore artistico. Questo è ciò che pensano otto critici su dieci dei Manowar: ma, ovviamente, hanno ragione gli altri due che stravedono per loro, perché amano iniziare le giornate fomentandosi sulle note di “Kings Of Metal” o di “Black Wind, Fire And Steel”. E, a quel punto, non c’è mutuo da pagare che possa scalfire la tua fiducia nel futuro. Si facciano pure avanti i problemi quotidiani: siamo pronti a difendere la breccia armi in pugno fino all’ultima stilla di sangue, per poi gioire nel Valhalla davanti un boccale di birra gelata e con una pettoruta schiava bionda sulle ginocchia pronta a soddisfare ogni nostro virile capriccio!
Al netto di ogni snobismo, un mito perdurante ormai da trent’anni come quello dei quattro newyorkesi non può essere spiegato solo con la sprovvedutezza del metallaro medio, sprovvedutezza sulla quale, per inciso, pare che i Nostri abbiano cominciato a contare quantomeno nell’ultimo decennio, vista la quantità di inutili uscite discografiche gettate in pasto ai fan. Pertanto, è forse il caso di andare oltre i testi imbarazzanti (anche se decisamente funzionali) in cui si esalta una non meglio specificata “heavy metal way of life” o si tratteggiano scenari fantasy presi di sana pianta dai fumetti di “Conan il Barbaro”, e sugli atteggiamenti caricaturali e grotteschi (anche se non privi di ironia), e concentrarci sulla capacità del mastermind Joey DeMaio di scrivere brani dalla presa immediata, veri e proprio addensatori di endorfine, resi con grande efficacia dalla voce di Eric Adams e, originariamente almeno, dalle sei corde di Ross The Boss. Un dono, quello del bassista italo-americano, che non è venuto meno con gli anni: male che vada, anche nei loro dischi meno riusciti e persino in quelli brutti, ci sono un paio di canzoni memorabili. Né è vero, come spesso si scrive sul loro conto, che all’inamovibilità tematica sia corrisposta anche una stilistica - dagli esordi perfettamente ascrivibili al movimento epic che caratterizzò la scena americana nei primi anni 80 (e che aveva come alfieri, oltre ai Manowar, i veterani Manilla Road, i Virgin Steele e i Cirith Ungol), la seconda metà del decennio è stata caratterizzata da una ricerca quasi maniacale del “puro heavy metal sound”, che prescinda da stili, evoluzioni, sottocatalogazioni e altre mollezze da loser. La cosa parimenti meravigliosa e drammatica è che hanno raggiunto l’obiettivo anche troppo presto, perdendo così la bussola e pasticciando nell’ultimo quarto di secolo tra  tentativi di evoluzione coraggiosi (ma non sempre apprezzabili) e scontate fughe indietro (quasi sempre deludenti, anche se mai ipocrite come quella degli ultimi Metallica).

Per quanto riguarda, poi, la ridicola accusa di simpatie fascistoidi o, addirittura, naziste, basate su pregnanti argomentazioni come la passione di DeMaio per Wagner o l’immagine dell’aquila imperiale sulla copertina del loro primo album (guarda un po’: io pensavo a un tributo agli Asburgo!), le stesse sono scorie di un’impostazione culturale post-sessantottina (ma da noi ancora ben radicata negli anni 80) che riteneva “di destra” tutto ciò che non poteva essere considerato “di sinistra” - Lucio Battisti come l’hard-rock e il metal in toto. Provate voi a chiedere a Conan il Barbaro per chi ha intenzione di votare alle prossime regionali, mentre è intento contare le teste decapitate dei seguaci di Thulsa Grillo Doom! Fino a quando non verrà fondato il partito del “Sole con le Borchie” preconizzato dagli Atroci (tanto ormai…), non credo che l’impostazione politica dei Manowar risulterà chiara o rilevante. Questo a prescindere da ogni discorso ragionevole sulla distinzione tra l’artista e il suo personaggio. Se, poi, vogliamo essere pignoli, si può rilevare come il loro superomismo di stampo nietzschiano sia stemperato da un indiscutibile atteggiamento internazionalista e dal rispetto per ogni minoranza che sappia combattere pancia a terra e coltello tra i denti (nativi americani in primis).
Se, poi, appartenete alla categoria che storce il naso davanti a pantaloni di cuoio, moto sul palco, ostentazione di machismo (così esasperato da fare il giro a 180° e superare abbondantemente il confine della bromance, come non mancheranno di rilevare i loro irrispettosi discepoli Nanowar of Steel) e amplificatori spinti costantemente al massimo (loro il record, registrato al guinness dei primati, di “concerto più rumoroso della storia”- 139 decibel nel tour del 2008), evidentemente i Manowar non fanno proprio per voi...

