Nada Surf

Nada Surf

Le stelle indifferenti

di Stefano Ferreri

Perfetta incarnazione del motto wahroliano sui 15 minuti di celebrità e ottimo esempio di band passata dal successo alla nicchia in tempi da record, sopravvivendo più che dignitosamente a questa pazza altalena nel mercato discografico: spesso liquidati come one-hit wonder, i Nada Surf restano una delle band fondamentali dell'indie-rock in trasformazione di fine anni 90

Chissà se immaginavano di poter diventare un giorno rockstar di un certo successo Matthew Caws e Daniel Lorca, mentre trascorrevano le loro giornate di adolescenti sui banchi del Lycée Français di New York a scambiarsi, chissà, confidenze sugli anni passati da entrambi in Francia e Belgio, ragazzini benestanti e girovaghi al seguito delle rispettive famiglie. Di certo sapevano che le prime chitarre le avrebbero consumate davvero e non si sarebbero limitati alle fantasticherie tipiche dei loro coetanei, così nella comune passione per la musica non hanno mai giocato al risparmio. Di tutto quell’oscuro apprendistato, in rete non restano che piccole tracce confuse: il nome di un progetto, Because Because Because, che fu un po’ il vessillo sdrucito negli anni della loro gavetta, mai gratificato da un vero contratto discografico e nondimeno destinato a venire riesumato molto tempo dopo in forma di semplice svago collaterale, a fama ormai ampiamente certificata; e poi un’altra intestazione, The Cost Of Living (come l’Ep dei Clash), che con ogni probabilità oggi non dirà alcunché anche a tanti tra i loro più accesi fan, eppure rappresenta nella sua marginalità uno dei segreti meglio riposti dell’alternative americano anni Ottanta.

La meglio gioventù (del Paisley Underground)

Condivisa con il polistrumentista Marcelo Romero e il batterista Scott Yeckes, l’esperienza The Cost Of Living dà il suo primo frutto con la pubblicazione di Day Of Some Lord, album di debutto per i due amici appena diciannovenni, licenziato nel 1986 dalla Don’t Get All Heavy And Uncool Records, microscopica label (di proprietà dello stesso Romero) che proprio come il gruppo è al battesimo ufficiale. Replacements, Husker Du e Violent Femmes sono tra i riferimenti più immediati di un esordio alt-rock già prestante e privo del benché minimo timore reverenziale. Non occorre tuttavia addentrarsi troppo nell’ascolto per cogliere i primi segni di un’ideale affiliazione alla scena Paisley Underground (nell’accezione meno tersa, che aveva i True West di Russ Tolman come capofila) e a tutti i moderni seguaci del verbo Byrds. Il florilegio jangle di “White Dress” svela infatti corrispondenze inopinabili con i Dream Syndacate ma anche con la sei corde dell’allora trentenne Peter Buck. Il disco, in fondo, non è altro che una felpata celebrazione della Rickenbacker, offerta con tempismo non proprio rimarchevole (il movimento era agli ultimi fuochi) e da una prospettiva indubbiamente secondaria (lontanissima la Los Angeles dei beniamini passati e presenti) ma alquanto promettente.

ns_220x270_iAnche considerata la giovane età dei componenti della band, le texture chitarristiche risultano di pregevole fattura, il dualismo Caws/Romero per il ruolo di cantante principale vivacizza e non poco, la personalità pare più che buona e qua e là (“Hang Around”) si apprezzano belle armonie vocali, in anticipo di una decade sulle prime gemme marchiate Nada Surf e di quasi un lustro sulle non così distanti esplorazioni alt-country dei Jayhawks (quelli ancora in boccio di “Blue Earth”, soprattutto).
Curiosi anche tutti questi richiami a Minneapolis (da Bob Mould e Paul Westerberg alla ditta Louris & Olson), se persino i Soul Asylum in ascesa dello stesso periodo, quelli ancora scapigliati e sotto contratto con la cara vecchia Twin/Tone, sembrano fare capolino quando parte “I Only Wanted What She Said She'd Give To Me” e Romero si concede un numero à-la Dave Pirner. Nonostante l’approccio espansivo, certa sana inquietudine new wave traspare e non mancano un’affettuosa citazione dei Cure di “Seventeen Seconds” oltre a passaggi più schivi e ombrosi come “Can’t Find The Answer” o la conclusiva, più marziale e nichilista, “Permanent Paralysis”.
In definitiva, Day Of Some Lord è un’opera prima incoraggiante e lascia presagire interessanti sviluppi a breve.

Per il seguito, il gruppo di New York si fa invece attendere tre anni, non proprio un’inezia per degli esordienti in cerca di conferme e, se possibile, di ben altra visibilità. L’attesa, tuttavia, non è stata vana. A sorpresa Daniel Lorca non compare nei credits, rimpiazzato da Sam Elwitt, mentre dietro ai rullanti si accomoda Alex Gomez. L’implicita competizione tra i due frontman, Matthew e Marcelo, resta ad ogni modo l’autentico motore creativo della compagine statunitense, pur registrando una preponderanza del primo sia nel numero che nel tenore dei brani firmati.
Il sophomore Comic Book Page viene pubblicato ancora una volta dalla non proprio oberatissima Don’t Get All Heavy And Uncool Records (secondo titolo in catalogo) ma si presenta subito con tutt’altra spensieratezza, una produzione scevra da qualsivoglia ingenuità tecnica e un sound decisamente più ricco, rotondo, curato. Gli impasti corali sono rimarchevoli come l’incedere trionfante delle chitarre, nel segno di un power-pop rigoglioso e alquanto godibile. Apprezzato oggi, il timbro di Caws appare assai più riconoscibile che nella precedente uscita e anche la morbidezza del basso, al di là di un inquadramento espressivo ancora molto distante da quelli che saranno i Nada Surf, può richiamare le pimpanti sottolineature ritmiche del (futuro) treccioluto Daniel.
Se in “So Much Better” è già reperibile qualche traccia di affinità con i Lemonheads di prima dei fasti mainstream di “It’s A Shame About Ray”, “Could Be Mine” e “Pretty Alice” (entrambe scritte da Romero) testimoniano dell’accresciuta passione nei confronti dei primi Rem, quelli di “Reckoning” in particolare, con le loro trame jingle-jangle impeccabili e i loro refrain da resa incondizionata, tutte pennellate a dodici corde e superbo artigianato pop-rock.

ns_220x270_iiL’apparentamento con la band di Athens vale anche, a maggior ragione, nel caso di “Ulterior Motives” (forse il più bel brano del quartetto), pur riecheggiando gli ultimi lavori a marchio Irs del gruppo di Stipe e soci, “Lifes Rich Pageant” e “Document”. I debiti sempre evidenti nei confronti di Rain Parade e Long Ryders non sminuiscono un lavoro sontuoso, sia a livello di songwriting che per disinvoltura nelle esecuzioni, come conferma anche il ritornello autenticamente killer di “Flowers In The Afternoon”.
A questa seconda raccolta, insomma, mancano solo le brutte canzoni, mentre fino a “Hey Hey Hey”, ultima cavalcata prima del sipario per la band, l’intrattenimento è dispensato sempre ad altissimi livelli. E proprio sulle note di chiusura viene lanciato un ponte ideale con la successiva esperienza, che i due giovani newyorkesi impiegheranno però sette lunghi anni per mettere a punto. L’avventura presente, intanto, è al capolinea e con l’arrivo degli anni Novanta le strade dei due cantanti e chitarristi si separano. Resta fermo sulle medesime sonorità Marcelo Romero, alla guida di due formazioni (Labia e Shake Appeal) che non troveranno mai la via d’uscita dall’anonimato e dal modesto orticello della Don’t Get All Heavy And Uncool Records; Matthew Caws, al contrario, azzeccherà più di una mossa e vedrà premiati i propri sforzi. Dei Cost Of Living rimarranno invece due dischi meravigliosi, affidati a un culto (a dir poco) sotterraneo, assieme a un’invisibilità quanto mai beffarda nell’era di internet (la rete sconfinata e ridondante non ospita oggi alcuna loro fotografia). Luminosissimi, avvolgenti, avvincenti, avevano i numeri giusti per dire la loro con la necessaria autorevolezza. L’unica pecca fu di non aver capito dove soffiasse il vento nel 1989, scegliendo di spingere ancor di più sulle proprie inclinazioni Paisley in una fase in cui il fenomeno poteva già considerarsi archiviato da tempo.

