National

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Sad Songs For Dark Times

di Simone Coacci

I National sono una delle band più atipiche e insieme più significative del decennio che si è appena concluso. Brillanti e mondani, ma al contempo trasandati e crepuscolari, con uno spiccato senso dell'ironia. Partiti da un canonico indie-rock con venature roots per approdare da una parte in territori "di confine" (il revival post-punk, le sfumature dark e noir all'europea, il minimalismo da camera), dall'altra al recupero del pop più nobile. Alla ricerca, di quella "perfect song" dichiarata fin dai loro primi intenti

I National sono una delle band più atipiche e insieme più significative del decennio che si è appena concluso. Semi-professionisti arrivati al successo non proprio giovanissimi e per questo abbastanza maturi e intelligenti da serbare un atteggiamento accorto e defilato nei confronti della popolarità (anche nel caso di quella indie e pseudo-tale). Sempre coccolati dalla critica ma solo recentemente (dopo l'affermazione di Boxer nel 2007) rivelatisi a una platea internazionale. Attenti a non prendersi mai troppo sul serio. Senza inalberare pose da poeti metropolitani. Mantenendo l'hype a una distanza di sicurezza. Midnight Bohemians. Dei romantici provinciali a New York, ché sebbene Cincinnati, loro città natale, abbia più di 300.000 abitanti, al cospetto della Grande Mela un po' tutto il resto del mondo è provincia. Brillanti e mondani ma al contempo trasandati e crepuscolari. Intellettuali della musica con uno spiccato senso dell'understatement e dell'ironia.

Musicalmente il gruppo di Matt Berninger e dei fratelli Dessner e Devendorf (ma anche, e nemmeno poco, di Padma Newsome) dà (in un certo senso) la misura di quella che è stata l'evoluzione del "vecchio" rock alternativo americano (e di quello newyorkese, in particolare) nel nuovo millennio: partiti da un canonico indie-rock con venature roots di stampo urbano, per approdare da una parte in territori "di confine" (il revival post-punk, le sfumature dark e noir all'europea, il minimalismo da camera), dall'altra al recupero di una forma più nostalgica e accorata di canzone pop, nel senso più alto del termine, di una più artigianale estroversione melodica. Entrambe perturbate dal di dentro e sottilmente slittate fuori contesto. Alla ricerca, album dopo album, di quella "perfect song" dichiarata negli intenti in uno dei loro primi pezzi. E arrivandoci maledettamente vicino. Conseguendo negli anni uno status di piccolo ensemble cantautorale paragonabile, con le dovute proporzioni e tenuto conto delle diverse ascendenze, a quello dei Bad Seeds nel decennio precedente.

Caratterizzante in tal senso la figura carismatica di Berninger - cantante che in certe inflessioni può ricordare il Nick Cave più intimista e assorto, per come fa del distacco baritonale e dell'emotività melodica il suo tratto distintivo - autore di testi intelligenti e ricercati, in bilico fra impressionismo lirico, introspezione ironica e chiosa sociale, che lo elevano fra i cantori più originali della precarietà esistenziale post 9/11. Dal 1999 al 2009, dagli ultimi e poco gloriosi giorni della presidenza Clinton alle speranze riaccese dalla profezia di un "Mr November", Barack Obama, col compito improbo di chi deve voltare una delle pagine meno edificanti della storia "nazionale". Una "storia d'appartamento", spiata dalle tendine di una camera da letto, indagata attraverso i piccoli grandi incidenti quotidiani, in quella sfera privata che è l'unica salvezza per chi cerca rifugio dalla pubblica follia del proprio tempo.