Nel 1980 Joey DeMaio è on the road con i Black Sabbath in qualità di tecnico del suono. Probabilmente non è un caso se stiamo parlando della formazione di Heaven And Hell con Ronnie James Dio alla voce - la più epica di tutte le incarnazioni della band di Birmingham. Come supporter c’erano tali Shakin’ Street, tra i quali militava il chitarrista Ross “The Boss” Friedman, già membro dei rivoluzionari e sottovalutati Dictators con il nome d’arte da paisà Ross Funicello. Leggenda vuole che, in una delle tappe inglesi del tour, i due si trovino a chiacchierare delle rispettive passioni: oltre al desiderio di suonare la musica più pesante in circolazione, entrambi hanno una fissazione per i fumetti e la letteratura fantasy, per le saghe norrene e per l’epica in generale.
Tornati in America (e sciolti gli Shakin’ Streets) DeMaio e Friedman decidono di mettere su un gruppo di “puro heavy metal”. Nel Regno Unito il movimento della NWOBHM sta raggiungendo il suo zenit affiancando nomi nuovi quali Iron Maiden, Def Leppard e Saxon  a realtà già affermate da anni come Judas Priest e Motorhead. Gli Usa, in materia, sono un po’ indietro: ci sono singoli gruppi, magari anche notevoli come i Riot o i Manilla Road, ma nessuna vera e propria scena. Tra i cani sciolti del metallo a stelle e strisce, una formazione deve aver particolarmente colpito l’attenzione di DeMaio e Friedman: i Legend, autori di un unico seminale 33 giri nel 1979, evocativamente intitolato “From The Fjords”, dal suono oscuro ed epicheggiante.

Arruolati il batterista Carl Canedy (contemporaneamente in forza ai Rods) e, soprattutto, il cantante Eric Adams (una sorta di Rob Halford dalla voce parimenti estesa, ma meno acida), il gruppo si battezza Manowar (uomo di guerra- tanto per rendere chiara la loro impostazione fin dalla ragione sociale) e comincia a macinare concerti nel locali della costa est. Nel 1981 viene registrato un demo che vale il primo contratto discografico con i tipi della Liberty Record - nel frattempo Canedy è stato sostituito dietro alle pelli da Donnie Hamzik. Il risultato di questo sodalizio è uno dei capolavori fondanti dell’heavy metal statunitense, colto appena prima dell’affermarsi del movimento thrash, nonché uno degli esordi più acclamati della musica pesante.

Battle Hymns, spaccone fin dal titolo, si divide idealmente in due parti: il primo lato del vinile contiene quattro inni da biker che puzzano di benzina, cuoio e birra. “Death Tones” apre le danze in maniera cadenzata, facendo intendere come il metal classico americano, a differenza di quello albionico, abbia passato gli anni Settanta costantemente sintonizzato sulle stazioni hard-rock, ignorando totalmente e con il massimo disprezzo l’onda punk. “Metal Daze” è il primo inno al liberatorio potere della musica heavy, nonché primo capolavoro dell’album, mentre “Fast Taker” e “Shell Shock” lasciano andare la moto a velocità da inseguimento sulla Route 66.
Ma il meglio deve ancora arrivare: nell’anno dell’uscita di “Conan il Barbaro” di John Milius, il quartetto realizza un lato B dal tono epico e selvaggio che porta l’ascoltatore dritto nell’epoca hyboriana. “Manowar” è pura, eccitante autoesaltazione e diventerà obbligato brano di apertura di ogni loro concerto. La sabbathiana “Dark Avenger” si apre in lenta e ossianica (quasi un doom ante litteram) per poi accelerare nella parte finale e, in mezzo, la chicca della partecipazione del grande regista Orson Welles che impreziosisce il brano con la sua profonda voce narrante. Dopo l’inutile interludio “William’s Tale” (il primo dei velleitari e fastidiosi strumentali suonati dal solo DeMaio sul suo piccolo bass), l’apoteosi della title track, vera e propria marcia vittoriosa di metallo incandescente introdotta da un arpeggio dal sapore cinematografico che fa venire i brividi ancora dopo trent’anni e con un riff portante tra i più esaltanti di sempre.