Popular, ma solo per un quarto d’ora

ns_220x270_iiiE’ il 1992 quando Matthew si sente pronto per una nuova avventura, con la ferma intenzione che per una volta non ci sia un coprotagonista a rubargli il microfono. I suoi compagni, a questo giro, sono il redivivo bassista Daniel Lorca e il batterista Aaron Conte. I Nada Surf nascono quindi senza squilli di tromba e senza una vera direzione da seguire, e il nome adottato (“it's just surfing on nothing” racconterà il cantante anni dopo, parlando di “rappresentazione di uno stato mentale”) riflette già di suo la natura informale e beatamente confusionaria del progetto. La prima uscita discografica per Caws nel nuovo decennio si concretizza tuttavia grazie a un’altra intestazione, Fancipantz, condivisa con Rachel Blumberg, in seguito batterista dei Decemberists nel triennio favoloso in cui vennero registrati “Her Majesty” e “Picaresque”: nulla più che un sette pollici, eponimo, che esce nel 1993 per la misconosciuta Stickboy, senza ulteriori sviluppi o collaborazioni. La stessa etichetta indipendente pubblica l’anno seguente il primo singolo del terzetto newyorkese, “The Plan/Telescope”, unico frutto del lavoro di Conte nella band a parte il nastro con demo vari intitolato “Tafkans”, in seguito riciclato per dare forma al secondo singolo e soprattutto all’Ep Karmic, fuori nel marzo 1996 per la sussidiaria Rough Trade No 6 Records. Il gruppo vi si presenta con tutte le sue peculiarità già ben riconoscibili, per quanto espresse ancora in una forma embrionale e decisamente cruda. Il piede appare indeciso tra due modelli di calzatura musicale diversi, incarnati in modo emblematico dalla gemma introspettiva “Everybody Lies” e dalla tirata aggressiva e rumorosissima di “Nothing”, opzione forse maggioritaria in questa fase orientata più che altro a un grezzo punk-pop.

ns_220x270_vintage_iNel frattempo il batterista ha già fatto i bagagli, accasandosi a sorpresa con gli Shake Appeal dell’amico e rivale Marcelo Romero, ma il rimpiazzo è di caratura indubbiamente superiore: Ira Elliot, dietro ai rullanti nelle furie garage Headless Horsemen e già membro fondatore di una compagine cittadina di culto, i Fuzztones, che ha in Matthew e Daniel due fan della primissima ora. Il 1995 è agli sgoccioli e i Nada Surf non cambieranno mai più formazione, se non in una prospettiva allargata secondo necessità. Dopo uno show alla Knitting Factory, il terzetto ha l’opportunità di un fugace incontro con l’artefice del clamoroso successo dei Weezer, l’ex-frontman dei Cars Rick Ocasek, cui riesce a far avere una copia di “Tafkans”. Il produttore riconosce non soltanto il potenziale ma anche le innegabili affinità con la formazione capitanata da Rivers Cuomo e ricontatta Matthew e soci dicendosi disponibile a occuparsi del loro album di debutto, immaginando, chissà, un secondo colpaccio. La firma con l’Elektra segue a stretto giro di posta e i tempi per l’esordio ufficiale sono maturi.
Frutto di nemmeno venti giorni di registrazioni, High/Low ha il retrogusto acidognolo di tanti lavori simili dello stesso periodo. E’ pimpante, divertente e mostra una band ancora acerba ma già chiaramente orientata al compromesso aureo tra ruvidezza e romanticismo (di grana abbastanza grossa): un programma certo non disprezzabile, specie per quell’andatura da montagne russe, seppur penalizzato da un’originalità ridotta al lumicino.

Rumorosi, riverberatissimi, pestoni: i Nada Surf si presentano su lunga distanza all’insegna di un punk-rock smaliziato, con debiti significativi nei confronti dei Buzzcocks ma aggiornato ai Nineties, una formula tanto essenziale quanto redditizia che verrà presto sposata da tanti altri artisti, uno per tutti, lo scaltro Ted Leo con i suoi Pharmacistes. L’unica ripresa dall’Ep, “Treehouse”, non fatica a imporsi come uno degli episodi più movimentati del lotto e con alcune delle inconfondibili cifre espressive del gruppo già in bella mostra, dal refrain dolciastro all’andatura adrenalinica, e dai riffoni al caramello ai coretti piazzati sempre al momento giusto. Pur non facendo mistero delle proprie profonde radici yankee, è impossibile non cogliere nell’impronta della band anche qualche strizzata d’occhio alle trionfanti istanze britpop del periodo (“Stalemate”, per esempio), a partire da quegli spigoli, sempre in primo piano e opportunamente smussati, perfetti per accattivarsi i teenager su entrambe le sponde dell’Atlantico.

ns_220x270_ivIl vero piatto forte è però un altro. Intitolata “Popular” con la giusta enfasi, la loro prima, ilare, portentosa hit è sostanzialmente una presa in giro degli (e per gli) adolescenti. Perfetta per far breccia nelle giovani menti della Mtv Generation (o della Generazione X narrata da Douglas Coupland e ormai archiviabile), con la sua miscela di ribellismo per cuori teneri e surrogato grunge, quello post dei bravi ragazzi, quello contaminato dal punk-pop di ritorno. Piaccia o meno, si impone nell’estate del 1996 come un tormentone difficile da dimenticare anche se per anni sarà più un boomerang che una benedizione per il gruppo, confinato suo malgrado nella non così invidiabile cerchia degli one-hit wonder. La loro proposta avrebbe offerto ben altro per quanto all’inizio (e per un po’) non lo si sarebbe detto, con la band incapace di elevarsi al di sopra di una scimmiottatura dei Sonic Youth di “Dirty” (“Sleep”), apprezzabile in via esclusiva per la sua discreta propensione alla caciara.
Con il paradigma di “Popular” eletto evidentemente a modello per l’intero lavoro, forte di una fluidità e un’irruenza invidiabili (a fronte di qualche ovvietà giovanilista, come in “Psychic Caramel”), l’album si rivela squillante quanto basta fino alla fine, seppur con poche idee davvero spendibili al di là della pregevole miscela alchemica impiegata sul piano formale. Titoli emblematici circa i futuri sviluppi della compagine newyorkese sono “Hollywood” e la più posata (ma ancora fragilissima) “Zen Brain”, chiamata a chiudere i giochi nel solco della delicatezza e dei singalong.
Comincia a giocare con un certo stereotipo della nostalgia, la band di High/Low, ma predilige ancora le esternazioni di muscoli e testosterone come evidente in “Icebox”, altro passaggio godibile e del tutto privo di complicazioni intellettuali. Di certo così carichi, elettrici e ribaldi i Nada Surf non li si riascolterà più. In seguito faranno le cose con maggior raziocinio e meno d’impulso, guadagnando diversi punti nei lavori più riusciti, ma perdendone altrettanti in quelli recenti, precocemente senili e col fiato corto, dove qualche scossa in più avrebbe giovato.

