Monster Magnet

Monster Magnet

I padri dello stoner-rock

di Alessandro Mattedi

Capitanati dal carismatico Dave Wyndorf, i Monster Magnet sono una delle icone dello stoner-rock. Hanno rinnovato le suggestioni psichedeliche sixties trent'anni dopo, per poi ritagliarsi una propria nicchia rievocando lo space-rock e il garage-rock, a scapito del loro lato più "acido" e in favore di uno più melodico e d'impatto
It's a satanic drug thing, you wouldn't understand

I legami con le correnti del passato e il desiderio di farle rivivere, anche a costo di limitarsi, almeno inizialmente, a un vero e proprio revival, sono spesso decisivi per la nascita di una band. I Monster Magnet partirono proprio dal presupposto di raccogliere l'eredità dei loro beniamini, le cui pietre miliari vengono ricordate con ammirazione e desiderio di mantenerle più vive che mai. Nel farlo, entrarono però in un nuovo sentiero le cui radici, sì, sono pianate negli anni 60 e 70, ma il cui percorso conduce a uno stile diverso, corposo e inedito.
Assieme ad altri gruppi come Kyuss e Sleep, i Monster Magnet sono infatti i padri dello stoner-rock: non un semplice movimento revivalistico, ma una novità fresca e originale che rinvigorisce il panorama rock negli anni 90 con impeto e profondità. 

Lo stoner affonda le sue radici negli anni 60 e 70, prendendo i riff lenti e pesanti dei Black Sabbath, le saturazioni acid-hard-bluesy di Blue Cheer, Sir Lord Baltimore, Leaf Hound e Cream, lo space-rock fumoso degli Hawkwind e dei Captain Beyond, andando a tingere il tutto con i richiami più disparati ai Led Zeppelin, agli ZZ Top, all'hard-rock in generale, ai Doors, alla ruvidezza del garage-rock (Stooges, Mc5), alle più recenti innovazioni sludge dei Melvins, a Frank Zappa ("The Return Of The Son Of Monster Magnet"), al blues del Delta e a quello acido di Jimi Hendrix. Non punta sullo sfoggio di virtuosismi (ricollegandosi in questo al punk e al garage-rock), ma all'occorrenza sfodera l'assolo tagliente. Il metal, posto cronologicamente in posizione intermedia tra i Monster Magnet e i loro gruppi di riferimento, viene quasi saltato, come a dire "cosa sarebbe successo se dagli Hawkwind e i dai Black Sabbath fossimo passati direttamente a oggi", ma non rinnegato, in particolare per quanto riguarda il doom-metal psichedelico dei Cathedral.
Questo è il suono stoner, fatto di trip cosmici sovrapposti a distorsioni magmatiche rese ancora più corpose dalle accordature ribassate e dall'incedere cadenzato.

La storia dei Monster Magnet inizia a Red Bank, New Jersey, dall'incontro del carismatico Dave Wyndorf (voce, chitarra), proveniente dal gruppo punk Shrapnel, e del chitarrista John Paul McBain, anche lui ex-musicista punk, con all'attivo la militanza in gruppi come Skinhead Nation e Smoking Pets. A loro si aggiungono Tom Diello alla batteria e Tim Cronin al basso. Con questa formazione prendono inizialmente il nome di Dog of Mystery e poi di Airport 75, prima di adottare quello definitivo.
Agli esordi la band si cimenta in live massicci e mesmerizzanti, in cui il sapore misto di solitudine e libertà suscitato dalla vastità dell'immaginario del deserto americano si combina all'uso di droghe leggere, alla rivisitazione particolare di certi classici del rock e a tematiche ibride, sospese tra materialismo e spiritualismo. 
Wyndorf & soci pubblicano in questi anni alcuni demo - "Forget About Life", "I'm HighOn Dope" e "I'm Stoned, What Ya Gonna Do About It?" nel 1989 - seguiti da uno schizzato (e alla lunga seminale) omonimo Ep l'anno seguente: tutti lavori che mettono in risalto le loro influenze più noisy e psichedeliche, garantendo loro una certa notorietà underground che consentirà al gruppo di arrivare alla firma per la Caroline Records.

