Pavement

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Distorsioni in bassa fedeltÓ

di Luca Fusari

Punta dell'iceberg del movimento "lo-fi" statunitense, i Pavement hanno saputo fondere distorsioni e melodie. E conquistato un posto di spicco nella scena "indie" degli anni Novanta, hanno indirizzato la loro ricerca verso orizzonti più pop

Parlare dei Pavement potrebbe essere difficile per gli stessi motivi per cui è facile: non ci sono aneddoti scandalistici particolari da raccontare, non occorre inventarsi scene o tendenze particolari per contestualizzare l'opera del gruppo, né dettagli scabrosi o macabri per caratterizzare la sua fine. Tutto liscio come l'olio, a quanto pare, nella storia di un gruppo che non ha mai avuto un'immagine particolarmente forte né trendy, ma che con la propria musica ha saputo dire, della propria generazione (e ad essa) più di ogni altro. Nel suono, nell'attitudine e nella scrittura dei Pavement trovano sbocco quasi dieci anni di movimento nel sottobosco del rock indie e college americano, che già aveva partorito negli anni 80 fenomeni come Sonic Youth, Pixies, Beat Happening o Sebadoh, ma che all'alba degli anni 90 era ancora in cerca di chi coagulasse i fermenti di certo pop/rock sghembo, rumoristico e "storto", aggiornandoli per un pubblico nuovo, sospeso tra la fine dell'onda lunga del post-hardcore, il grunge e l'ignoto. Questo per precisare che i Pavement non inventarono davvero nulla di nuovo, ma anzi inglobarono la tendenza del "cantautorato pop" nella più vasta tradizione rock americana infondendole una vitalità che pareva inarrestabile e, semmai, arrivarono a incorporare all'interno di quella stessa tradizione l'impostazione "buona la prima" e i tratti lo-fi delle loro prime opere.

I primi passi dei Pavement avvengono proprio negli anni Ottanta, ad opera di Stephen Malkmus e Scott Kannberg (anche conosciuto come Spiral Stairs), due giovanotti che a Stockton, California, si fanno le ossa con il proverbiale spartano registratore a 4 tracce e l'altrettanto proverbiale gavetta da garage band. L'incontro con Gary Young, batterista che presta occasionalmente il proprio contributo alle musiche dei due, cambia le cose e sancisce l'inizio della storia dei Pavement. Si tratta di una serie di uscite autoprodotte o pubblicate in quegli anni dalla giovane indipendente Drag City. Questo momento è documentato sui vari Ep e singoli (tra cui "Slay Tracks", "Demolition Plot" e "Perfect Sound Forever"), perennemente in bilico tra pop e rumorismo gratuito a bassa fedeltà, ma specchio di molti degli umori dell'America "alternativa" del biennio 1989-'91. L'album Westing (by Musket and Sextant) raccoglie tutte le prove dei Pavement come duo/trio, e ci sentiamo di consigliarlo al pari di altre gemme della bassa fedeltà americana.

Sul finire del periodo degli Ep, Malkmus si è trasferito a New York e ha come coinquilini due personaggi che rispondono ai nomi di David Berman e Bob Nastanovich, coi quali collabora al progetto dei Silver Jews, gruppo solo apparentemente "parallelo" ai Pavement,  poiché il deus ex machina dell'operazione è Berman, che continuerà negli anni, con e senza Malkmus e soci: oltre all'esordio dei Jews Starlite Walker, Malkmus collaborerà anche ad American Water, terzo album della band. Ma questa è un'altra storia, che si sviluppa in un periodo in cui i Pavement sono in qualche maniera "in attesa": tra la fine del '90 e la metà del 1991, infatti, Malkmus, Kannberg e Young ultimano le registrazioni di un Lp di esordio che vedrà la luce soltanto all'inizio del 1992, dando così tempo ai Pavement di stabilizzarsi in una formazione a cinque che comprenderà anche Nastanovich (prima come road manager e poi come percussionista-tastierista-jolly) e Mark Ibold (al basso). Perciò, quando Slanted & Enchanted vede la luce (primavera 1992) il nome dei Pavement è già parecchio conosciuto nel mondo indipendente americano: a spuntarla nella contesa per la pubblicazione dell'album è la Matador - altra etichetta  emergente dell'epoca - e già a ridosso dell'uscita Slanted & Enchanted diventa uno dei dischi più chiacchierati del momento.