Quello che si configura è ad ogni modo un debutto onesto ma non proprio trascendentale, con slanci preziosi penalizzati da qualche perdonabile banalità a livello di songwriting, e pare destinato a galleggiare incorporeo nel mare magnum di uscite realmente imperdibili dell’epoca.

ns_220x270_vIl 1997 è un anno di consolidamento e intensa promozione live per il terzetto, che spopola soprattutto nei festival estivi nel vecchio continente. Proprio sul mercato europeo è pianificata la prima pubblicazione del nuovo album, intitolato The Proximity Effect, che arriva nei negozi nel settembre del 1998. Complicazioni concettuali ridotte al grado zero e giusto lustro sonoro: i Nada Surf del sophomore non hanno dimenticato come arruffianarsi un pubblico di giovanissimi, orfano del grunge ma nel contempo meno esigente, ancora più incline al disimpegno e col cuore affamato di tenerezza: nell’anno in cui in patria i campioni sdolcinati dell’alternative-rock, i Better Than Ezra, si perdono tra mille aberrazioni sperimentali nell’inseguimento (francamente impossibile) ai Radiohead di “Ok Computer”, questo equivale a un implicito passaggio di scettro.
“Hyperspace” annuncia che sì, sono tornati, più smaliziati e rombanti, con una consapevolezza accresciuta in fatto di armi pop-rock. Gli ingredienti su per giù restano i medesimi, ma c’è un nuovo smalto a marcare la distanza dall’esordio, una baldanza, quel suono che si è fatto più rotondo e curato divenendo già classico, in un certo senso. La voce di Caws graffia con gentilezza, e lo stesso paradosso vale per la centrifuga delle chitarre: “Crunchy guitars”, le definirebbero oltreoceano quelle elettriche godibilissime e ad aggressività sempre rigorosamente controllata, rudi solo per l’orecchio ingenuo dell’adolescente. Il salto di qualità, insomma, pare evidente. Un briciolo di irruenza in meno, maggior costrutto nelle trame, un songwriting semplice ma non scolastico e un progressivo affinamento sul piano stilistico: questi i pochi accorgimenti adottati per migliorare ulteriormente il proprio appeal, un gran lavoro di facciata a cura di Fred Maher (già produttore di “New York” di Lou Reed), un make-up egregiamente sostenuto dall’impalcatura tonica della band, a fronte di una proposta per altri versi ancora abbastanza acerba (emblematica “Why Are You So Mean To Me?”, cover dei Vitreous Humor).

Emerge, ancor più che nel precessore, uno schematismo indie-rock ludico e spensierato, del tutto alieno alla declinazione slacker dei Pavement e più interessato a una concretizzazione sonora del carino destinata a fare furore nel decennio che verrà, specie nelle colonne sonore delle serie televisive. Risiede in questo la grande intuizione all’origine del posizionamento strategico scelto con grande opportunismo dai Nada Surf, prima di tanti epigoni anche più fortunati ma non altrettanto talentuosi. Certo, ogni concessione verso il pop (“Bad Best Friend”) chiama una reazione verso il rock uguale e contraria, agguerrita ma mai davvero cattiva, come nel caso di “Dispossession” (riproposizione di uno dei due brani pubblicati da Matthew con i Fancipantz). Tra la vitalistica e movimentata “Bacardi” (titolo illuminante), che nei frangenti più nostalgici ed estetizzanti strizza l’occhio agli incanti crepuscolari della band di Thom Yorke, un’eco sfavillante da sensazioni pure attualissime come i Kula Shaker (“Firecracker”) e una più banalotta da fenomeni deteriori e in ascesa come i Green Day (“Show Down”), non c’è proprio modo di annoiarsi.
“80 Windows”, il singolone dolceamaro dell’album, è populista quanto basta per vincere senza problemi la propria partita. Qualche sottile forzatura sentimentalista è il solo azzardo, ben sorretto da una scrittura easy listening di provata affidabilità. Col senno di poi, potrà valere come prova generale per le ballate gioiello del successivo Let Go pur rappresentando già di per sé un bel risultato, promessa lussuosa e tonico corroborante per le ambizioni del terzetto newyorkese.

ns_220x270_viTra le canzoni che si potrebbero definire già tipiche per la band, va segnalata anche la più riflessiva ma ugualmente accattivante “Troublemaker”, convalida della necessaria disinvoltura anche alle prese con ritmi meno esasperati o esternazioni non troppo muscolari. Le accelerazioni, peraltro, rappresentano un espediente cui il gruppo non sembra voler rinunciare mai del tutto, e per fortuna, perché questo fa sì che il disco si mantenga marezzato e, di conseguenza, sufficientemente interessante.
In definitiva, The Proximity Effect rappresenta per i Nada Surf più di un passo avanti, specie in quanto a sicurezza di sé, anche se quelli della Elektra storcono il naso. Volevano una nuova “Popular” ma la candidata più autorevole, “The Voices”, con la sola posa da nichilisti all’acqua di rose (e senza l’ironia del modello) non può che restare una bella pagina incompiuta. Ulteriori dissapori nascono quando la band insiste per avere in scaletta due cover (oltre alla succitata, anche “Black And White” dei dB’s) e si rifiuta di inserirvi una versione acustica del successo di due anni prima. Mentre sono impegnati con un tour di trenta date in Francia, dove il disco si è rivelato un successo clamoroso (come in una sceneggiatura scritta da Woody Allen), i ragazzi vengono scaricati dalla loro etichetta, che comunica loro che non si occuperà di distribuire l’album negli Stati Uniti. Una scorrettezza cui Matthew e compagni potranno porre rimedio solo a due anni dall’uscita originale, pubblicando anche in patria con mezzi propri (la label di famiglia, MarDev) e tracklist desiderata il loro tormentato sophomore. Troppo tardi, comunque, per ribadire col pubblico di casa i fasti di quattro anni prima: le controversie patite hanno visto il loro nome raffreddarsi non meno alla svelta di quando si era infiammato, e la popolarità già suona alla porta con un conto salato da pagare. Ricostruire il rapporto con i fan nordamericani si preannuncia una sfida improba, specie senza il sostegno di una major, ma i Nada Surf hanno ancora qualche bella carta da giocarsi.

Indie e contenti

ns_220x270_xiiiNel limbo tra le due pubblicazioni del sophomore, Matthew e soci fanno di tutto per non perdere il contatto con i loro aficionados. Si imbarcano in lunghi tour per promuovere, specie tra chi ancora non le conosce, le canzoni recenti, ma soprattutto scelgono di ingannare l’attesa del successivo passo discografico con la pubblicazione della classica raccolta di outtake e rarità, a dirla tutta un tantino in anticipo sui tempi. North 6th Street esce per la microscopica Noneties nel 1999 e si configura come un’infilata di demo accelerate, in qualche caso anche particolarmente disadorne (“Robot”), che nulla aggiungono alle buone versioni già edite, anzi, le rendono meno intriganti proprio per via del vestito amatoriale e dell’esplosività per molti versi disinnescata (discorso che vale anche per la “Popular” embrionale in lista).
Tra un filler strumentale in bassa fedeltà con tanto di field recording urbano (“Traffic”) e un unplugged frugale ma frizzantino (“Me And You”), la qualità delle registrazioni resta poco più che domestica, sulla falsariga, quando va bene, degli episodi meno rutilanti dei due album. Tra i (pallidi) motivi d’interesse vanno segnalati i due recuperi in francese di “Zen Brain” e “Sleep”, prima manifestazione di un vizietto a moderato coefficiente intellettualista cui la band non rinuncerà mai: spunti senz’altro curiosi che tuttavia non rappresentano, di per sé, un valore aggiunto o una giustificazione dell’acquisto. La controversa cover di “Black & White” dei dB’s, tra le ragioni della contesa tra il gruppo e l’Elektra, è una b-side gradevole, ma a ben vedere emblematica del tenore raccogliticcio di una raccolta tutt’altro che indispensabile. Con l’inedita “The Manoeuvres” troppo esangue per gli standard del gruppo, restano appena più fascinose della media solo l’anomala “Sick Of You”, per il retrogusto sensuale e la patina di polvere che ammicca nientemeno che ai Rolling Stones (con giusto quel po’ di sangue nel refrain) e il brano dedicato a River Phoenix, se non altro ruspante col suo spoken word al peperoncino, nonostante debiti pesantissimi nei confronti dei Lemonheads.

