Minutemen

Minutemen

Hardcore in miniatura

di Amerigo Sallusti

Formatosi a San Pedro, il porto di Los Angeles, caratterizzato da una presenza massiccia di operai delle più diverse origini, l'esplosivo trio dei "miliziani" cambiò le coordinate all'hardcore-punk. Un'accelerazione a perdifiato tra generi e attitudini dell'underground-rock, che culminò nell'epico doppio album del 1984 "Double Nickels On The Dime"
In un loro “celeberrimo” pezzo i nostri miliziani popolari della guerra civile americana (questo il significato storico del vocabolo Minutemen) dedicano diversi passaggi del testo a Ronald Reagan. Che i nostri (Dennes Boon voce e chitarra, Mike Watt voce e basso e George Hurley batteria) ben conobbero durante gli anni del suo governatorato californiano, caratterizzato dalla dura repressione dei diritti sociali e civili. E soprattutto da una furia iconoclasta nei confronti delle differenze di razza e di genere. Anni, del resto, ben descritti nel film “Milk” di Gus Van Sant. Tornando alla musica, in “This Ain’t No Picnic”, i tre di San Pedro (il porto di Los Angeles, caratterizzato da una presenza massiccia di operai delle più diverse origini; argomento questo, sempre presente nelle loro canzoni più dirette e politicamente schierate) esemplificano, cristallizzano i loro stilemi artistici. Voce goliardica, dadaisticamente impostata; supportata dalla “classica” chitarra “Los Angeles/punk”: veloce e ringhiante, innestata su un basso funk-urbano e una batteria a-sincrona.
L’album cui il brano appartiene è la Bibbia del perfezionamento secondo criteri di ascoltabilità musicale il cui “Antico Testamento” è rappresentato dai Black Flag. Double Nickels On The Dime è davvero una pietra miliare.

Tornando a Los Angeles. Città-metropoli, culla del punk. Delle sue radici, prima ancora dei suoi prodromi e a seguire dei caleidoscopici sviluppi che avrebbe intrapreso. I Minutemen sono certamente uno dei suoi frutti migliori. Innanzitutto i gruppi proto-punk, perché la caratteristica propria della nostra band è stata quella di assumere, di attingere da tutti e il tutto poi rimescolare. E tra i più influenti pre-punk vi sono senza dubbio gli Zolar X e i Berlin Brats, dalla cui teatralità musicale Dennes Boon assumerà le peculiarità del cantato.
Il 1976 sarà l’esplosione della insubordinazione punk losangelina. E i nomi… in ordine sparso perché l’ordine alfabetico non è consono e non basterebbe a contenerne l’estro: Germs, Fear, Alley Cats, X, Screamers, Dyls, Agent Orange, Bags, Plugz, Zeroes, 45Grave, Black Flag…

MinutemenI Reactionaries, nacquero in questo contesto di rottura degli schemi. Dai loro sviluppi, nacquero in seguito i Minutemen. Innanzitutto il nome. Tratto da una frase di Mao Tse-Tung: “I reazionari sono tutte tigri di carta”. Produssero durante i loro due anni di esistenza un solo demo dal titolo “Tony Gets Wasted In Pedro”. Il tratto musicale è quello di un punk rock aspro con toni di cinetico pub-rock costellato qua e là da un Captain Beefheart più ruvido che mai. Greg Ginn, il teorico dei Black Flag, “un bel giorno”, produsse per l’etichetta indipendente Sst (fondata nel 1978 a Long Beach e che nel tempo ha lanciato oltre che ai Black Flag, i Descendents, gli Husker Du, i Leaving Trains, i Meat Puppets, i Saccarine Trust, i Sonic Youth, i Subhumans) il loro primo sette pollici Paranoid Time nel 1980. Una deflagrazione. Un Ep epico. “Paranoid Chant” è una rivisitazione claudicante e sincopata del rockabilly d’antan: Eddie Cochran su tutti. Il testo è iperpoliticizzato e un vero e proprio “pugno in faccia”, come l’accompagnamento musicale prima descritto. “Fascist” è una dichiarazione d’intenti rispetto alle imperanti guerra statunitensi nell’America centrale, Nicaragua su tutte. “McCarty’s Ghost” rilancia a favore della libertà di stampa e d’espressione riandando ai bui anni del senatore McCarty e della sua caccia alle streghe. È un punk-rock urlato. Rabbioso e amaro. Con la chitarra che sibila come i colpi di un Ak-47. La copertina poi... Ronald Reagan sul set di un film western ripreso da una troupe di tecnici con cappelli tipici delle guardie rosse della Rivoluzione culturale cinese. Ed ecco che dal vinile (sì, i Minutemen “si devono” ascoltare in vinile) fuoriesce “Maze”, un Archie Shepp’s jazz folgorante, sghembo e dissacrante. La strumentale “Sickes And Hammers”, poi: 45 secondi di basso, chitarra e batteria che si rincorrono, che si accavallano l’uno sull’altra, freneticamente e senza respiro.