American Mary: l'amore al tempo di Ground Zero


NationalNew York è il luogo dove nascondersi, smarrire o scoprire se stessi. Non sono parole mie ma di Truman Capote. E uno che appena maggiorenne abbandona le cime di granturco di Monroeville per quelle dei grattacieli di Manhattan, sa bene di cosa sta parlando. Anche la storia dei National comincia con un trasferimento a New York. Anche se di certo meno traumatico. Dalla contea di Hamilton a quella di Brooklyn. Dal fiume Ohio all'East River. Matt Berninger, i gemelli Aaron (polistrumentista: basso, chitarra, piano, batteria) e Bryce Dessner (chitarrista) e i fratelli Scott (basso e chitarra) e Bryan Devendorf (batteria), tutti sui venticinque e qualcosa, tutti cognomi originari del centro-Europa, sono cinque ragazzi di Cincinnati, che a cavallo del nuovo millennio, si ritrovano, per vie traverse, nella città che non dorme mai. Chi per motivi di studio, come Bryce che frequenta la Yale School Of Music e può già vantare un curriculum ragguardevole (la rock-band Project Nim col fratello Aaron nella seconda metà dei 90, la collaborazione con i Bang On a Can All-Starr, che lo mette in contatto con i grandi nomi della scuola minimalista - da Philip Glass, a Terry Riley, a Steve Reich - la militanza parallela nei Clogs con Padma Newsome, figura chiave per la crescita artistica della band, come vedremo poi), chi per lavoro come Matt, operatore di una qualche compagnia coinvolta nel boom del "dot-com", chi per altro.

I loro destini s'incrociano, saldandosi definitivamente tra la fine del '99 e l'inizio del 2000. Quando cominciano a vedersi tutti i giorni dopo il lavoro e nei week-end per scrivere e provare dei pezzi che poi registrano su un comune quattro piste. All'inizio è poco più che un passatempo tra amici, vecchi compaesani che vogliono restare in contatto per non essere inghiottiti nell'anonimato della metropoli ("una fiera di pazzi" come la definiva vent'anni prima un altro provinciale: Bruce Springsteen del Jersey). Ma l'amicizia virile c'entra fino a un certo punto: i cinque sono anche ottimi musicisti di diversa estrazione le cui qualità sembrano fondersi con disinvoltura in un sound che di giorno in giorno, di prova in prova, comincia a rivelare le sue potenzialità. Si sente, insomma, che c'è qualcosa di speciale in quello che fanno, che è scattata la scintilla, e i Dessner, più esperti, sono i primi ad accorgersene. Tanto da esporsi, anche economicamente, in proprio con la creazione di un'etichetta di famiglia, la Brassland Records (in società con il critico e giornalista Alec Hanley Bemis), nata essenzialmente con lo scopo di pubblicare, in totale serenità e indipendenza, i debutti paralleli di National e Clogs.

La data chiave è il 2001. L'omonimo disco di debutto dei National esce il 30 ottobre. A poco più di un mese dagli attentati alle Torri Gemelle. In piena fobia da carbonchio e antrace. Con l'operazione "Enduring Freedom" e Bill Gates che presenta il nuovo sistema operativo Xp a rassicurare il vacillante patriottismo dell'americano medio. Nella stessa settimana in cui musicisti da tutta l'Unione donano l'intero ricavato dei loro concerti ai familiari delle vittime dell'11 settembre.
The National è l'istantanea che fotografa un gruppo molto promettente, essenziale negli arrangiamenti, abile nella scrittura, con idee già abbastanza chiare anche se ferme a uno stadio iniziale di sviluppo (la produzione, incolore e rigorosamente autarchica, penalizza in parte la piena riuscita del materiale).

L'impianto è scarno e prevalentemente acustico (con voce, chitarre e piano, in evidenza), sospeso fra indie-rock anni 90 e alt-country urbano, modernista, con rimandi piuttosto marcati a gruppi come Wilco e Uncle Tupelo e ai classici del cantautorato rock americano metabolizzati in un'interpretazione personale quanto basta. Rispetto ai dischi che sanciranno la loro ascesa musicale, si avverte però che manca ancora qualcosa: le canzoni sono concise e un po'contratte, modellate sul calco induttivo dei generi, prive di quel respiro orchestrale e di quella carica ritmica (i Devendorf, specialmente Bryan alla batteria: piano, ripetitivo, sfumato) che in seguito diventeranno veri e propri punti di forza del loro sound.