Nel dicembre 1991 in Europa (febbraio 1992 negli Usa) esce così il primo disco, Spine Of God, quasi interamente frutto della mente di Wyndorf, che fra l'altro da ufficialmente il La al movimento stoner, assieme al di pochi mesi successivo "Blues For The Red Sun" dei Kyuss (provenienti dalla scena di Palm Desert in California), rispetto ai quali i Monster Magnet sono in questo frangente meno "noise" e più "space".
L'album mostra un suono particolare ed espressivo, fatto di tempi cadenzati, cenni bluesy di contorno, bassi intermittenti, batteria secca che naviga agevolmente sopra le corpose distorsioni, aperture vocali visionarie e avvolgenti. Il suono è reso particolarmente ruvido dal campionario di effettistica, tra fuzz e riverberi, ma è anzitutto il songwriting a ricercare melodie semplici e pesanti su cui costruire le canzoni, costantemente a cavallo tra uno psych-blues hendrixiano e atmosfere acide. I brani più veloci e incalzanti sono ispirati dal garage rock/proto-punk detroitiano che Wyndorf tinge di una rocciosità lisergica. Le influenze maggiori rimangono in ogni caso gli Hawkwind, nelle digressioni atmosferiche "spaziali", e i Black Sabbath, nei riff più ripetuti e cupi e nei bassi penetranti (e anche nelle linee vocali, che in più di un'occasione emulano il timbro monotono di Ozzy).
C'è anche una riuscita cover dei Grand Funk Railroad, "Sin's A Good Man's Brother", la cui nuova veste assume sfumature brucianti. Il brano-simbolo dell'album è con tutta probabilità la lunga e conclusiva "Ozium": un trip visionario condotto dall'esplosione di chitarre infuocate, che seguono un crescendo che sfocia in un baccanale di distorsioni, e dalla batteria intensa di sottofondo, mentre a far d'accompagnamento provvedono effetti celestiali, refrain blueseggianti e tastiere corrosive. Il collante per tutto ciò è a livello lirico, dove tiene banco tanto il tema del deserto quanto quello della fantascienza (Wyndorf è cultore dei racconti di science fiction e dei fumetti di supereroi), influenze determinanti per i testi e per l'attitudine del gruppo. L'impronta degli Hawkwind fa sì che le atmosfere tendano a orientarsi soprattutto verso lo spazio e l'etereo, generando così un approccio quasi metafisico, in questo paesaggio fatto di sabbia, rocce e tramonti malinconici.

Pochi mesi dopo esce Tab, che il gruppo presenta come Ep, ma che è lungo come un full-length (56 minuti) e che fra l'altro era stato in realtà registrato in precedenza e tenuto nel cassetto fino a quel momento. È un lavoro interamente dedito alle influenze psych e space-rock del gruppo, con lunghe jam strumentali da viaggio cosmico (è una testimonianza delle lunghe sessioni a cui il gruppo si dedicava nella sua giovinezza) abbinate a digressioni acustiche e distorsioni riverberate. Un risultato da brividi acidi, sfortunatamente passato in sordina per molti anni (fino alla ristampa a cura di SPV nel 2006). Contemporaneamente, John McBain lascia il gruppo e viene rimpiazzato da Ed Mundell (parteciperà poi a vari progetti, tra cui le Desert Sessions assieme all'amico Josh Homme). È solo uno dei tanti cambi di line-up che affliggeranno il gruppo, anche se probabilmente il più importante; non li elencheremo uno per uno sia perché troppi, sia perché poco influenti, alla lunga, sulla musica dei Monster Magnet, quasi del tutto espressione compositiva dell'uomo-gruppo Dave Wyndorf.

Nel 1993 arriva Superjudge. Le chitarre sono sempre pesanti, lente e distorte, si abbandonano in imponenti muri di distorsioni seguiti da avvolgenti note ipnotiche, mentre la batteria cavalca con agilità e intensità le canzoni. L'iniziale "Cyclops Revolution" è un po' un inno del gruppo, grazie ai riff monolitici che formano un muro sonoro su cui si staglia la seconda chitarra che urla il suo feedback attraverso l'amplificatore in un assolo memorabile. La voce di Wyndorf è decisa, carismatica, ruvida ma anche molto suadente, a volte filtrata e abbinata a campionamenti atmosferici per ottenere sensazioni ancora più psichedeliche.
La psichedelia è una medaglia a due facce per il gruppo, ingrediente fondamentale nel caratterizzarne la proposta stilistica, al tempo stesso a volte un po' troppo debitrice delle sue fonti d'ispirazione. La produzione è sporca, ma nebbiosa e avvolgente. Grazie a un songwriting ancora più maturo e a fuoco che nell'esordio, il risultato è eccellente, sia per quanto riguarda l'espressività e la ricerca sonora, sia per quanto riguarda il più semplice impatto. Purtroppo per il gruppo, siamo in piena esplosione del fenomeno grunge, e così i loro dischi non ottengono i risultati di vendite sperati, rimanendo relegati nell'underground. Sono presenti anche in questo caso delle cover: "Brainstorm" degli Hawkwind e "Mesmerization Eclipse" dei Captain Beyond. Wyndorf attinge pesantemente dallo space-rock ed è questo il marchio di fabbrica dei Monster Magnet.
Superjudge rappresenta un simbolo dello stoner più astrale e visionario.