Nel 1981 giunge a compimento Punch Line ( Sst Records). James Brown e Screamin’ Jay Hawkins “guidano spiritualmente” la voce di D-Boon: rauca, biascicante, bislacca e grottesca. Il basso di Mike Watt è in preda a raptus in tutti i pezzi. Con un suono gutturale e profondo. La chitarra è stridente ( D-Boon) e la batteria è quella delle danze di guerra: marziale.
I brani durano mediamente un minuto e mezzo, secondo gli stilemi dell’hardcore-punk californiano. All’interno di un melting-pot musicale simile a un formicaio che rimescola funk, jazz, punk e vocalizzi futuristici.
“Punch Line” è un hillybilly scosso dalla corrente elettrica, come se Tav Falco and the Panther Burns avessero incrociato i Buzzcocks. Un ritmo serrato ma deragliante a fasi alterne, ma non prestabilite. Un po’ a dare il senso e il ritmo all’intero lavoro. Mai misurato e nemmeno calcolato nei tempi e nelle modalità espressive. “Search” è puro funky tribale, direttamente dalla costa d’oro degli schiavi delle tratte coloniali del XVII secolo. Con la voce di D-Boon simile nei tratti e nell’impostazione ai Griot (i cantastorie africani) unitamente a un ritmo claudicante, fuori-tempo.
“No Parade” anticipa di un decennio Butthole Surfers, Steel Pool Bath Tube e Jesus Lizard. Ritmi slam interrotti da vocalizzi urlati. Testi sardonici. Teatralità dada. Tutto a San Pedro, città operaia. Con il basso che, rutilante, sbeffeggia con l’accompagnamento del testo, lo sfruttamento dei portuali immigrati. E poi si sentono i Germs che in “Games” incontrano l’art-punk di San Francisco dei Saccharine Trusts. Riverberi degli Stooges, ma più diretti, lineari, maggiormente disarticolati nell’impatto sonoro.
“Monument” è un funky-punk jazzato come solo Jaco pastorius sapeva fare. Addirittura ballabile con il basso che annaspa sotto i colpi della batteria. E una chitarra che pare andare per conto proprio con incipit e chiusure che si autoalimentano in splendida solitudine. Con “Boiling” si fa un salto all’indietro. Come se Big Bill Broonzy e la sua epopea blues post-war folk incrociasse i Cramps più distorti, segnatamente blues a billy. Il testo poi, è degno del Norman Mailer più dissacrante nei confronti della borghesia Wasp. “Static” è una canzone beach-punk esemplare, come solo gli Adolescents (maestri del genere) sapevano fare. Veloce e melodica. Chitarra, basso, batteria, stop! Da pogare e ballare.
Questo loro primo lavoro è davvero la summa dell’alternatività cultural-musicale come solo a San Francisco si sapeva creare. Sono infatti presenti costantemente come riferimento imprescindibile i maestri Dead Kennedy’s con l’intera gamma delle sonorità della label Alternative Tentacles.

MinutemenMa torniamo all’altra etichetta, la Sst. Kira Roessler fu tra gli artefici della sua nascita. Bassista dei Black Flag, suonò con Mike Watt subito dopo la fine dell’avventura Minutemen. Fu breve il percorso musicale col suo compagno di vita. I Dos, duo di soli bassi, durarono il tempo di traghettare Mike alla nuova band, i Firehose. Gruppo dedito a una miscela di rock-punk e power-pop, calibrati su un folk-rock non privo di spunti interessanti. Ma decisamente niente a che vedere coi Minutemen. Che nel 1982 danno vita a What Makes A Man Start Fires. La copertina, innanzitutto: Winston Smith, il disegnatore delle cover dei Dead Kennedy’s, in trasferta dalla Bay Area alla città degli angeli ne è l’artefice. E si vede. Un ragazzino degno di Franti appicca fuoco a una casa borghese, con un fare terribilmente soddisfatto. La casa brucia? Per parafrasare un archetipo linguistico? Di fatto l’immagine rende. È decisamente la fotocopia visiva del tratto musicale che caratterizza l’intero il lavoro. Ringhiante, nervosamente melodico. Sin dall’incipit con “What Makes A Man Start Fires”, una chitarra urticante, un basso algido, una batteria cinetica; e la voce a mo’ di rivendicazione. Melodicamente rivendicativa.
L’urgenza avvolge ogni singolo brano. Basti pensare al tribal/country “Polarity”, degno delle sovversioni liriche dei Gun Club del compianto di Jeffrey Lee Pierce. Sovviene poi la disomogenea “psichedelica” “One Charter In the Book”, con un basso meno funky del solito e più vicino a certe sonorità Paisley Underground, il tratto più scheletricamente punk, ovviamente.
E poi, in rapido seguire, le splendide folk-punk “Dylan Wrote” e “Propaganda Songs”, dove si odono i riverberi distonici degli strumenti accavallarsi l’uno sull’altro, seguiti dall’epilettica “Colors”, una trama “tutta” Fall e Sound per andare in terra d’Albione. Una new wave nervosa, caratterizzata da una trama certa con nulla lasciato al caso. E come citare la cacofonica “Anchor”, con echi della No New York, di Arto Lindsay, Mars e Glenn Branca.
Un album, insomma, che svolta repentinamente rispetto al precedente. Assumendone i tratti più ispidi, “meno neri”, più urticanti, “meno dance”. Opzione che nasce probabilmente dal forte impegno che i nostri si accollarono a favore della causa dei sandinisti del Nicaragua, sotto scacco da parte del governo di Mr. Ronald Reagan e che provocò in loro una chiusura a riccio verso “il lato ammiccante” della loro musica, producendo un’istintiva reazione agguerrita e disposta a nessun compromesso nella loro espressione musicale, producendo un hardcore-punk puro, impattante.