Il disco viene accolto in maniera egregia, nonostante promozione e copertura non siano adeguatamente garantite dalla Liberty, circostanza che causerà la rescissione del contratto. I concerti dei Manowar, poi, cominciano a diventare pura leggenda: tra interventi delle forze dell’ordine per i volumi troppo alti e headliner come Ted Nugent costretti a dargli il benservito perché oscurati dalle loro performance come gruppo di supporto, le file dei loro fan si ingrossano costantemente. Lo stakanovismo live è tale che anche Donnie Hamzik getta la spugna, subito sostituito dall’esordiente Scott Columbus, ex-operario di fonderia- che pare suonasse un kit di batteria in acciaio inox perché quelle normali non resistevano ai suoi potenti colpi.
Dati i presupposti, i Manowar non hanno difficoltà a trovare una nuova casa discografica e la firma per la Music for the Nations avviene con un colpo di teatro rimasto nella storia: i quattro, vestiti come comparse di un film fantasy, si presentano negli uffici della label e sottoscrivono il contratto con il proprio sangue (è ironico pensare che, solo due anni dopo, avrebbero fatto carta straccia anche di quest’accordo).

La mise adottata dal gruppo nell’occasione della firma è immortalata nella copertina del loro secondo album Into Glory Ride, una delle più brutte e ridicole della storia. Tuttavia, superata l’ilarità e fatto girare il disco, ci si rende conto di essere davanti a un altro capolavoro. Contrariamente all’esordio (e alle opere successive), DeMaio rinuncia a ogni scelta facile: qui non ci sono ritornelli da arena né riff ruffiani di impostazione hard-rock. Tolta l’iniziale scanzonata “Warlord”, il tono dell’album è oscuro, opprimente e quasi monolitico. In brani come “Secret Of Steel” o la pesantissima “Hatred”, la velocità viene totalmente sacrificata a vantaggio di un’atmosfera barbarica, accentuata dalla produzione sporca del disco. I brani sono mediamente lunghi e, in alcuni casi (“Gates Of Valhalla” e “March For Revenge”) decisamente articolati. Lo stesso singolo “Gloves Of Metal” è un midtempo coinvolgente dopo diversi ascolti, ma privo di appeal immediato. DeMaio rinuncia una volta tanto a fare il fenomeno e si concentra puramente sulla ritmica, non facendo rimpiangere la presenza di un secondo chitarrista, grazie al suono del suo piccolo bass (una sorta di mandolino, spesso distorto, con cui si possono realizzare arpeggi e accordi). Eric Adams regala una performance che lo innalza nell’Olimpo dei migliori cantanti metal della storia. Ma, soprattutto, Into Glory Ride si è rivelato un’opera a dir poco seminale: tra i massimi capolavori del periodo epic, è un presupposto imprescindibile per i Bathory da “Bood, Fire And Death” in poi e tutta la musica pagan e viking a venire.
Il livello del disco è così alto che viene lasciato fuori dalla scaletta un gioiello come “Defender”, sublime ballata eroica che vede ancora una volta la partecipazione di Orson Welles come voce narrante. Il brano verrà pubblicato come singolo e riproposto qualche anno dopo all’interno di Fighting the World.