Nel suo racogliere gran parte delle influenze dell'indie rock americano più recente (oltre a echi di tardi Velvet Underground e Fall) Slanted & Enchanted finisce per non imitarne davvero nessuna, e trasuda di personalità fin dai primi secondi dell'inno "Summer Babe": tre accordi, sì, ma corredati di un suono e di uno stile inauditi e irripetibili, un compromesso tra la bassa fedeltà (una scelta economica, non estetica) e il pop più sghembo, che occupa finalmente la scena dopo anni di sopravvivenza tra le seconde file; tutto questo con un atteggiamento scanzonato e ironico che poco o nulla ha a che fare con l'immaginario della cosa chiamata "grunge". Con Slanted & Enchanted, i Pavement riescono a conciliare tensione (schitarrate noise o distorsioni al limite della frittura) e melodie azzeccate, ballate strappacore ("Here" o "Our Singer") e filastrocche sceme ("Two States"), pezzi pop indimenticabili (tutto il resto dell'album: inutile fare un elenco di titoli) e improbabili stacchetti strumentali. Senza pose da rockstar, senza menate "generazionali", con una spontaneità e una ingenuità (doti che non tutti i loro epigoni hanno posseduto) che sono spesso la base dei capolavori come questo. "Gemello" di Slanted & Enchanted è l'Ep Watery, Domestic, molto simile all'album per impatto e suono, e degno di nota in quanto primo lavoro registrato dalla formazione al completo. Ascoltate Slanted & Enchanted tutto d'un fiato assieme all'Ep e vi renderete conto di quanto compatto e unico fosse il suono dei Pavement nel biennio 1991-'93, prima dell'evoluzione che li avrebbe irrimediabilmente cambiati.

A decretare il passaggio definitivo dei cinque dal sottobosco delle grandi speranze indipendenti al più ampio panorama del "nuovo rock" dei primi anni Novanta sarà un album la cui fisionomia è figlia di un cambiamento netto, datato 1993. Young, batterista sempre meno affidabile e professionale, lascia il gruppo, che dopo qualche travaglio lo rimpiazza con Steve West, vecchio amico di Nastanovich e già nel giro della band ai tempi dei Jews. West è batterista di buona tecnica e di impostazione più classica, e con il suo ingresso il suono dei Pavement si irrobustisce. Gli standard acustici di Slanted & Enchanted, registrato con un 8 tracce a casa di Young, non possono che migliorare, ed ecco che il suo successore, Crooked Rain, Crooked Rain, presenta al pubblico una band inedita e in forma smagliante. Malgrado la netta differenza di produzione , l'album rivaleggia senza alcun problema con il predecessore: la formula è sempre quella del cantautorato sghembo dal potenziale pop fortissimo, corredato da chitarrismo sporco e suoni imprevisti, che nella circostanza sono quelli di percussioni o tastiere. Un lavoro più raffinato del precedente, che, corredato da singoli memorabili come "Cut Your Hair" e "Range Life" (oltre che da altri 10 pezzi nessuno dei quali è meno che bello, dalle folli "Unfair" o "Hit the Plane Down" alle splendide melodie di "Stop Breathin'" o "Gold Soundz") diventerà il best-seller del catalogo pavementiano, nonché, con il senno di poi, la vera cifra dell'arte del quintetto.

A questo punto (è il 1994), i ragazzi potrebbero ripetersi e confezionare un album-lasciapassare per l'olimpo delle superstar alternative a cui gente come Nirvana o Soundgarden è finalmente riuscita ad accedere; invece - in linea con il loro spirito "leggero" e con la loro poca attenzione all'etichetta dello show-business, sfoderano Wowee Zowee. Pubblicato nel 1995, è il disco più lungo, disordinato, imprevedibile ed eterogeneno della storia dei Pavement, ed è anche uno di quelli che maggiormente dividono i fan, trattandosi di quasi una sessantina di minuti del solito "bailamme", sospeso tra pezzi d'atmosfera, pop chitarristico e cazzeggio puro. Abbastanza per farne un buon album, sì, ma "di transizione", il momento più bizzarro del periodo d'oro di Malkmus e compagni, oppure (e questo è il nostro parere) il picco più alto della loro produzione - basti solo ricordare come soltanto nello spazio dei primi cinque pezzi i Pavement tocchino tutti i territori possibili alla loro musica, dalla ballata acustica che non ti aspetti "We Dance" al singolone-pop "Rattled by the Rush" ai pezzi più classicamente "lenti" come "Black Out" o "Grounded", al frammento scombinato di "Brinx Job". Un andamento tra alti e bassi (soprattutto alti, il cui picco è il manifesto "Fight this Generation"), che rende questo lavoro irresistibile proprio perché eterogeneo.

