Monroe Mustang

Neighborhood Porch Music

di Filippo Pennacchio

In poco più di quattro anni, con due album e una manciata di Ep, il quintetto texano riuscì a coniugare i suoni di certa psichedelia languida e onirica con l’attitudine intimista e dimessa del folk minimalista e dell’allora sotterraneo slo-core. Una breve parabola sotterranea, che merita d'essere riscoperta

I Monroe Mustang furono un gruppo di cinque ragazzi proveniente da Austin, Texas, che in poco più di quattro anni, grosso modo dal 1996 al 2000, registrò due album e una manciata di Ep e singoli passati pressoché inosservati al grande quanto al piccolo pubblico. Sconosciuta allora come adesso, la loro musica era un timido ma originalissimo tentativo di coniugare i suoni di certa psichedelia languida e onirica con l’attitudine intimista e dimessa del folk minimalista, all’epoca certo non così di moda, e dell’allora sotterraneo slo-core.

Nato quasi per caso dall’amicizia fra Taylor Hollard, Brian Barry e Jason Stout, ai quali poi si aggiunsero Michael e Chris Linnen, il progetto si mosse da subito entro coordinate ben precise, prevedendo ad esempio che i vari membri si alternassero agli strumenti e che i pezzi fossero prima scritti assieme e poi registrati tra le mura di casa, per lo più su un quattro tracce, senza supporto di ingegneri del suono o di elementi esterni al gruppo.
Quest’attaccamento a un’estetica e a una fedeltà "basse", per quanto mai ostentato o reso manifesto, e il primato accordato a una dimensione "domestica" del fare musica furono per loro una sorta di credo, cui rimasero fedeli per tutta la loro breve e fugace carriera.

Esordirono con i singoli "I Was Eighteen, It Was Hate" (1996, Framed! Records) e "Wusses" (1997, Ata-Glance Records) – entrambi finiranno poi sul primo disco – due pezzi che già mettevano in mostra le qualità del gruppo, capace di far propria la lezione dei primi Pavement, ma anche di trasfigurarla in chiave più intimista, orientandosi da subito verso un sound assai più dimesso e malinconico.

L’esordio su lunga distanza avviene l’anno successivo con Plain Sweeping Themes For The Unprepared, rilasciato dalla Trance Syndicate, etichetta di culto – anch’essa estintasi prematuramente – che proprio ad Austin aveva base e che in quegli anni dava alle stampe album preziosissimi di gruppi quali Bedhead, Windsor For The Derby, My Dad Is Dead.
Collezione di registrazioni casalinghe risalenti ai quattro anni precedenti, la musica contenuta in questo primo disco è straordinariamente in bilico tra tenui ballate psichedeliche ("The Bees", con le sue chitarre riverberate, "Overplayed", quasi una nenia barrettiana, l’indolente "Incredibile Eagle") e pezzi lenti in cui si può leggere l’influenza dei Califone più raccolti (l’iniziale "Waking Up") o dei già citati Bedhead, come nelle splendide "Candidate" e "Veronica", dove tenui melodie d’organo assecondano pochi ma sentiti accordi di chitarra. "Elephant Sound", arrangiata per pianoforte e violoncello, con una tromba vagamente western che riecheggia in lontananza, è forse il manifesto della loro arte di saper costruire pezzi memorabili a partire da pochissimo, nonché il brano in cui osano di più.
La sola concessione a un suono più robusto, con un drumming incalzante e chitarre "rumorose", è "Vinyl", un numero che comunque rimane isolato. Ma più in generale a dominare è il passo lento e riflessivo dello slo-core, riprova ne è "TN (Spirit Of The Wild)", un pezzo che avrebbero potuto scrivere i Low.

Solo un anno dopo esce The Elephant Sound, stavolta per Jagjaguwar. Otto pezzi per una durata di poco superiore alla mezz’ora, il disco accentua la vena psichedelica già presente nell’esordio, ma laddove questa si rifletteva soprattutto sulla struttura dei brani, qui è più in generale l’atmosfera ad assumere toni liquidi e rarefatti, grazie soprattutto ad arrangiamenti sottilmente spacey. Il gruppo perviene a un suono più definito, con pezzi che si assestano sul modello della ballata slo-core, in cui a prevalere sembrano talvolta più gli sfondi sonori che le canzoni. Ma si tratta appunto di pura impressione, perché le canzoni ci sono eccome, e anzi sono tra le più belle che il gruppo abbia mai scritto.
Detto questo, "Dee", il pezzo posto in apertura, è quanto di più spiazzante ci si possa attendere, mettendo in evidenza un riff country/blues piuttosto robusto e un piglio melodico trascinante. Poi il pop tenue di "Been Choppin That Mountain A Thousand Year", "Uninspired", uno dei loro vertici, ninnananna per ubriachi cantata con voce anemica e chitarre distantissime che farebbero invidia ai primi Mercury Rev. I tempi diventano se possibile ancora più lenti e rarefatti con "Lie", sospinta da pochi accordi d’organo e da finissimi giochi sulle voci, così come accade con "Bottle Rocket", che letteralmente si trascina per sei minuti. Qui siamo davvero dalle parti dei Codeine, certo senza mai raggiungere i loro apici di incomunicabilità e desolazione, dei quali si intravedono gli stilemi sonori attraverso cui dar forma a tristezza e sconfitta.
Il gruppo pennella una serie di ballate fatte per struggersi lentamente, dove a prevalere è un’idea di pace rassegnata, così come si evince dai testi, ispirati da un sentimento malinconico e da un umore per lo più depresso, si ascolti ad esempio "Uninspired", dove il gruppo si confessa "so uninspired to change your mind".
C’è tempo per poco altro, con una "Cat/Moth" che tiene il passo dell’alt-country e due versioni rivisitate, ma sostanzialmente analoghe a quelle apparse sull’esordio, di "Veronica" ed "Elephant Sound".