Il quadro compositivo risulta, a uno sguardo d'insieme, tutt'altro che sgradevole: l'opener "Beautiful Head" ha un passo quasi twee emendato in perfetto idioma americano, "Cold Girl Fever" e "Anna Freud", fra le melodie più riuscite del lotto, sono ballate romantiche e metronomiche, in "The Perfect Song" e "John's Star" affiorano, in nuce, asciutte potenzialità elettriche e distorsive (ottimo, come un po' in tutto l'album, il lavoro alle chitarre dei Dessner) accompagnate da (a)tonalità noir alla Tindersticks (specie nel cantato di Berninger), mentre "Watching You Well" e "Bitters & Absolut" presidiano il versante più country oriented. Altrove si guarda al passato, ma con un occhio più sfuggente che nostalgico: il ritmo ossessivo/percussivo post-velvettiano e il tono reediano di "Son", la nashvilliana "American Mary", i Creedence sempre con Lou Reed al microfono di "Pay For Me", l'epica younghiana di "The Theory Of The Crows". Più defilata, quasi fuori fuoco "29 Years" (il cui testo diventerà poi "Slow Show" in Boxer), incisione sporca e in bassa fedeltà che si accoda al filone degli Oldham, dei Molina e dei Joyner.

Un altro punto a favore degli esordienti lo segnano i testi, che rivelano già, fra le righe, il talento descrittivo di Berninger: piccoli schizzi d'intimità, memorie crepuscolari che trascendono la loro naturale cornice domestica per disegnare, attraverso il senso di smarrimento/fallimento sentimentale dei suoi protagonisti, un quadro dolente e ironico dell'America contemporanea che come la protagonista di "Beautiful Head" sembra essere cambiata da un giorno all'altro, diventando vuota e menefreghista, "alzando gli standard" della sicurezza a scapito di quelli della felicità e della libertà; altri temi che poi diverranno ricorrenti: l'innocenza/incoscienza perduta e il rimpianto dell'adolescenza in "The Perfect Song" e "29 Years"; la storia di una ragazza di provincia che rinnega se stessa per conquistare lo scettro del "fake empire" di là a venire, come fa la reginetta di bellezza di "Anna Freud"; l'infanzia segnata da una famiglia allo sfascio in "Son".

Sad Songs For Dirty Lovers


Nonostante il gruppo fosse virtualmente sconosciuto, non avendo di fatto mai suonato dal vivo prima dell'uscita del disco, The National ottiene buoni consensi da parte della critica e un discreto seguito presso il pubblico. Assicurando alla band uno zoccolo duro di appassionati, localizzato principalmente fra l'Ohio e l'area di New York. Nei due anni successivi, pur conservando la loro ragione semi-professionale (l'attività di musicisti rimane, per alcuni di loro, una seconda e saltuaria occupazione), i National lavorano al secondo album, sempre autoprodotto su Brassland, potendo contare su un budget più cospicuo e sull'innesto di due collaboratori che nel tempo diverranno inamovibili, rivelandosi un ideale complemento della formazione originale.

Il primo, come anticipato in precedenza, è Padma Newsome. Australiano, classe 1961, già violinista nell'orchestra sinfonica di Sydney e musicista girovago (a un certo punto molla baracca e burattini e parte per un viaggio alla ricerca di se stesso che dura quasi sei anni e lo condurrà fino a un ashram del New South Wales!), arrangiatore e compositore di stile neo-classico e minimalista volto al recupero della musica tradizionale. È lui, l'uomo dal braccio d'oro, il musicista giusto per portare a compimento le intuizioni armoniche dei Dessner, condurli fuori dalle secche di certi canoni indie e conferire spessore e originalità al sound della band. Il secondo è Peter Katis giovane ingegnere del suono e produttore indipendente (con la sua Tarquin Records) della scena newyorkese che ha già all'attivo la co-produzione del debutto degli Interpol (a cui i National verranno talvolta paragonati specie per Boxer) "Turn On The Bright Lights", uno dei dischi più acclamati del decennio, e il lavoro con gli Oneida in "Each One, Teach One".

È anche grazie al loro contributo, unito a una crescita esponenziale sotto tutti i punti di vista, che il gruppo può fare veramente la differenza su Sad Songs For Dirty Lovers. In questo secondo album - quasi perfetto fin dal titolo: vera e propria epitome della loro poetica musicale - i semi piantati al debutto fioriscono in modo rigoglioso, armonizzandosi in una più complessa e variegata flora sonica. I progressi sono evidenti in primo luogo sul piano della scrittura, decisamente più raffinata, matura e personale, plasmando in maniera circonfusa i limiti della canzone senza perdere l'innata fragranza melodica. Così pure negli arrangiamenti, caratterizzati da una ricchezza strumentale da ensemble pop/rock e da una spiccata propensione atmosferica. Maggiore è anche la varietà di generi e stili accostati: sul basale retroterra alt-country si stagliano via via più nitidamente sfaccettature post-punk, punk'n'roll melodico, slo-core, pop da camera e perfino tracce di puntilismo elettronico. Migliora (e non poco) anche la qualità della produzione: tersa, aderente, brillante, flessuosa. Fulcro cinetico di questa piccola metamorfosi è la sezione ritmica (capitanata dallo straordinario batterista Bryan Devendorf) quasi irriconoscibile rispetto al disco precedente: vigorosa eppure agile, versatile ma puntuale, camaleontica per come sa alternativamente tratteggiare contrasti in sottofondo, sospendersi in modo soffice ed elegante o prodursi in repentini crescendo sincopati.