Nel 1995 è il turno di Dopes To Infinity, che vede l'evoluzione del sound verso uno stile ancora più cupo e sabbathiano, con riff pesanti e lenti. Non mancano parentesi più hard-rock e orecchiabili vicine al timbro "southern" di ZZ Top e Lynyrd Skynyrd, così come l'avvolgente atmosfera spaziale che personalizza lo stile. Il merito è anche della produzione, che rende il suono particolarmente potente ma anche avvolgente, mettendo da parte il fuzzing e altre effettistiche acide per orientarsi su distorsioni più dure e gelide. Brani come "Negasonic Teenage Warhead" (che sarebbe divenuta famosa alcuni anni dopo per aver ispirato il nome a un personaggio Marvel) citano i Cream di "Tales Of Brave Ulysses".
È un album che al tempo stesso mostra le potenzialità creative del progetto - grazie a un songwriting robusto e un campionario eccezionale di canzoni - ma anche i limiti dei Monster Magnet: trovata una formula di base consolidata, non si distaccheranno più da essa; anzi in certi casi, come vedremo a breve, la semplificheranno, rendendola più commercialmente appetibile, e si può dire che quel che di essenziale e seminale il gruppo aveva da dire si conclude qui. Ciò nonostante i Monster Magnet continueranno a pubblicare una serie di album di genere che risulteranno mediamente onesti e consistenti.
Gli statunitensi di volta in volta giocheranno con le loro influenze principali (alternando momenti ora più psichedelici, ora più hard-rock, ora più garage/noisy), ma senza andare oltre. Per contro, i Kyuss in quegli anni avevano già reinventato lo stoner-rock coniando uno stile sui generis che alcuni critici definiranno "desert-rock", svincolandosi maggiormente dalle influenze dirette dei gruppi anni 60; così faranno inizialmente anche i loro successori Queens Of The Stone Age, rinnovandosi del tutto. Ma ciò non toglie nulla alla qualità espressa all'interno della scena stoner dai Monster Magnet, maestri nel songwriting e punto di riferimento per le generazioni di band successive nel genere, a cominciare da formazioni divenute anch'esse influenti come i Fu Manchu o gli Acid King.

Il primo successo di pubblico arriva nel 1998 con Powertrip, che addirittura si aggiudica il disco d'oro negli Stati Uniti. È un album riuscitissimo per quanto riguarda l'impatto delle canzoni, ma meno originale e ricercato dei predecessori. Al repulisti delle influenze più acide e spaziali, nonché di molta dell'effettistica di un tempo, si sposano un approccio più diretto e l'ausilio di una produzione più pulita. È ancora un lavoro stoner-rock nelle sue radici, ma decisamente più aperto all'hard-rock, al rock'n'roll e al garage di MC5 e Stooges. C'è una maggiore presenza di melodie orecchiabili, riff che ripetono power-chord d'impatto, ritornelli canticchiabili, assoli taglienti e catchy. I momenti migliori sono senza dubbio quelli che mantengono il legame maggiore con i dischi precedenti, o meglio quelli che trovano un punto di contatto fra l'anima più psichedelica e le tendenze più accattivanti del disco (in particolare, il singolo "Space Lord", ma citiamo anche la lisergica "Bummer" e la kyussiana "Atomic Clock").
Il cambiamento avviene anche a livello tematico: Wyndorf compone le canzoni dell'album dopo avere affittato un megahotel a Las Vegas, e scrive testi che parlano soprattutto di gioco d'azzardo, donne nude, perdizione, vizio, e di come si passi facilmente dalle stelle alle stalle ("Some people go to bed with Lucifer/ Then they cry when they don't greet the day with God", recita Wyndorf). Uno dei brani più introspettivi è probabilmente "See You In Hell", con organo in stile Doors e linee vocali da Aerosmith, scritto ispirandosi a un incontro avuto con un hippie su un autobus: l'improbabile freak avrebbe raccontato a Wyndorf che sua moglie, senza volerlo, aveva ucciso il loro figlio, che era stato poi seppellito in una palude. "Rimasi sotto shock e scappai dal bus per comporre la canzone, che divenne così una storia horror degli anni 60", riferirà il leader. Ma il capolavoro lirico del disco è "Baby Gotterdamerung", desolante, rarefatta e spiazzante testimonianza della solitudine umana.
In generale, Wyndorf cerca di esorcizzare i propri demoni, giocando a mescolare orecchiabilità e desolazione, spensieratezza sonora e perversione, forma radiofonica e sostanza bluesy.