I due successivi album Buzz Or Howl del 1983 e il seguente doppio Double Nickels On The Dime del 1984 (sempre per Sst) hanno tratti comuni.
Intanto il ritorno. Il ritorno alla “melodia” come tratto centrale degli ispidi brani di ragliante funky/punk. Questo funky ritorna a essere quello nero, che vede in Fela Kuty e James Brown i grandi mentori. E poi il mantenimento della linea d’attacco rispetto alle politiche imperialiste (si diceva così un tempo) del governo di Ronald Reagan, con il suo sfrenato anti-comunismo brutalmente praticato in tutta la zona centroamericana.
A partire dall’apertura di “Buzz Or Howl”, con “la nera” “Little Man With A Gun”, come se il rock’n’ roll urticante del Cbgb’s del 1975-’76 incontrasse ad Harlem gli spoken words dei Last Poets dei primi 70. E poi il tratto delle seguenti “Dream Told By Moto” e “I Feel Like A Gringo” sono indubbiamente la “dance eversiva” delle ESG e di Liquid Liquid di Soho a New York, frammischiati al funky/soul psichedelico di Sly and the Family Stone. Il tutto condotto da un sassofono alla John Zorn innestato sulle sue deviazioni post-punk. Almeno un decennio prima di tutti, questi Minutemen.

Il seguente doppio del 1984 Double Nickels On The Dime è lisergico. Con un brano come “Corona” che pare un Hank Williams su un treno infilato in una corsa pronta al deragliamento: chitarre fuzz e un basso alla Pop Group. E poi. Vietnam una canzone urticante, come il napalm che “la cavalleria dell’aria” sganciava sui villaggi dei contadini, con una chitarra incontrollata e la voce di D-Boon “solo urlata”. Ancora.
Il punk-blues di “Mr Robot’s Holy Orders”, quasi un duetto tra Taj Mahal e Ian Dury. Di più. Screamin’ J. Hawkins “ospite” in “Big Foist”, per un lungo, biascicato, snervante blues. E che dire di “Two Beads At The End”, rutilante space-punk alla Hawkwind? Per chiudere, infine, non potevano mancare “Cisco Houston” e “Woody Guthrie”. “This Ain’t No Picnic” e “Untitled Song For Latin America”, genere? Punk. Inflessioni? Funk. Testi? Impegnati.

Il 1985 si chiude con la morte di D-Boon. Tragica e disperata. Non prima di averci lasciato altri due capolavori di eclettismo. Project Mersh e 3-Way Tie. Doveva essere un unico doppio album e si sente nelle song gemelle presenti nei due lavori. Nel rock delle origini di “Take Our Test” e “What is It”. Nella coppia di psichedelico blues in “More Spiel” e “Big Stick”. Nel frastuono cacofonico che caratterizza “Cheeleaders” e “No One”: un hardcore-funk che sbraita. E lungo tutti i solchi, una snervante new wave anticipatrice del post-rock di questi anni. Che altro?

Minutemen

Hardcore in miniatura

di Amerigo Sallusti

Formatosi a San Pedro, il porto di Los Angeles, caratterizzato da una presenza massiccia di operai delle più diverse origini, l'esplosivo trio dei "miliziani" cambiò le coordinate all'hardcore-punk. Un'accelerazione a perdifiato tra generi e attitudini dell'underground-rock, che culminò nell'epico doppio album del 1984 "Double Nickels On The Dime"
Minutemen
Discografia
 Paranoid Time (Sst, 1980)
Punch Line (Sst, 1981)
 What Makes A Man Start Fires (Sst, 1982)
 Buzz Or Howl (Sst, 1983)
Double Nickels On The Dime (Sst, 1984)
 Project Mersh (Sst, 1985)
 3-Way Tie (Sst, 1986)
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

MINUTEMEN

Double Nickels On The Dime

(1984 - Sst)
L'epico doppio album che consacrò il trio hardcore-punk di Los Angeles

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