La forza espressiva acquisita dai "nuovi" National si rivela in tutta la sua efficacia fin dalla doppietta in apertura: "Cardinal Song" - il cotè più tenero, soffuso, malinconico (il testo: una sorta di ironico breviario del perfetto seduttore che, alla resa, sfocia nell'amarezza e nella solitudine), la "sad song" che ricorda più da vicino gli ultimi Red House Painters - la ritmica felpata, il soffice interplay elettro-acustico delle due chitarre (il tone onirico dell'elettrica, le pennate crepitanti dell'acustica) e poi il cambio netto in coda, boudoir per sola voce, acustica e violino; "Slipping Husband" - l'altra faccia: aspramente rurale, escrudescente, post-punk - andatura sferzata, chitarre al galoppo, vimini di fingerpicking, tintinii di vibrafono e cori femminili nel ritornello per descrivere in pochi versi la figura di un padre assente e alcolizzato, l'ingresso traumatico nell'età adulta di un giovane di belle speranze, portata fino all'esasperazione da Berninger su toni quasi screamo ("Dear we better get a drink in you/ before you start to bore us").

In assonanza, con la prima: "90 Mile Waterfront", spartita in due da un lancinante assolo di violino di Newsome; "It Never Happened", base alt-country, melodia morbida e sardonica, una delle più memorabili, poi, verso metà del pezzo, dissolvenza incrociata e cambio di scena: solo chitarra e batteria per una digressione strumentale insistita e screziata che rimanda quasi ai Sonic Youth del decennio precedente; il pop-noir da camera di "Thirsty": batteria leggera e increspata di controtempi, piano che entra sul quarto, ricami di tastiere vintage, violino e un crescendo finale quasi da gospel "fuori orario". In dissonanza, con la seconda: le movenze acide e abrasive di "Murder Me Rachael" veloce, incalzante, percussiva, e il dark-punk di "Avaliable", con le chitarre che duellano e si sovrappongono, la bruma di fuzz, il basso cavo e vitreo, per la disperata allegoria di due amanti mercenari che si consumano a vicenda.

Poi un singolare trittico di contaminazioni che potremmo definire "countroniche": l'agrodolce "Sugar Wife" (ritmica electro e fiati ovattati), "Trophy Wife" (vivace satira anti-borghese sullo stile de "Il Laureato") e, la più riuscita, "Patterns Of Fairytale" col picking educato, i loop onirici e vocalità fra Cohen e i Tindersticks riverberata nel finale dal controcanto femminile. Unica concessione all'epica cantautorale americana più classica: la torch song finale, "Lucky You", riscattata comunque da tocchi raffinati e personali (il break dopo il secondo ritornello).

Albino Alligator


NationalOsannato dagli osservatori più attenti della nuova scuola indie (Pitchfork, ad esempio, lo inserì fra i migliori dischi dell'anno con la votazione di 8.6), Sad Songs consolida la fama di culto dei National negli Usa e dà loro, finalmente, l'opportunità di "giocare coi professionisti" (parafrasando il titolo di una delle canzoni del venturo Boxer): nel 2004 lasciano la Brassland (che continuerà indipendentemente la sua attività producendo altri gruppi affiliati) e firmano con la Beggars Banquet, una delle maggiori realtà della discografia alternativa mondiale.