Il tentativo di produrre un disco di rock più tradizionale (in questo conta molto la presenza di un produttore esterno, lo stesso Mitch Easter già collaboratore degli esordi degli Rem) arriva con la prova successiva, datata 1997 e rispondente al nome di Brighten The Corners, disco che al momento dell'uscita sembra un mezzo passo falso, ma che col senno di poi brutta figura non fa: di questo album (che è il primo in cui la cura dei suoni viene privilegiata rispetto all'eterogeneità delle composizioni), possiamo ricordare, più dei pezzi ormai stabilizzati sul genere della ballata "alla Pavement" come "Type Slowly" o "Starlings Of The Slipstream", altre composizioni in cui, dopo la rinuncia definitiva alle stravaganze a tutti i costi, il gruppo cerca di evidenziare la propria abilità solo attraverso la scrittura. Ecco quindi in primo piano il singolo "Stereo", la straordinaria ballata "We Are Underused" o i pezzi più mossi, come "Date W/ Ikea" ed "Embassy Row". Fosse stato un debutto, lo ricorderemmo come un ottimo disco, ma all'ombra dei tre capolavori precedenti è ovvio che la prospettiva sia diversa.

Il canto del cigno arriva nel 1999, con Terror Twilight, altro album affidato a un produttore - stavolta si tratta di Nigel Godrich, la cui mano è leggermente più pesante di quella del collega Easter, anche solo nel convincere il gruppo a registrare in Inghilterra - nonché climax del viaggio pavementiano dalle sonorità più sporche alla raffinatezza di un rock ormai codificato. Si tratta di un disco in fin dei conti debole, forse per motivi strettamente fisiologici: al quinto album chiunque può prendere un abbaglio di troppo o ritrovarsi semplicemente al termine di una stagione creativa straordinaria. Ma non ci troviamo di fronte a un album brutto, e vale lo stesso discorso fatto per Brighten The Corners: l'unica cosa che tiene a galla i Pavement nel 1999 sono le inconfondibili doti di scrittura, e se pure queste dimostrano un calo di tono, c'è poco da fare, con un disco che è "semplicemente" bello, ma non spicca più di tanto nella massa (affogate nel "carino" generale ci sono però ottime canzoni come "Platform Blues", "Billie", "Speak, See, Remember" e la conclusiva "Carrot Rope").

Dopo il disco e la relativa tournée, i Pavement se ne vanno in punta di piedi e senza troppo clamore da un mondo musicale che ha ormai metabolizzato completamente i tratti della loro musica, pop e rock senza essere omologabile, originale senza essere rivoluzionaria, bizzarra senza mai sforare nel cattivo gusto (o nello scontato immaginario da rockstar che ha ucciso molti dei loro coevi - o li tiene tuttora in animazione sospesa). A margine resteranno i tentativi di carriera solista: Spiral Stairs con i suoi Preston School of Industry incide due album privi di verve (All This Sounds Gas del 2001 e Monsoon del 2004) che levano qualsiasi dubbio sulla ragione per cui non fosse lui l'autore principale dei Pavement; Malkmus, assieme alla band dei Jicks, continua a proporre la propria personale versione di rock elettrico cantautorale, e dopo un esordio poco brillante (Stephen Malkmus, del 2001) seguito da un episodio appena discreto (Pig Lib, 2003) piazza nel 2005 un discreto colpo con Face the Truth, a tutt'oggi il miglior disco dei Pavement dopo i Pavement.