Nonostante si tratti di un lavoro non facile, anche Into Glory Ride ottiene ottimi riscontri di pubblico e i Manowar possono imbarcarsi in uno dei loro primi storici tour mondiali. La cancellazione di alcune date in Inghilterra a causa di problemi familiari del loro manager dà il gancio al gruppo per un’altra trovata tra il situazionista e il ruffiano: per farsi perdonare, intitolano il terzo album Hail To England e nel successivo “Spettacle Of Might Tour” sono parecchi i concerti tenuti nel Regno Unito con grande affluenza di pubblico. Il bello è che qualcuno ancora li giudica poco intelligenti...
Comunque sia, anche Hail To England, pur soffrendo il confronto con i due predecessori, è un gran disco. Diradate le tenebre di Into Glory Ride, qui si combatte sotto il sole splendente. L’iniziale “Blood Of My Enemies” ha la struttura di un canto di battaglia medievale che si stempera in un ritornello tanto melodico quanto coinvolgente. Lo stesso afflato classicheggiante lo si trova nella successiva “Each Dawn I Die”, mentre “Kill With Power” (“dedicata” ai nemici dei Manowar, ovvero coloro che suonano “false metal”, categoria caratterizzata, in base alla stagione e alle mode, da capelli cotonati, camice di flanella e treccine etniche) è un mediocre thrashetto, nonostante sia diventato un classico live. Decisamente meglio la title track, parimenti rocciosa ed evocativa, immediata e magniloquente.
Il disco si conclude con la lunga “Bridge Of Death” altra pietra miliare del metal oscuro e ossianico.

Il gruppo è in grande stato di forma e, così, appena dieci mesi dopo Hail To England vengono concluse le registrazioni del quarto 33 giri dal titolo Sign Of The Hammer. Si tratta di un’opera che, con qualche aggiustamento, riprende il discorso iniziato dal secondo album: infatti, pur essendovi brani istintivi e decisamente scatenati (“All Men Play On Ten” e “Animal”), i capolavori del disco sono le due composizioni più complesse ed evocative, ovvero “Mountain” e “Guyana (The Cult Of The Dead)”, entrambe capaci di passare da momenti melodici a cavalcate  feroci con il medesimo estro. Non mancano, comunque, i brani da “rendita sicura”, in particolar modo la title track e “Thor (The Powerhead)”, entrambi ospiti fissi delle scalette dei concerti.
Avendo militato a sufficienza nell’underground e ritenendo che l’epic-metal abbia fatto il suo tempo, i Nostri colgono l’occasione offerta dalla Atlantic per passare a una major, ripulire il loro sound pur mantenendo immutata l’attitudine e tentare il salto di qualità.

Fighting The World è il più tipico disco di transizione: vanta una produzione anni luce superiore a quella delle opere precedenti, decisamente cristallina. La ricerca di un suono più radiofonico è evidente nei singoli, più hard rock oriented, “Fighting The World” e, soprattutto, “Blow Your Speakers”. Il legame con il passato, invece, è garantito dalla nuova registrazione del capolavoro “Defender”, ma è evidente come i Manowar abbiano intrapreso una strada parzialmente diversa. Pur essendo un disco godibile (e pur piazzando una nuovo colpo da maestro con l’esaltante “Black Wind, Fire And Steel” a conclusione della scaletta), l’opus numero cinque contiene troppi riempitivi ed è l’anello debole di una catena fino a quel momento a prova di ruggine. Fortunatamente, è solo una parentesi.
Perché due anni dopo arriva quello che, generalmente, viene considerato IL disco dei Manowar. Una colata di puro metallo come solo ai grandi nel raggiungimento della maturità è capitato di realizzare: un lavoro che sta dalle parti di “The Number Of The Beast” o “Screaming For Vengance” come classico assoluto (posto che “Iron Maiden” e “Sad Wings of Destiny” sono decisamente più importanti).
Insomma, Kings of Metal!