A sancire questo commiato, nello stesso anno il gruppo rilascia l'Ep intitolato Cherry Tree, ultimo atto con l'etichetta "di famiglia". L'uscita è comunque poco indicativa. Pur non trattandosi di scarti o di bozzetti tirati via, infatti, i pezzi hanno mediamente poco a che vedere con la direzione intrapresa dal gruppo e difficilmente avrebbero potuto adire agli standard del nuovo album. A parte una versione dal vivo "Murder Me Rachael" e una "All The Wine" che tornerà buona in futuro, il brano più interessante è senza alcun dubbio la title track: che parte come un pezzo alla Cohen per picking e voce, cui poco a poco s'aggiungono il piano jazzato e la batteria in sordina, poi il violino tagliente e klezmer di Newsome che intrecciano e s'arroventano fino a scatenarsi in una coda centrifuga e vorticosa. Il resto sono gradevoli pennellate acustiche come "Wasp Nest", o le più cupe "All Dolled-Up In Straps" e "I Don't Mind" (la cosa più vicina a Oldham che il gruppo abbia mai scritto).

Il primo lavoro per la Beggars, invece, esce nel 2005 e s'intitola Alligator. Lungi dal lasciarsi distrarre o intimidire da pressioni esterne in qualche modo legate alla sua nuova situazione contrattuale, la band si mette al lavoro riconfermando in toto la squadra che così bene aveva figurato su Sad Songs (Katis, Newsome, ma anche Nick Lloyd, organista, tastierista e collaboratore fin dagli esordi) e allargando l'informale ensemble ad altri strumentisti.
Sul piano stilistico Alligator è la più che degna prosecuzione del discorso avviato dal suo predecessore: elementi che si richiamano al "nuovo" post-punk degli anni Zero in progressiva e convergenza con l'elegante cantautorato classico e minimalista a cui la band ha sempre aspirato. Mix irresistibile di ritmiche marziali e sincopate, tambureggianti, e di ariose, ma mai stucchevoli, aperture melodiche e cameristiche. Mentre questi aspetti assumono via via una maggiore centralità nel suono di Alligator, si riduce sensibilmente la componente ascrivibile all'alt-rock/alt-country degli anni 90.

In apparenza "leggero", omogeneo, controllato, meno debordante, il terzo full length del quintetto di stanza a Brooklyn è, quanto a songwriting, il più popular e immediato realizzato dalla band fino a quel momento. Come se la varietà e le variazioni del precedente fossero state compresse e cesellate in un formato asciutto e simmetrico. Di grande impatto e singolare efficacia.

Con la sua batteria scandita e contrastata e il lavorio delle chitarre fibrillanti, "Secret Meeting" ci offre, in apertura, un perfetto esempio di questo nuovo baricentro pop-wave cantautorale. Mentre "Karen" - sghembo incedere pianistico, malinconica nuance d'archi, la voce, un lamento basso e sconsolato - contiene uno dei loro incisi più disinvolti e contagiosi di sempre. A suo modo geniale e tremendamente orecchiabile anche "Looking For Astronauts" , una sorta di wave'a'billy semi-acustico. Nevrili lacerti folk-wave che assumono una chiara tonalità coheniana in "Baby We'll Be Fine" e una spudorata licenza onirica e ballabile in "Friend Of Mine", con le sue impercettibili sfumature electro. Mentre sul versante più classicista si segnalano la trenodia di "Val Jester", la ballata crepuscolare e metronomica "Daughters Of Soho Riots", il minuetto da camera di "City Middle" col suo sommesso mormorio corale che cresce nella seconda parte. Un persistente richiamo alle origini traspare, invece, dai pezzi più duri e chitarristici: il rock'n'roll istintivo di "Lit Up", l'hardcore melodico degli Husker Du cantato come farebbe Nick Cave in "Abel", il folk-punk sincopato dell'ottima "Mr November".
 
Nei testi, si rafforza ulteriormente il sottotesto che lega privato e pubblico, lirico e politico, in una serie di allegoriche specularità fra le tormentate vicende sentimentali dei protagonisti e il triste crepuscolo del sogno americano all'alba del secondo mandato di George W. Bush: la tenera e tragicomica storia d'amore fra un uomo di mezz'età e una giovane spogliarellista in "Karen" riflette il senso di sbandamento emotivo di un intera nazione ("Well, whatever you do/ Listen, you better wait for me/ No, I wouldn't go out alone into America"), l'ex-yuppie in disarmo notturno di "Baby We'll Be Fine", gli eroi della nuova frontiera, della conquista dello spazio che non ci sono più ed è inutile cercarli ("Looking For Astronauts"), fino alla caustica "Mr November", in parte ispirata alla sconfitta di John Kerry nel novembre del 2004, esplicita critica all'apatia e alla rassegnazione dell'elettorato, all'incapacità dell'America di preservare, in questo inizio di millennio, i valori libertari e democratici su cui è stata costruita.