Il triennio che segue è per la band una fase di intensa preparazione ma anche di rilassata licenza a tempo indeterminato. Matthew trascorre le sue giornate lavorando con estremo diletto in un negozio di dischi a Brooklyn, l’Earwax, Daniel si dedica a progetti informatici mentre Ira si ricicla a tempo perso come turnista di lusso per colleghi affermati. La sera si ritrovano per comporre nuovo materiale e provare ad abbozzare la direzione da prendere. Che si delinea con chiarezza solo nelle sedute di registrazione a inizio 2002, cui prendono parte a vario titolo ben cinque produttori tra cui gli amici Chris Fudurich e Louie Lino (già in campo per The Proximity Effect), il più famoso Juan Garcia e Chris Walla dei Death Cab For Cutie. E’ proprio quest’ultimo ad agevolare la firma dei tre newyorkesi con la Barsuk, che sancisce il (definitivo) declassamento nella più idonea galassia degli indipendenti.
Anche il “difficile terzo album” dei Nada Surf, Let Go, è caratterizzato da una release in differita a seconda dell’area geografica di riferimento. In Europa esce in settembre, negli Stati Uniti cinque mesi dopo, e le due scalette differiscono in maniera significativa per l’ordine delle tracce e i titoli scelti. L’aggettivo “difficile”, in realtà, è quanto mai fuori luogo: la naturalezza nel plasmare memorabili gettoni easy listening rasenta infatti, a più riprese, la magia, come se nulla ai ragazzi sia davvero precluso in questa occasione.

ns_220x270_viiiE che facciano sul serio lo si intuisce presto grazie alla superba partenza acustica di “Blizzard Of ‘77”, gioiellino nostalgico ma asciutto, formidabile per il controllo e l’afflato confidenziale e altresì perfetto per introdurre “The Way Your Wear Your Head”, a mani basse il miglior pezzo propriamente rock che il gruppo abbia mai scritto. Rombante, diretta e inesorabile, con i suoi feedback disciplinati e il suo mix di ruvidezza e dolcezza, la canzone si candida a diventare uno specchio dell’indie-rock in trasformazione del periodo (quello che ha proprio la compagine di Walla – e il quasi coevo “Transatlanticism” – come portabandiera), accattivante senza mostrarsi ruffiana, e fa centro in agilità. A ruota, un’altra gemma dall’impronta intimista, a base di delicatezze in acustico ma impreziosita dal superbo lavoro sulle finiture elettriche (così come dall’apporto ritmico basilare quanto preminente di Ira): “Fruit Fly” si erge a emblema dell’armoniosa coesistenza delle due anime sonore del terzetto. Matthew quasi sussurra, prima che da tradizione della band tutto si infiammi in una vampa rutilante e contagiosa, tramutando quell’approccio timido in un rauco miagolio e ideale singalong. La non meno populista “Blonde On Blonde”, invece, vale come ennesima riuscita evocazione di artisti o Lp classici. Un’altra perla, quindi, omaggio a Dylan e implicitamente alla propria giovinezza, vanta un altro refrain-killer appositamente scritto per essere cantato a oltranza.

Nella gagliarda tracklist scelta per il mercato europeo, il filotto aureo non si esaurisce e alza la posta, se possibile, con un altro episodio tra i più fortunati della carriera, “Inside Of Love”, sorta di biglietto da visita emozionale prima ancora che espressivo. Anche in questa hit favolosa, una popsong che davvero sfiora la perfezione, tutto gira per il meglio: la morbidezza degli arrangiamenti, la voce suadente di Caws, una melodia cristallina che sobriamente accarezza chi le presti orecchio, prima di sbocciare in un ultimo hook benedetto. Visto il tenore, si potrebbe pensare a un lavoro sostanzialmente umbratile e compassato, ma la smentita non tarda ad arrivare. La centrifuga rock dei Nada Surf torna infatti a lavorare festosa a pieni giri con “Hi-Speed Soul”, rivelando un motore in piena efficienza e dai filtri puliti. Per non farsi mancare nulla oltre a smalto e prestanza, ecco anche l’ennesimo ritornello in confezione extralusso da mandare presto a memoria. L’incedere si conferma poi inesorabile grazie a un paio di altri numeri power-pop al caramello, radiosi e sfacciati a sufficienza come “No Quick Fix” e soprattutto “Happy Kid”, la cui brillantezza sonica va ascritta nello specifico alla vecchia volpe Bryce Goggin, già artefice di “Car Button Cloth” dei Lemonheads, “Don’t Ask, Don’t Tell” dei Come e degli esordi di Joan Wasser e Bill Ricchini.

ns_220x270_ixCon “Killian’s Red” l’intonazione tende a incupirsi, ma la disinvoltura nella prova del cantante tiene desta l’attenzione, prima che un nuovo frangente estatico e caloroso si infranga come un'onda sull’ascoltatore. Un brano meno scontato ma ugualmente vincente questo, che ampia con profitto la tavolozza anche umorale dell’album. E quindi rieccoli, i seduttori del Lycée Français, abili commercianti di velluto e sofisticate carezze: “Là Pour Ḉa” si muove su un terreno scivoloso, ma lo fa con classe, senza tradire il minimo imbarazzo. Nelle battute conclusive prevale l’istinto ad accelerare ancora, sovraesporre la grana per regalare istantanee folgoranti e acidule (“Treading Water”, la bonus “Run”), oppure a rallentare a piacimento, come nei sette minuti e passa di quell’altro mezzo capolavoro che è “Paper Boats”, sensuale e notturna apoteosi del Caws più amichevole, ultimo fiore all’occhiello di quello che – è proprio il caso di dirlo – suona come il perfetto disco per l’estate. Non per forza quella del 2002, quanto piuttosto una delle tante, fanciullesche, cui tornare con la mente sgombra da inquietudini e il cuore gonfio di commozione. Lo slancio d’ottimismo entusiasma e il salto di qualità per primeggiare sui competitors – Weezer declinanti in testa – è finalmente compiuto.
Quella di Let Go è davvero una gioiosa macchina da guerra che scardina le difese, punta dritto il bersaglio, non manca un colpo. E si concede il lusso di tenere “Neither Heaven Nor Space”, una canzone semplice e rotonda ma luminosa, resa speciale dallo splendente senso di meraviglia che emana e da un Matthew particolarmente ispirato, fuori dall’album nella versione europea. Non per molto, però: rientrerà dalla finestra come bonus (in un’edizione limitata), come b-side di un singolo (“The Way We Wear Your Head”) evidentemente orgasmico o come rarità per completisti in una futura raccolta di scarti.

Eccezion fatta per la pessima recensione su Pitchfork, l’album è accolto benissimo da una critica pure non esente da banalità (i frequenti riferimenti ai Coldplay, per dire), e ancor più dal fantomatico popolo indie e dai cosiddetti creativi di spot pubblicitari e serie televisive, ingolositi e non poco dai suoi numeri ad alta orecchiabilità. Lo strappo con i fan nordamericani può dirsi definitivamente ricucito, e il 2003 è un anno di intensa attività live che contribuisce a rendere di nuovo caldo tra gli appassionati il nome dei Nada Surf. Al termine di questa lunga stagione nomade, il gruppo si ritrova con sufficiente materiale per un nuovo lavoro e ha ovviamente semaforo verde dalla Barsuk. Anche in questo caso interviene nelle sedute di registrazione al Tiny Telephone di John Vanderslice uno stuolo di produttori, sempre capitanati da Walla, Fudurich e Lino in segno di continuità, e con i più esperti John Agnello, John Goodmanson e Chris Shaw tra i nuovi collaboratori.
The Weight Is A Gift si configura quindi come ritorno sulla falsariga dell’apprezzato predecessore e il suo propellente si dimostra ancora di adeguata qualità. Si è fatto un po’ più schematico il songwriting ma l’elettrica di Matthew ruggisce sempre a dovere e il suo marchio non smentisce (in “Concrete Bed”, ad esempio) una felice propensione all’hook che è chiaramente superiore alla media.