The battle with one's inner demons is the most personal fight any of us can undertake.

Il successivo God Says No (2000) si rivelerà invece un pesante flop commerciale.
Lo stile del gruppo si è evoluto ora in un hard-rock in larga parte modellato su quello dei Black Sabbath, a volte più spensierato, in una versione radiofonica del blues-rock, altre più sofferto e monolitico. Il lavoro mantiene contatti con lo stoner-rock nel possente riffing e in alcuni pezzi più "classici". Il risultato alla fin fine non è tra gli episodi più ispirati e personali del gruppo, ma nel complesso non risulta affatto scadente, anzi riesce pure a essere divertente e variegato, se si prendono le canzoni singolarmente.
È certamente un disco più onesto di tante uscite di questo periodo (un'ondata di gruppi tra post-grunge e nu-metal, spesso fotocopie tra di loro), anche se un po' prolisso. Lo scarso successo di vendite non è quindi da imputare tanto alla prova compositiva del gruppo, quanto al fatto che il pubblico, in un'epoca in cui le classifiche rock sono dominate da altri generi, non gradisce questo sound e lo percepisce come "vecchio". Per questo ne determina l'affondamento, dopo l'effimero successo di Powertrip.

Ci vogliono 4 anni di attesa e l'ennesimo cambio di line-up per vedere i Monster Magnet tornare in studio, nel 2004, con Monolithic Baby!, disco stilisticamente sulla falsariga del predecessore ma sensibilmente più vivo e coinvolgente.
Lo stile si è trasformato in un heavy-rock scanzonato e d'impatto, molto semplice e diretto, anche un po' tamarro e caciarone. Il risultato è molto buono, con una serie di hit trascinantissime, guidate dal carisma inossidabile di Wyndorf, e con pochissimi filler.
"The Right Stuff" è heavy-metal spensierato, l'opening "Slut Machine" un hard-rock da cardiopalmo. L'immagine del gruppo, tanto nei video promozionali quanto nei concerti, sembra quasi una parodia della vita sregolata del musicista tutto sesso, droga e rock'n'roll, circondato da prosperose fanciulle nude, mentre è alla guida di auto potenti.
In realtà non si va lontano parlando di parodia, in quanto Wyndorf assume un'attitudine molto autoironica e spiritosa, da non prendersi troppo sul serio. Sono presenti cover di Robert Calvert ("The Right Stuff"), Ken Baker ("There's No Way Out Of Here") e, nell'edizione limitata, Velvet Underground ("Venus In Furs"). Il brano-simbolo dell'album è a nostro avviso l'anthemico singolo "Unbroken (Hotel Baby)", melodicissimo, spensierato e potente, assieme alla quasi title track "Monolithic", la più vicina al passato del gruppo, dopo lo psych-blues devastante di "Ultimate Everything". Il pezzo più debole è invece la banalotta power ballad "There's No Way Out Of Here".
L'album ottiene risultati positivi nel Nord Europa, ma non decolla negli Stati Uniti.

Nel 2006 Dave Wyndorf finisce in ospedale per overdose da ansiolitici, che gli erano stati prescritti ma di cui non aveva rispettato la posologia.
L'esperienza lo segna profondamente, al punto da fargli cambiare opinione sulle droghe (da qui in poi dirà che non le considera più fonte d'ispirazione musicale e creativa). Non appena dimesso, si getta a capofitto in studio di registrazione per realizzare 4-Way Diablo ("il disco meno programmato della mia carriera", dirà dopo).
Si tratta senza dubbio di un album spontaneo, molto ispirato dal punto di vista tematico, con un'alternanza di angoscia e dolore per l'esperienza appena vissuta, ma anche una maggiore fiducia per il futuro. Stilisticamente mantiene un certo appeal radiofonico, ma sposato a uno psych-rock leggero e arioso, che alterna passaggi più distorti ad altri più acustici. Si avverte la genuinità delle composizioni, che scorrono come in un flusso di coscienza, ma il risultato è discontinuo e il minutaggio eccessivo impedisce al disco di decollare davvero.
Si tratta di un album di transizione, in cui Wyndorf esprime liberamente la sua ispirazione del momento, senza concentrarsi troppo a organizzarla, sagomarla e limarla.