Waitin' for Cinderella Man, ovvero, Boxer


Alligator ottiene un duplice risultato: fare centro sia nel cuore della critica (che, salvo poche eccezioni, ribadisce ed estende le belle parole già spese per Sad Songs) che del pubblico (70.000 copie vendute sul mercato indie in tempi di file-sharing et similia sono, per certi versi, un piccolo miracolo). Il gruppo è ormai una realtà di primo piano della musica alternativa. E, grazie al sostegno della Beggars, possono permettersi di affrontare il loro primo vero tour americano da headliner con i Clap Your Hand And Say Yeah (la "big thing" dell'a.d. 2005: fra l'altro una delle prime band divenute famose, prim'ancora di pubblicare un solo singolo, grazie ai pezzi in condivisione su Myspace. Caso emblematico di quanto i meccanismi dell'offerta musicale siano mutati nell'arco dell'ultimo decennio) come spalla. La definitiva consacrazione è dietro l'angolo e arriverà con l'album successivo pubblicato, in ossequio alla solita cadenza biennale, nel 2007.

Boxer è il punto più alto e l'ideale compimento della trilogia inaugurata da Sad Songs. Quasi la summa e il nul plus ultra delle caratteristiche più originali messe in luce nel corso della loro maturazione sonica. I legami fra la componente neo-wave (sempre più venata di dark e meno di punk/indie-rock), quella  ascrivibile al minimalismo classico (sempre più elaborato, stratificato) e il songwriting di scuola folk/country (completamente traslato, filtrato rispetto alle origini) si rinserrano in modo focale fino a diventare complementari e inscindibili nella maggior parte dei pezzi. L'architettura dell'opera rimanda, per molti versi, a quella di Alligator. Ma i suoni e le atmosfere sono sensibilmente più urbane, elettriche, cupe, nervose, oppressive. E la qualità dei pezzi rasenta, mediamente, l' eccellenza. Dai brani più tirati e angolari come "Mistaken For Strangers" (forse la cosa più vicina ai Joy Division che il gruppo abbia mai inciso) e "Apartment Story" (perturbante e melodica in egual misura), al pop sofisticato e orchestrale di "Racing Like Pro", "Ada" e "Gospel", impreziosite dall'apporto soffuso e avvolgente della sezione di fiati (e di Sufjan Stevens al piano); passando per l'ouverture classica e la ritmica tagliente di "Squalor Victoria", il lied post-moderno tutto in levare di "Fake Empire" (uno dei loro brani simbolo), la base alla Cure e il cantato brunito e carezzevole di "Brainy". Con le più cantautorali "Green Gloves", "Start A War" e soprattutto "Slow Show" (glaciale e vetroso sottofondo d'archi sul tipico giro di chitarra di derivazione country) e la darkeggiante "Guest Room" a incorniciare un disco praticamente senza punti deboli.

A livello testuale, Boxer affronta, con più coerenza e spessore che in passato, il tema cardinale della perdita dell'innocenza ("another uninnocent elegant fall/ into the unmagnificent lives of adult"), della fine della giovinezza (i corpi dentro e fuori dai costumi da bagno, dai vestiti, dall'acqua, distesi sull'erba, che portavano i segni dell'erba, che passavano da una stanza all'altra, crescevano negli specchi) e dell'ingresso nel ciclo alienante e vizioso dell'età adulta (la "sala degli ospiti" della canzone omonima) come sintomi di una decadenza politica, morale e civile che sta corrodendo il paese. La mesmerica sazietà del consumismo occidentale ("Fake Empire"), l'amicizia che sbiadisce nel cassetto della memoria ("Green Gloves"), la condanna alla solitudine o quella alla compagnia in un rapporto di coppia che se ne va in malora ("Racing Like A Pro", "Apartment Story", "Ada").