ns_220x270_xiRimescolano un po’ le carte i tre di New York, ma il mazzo e il tipo di gioco sono gli stessi di sempre e ci sta che si badi maggiormente alla forma. Con “Always Love” provano a replicare la formula magica di “Inside Of Love”, e in parte ci riescono. Più con il mestiere, però, che non con effettive trovate da knock-out tecnico. “All Is A Game” è un altro brano della stessa famiglia, gentile e piacevolmente indeciso su dove andare a parare, tra evocazioni sunshine tardi sixties e le consuete derive punk-pop opportunamente disciplinate. Si arrangiano, insomma, con i propri cliché consolidati e hanno buon gioco a vivere di rendita, rischiando poco o nulla. Il ferro in fondo è ancora sufficientemente caldo e può andare bene così. Altrove le cose suonano più interessanti. L’inno umanista alla fiducia di “Your Legs Grow”, una sortita intimista di quelle da sempre nelle corde di Caws, graziata dai cori dei suoi compari (più John Roderick dei Long Winters) e da un arrangiamento che bada alla sostanza e si astiene dai colpi di testa smargiassi; o la ballata dolciastra “What Is Your Secret?”, niente di nuovo sotto il sole della loro spiaggia ideale, ma dimostrazione ulteriore di un tiro ancora discreto.

Il vero pezzo forte, a questo giro, si intitola però “Blankest Year” ed è una piccola scarica di adrenalina nella pancia di un album forse eccessivamente satollo e sornione. Qui la band, in un concentrato di energia e clamoroso easy listening da due minuti e via, torna a suonare al suo meglio, irresistibile e ficcante. L’andazzo placido riprende peraltro prestissimo con l’esplorazione estatica, di parsimoniosa meraviglia, di “Comes A Time”, che – complici le armonie vocali dell’amica Coralie Clement – sa di dolce tepore autunnale e culla morbidamente l’ascoltatore. Se la più marezzata e appena più nervosa “In The Mirror” prova a movimentare le cadenze e vivacizzare, senza successo, giusto in conclusione l’album si riaccende con un brano, “Imaginary Friends”, che chiama all’inevitabile singalong e prova a fare a meno del solito pilota automatico per rilanciare, alla fine, le azioni del gruppo sul versante squisitamente emozionale.
Insomma, The Weight Is A Gift suona come la quintessenza del carino a tutti i costi, di quella cifra invariabilmente gradevole su cui il gruppo ha plasmato un passo dietro l’altro l’architrave della propria carriera. Non proprio un’opera travolgente, ma comunque un buon disco di mantenimento, mai coraggioso ma nemmeno indisponente, che tutto sommato piace ancora a critica e fan. La vena pirotecnica che ha promosso il terzetto, specie all’esordio, lavora tuttavia un po’ troppo a risparmio e, quando azzarda qualcosa, non travalica mai i limiti che si è posta. Il risultato quindi, al di là delle piccole gemme, resta un tantino tiepido.

Stelle in dissolvenza

ns_220x270_xvPer il ritorno in pista i Nada Surf impiegano un altro triennio. Inizialmente annunciato con il titolo “Time For Plan A”, il nuovo Lucky tradisce sin dall’intestazione un senso di gratitudine e appagamento che il tenore tendente al radioso dei brani amplifica inesorabilmente. Matthew Caws e soci vi sacrificano in maniera significativa (e definitiva, col senno di poi) la propria anima più rumorista, perdendo molto sul piano muscolare in termini di ruvidezza e cattiveria. Prevale un approccio decisamente soft, nella ricerca di un comodo riposizionamento strategico in territori pop sixties melodici e introspettivi, ambito nel quale, peraltro, la band si è vista nel frattempo superare (brillantemente) a destra da formazioni più giovani e rampanti come Shins, Midlake, Fruit Bats e Spinto Band.
Non che la formula non funzioni: il college-rock à-la Weezer di “Whose Authority” è così garbato e gradevole che non sfigurerebbe affatto in una puntata di “Scrubs” o “Grey's Anatomy”; “Weightless” riesce a mascherare la sua consistenza – nomen omen – fragilina grazie ai trucchi consolidati del gruppo newyorkese, tra effusioni carezzevoli e ritornelli energici ma mai sbracati che chiedono solo d'esser cantati a gran voce, mentre nella coinvolgente “Are You Lightning?” sembra addirittura di sentire il timbro e la melodia gentile della voce di Jason Lytle, leader dei Grandaddy. Altrove l'autocitazione si fa però a tal punto sfacciata da erodere quote di credibilità al tutto: capita col nuovo singolo “I Like What You Say”, una sveltina pop che deve tutto al suo refrain ma corre il rischio di scivolare nella noia senza le discontinuità cui il terzetto aveva abituato gli aficionados in passato.

L'apertura vagamente macabra di “See These Bones”, di per contro, è quanto di meglio possano offrire i Nada Surf versione 2008 (non a caso il Times la proclama canzone “più prepotentemente propulsiva e gloriosamente euforica” dell’anno): cinque minuti intriganti e a doppia velocità, come da repertorio, che esprimono benissimo la classicità della band, risfoderano la bella grinta di un tempo e possono vantare in aggiunta un’amichevole sortita cantata di Ben Gibbard dei Death Cab For Cutie. La semplicità si traduce in efficacia nel pop-rock al velluto e nel ritornello di “Beautiful Beat”, ritratto di un gruppo rasserenato nella sua comfort zone, e ancora brillante. La palma per il pezzo più interessante spetta però a “The Fox”, tutta percorsa da buone vibrazioni (merito dell'ottimo lavoro ritmico di Elliott e Lorca) e capace di mantenere una notevole tensione fino alla fine, restando comunque elusiva e irrisolta come già “Killian’s Red” ai tempi d’oro.
Pur con una coda anomala (i fiati di Martin Wenk dei Calexico), “Ice On The Wing” riflette bene l'andamento pimpante di Lucky, soluzione cui si discosta con decisione solo la ninna nanna conclusiva “The Film Did Not Go 'Round”, scritta dal carneade concittadino Greg Peterson. Restano invece trascurabili altri passaggi (la monocorde “From Now On” o l’ancor più modesta “Here Goes Something”, con i suoi giri a vuoto in acustico) che lasciano intravvedere i limiti di un album dal suono assai curato – produce John Goodmanson, una garanzia – impreziosito da ospiti di prima fascia (Ed Harcourt, Juliana Hatfield, Lianne Smith), cantato e suonato egregiamente, ma che talvolta sembra preferire la calligrafia all'anima.

ns_220x270_xiiNel 2010 i newyorkesi decidono di tornare a farsi vivi con una raccolta di cover, If I Had A Hi-Fi, che serve più che altro a rifiatare e a riscaldare un motore creativo rimasto nel frattempo a secco di idee spendibili. La scelta dei pezzi è tutto sommato eclettica: si va da Kate Bush ai quasi ovvi Go-Betweens, passando per un bellissimo quanto epigrammatico Arthur Russell – di cui viene ripresa “Janine” – e poi ancora dai Depeche Mode in odore di populismo fino alla contemporaneità di Spoon e Soft Pack. Tuttavia l’infallibile formula chimica adottata dalla band tende a trasformare indefinitamente tutti i brani prescelti nella stessa solare canzone da spiaggia su cui il terzetto ha in pratica edificato il senso complessivo di tutta la propria ultradecennale discografia. Così questa operazione un po’ da fanclub, di chi c’era nei giorni belli a cantare sotto il palco quando ancora tutto era possibile, non riesce nell’intento di intercettare l’interesse di nuovi occasionali avventori, eccezion fatta per il relativo rumore della rilettura di “Enjoy The Silence”. Suona a proposito quantomeno beffardo che il primo suggerimento a comparire quando si digita il nome della band su Google faccia appunto riferimento alla hit del gruppo di Dave Gahan, medaglia d’oro davanti alle ben più rilevanti (quando si parla di Nada Surf) “Popular” e “Always Love”. Ma tant’è, evidentemente il risultato ci smentisce ed è andato ben al di là delle aspettative; anche se siamo noi in difetto con il nostro giudizio, continuiamo a ritenere che la cosa migliore di If I Had A Hi-Fi resti la perfezione palindroma del suo titolo, scippato peraltro a un’omonima formazione noise di Milwaukee (che ricambierà, intitolando “Nada Surf” un suo Ep).