Nello stesso anno il gruppo partecipa al festival Crossing Borders in Olanda e per l’occasione registra un live interamente acustico presso l’emittente locale Vpro. Il che offre sia la possibilità di suonare al di fuori dei familiari, ma "ristretti" confini texani, che di fare per la prima volta esperienza in un vero e proprio studio di registrazione, cosa non da poco per un gruppo abituato a ben altre contingenze.

Registrato e prodotto da Berry Kamer, Jan Hiddink e Maurice Woestenburg, De Avonden 091099 (2000, sempre su JagJaguwar) stempera le tinte psichedeliche dei precedenti lavori, optando per un folk in punta di dita che mette in primo piano tenui arrangiamenti di chitarra e tastiere, limitando al minimo le incursioni della batteria.
In scaletta vengono proposti alcuni dei brani più belli tratti dai precedenti lavori, tre pezzi inediti (quattro, se consideriamo la traccia fantasma posta in coda) e una stralunata rilettura di "Mountain" di Pete Townshend. Il tutto sospeso in una dimensione eterea e quasi impalpabile, di certo favorita dalla registrazione in presa diretta. Così spoglie ed essenziali, le canzoni contenute in questo live sono la miglior dimostrazione della genuinità di una musica che ha bisogno di pochissimo per reggersi sulle proprie gambe.

A pochi mesi di distanza esce l’Ep I Am The Only Running Footman (Emperor Jones, etichetta parallela alla Trance Syndicate). Cinque pezzi che ribadiscono quanto di buono già presente nei due lavori "lunghi", con la sola iniziale "F.L.N.W.K. (Funny Little New Wave Kid)" a conservare qualche spunto acido – stavolta a tornare alla mente sono gli Spacemen 3 languidi ed estatici di "Perfect Prescription".
Per il resto a prevalere, come già nel live coevo, sono i pezzi acustici e appena sussurrati, "Weren’t Gone", una cupa ballata nella vena di Will Oldham, "Spirits Of Unfreedom" e "Your Shapeless Head", lievi e pacificate, ottimi esempi della loro arte di cesellare perfette e compiute miniature folk, la conclusiva "The Ford Chevy Debite", pop malinconico in mid-tempo.

Con questo mini-album, i Monroe Mustang si congedano in tono minore, come d’altra parte minore e sotterranea è stata la loro breve parabola.
Da questo momento in poi, non si avranno più notizie dei cinque, non una ristampa, non un ripescaggio, nemmeno in tempi recenti quando altri gruppi assai meno dotati tenteranno di percorrere la stessa strada, paradossalmente con un successo ben maggiore.

"Neighborood Porch Music" (una delle poche e azzeccate definizioni date al suono dei Monroe Mustang), colonna sonora per contemplare stati d’animo che passano a rallentatore davanti agli occhi, slo-core psichedelico, sono solo alcune delle possibili etichette per una musica che, oggi come ieri, rimane ignota ai più, ma il cui fascino fuori dal tempo resta immutato, tanto da renderla, a suo modo, unica.

Monroe Mustang

Neighborhood Porch Music

di Filippo Pennacchio

In poco più di quattro anni, con due album e una manciata di Ep, il quintetto texano riuscì a coniugare i suoni di certa psichedelia languida e onirica con l’attitudine intimista e dimessa del folk minimalista e dell’allora sotterraneo slo-core. Una breve parabola sotterranea, che merita d'essere riscoperta
Monroe Mustang
Discografia

 

 

 

Plain Sweeping Themes For The Unprepared (Trance Syndicate, 1998)

 

Elephant Sound (JagJaguwar, 1999) 
 De Avonden 091099 (JagJaguwar, 2000) 
 I Am The Only Running Footman (Ep, Emperor Jones, 2000)

 

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