Il ritorno dell'aspetto più psichedelico viene comunque approfondito tre anni dopo con Mastermind, decisamente vicino agli esordi del gruppo, a volte estremizzando la psichedelia soprattutto nei testi che risultano particolarmente schizoidi e visionari, recuperando anche la passione per la fantascienza, ma senza rinunciare a momenti catchy (tra riff granitici e percussioni tribali). Complessivamente è un lavoro godibile, e il recupero delle sonorità degli esordi può dirsi riuscito, ma è innegabile anche l'assenza di sorprese, così come una certa stanchezza compositiva in alcuni brani, che sembrano B-side di dischi precedenti.
Nel 2010 anche Ed Mundell lascia un gruppo che ormai da tempo ha solo in Wyndorf l'unico membro fisso e l'unico compositore.

Nel 2013 esce Last Patrol. Essenzialmente sembra di ascoltare degli Hawkwind aggiornati alla sensibilità lirica del nuovo millennio. Suoni, effetti e produzione stavolta urlano ad alta voce non solo un ritorno alle origini del gruppo, ma proprio agli anni 60. Wyndorf sembra aver voluto viaggiare nel tempo con le composizioni e gli arrangiamenti, e nel farlo è spaventosamente a suo agio e sincero, come se avesse vissuto in persona quel decennio.
Per questi motivi il lavoro è sì derivativo, ma molto più maturo, caratterizzato (e divertente) di tanti revivalisti ben meno spontanei. Sorprende vedere un Wyndorf tanto in forma nonostante l'età, così a suo agio sia nei brani più decisi, sia in quelli più acustici (come "The Duke"), quando molti suoi coetanei si sono ritirati o fanno molta più fatica a proporre musica accettabile.

Dopo 30 anni di carriera con i suoi Monster Magnet, Wyndorf pubblica il suo ultimo album nel 2018 con Mindfucker. Si tratta di un viaggio nel passato, tributo soprattutto alla scena rock di Detroit. Tutto sommato non brilla per originalità ed è prevedibile nei suoni, ma non c'era da aspettarsi niente di diverso; il che non toglie che diversi brani risultino riusciti. L'apertura, ad esempio, è affidata a un pezzo al fulmicotone come "Rocket Freak", che sembra uscito dal repertorio dei Ramones. Complessivamente, in primo piano è l'attitudine hard & heavy del suono Monster Magnet: i brani sono costruiti su un garage-rock di maniera ma accattivante, inframezzato da piccole aperture verso l'animo più heavy-psych del gruppo e tocchi punk-rock più settantiani. Diminuisce leggermente il lato più spaziale e psichedelico, invece: il richiamo è più agli Mc5 che agli Hawkwind, pur senza tralasciare questi ultimi. I testi sono sardonici, taglienti, ispirati: Wyndorf mette su carta le sue impressioni sulla situazione sociale degli ultimi cinque anni, sfociando in alcuni ritornelli molto accattivanti. Nonostante l'età, anche la prova vocale è discreta.

Si tratta senza dubbio di un album per fan, più adatto, forse, alla sede live e incapace di dire qualcosa che non sia già stato detto in precedenza. Eppure è genuino, spontaneo. E da un musicista veterano come Wyndorf, in fondo, non ci si può aspettare molto di più. Rimarrà, in ogni caso, il suo contributo allo sviluppo della scena stoner-rock, con alcuni classici di alto livello che ne hanno caratterizzato la nascita e che ancora oggi sono importanti punti di riferimento per numerose formazioni.



Monster Magnet

I padri dello stoner-rock

di Alessandro Mattedi

Capitanati dal carismatico Dave Wyndorf, i Monster Magnet sono una delle icone dello stoner-rock. Hanno rinnovato le suggestioni psichedeliche sixties trent'anni dopo, per poi ritagliarsi una propria nicchia rievocando lo space-rock e il garage-rock, a scapito del loro lato più "acido" e in favore di uno più melodico e d'impatto
Monster Magnet
Discografia
 Forget About Life, I'm High On Dope (demo, Cool Beans, 1989)

 

 We're Stoned, What Are You Gonna Do About It? (demo, Cool Beans, 1989) 
 Monster Magnet (Ep, Glitterhouse, 1990) 
Spine Of God (Caroline Records, 1991)

 

TAB (Caroline Records, 1991 / SPV, 2006)

 

Superjudge (A&M Records, 1993)

 

Dopes To Infinity (A&M Records, 1995) 
 Powertrip (A&M Records, 1998) 
 God Says No (A&M Records, 2001) 
 Monolithic Baby! (SPV / Steamhammer, 2004) 
 4-Way Diablo (SPV / Steamhammer, 2007) 
 Mastermind (Napalm Records, 2010) 
 Last Patrol (Napalm Records, 2013) 
 Mindfucker (Napalm Records, 2018) 
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Recensioni

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(2018 - Napalm Records)
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