Per una nuova collezione di inediti occorre aspettare altri due anni. Matthew, Daniel e Ira registrano ancora con Chris Shaw un album, The Stars Are Indifferent To Astronomy, che sa di consuntivo da ragionieri. La tentazione di un congelamento dorato non basta più, da sola, a beffare la durezza spietata delle lancette. Immobili nella luce di un sole che nemmeno c’è, strappato a malapena a un ricordo felice, i tre musicisti si nascondono sotto la coltre morbida di una (bella) metafora come fanciulli insicuri del loro stesso nome. Guardando a un domani che – confessano in “The Future” – ha in sé l’identico polveroso manto dei giorni già spesi e la stessa meraviglia un po’ forzata dell’oggi, si lasciano immortalare nella posa cauta di chi non sa negare il proprio bisogno di un contatto, fosse anche solo la confortevole fragranza del banale quotidiano.
Soffermandosi sui tratti di massima ordinarietà nel loro carattere, tocca riconoscere che i Nada Surf sono sempre stati i ragazzi concreti e alla mano che appaiono adesso, ogni grillo nella testa rimosso sul nascere, nessun volteggio da fenomeni sul trapezio della musica indipendente. Inevitabile che in una fase di sostanziale disorientamento, di menti annebbiate dalla loro sazietà di quarantenni, Caws e compagni puntino allora senza troppo coraggio a mantenere le posizioni nei ranghi e a confermarsi sugli stereotipi buoni ormai consolidati, adeguati solo di quel tanto al trascorrere degli anni. In un video promozionale eccoli intenti a ingraziarsi i fan in un’enorme cucina lasciata minuziosamente in disordine. Sorridenti e un po’ piacioni ma davvero impeccabili nella loro affabilità obamiana, amichevoli al punto da sfiorare il parossismo: un grembiule ideale invisibilmente cucito sulla camicia, un pentolone ribollente, un sorso di vino bianco, due accordi di chitarra, quattro risate insieme.

ns_220x270_viiIn sala di registrazione il medesimo smaccato intento fidelizzante deve essersi rivelato un più che valido ripiego per sopperire ai fisiologici cali di ispirazione. Riproporre a grandi linee la propria anima più espansiva, per giunta in quegli stessi confetti sonori solo apparentemente ruvidi, limitando al minimo gli azzardi e mettendo in preventivo, di fatto, la sordina della consapevolezza a ogni scoria del ribellismo ingenuo degli esordi. Addio al bosco inospitale e selvaggio (evocato nell’inaugurale “Clear Eye Clouded Mind”) di quel loro unico vero colpo di testa, quando pungolati dall’orgoglio trovarono la forza per mandare a farsi benedire il sostegno di un padrino come Ric Ocasek, l’heavy rotation su Mtv e quella dannata major che intimava loro di scrivere una “popular” ogni sei mesi. Stelle beatamente indecise, i Nada Surf degli anni d’oro, stelle presuntuose e impassibili alle osservazioni astronomiche, impermeabili agli sguardi severi di una critica che avrebbe imparato ad amarle solo nel declino costante della loro lucentezza commerciale. Questo settimo lavoro su lunga distanza restituisce la vitale snellezza del terzetto newyorkese assieme a quell’appeal solare e solo vagamente tormentato che disco dopo disco sembra essere diventato il più riconoscibile tra i suoi marchi di fabbrica. La citazione cinefila di “Jules e Jim” celebra la spensieratezza mesmerica dell’amicizia e dei sentimenti, scegliendo di indossare il vestito più radiofonico tra tutti quelli a disposizione, esaltando la mai sopita vocazione all’easy listening del gruppo, ma omettendo nel contempo le ombre del tragico e di una morte scelta con prepotenza come unica vera guaritrice. Truffaut tradito a fin di bene per non tradire gli ultimi scampoli del proprio credo estetico. Per dare esclusiva cittadinanza ai momenti luminosi nella speranza impossibile di un’adolescenza prorogata ad oltranza.

Il problema per la band di The Stars Are Indifferent To Astronomy è che, unitamente ai graffi, non sembra essersi sbarazzata del taglio scolastico delle sue prime produzioni. A tratti pare così sicura del fatto suo da girare in riserva per poi arenarsi senza idee e senza benzina nella più desolante delle ovvietà. Possono capitare canzoni irritanti come “Waiting For Something”, repliche col pilota automatico e senza mordente dei propri trucchi più stanchi. L’importante è che rimangano casi isolati, che il mestiere e la qualità degli arrangiamenti sappiano riscattare il resto dell’album dal pozzo degli sbadigli cui parrebbe destinato. Suono power-pop rotondo, spigoli e riverberi dispensati col contagocce, refrain a presa rapida e assoli d’ordinanza sciorinati sempre al momento giusto, con prevedibile professionalità: “We’re just imitations & hooks”, canta Caws a un certo punto con innegabile sincerità.

ns_220x270_xPopulisti e autorevoli come dei Ted Leo o dei Ben Folds in sedicesimi, ormai, copie un po’ più lucide o semplicemente più dignitose dei Weezer attuali, i Nada Surf hanno forse rinunciato pur senza svilirsi al fascino tormentato della maturità, quello che l’intenso Let Go lasciava presagire, dieci anni prima, come svolta imminente poi andata delusa.
Intrappolati dall’illusione di un momento magico che sia per sempre – proprio come i Grant Lee Buffalo delle “Rock of Ages” e delle “Shallow End” – sono stati buggerati dal Narciso immobile dentro lo specchio d’acqua in cui sognavano di nuotare a lungo, la seduzione velenosa del proprio stesso stato di grazia. Così si spiega l’insistenza sugli standard elettroacustici di un college-rock garbato, gradevole e abbastanza innocuo, lo stesso file under per le riviste o i negozi di due o tre lustri fa. Così si spiega l’impressionante cespuglio sulla testa di Daniel Lorca, ancora regolarmente al suo posto. E anche quel diffuso senso di pacificazione che è il risvolto obbligato dell’appagamento, e fa capolino a più riprese. “Let The Fight Do The Fighting” la migliore a mani basse, il tipico coniglio dal cilindro della band, quello che intriga, che accarezza e colpisce al cuore con la sua semplicità. Una ballad gentilmente crepuscolare cui non si chiede altro che rallentare i giri, bandire le maschere e tessere un elogio credibile della normalità, di quella vita tra le questioni comuni che è lontana anni luce dai faretti sfavillanti dello Star System. Già, le stelle splendenti del firmamento musicale. Lo sono stati anche loro, effettivamente indifferenti alle lusinghe di quell’universo che le ha plasmate dal nulla per poi punirle duramente. Oggi somigliano piuttosto a nane bianche, tiepide e umanissime, assorte nel coltivare la bellezza impagabile della loro lenta ma inesorabile dissolvenza.