Intendiamoci: non si tratta di un lavoro innovativo come Into Glory Ride, né ha la freschezza di Battle Hymns, ma è puro godimento per tutti i suoi quarantotto minuti. Quando si accendono i motori dell’iniziale inno alla supervelocità “Wheels Of Fire”, i neuroni dell’ascoltatore vanno tranquillamente a ramengo. Da lì in poi è l’equivalente in musica di un film di Schwarznegger degli anni 80: spaccone, esagerato, ridicolo... ma è impossibile resistergli, nonostante i tuoi titoli di studio e la discografia dei Pere Ubu in bella mostra vicino allo stereo. Senza tener conto che il disco ha picchi compositivi difficili da raggiungere: il ritornello della stradaiola title track lo canteresti fino a consumarti le corde vocali, “Hail And Kill” farebbe pogare persino tua nonna, la sinfonica “The Crown And The Ring” ti riporta alla meraviglia che provavi da bambino davanti ad un film fantasy e ascoltando la conclusiva “Blood Of The Kings” non si può non provare una sensazione di onnipotenza. E si perdonano anche l’inutile “The Warrior’s Prayer” o la kitsch “Sting Of The Bumbelee” (nessun perdono è invece necessario per la scandalosa “Pleasure’s Slave”, che farà incazzare le femministe).
Ribadendo quanto già scritto, se con il passaggio a una major lo scopo dei Manowar era quello di creare un puro sound metal, la missione è compiuta già al secondo tentativo: Kings Of Metal suona bene oggi esattamente come venticinque anni fa e tra altrettanti venticinque anni.
Si può, pertanto, discutere se si tratti del loro capolavoro, ma, di certo, è il disco più venduto, quello che li consacra come massimi esponenti della scena hard and heavy mondiale assieme gente come Iron Maiden e Metallica, e gli concede il diritto vita natural durante a ricoprire il ruolo di headliner nei principali festival metal.

Dopo l’uscita dell’ottavo album, il gruppo si imbarca in un tour mondiale di due anni, durante il quale Friedman e Columbus, forse sfiniti dalla frenetica attività live (DeMaio affermerà che il batterista lasciò per motivi legati alla salute del figlio - circostanza poi smentita dall’interessato) decidono di mollare. Pertanto, sarà solo nel 1992 che vedrà la luce il successore di Kings Of Metal, dal titolo, al solito sobrio, The Triumph Of Steel con David Shankle alla chitarra e Kenny Earl Edwards, detto “Rhino”, alla batteria.
Si tratta di un disco non particolarmente amato dai fan eppure coraggioso: basterebbe l’iniziale suite in otto parti “Achilles Agony And Ecstasy” di ben 28 minuti per far intendere come il gruppo non sia intenzionato (ancora) a vivere di rendita, ma ricerchi soluzioni nuove – nel caso di specie più vicine al progressive (curioso pensare che, nello stesso anno, usciva “Images And Words” manifesto del prog-metal). Che, poi, in quella mezz’oretta non manchino passaggi a vuoto e qualche sbadiglio ci scappi pure, fa parte dei rischi del mestiere. “Metal Warriors” riporta il gruppo sulle coordinate a lui più consone (ovvero chiamate alle armi per l’esercito dei fan). Shankle non ha il piglio rock’n’roll di Ross The Boss, ma è decisamente più fantasioso e lo dimostra nei rumorismi di “Burnin’” e negli assolo creativi del capolavoro epico “The Power Of Thy Sword”, vertice del disco assieme all’oscura “Demon’s Whip” dal ritmo prima quasi doom, poi cadenzato e, infine, a rotta di collo. Interessante anche la ritmica tribale di “Spirit Horse Of Cherokee”, dedicato agli indiani d’America.

Mancando, ovviamente, dell’appeal di Kings Of Metal, il disco vende meno del previsto e, così, l’Atlantic non rinnova il contratto. Il gruppo , ormai costantemente in tour, si accasa presso la Geffen e, dopo altri quattro anni e con una formazione di nuovo modificata (Scott Columbus torna alla batteria e il giovane Karl Logan prende il posto di David Shankle), dà alle stampe Louder Than Hell, che segna il ritorno a sonorità più classiche. Si tratta, in realtà, di un passo indietro rispetto alle opere precedenti: le canzoni sono eccessivamente semplici e, in molti casi, banalotte (senza tener conto che Logan è un chitarrista assolutamente mediocre, privo dell’energia di Ross the Boss o della creatività di Shankle). La sufficienza viene raggiunta grazie alle classiche tre perle scaturite dalla penna di DeMaio - “Brothers Of Metal” in primo luogo e poi la slogacollo “Outlaw” e, soprattutto, la conclusiva “The Power”, vera summa della loro arte.

C’è, comunque, di che preoccuparsi: nei ben sei anni tra l’uscita di Louder Than Hell e il successivo album, il gruppo farà uscire ben due live doppi (Hell On Wheels e Hell On Stage, fortunatamente senza nessun brano in comune), una nuova raccolta e un Dvd. Ancora, tuttavia, non siamo ai livelli di “circonvenzione di fan incapace” che verranno raggiunti negli anni successivi.