La rivincita di Mr November


Boxer
vende 170mila copie solo negli Stati Uniti. È il classico grande successo indie. Che proietta i National verso una audience più vasta, internazionale. Che gli schiude le porte di Billboard (col numero 68 come picco) e della televisione nazionale (le apparizioni al Letterman Show, il video di "Apartment Story" in rotation nella fascia notturna di Mtv). È un pass per il tour di spalla ai Rem e per i principali Festival americani ed europei (è la prima volta che la band mette piede nel vecchio continente). Ma il gruppo ci va con i piedi di piombo. Non cerca di battere il ferro finché è caldo, d'incanalare il consenso verso una serie d'uscite programmate a tavolino. E quando lo fa è per una giusta causa: come nel luglio del 2008, quando una t-shirt con l'immagine di Barack Obama e le parole sibilline di "Mr November" viene messa in commercio e il ricavato devoluto al fondo elettorale del candidato democratico. Campagna elettorale che sarà scandita dalle note di "Fake Empire", parte integrante della colonna sonora di moltissimi eventi tra cui la Convention Democratica del 28 agosto dello stesso anno. E stavolta, è il 4 novembre 2008, "Mr November won't fuck us over" e ce la fa. E il cerchio si chiude. Nello stesso anno i National pubblicano con la loro vecchia etichetta una raccolta d' inediti, cover e brani registrati dal vivo intitolata The Virginia Ep.
Nel 2009, con il gruppo ormai accasato alla 4D nell'ambito della ristrutturazione del Beggars Group, Aaron e Bryce Dessner curano la ventesima edizione della compilation di beneficenza organizzata dalla Red Hot, "Dark Was The Night".

Divenuti una delle big thing alternative del decennio appena trascorso, i National giungono a un punto focale della loro carriera con High Violet (2010). Il nuovo album rallenta quell'evoluzione nel segno della continuità che aveva caratterizzato la trilogia dei lavori precedenti, cristallizzando il quoziente sonico ottenuto in Boxer e aggiungendovi alcuni additivi che non spostano, comunque, in maniera significativa l'asse musicale perseguito dalla band. Fusione a caldo di post-punk nevrile e sincopato, per quanto ben temperato dalle melodie, e cantautorato che attinge, nei suoni e negli arrangiamenti, al minimalismo da camera caro a gente come Clogs (il gruppo gemello di Bryce Dessner e Padma Newsome). Con quest'ultimo reagente che prende il sopravvento: accompagnamenti (archi, tastiere e fiati) ariosi e stratificati che lasciano in ombra le chitarre, progressioni piene e solenni, linee melodiche più morbide, meno contrastate, dove la voce di Berninger, ossessiva e vellutata, assume un rilievo via via più plastico e (fatto inedito) viene qua e là doppiata da impercettibili rimandi a certa coralità folk-pop di matrice nordamericana.
L'iniziale “Terrible Love” gioca su un suono di chitarra sporco sporco, angolare, percussivo, assale e sovrasta l'armonia acustica e delicata (per chitarra e piano) fino a radicalizzarsi in una sorta di centrifuga distorsiva. Poi, l'equilibrio si sfalda in favore di un approccio più rarefatto, orchestrale con le chitarre in apnea e i controtempi perturbanti in sottofondo: “Sorrow”, la caliginosa, sincopata apatia di “Little Faith”, “Conversation 16”, dove le strie corali, le tastiere e gli archi prendono il sopravvento, la fantasmagoria quasi dark di “Anyone's Ghost”, “Bloodbuzz Ohio” che dall'attacco sembra “Apartment Story” pari pari ma poi cresce più soliloquiante e melò.
Tutto molto curato, anche se manca forse il fattore sorpresa. Tanto che il meglio, stavolta, i National lo riservano quando abbandonano ogni parvenza pop-wave per brani più slo e semi-acustici (con l'eccezione della sfocata e pretenziosa “England”): il folk da camera di “Runaway”, un incrocio di Leonard Cohen e Sufjan Stevens (i pattern di fiati e archi), la superba, ciondolante armonia di “Vanderlyle Crybaby Geeks”.
Un album conservativo, di transizione, che conferma la bontà del songwriting dei National, ma non aggiunge nulla d'imprescindibile a una discografia fin qui senza macchia.