Ricomincio da quattro

ns_220x270_ma_iMatthew e l’amica di lungo corso (con più di un reciproco scambio di cortesie alle spalle) Juliana Hatfield annunciano nell’agosto del 2013 di voler dar forma a una collaborazione con tutti i crismi, nel quadro di un inedito progetto a due denominato Minor Alps. Chiunque avesse profetizzato per il loro album d’esordio una bonaria sintesi delle rispettive cifre espressive avrebbe vinto la propria scommessa con facilità irrisoria. Get There si configura infatti come un incontro ben calibrato tra la grinta cantautoriale anni 90 di lei e le ultime cose non proprio entusiasmanti della band di lui.
L’amalgama, chiariamo subito, funziona anche discretamente, visto che gli undici brani della raccolta suonano fluidi, accorati e non troppo ingessati. Al di là del carattere prevedibile del sodalizio, non si può certo dire che la classe faccia difetto, specie nei frangenti a più contenuto tasso di difficoltà come “Maxon”: non si registrano sbavature evidenti e questo, in un certo senso, basta. Con i necessari automatismi easy listening oliati a dovere per l’occasione, i due interpreti si mostrano a proprio agio alle prese con tutti gli strumenti, schietti e accurati come da repertorio, quasi si fossero affidati a un pilota automatico che non può fallire, ma che nemmeno può evitare quell’impressione di pulizia leziosa e scolastica, di tanto in tanto. Si trovano molto bene, Matthew e Juliana, ostentando da professionisti navigati quali sono la sicurezza di una coppia d’arte ormai rodatissima.
Se l’intesa riesce credibile, buona parte del merito va attribuita a Caws, che suona in maniera del tutto funzionale al servizio della collega e solo di rado si ritaglia un ruolo di primo piano a livello vocale. Capita ad esempio in “Far From The Roses”, prova d’intimismo spudorato e vincente sulla falsariga di quelle sfoderate ai tempi d’oro, che ha quindi gioco facile nei confronti degli ascoltatori non particolarmente esigenti. I Nada Surf più pacati e riflessivi tornano spesso a essere evocati in passaggi di quieta atmosfera che solleticano il loro pubblico senza mostrarsi invadenti. Ancora una volta, il risultato può essere così archiviato come una pagina di sobria gratificazione, anche preziosa nel rispecchiare fedelmente l’attuale stato dell’arte dei due protagonisti in campo, invecchiati entrambi, ma in maniera più che dignitosa. Se nei ricami acustici il chitarrista si adopera come un elegante seduttore, la sua partner in musica si offre sensuale e misurata come nei duetti spesi in passato con Evan Dando.

ns_220x270_ma_iiUn nome, quest’ultimo, che tiriamo in ballo una volta di più e non a caso: l’eco del frontman dei Lemonheads si avverte a più riprese con prepotenza – come nel finale, dove un’ottima Juliana sembra davvero alle prese con una cover estatica dell’ex-boyfriend (quando si tratta in realtà di una semplice reprise di “June 6th” dal suo “Wild Animals”) – al punto che il cantante di Philadelphia può essere legittimamente considerato il convitato di pietra di questo Get There (e di quasi tutta la produzione firmata dalla Hatfield prima di oggi).
Il disco d’esordio dei Minor Alps ha insomma tutte le caratteristiche del prodotto garbato e confortevole, che non entusiasma ma nemmeno dispiace. Ne è una buona sintesi il modo in cui i timbri dei due protagonisti si sovrappongono di continuo, riuscendo di fatto indistinguibili: una fusione tanto mirabile quanto, a lungo andare, persino limitante. I diversivi, grazie al cielo, non mancano. “Radio Static”, per dire, ha appena una sottile velatura d’inquietudine in più che può farla passare per una versione alla camomilla (ma non malvagia) degli ultimi Raveonettes; per non parlare dell’episodio più rumoroso e pestone della raccolta (“Mixed Feelings”), divertente e superficiale anche se non troppo distante dalla norma dozzinale di The Stars Are Indifferent To Astronomy, eppure perfetto per regalare un po’ di pepe all’album e spezzarne il ritmo. 
La palma per il pezzo più emblematico se la aggiudica tuttavia la morbida “Waiting For You”, con la sua bellezza ineccepibile quanto volatile. Questa armonia fragile e sfuggente è lo scotto che devono pagare due professionisti come Matthew e Juliana, da sempre più che piacevoli nel loro mestiere ma quasi mai davvero memorabili.

Bravi come pochi a raschiare il fondo del proprio barile, già nel 2014 riecco a sorpresa i Nada Surf.
Novità succose sul loro conto non ce ne sono, a parte l’ingresso in pianta stabile in formazione dell’ex-Guided By Voices Doug Gillard, già ospite prezioso nell’album precedente. Per tornare a far parlare di sé, anche marginalmente, quale occasione migliore allora che licenziare una raccolta di B-side delle più recenti produzioni, pur con un titolo che non brilla proprio per slanci di fantasia? E’ la seconda volta che i tre (ora quattro) newyorkesi fanno leva su operazioni di questo tipo, avendo già radunato le gemme nascoste della prima fetta di carriera nell’opaco North 6th Street, anno 1999. Beh, al di là delle inevitabili implicazioni da assortimento raffazzonato, tocca riconoscere che questo B-Sides non si presenta nient’affatto male. Nel solco di un compromesso tra espansività e intimismo che tende ormai al proverbiale, il biglietto da visita “Neither Heaven Nor Space”, assente nell’edizione europea di Let Go, è scintillante. A parte questo episodio sugli scudi – lato B di “The Way You Wear Your Head” – non si segnalano outtake memorabili, ma si apprezza comunque una collezione di carezze ancora non inquinata dalla deriva manierista del più recente passaggio. Morbidi, evocativi, occasionalmente movimentati da tiepide astrazioni spacey, i Nada Surf si fanno benvolere anche in numeri minori, in virtù di quella loro risaputa affabilità, quel tono confidenziale e amichevole che ha sempre preservato la loro proposta da inflessioni troppo pretenziose.

ns_220x270_xviIn “Au Fond du Rêve Doré” e “Je t'attendais” si riaffaccia il Caws dei tempi del Lycée Français di New York, quello languido e tutto sommato convincente già incontrato proprio nel disco della consacrazione e in una cover dell’amica Coralie Clément. Nulla di trascendentale, ma in una raccolta dal profilo sostanzialmente basso come questa, anche tenui ballate al calor bianco (sulla falsariga delle ultime pubblicate dal frontman assieme alla Hatfield nel progetto Minor Alps) e divertissement indie-pop fanno brodo, fini e per nulla impegnativi. Un po’ come la versione originale di “Concrete Bed” che trova qui una sua collocazione coerente, ben sposandosi al clima di quiete radiosa della collezione. Si mostra tranquillo, delicato e ancora abbastanza a fuoco il quartetto, anche se l’impronta più rumorosa e scapestrata, a dirla tutta, fa sentire la sua mancanza. Non bastano a spezzare l’inerzia un brano appena più marezzato come “I Wanna Take You Home”, diligente ma incapace di sottrarsi alla piega scolastica delle ultime cose del gruppo, né una più agguerrita “Everyone's On Tour”, che conferma a grandi linee, se non altro, le credenziali della compagine statunitense quando decide di mostrare quel po’ di muscoli e nervi.
Completa il quadro una serie di garbatissime versioni acustiche di titoli relativamente recenti: funzionano quando è buono l’originale (“Whose Autority”, ad esempio), esaltando la limpidezza di songwriting e interpretazione, ma curiosamente non sfigurano anche quando rivisitano pezzi tutt’altro che indimenticabili (“Waiting For Something” e “The Future”, due dei cinque recuperi dal “Dulcitone Files Ep” del 2012), complice il prodigioso controllo sfoderato dal cantante e chitarrista.

Certo, si tratta pur sempre di materiale di recupero, gradevole ma inevitabilmente prescindibile. La coesione espressiva ed emotiva rivelata nell’assemblaggio legittima tuttavia (tra blande gratificazioni e qualche sbadiglio non pregiudicante) questa sua seconda opportunità e va considerato il vero valore aggiunto dell’antologia, sebbene nulla di importante sia stato aggiunto a quanto già detto in precedenza da questi veterani dell’alt-rock per cuori teneri.