Infine, a testimoniare lo status di classico ormai acquisito, ecco le ristampe deluxe dei primi tre album: quella di Slanted & Enchated nel 2002, Crooked Rain nel 2004, Wowee Zowee nel 2006. Ogni album è corredato di chicche imperdibili (lati B dei singoli, sessioni radiofoniche, spezzoni di concerti, ep e inediti vari) e presentato in versione doppio-Cd con apparati di foto e note golosissime: imperdibili sia per i fan sia per i neofiti. La giusta consacrazione per un gruppo di cui speriamo di conservare soltanto un eccellente ricordo, anziché ritrovarcelo tra qualche anno a battere i palchi sull'onda di un revival Nineties che sentiamo ahinoi sempre più vicino.

Nel 2010 esce la raccolta Quarantine The Past, che celebra degnamente la storia di Malkmus e compagni. Parallelamente i Pavement si lanciano in un fortunatissimo reunion tour che tocca anche l'Italia.
Quarantine The Past raccoglie ventitre episodi di un percorso che, almeno nelle prime fasi, gettò le basi per la concezione del moderno approccio al lo-fi. Non ci sono inediti, ma potrebbe far gola a molti la presenza di "Unseen Power Of The Picket Fence" edita nella compilation del 1993 "No Alternative" e di cinque meraviglie estratte da alcuni dei loro numerosi Ep (in questo caso "Watery, Domestic" del 1992, "Perfect Sound Forever" del 1991 e "Slay Tracks", la loro primissima pubblicazione, risalente al 1989), probabilmente oggi nelle mani soltanto di pochi maniaci completisti. Per il resto le scelte sono abbastanza equilibrate, con il baricentro prevedibilmente spostato sulla prima produzione dei Pavement. Cinque tracce sono estrapolate da "Slanted & Enchanted", altrettante da "Crooked Rain, Crooked Rain", due da "Wowee Zowee", quattro da "Brighten The Corners" e una soltanto da "Terror Twilight", che ebbe l'infausto compito di chiudere le danze, lasciando spazio a discontinue carriere soliste, a cominciare dalle altalenanti prestazioni del leader Stephen Malkmus. Inutile star qui a disquisire sulla perfezione alt-pop di "Range Life" e "Gold Soundz", sulla malinconia di "Here" o sull'importanza degli inni generazionali "Trigger Cut" e "Cut Your Hair": con Quarantine The Past ci troviamo al cospetto di un filotto di composizioni assolutamente superbe, che dimostrano una volta di più quanto, anche nei momenti più "commerciali", la ricerca musicale sia stata sempre una costante nella carriera dei Pavement. Una retrospettiva che recupera materiale musicalmente attualissimo e sul quale si sono formate (e continuano a formarsi) generazioni intere di musicisti poco allineati.


Rielaborazione a cura dell'autore dell'originale pubblicato da MusicbOOm, che ne detiene il copyright)

Contributi di Claudio Lancia ("Quarantine The Past")

Pavement

Distorsioni in bassa fedeltÓ

di Luca Fusari

Punta dell'iceberg del movimento "lo-fi" statunitense, i Pavement hanno saputo fondere distorsioni e melodie. E conquistato un posto di spicco nella scena "indie" degli anni Novanta, hanno indirizzato la loro ricerca verso orizzonti più pop
Pavement
Discografia
 Slay Tracks 1933-1969 Ep (Treble Kicker Records, 1989)

 

 Demolition Plot J-7 Ep (Drag City, 1990)

 

 Perfect Sound Forever EP (Drag City, 1991)

 

Slanted And Enchanted (Matador, 1992)

 

 Exact Wording Of Threat Ep (Drag City, 1992)

 

 Watery, Domestic Ep (Matador, 1992)

 

 Westing (By Musket And Sextant) (antologia, Drag City, 1993)

 


Crooked Rain, Crooked Rain (Matador, 1994)

 

 Gold Soundz Ep (Matador, 1994)

 

 Range Life EP (Big Cat, 1994)

 

 Rattled By La Rush Ep (Matador, 1995)

 

 Wowee Zowee (Matador, 1995)

 

 Pacific Trim Ep (Matador, 1995)

 

 Brighten The Corners (Matador, 1996)

 

 Terror Twilight (Matador, 1998)

 

 Quarantine The Past (antologia, Matador, 2010) 
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