Il successivo Trouble Will Find Me (2013), lungi dal definirsi un passo falso, lascia comunque aperto il dubbio su quanto una band possa cavalcare le proprie soluzioni vincenti prima che queste arrivino a definirsi prevedibili. Esempio lampante è costituito da quelle che nascono come le scelte stilistiche di maggior interesse (synth, drum machine), ma che invece funzionano più come finezze integrative che come indici di volontà di esplorare nuovi orizzonti. Ciò che rimane in primo piano sono costruzioni ritmiche e vocali tanto sintomatiche del gusto dei musicisti quanto veicolanti sensazioni di déjà vu, a cominciare da “Don’t Swallow The Cap”, antipasto messo in rete prima dell’uscita dell’album, da annoverarsi con “Graceless” tra le classiche cavalcate pop-wave in punta di piedi che ormai si potrebbero scrivere nel sonno.
E che sia un po’ di stanchezza quella inizia a trapelare dall’operato dei National lo dimostrano anche le take di Matt Berninger, forse mai così dimesso nel suo ventriloquismo e rinunciatario ad aggredire le canzoni là dove invece se ne sentirebbe il bisogno.
A tal proposito va sottolineata l’azione benefica da parte di compagni di merende (Sufjan StevensSt. Vincent, il sempre presente Richard Reed Parry e una Nona Marie Invie in meritata crescita di status),chiamati a rinverdire le trame e non a caso presenti in molti degli episodi più riusciti, come il pop-anthem “I Should Live In Salt”, il finale a briglia perlomeno allentata, à la “Terrible Love”, di “Sea Of Love” o la spettrale chiusa per archi e voci che suggella splendidamente “This Is The Last Time”.
L'album, pur senza grandi picchi, sa difendersi con refrain efficaci anche quando si ha la sensazione che manchi il centesimo per fare il dollaro (“I got a trouble inside my skin/ I try to keep my skeletons in” in “Slipped”, difficilmente resistibile).
Ancor più attraente risulta poi il colpo di coda finale in cui, smessi i panni in cui si trovano fin troppo comodi (“I Need My Girl”), i Nostri prima partecipano al party revival della kosmische musik entrando sì dalla porta di servizio, ma con lo smoking giusto (“Humiliation”), poi volgono lo sguardo all’America dei loro padri sciorinando un mid-tempo che coccola il ricordo di Levon Helm per le strade di Brooklyn (“Pink Rabbits”). Spetta a “Hard To Find” il compito di chiudere in una solennità volutamente accennata, sospesa in un etere di chitarre e synth, prima che il passo felpato di Bryan Devendorf non intervenga a portarsi via canzone e album, ma probabilmente non tutti i dubbi.

La maturità mostrata dai National dell'ultima prova è dimostrazione di un controllo eccessivo, certamente sulla base di una raffinatezza superiore, ma che quando si associa a una band di tale levatura sa anche di colpi tenuti in canna.
Per adesso gli ingranaggi continuano a funzionare, ma cresce sempre di più la speranza che uno degli ultimi astri del pop-rock americano non rischi alla lunga di sedersi sulle basi della propria grandezza.

Contributi di Andrea D'Addato ("Trouble Will Find Me")

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Sad Songs For Dark Times

di Simone Coacci

I National sono una delle band più atipiche e insieme più significative del decennio che si è appena concluso. Brillanti e mondani, ma al contempo trasandati e crepuscolari, con uno spiccato senso dell'ironia. Partiti da un canonico indie-rock con venature roots per approdare da una parte in territori "di confine" (il revival post-punk, le sfumature dark e noir all'europea, il ..
National
Discografia
 The National (Brassland, 2001)

6,5

Sad Songs For Dirty Lovers (Brassland, 2003)

7,5

 Cherry Tree (Ep, Brassland, 2004)

6

Alligator (Beggars Banquet, 2005)

7

Boxer (Beggars Banquet, 2007)

7,5

 The Virginia Ep (Ep, Beggars Banquet, 2008)

5,5

 High Violet (4AD, 2010)

6,5

 Trouble Will Find Me (4AD, 2013)

6,5

pietra miliare di OndaRock
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AA.VV.

Day Of The Dead

(2016 - 4AD)
La "mostruosa" compilation-tributo ideata dai National per i Grateful Dead e la lotta all'Aids

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Trouble Will Find Me

(2013 - 4AD)
Dove non arrivano l'urgenza e la freschezza, riesce la classe a mantenere la rotta della band-icona ..

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High Violet

(2010 - 4AD)
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Virginia Ep

(2008 - Beggars Banquet)
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Boxer

(2007 - Beggars Banquet)
Matt Berninger & C. nel solco della new wave più classica

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Alligator

(2005 - Beggars Banquet)

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Sad Songs For Dirty Lovers

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