E' forse eccessiva professione di ottimismo l’auspicare un ritorno dei Nada Surf ad alti livelli ma, si sa, sperare non costa nulla. C’è, è vero, quel precedente confortante della vecchia raccolta di scarti North 6th Street, cui aveva fatto seguito il capolavoro Let Go. Ma stiamo parlando di una vita fa e non si può ignorare che, prima della recente collezione di B-sides, i Nostri hanno affollato il loro catalogo con almeno una terna di uscite non esattamente indimenticabili. Assodato che i miracoli si addicono più ai santi che alle band alternative, possiamo certificare che quello di You Know Who You Are è comunque un discreto ritorno. Le esasperazioni sono bandite al pari delle discontinuità ma il disco, pianeggiante e aromatico, supera comunque con una certa agilità i risultati tiepidini delle ultime prove. Merito, in particolare, di un Matthew Caws che ha imparato a rendere redditizi i minimi scarti emozionali che queste nuove canzoni dispensano, seppur con parsimonia. Così l’album si fa benvolere poco alla volta, con gentilezza, senza promettere la luna.

 

ns_220x270_xviiDa un lato l’intonazione eterea delle parti cantate, con qualche falsetto malandrino (e i rinforzi corali degli ospiti Ken Stringfellow e Dan Wilson dei Semisonic); dall’altra segnali perentori sul versante ritmico e la barra del volume che torna ad alzarsi, quasi a richiamare i giorni leonini di tre lustri fa. Così si presentano i redivivi Nada Surf, in quella che non è altro che una nuova celebrazione della nostalgia senza rimpianti e di un ottimismo bonario ma sincero (la chiusa di “Victory’s Yours” parla fin troppo chiaro). “Believe You’re Mine” ce li mostra ancora più misurati del solito, bravissimi a non forzare, mentre il quieto arpeggio jangle-pop riporta curiosamente ai remoti trascorsi dell’incarnazione giovanile Cost Of Living. Al netto dell’indubbia discrepanza vocale, “Animal” potrebbe invece sembrare una canzone degli ultimi Rem o dei Decemberists di “The King Is Dead”: stesse luminose fragranze Paisley Underground, stesso respiro ampio, identico gradevole senso di appagamento. Il passo è quello ben calibrato dei mezzofondisti, che non bruciano la loro prova in scatti eclatanti ma puntano ad arrivare al meglio in fondo, attenti alle tempistiche e alla regolarità dello sforzo. Meglio così, in fin dei conti, di quando si credevano ancora dei velocisti ma apparivano scoppiati. Indossato il medesimo garbo di tutte le ultime produzioni, questa volta il rifugio nella semplicità di scrittura e arrangiamenti torna a dare i suoi frutti, assieme a una parvenza di freschezza che non stona affatto. Nulla di stratosferico, intendiamoci, i trascorsi scintillanti dell’album del 2002 restano un lontano ricordo, ma se non altro l’olezzo di maniera che nelle loro prove in studio cominciava a indisporre è stato ricacciato fuori.

“New Bird” porta quel po’ di movimento in più, riavvicinando ancora una volta ai Lemonheads degli anni belli come se l’esperienza recente con la Hatfield avesse influenzato il frontman per osmosi (di un’osmosi precedente, oltretutto). Tendenza poi ribadita da “Out Of The Dark”, che ha in più due chitarre brillanti e la vivacità della tromba calorosa del Calexico Martin Wenk. L’eccezione che conferma la regola è l’incalzante title track, un assettato punk-pop che sa di tributo dovuto agli aficionados e nemmeno dispiace. In questa infilata di ballad rotonde e al calor bianco (che riporta alla memoria la rassegna di “Songs From Northern Britain” dei Teenage Fanclub) nessuna canzone è indimenticabile, e nessuna canzone è brutta o irrimediabilmente banale. La produzione poi – affidata ai fedelissimi Chris Shaw, John Goodmanson, Tom Beaujour e John Agnello, e pur priva di slanci o marchiani artifici di forma – è tra le più ordinate e pulite della carriera. Scrivere di “disco della maturità” può suonare allora una forzatura? Chiarito che non si intende vincolare la definizione con connotazioni di natura qualitativa, forse no, la conclusione calza: You Know Who You Are è un’opera adulta, gioviale, che parla di rasserenamenti e pacificazione, di traguardi raggiunti nonostante le comuni difficoltà, di disincanto non bilioso.

 

Il risultato è piacevole grazie all’energica prestazione di un quartetto che pare aver ritrovato fiato e tonicità muscolare, oltre alla naturalezza nel comunicare, emozionare ed emozionarsi. Per il resto, senza voler pesare sul giudizio con intendimenti negativi, ha senso parlare di ordinaria amministrazione, di compito a casa non particolarmente proibitivo ma svolto comunque in modo egregio.
Per ascoltare i Nada Surf in azione con qualcosa di più entusiasmante basta tirare fuori i vecchi album dallo scaffare. O cercarseli in streaming in rete, se non si fa parte della vecchia guardia.

Contributo di Francesco Giordani ("If I Had A Hi-Fi")

Nada Surf

Le stelle indifferenti

di Stefano Ferreri

Perfetta incarnazione del motto wahroliano sui 15 minuti di celebrità e ottimo esempio di band passata dal successo alla nicchia in tempi da record, sopravvivendo più che dignitosamente a questa pazza altalena nel mercato discografico: spesso liquidati come one-hit wonder, i Nada Surf restano una delle band fondamentali dell'indie-rock in trasformazione di fine anni 90
Nada Surf
Discografia
  THE COST OF LIVING 
   
 Day Of Some Lord (Don't Get All Heavy.., 1986)  7
Comic Book Page (Don't Get All Heavy.., 1989) 7,5
   
 NADA SURF 
   
 Karmic Ep (No. 6 Records, 1996)6
 High/Low (Elektra, 1996) 6,5
The Proximity Effect (Elektra/MarDev, 1998)  7
 North 6th Street (Noneties, 1999) 4,5
Let Go (Barsuk, 2002)  8
 The Weight Is A Gift (Barsuk, 2005) 6,5
 Lucky (Barsuk, 2008) 6,5
 If I Had A Hi-Fi (MarDev, 2010) 5,5
 The Stars Are Indifferent To Astronomy (Barsuk, 2012) 5,5
 B-sides (Barsuk, 2014) 6
 You Know Who You Are (City Slang, 2016)6,5
   
 MINOR ALPS 
   
 Get There (Barsuk, 2013) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

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(video, da High/Low, 1996)

Treehouse
(video, da  High/Low, 1996)

80 Windows
(video, da  The Proximity Effect, 1998)

Firecracker
(video, da  The Proximity Effect, 1998)

The Way You Wear Your Head
(video, da Let Go, 2002)

Inside Of Love
(video, daLet Go, 2002)

Hi-Speed Soul
(video, daLet Go, 2002)

Blonde On Blonde
(video, daLet Go, 2002)

Blizzard Of '77
(live, daLet Go, 2002)

Blankest Year
(video, da The Weight Is A Gift, 2005)

Always Love
(video, da The Weight Is A Gift, 2005)

I Like What You Say
(video, da Lucky, 2008)

Whose Authority
(video, da Lucky, 2008)

See These Bones
(video, da Lucky, 2008)

Weightless
(video, da Lucky, 2008)

Enjoy The Silence
(video, da If I Had A Hi-Fi, 2010)

Electrocution
(video, da If I Had A Hi-Fi, 2010)

Waiting For Something
(video, da The Stars Are Indifferent To Astronomy, 2012)

When I Was Young
(video, da The Stars Are Indifferent To Astronomy, 2012)

Jules And Jim
(video, da The Stars Are Indifferent To Astronomy, 2012)

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(2010 - Mardev)
Il trio newyorchese ritorna con una raccolta di cover

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(2008 - City Slang/ V2)
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