Nel 2002 esce Warriors Of The World e, questa volta, l’insufficienza se la meritano tutta, nonostante la meravigliosa title track e la piacevole cover del classico elvisiano “An American Trilogy”. Il resto affanna tra brani scontati e cadute nel kitsch più imbarazzante (la rilettura dell’aria pucciniana “Nessun Dorma” è per stomaci a prova di cattivo gusto).

Forse perché abbandonato dall’ispirazione, negli anni successivi il gruppo rilascia ben quattro Dvd live al solo scopo di fare cassa a danno dei sostenitori più fanatici (per carità, nulla di diverso da quanto fecero i Pearl Jam dando alle stampe oltre trenta doppi dischi dal vivo in un anno).

Eppure il desiderio di rischiare e di essere considerato in qualche modo “un autore” non è del tutto sparito in Joey DeMaio, che comincia a lavorare al suo album sinfonico. Nel 2005 il gruppo rilascia l’Ep The Sons Of Odin antipasto della (tentata) svolta che verrà e, all’Heatshaker Fest in Germania, si esibisce con l’accompagnamento di un’orchestra.

Il risultato di questi pasticci classicheggianti è il controverso Gods Of War, esaltato quanto sbertucciato. Si tratta effettivamente di un disco tronfio e a tratti noioso: qualche critico metal indulgente si esalta definendo DeMaio “compositore classico a tutti gli effetti”. In realtà, i “classici” dei Manowar sono altri e non sarà certo l’utilizzo di archi e tastiere a nobilitare questo mattone di 73 minuti. Certo che, rispetto alla piattezza sconsolante di Warriors Of The World, persino un lavoro azzardato come questo spicca. Anche se non in assoluto, ovviamente: con presupposti analoghi, i loro amici Virgin Steele avevano fatto molto meglio. Quantomeno il gruppo qui dà l’impressione di crederci davvero e vengono tirati fuori dal cappello brani di ottimo livello come “King Of Kings” e “Sleipnir”.

Magari non un congedo con i fiocchi, ma ci si sarebbe potuto accontentare... Invece, la continuazione della storia raggiunge picchi di tristezza e bruttezza estremi. Non solo musicali (come l’inutile e offensiva ri-registrazione del disco d’esordio o l’uscita di una clamorosa porcheria come The Lord Of Steel nel 2012 sulla quale non vale neanche la pena di sprecare inchiostro) ma anche umani (l’allontanamento di Scott Columbus nel 2008, che morirà alcolizzato e, pare, suicida, tre anni più tardi).
Persino l’attività live del gruppo, un tempo vera punta di diamante, sembra aver subito un crollo verticale a livello qualitativo.

Se, quindi, il presente ci delude, meglio riportare la mente a un medioevo barbarico quando i quattro “re del metallo” hanno davvero cavalcato insieme facendo strage di poser e regalandoci alcuni dei dischi più divertenti ed eccitanti che la storia della musica pesante ricordi.

Manowar

La nostra epica quotidiana

di Antonio Lo Giudice

Celebri per i loro concerti rumorosissimi e per la loro passione per le saghe fantasy nordiche, i newyorkesi Manowar hanno tracciato una via originale al metal, giungendo a sonorità tra le più brutali in assoluto. Un medioevo barbarico che i quattro “re del metallo” hanno cavalcato insieme facendo strage di poser
Manowar
Discografia
Battle Hymns (Liberty Records, 1982)

8

Into Glory Ride (Music For Nations, 1983)

8,5

 Hail To England (Music For Nations, 1984)

7

 Sign Of The Hammer (Ten Records, 1984)

7

 Fighting The World (Atlantic, 1987)

6,5

Kings Of Metal (Atlantic, 1988)

8

 The Triumph Of Steel (Atlantic, 1992)

 7

 Louder Than Hell (Geffen, 1996)

6

 Warriors Of The World (Nuclear Blast, 2002) 5
 Gods Of War (Magic Circle Music, 2007) 6
 The Lord Of Steel (Magic Circle Music, 2012) 4
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