Pearl Jam

Pearl Jam

La sponda "classic" del grunge

di Paolo Avico e Claudio Lancia

Assieme a Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains e Mudhoney sono stati i maggiori esponenti del Seattle Sound. Ripercorriamo la storia di una delle band cardine degli anni 90, e del suo leader Eddie Vedder, da molti considerato il vero rappresentante di una generazione

In quanti nella prima metà degli anni 90 avrebbero ucciso per Eddie Vedder? Tale era il suo ascendente verso i giovani della Generazione X, e tanto era adorato dalle masse, che lui stesso ebbe a un certo punto paura di affrontare l’immensa popolarità che divenne fra le principali cause del suicidio di Kurt Cobain, l’altra grande voce del disagio adolescenziale messo in musica dal movimento grunge.
A distanza di molti anni dalla pubblicazione del multimilionario Ten, i Pearl Jam restano fra i pochi protagonisti di quell’epoca ancora in pista, e ancora in grado di dare alle stampe dischi credibili e autorevoli. Certo, la rabbia che rese immortali i primi tre è svanita, e difficilmente potrebbe esserci dopo oltre sessanta milioni di copie vendute in tutto il mondo, ma i Pearl Jam di sono sempre confermarti affidabili e rispettabili.

Le origini: Green River, Mother Love Bone e Temple Of The Dog

La storia parte da lontano, nel 1984, quando il bassista Jeff Ament e il cantante Mark Arm formano i Green River, uno dei gruppi che più hanno influenzato il Seattle sound negli anni 80. A loro si aggiunge, l'anno seguente, il chitarrista Stone Gossard. Giusto il tempo di pubblicare un paio di Ep e di sfornare l'alternative hit "Swallow My Pride" e nel 1987 i Green River si sciolgono, per inconciliabili punti di vista fra la coppia Gossard/Ament (più favorevoli ad ammorbidire il sound per puntare al successo) e la coppia Mark Arm/Steve Turner (più intransigenti) che daranno vita di lì a poco ai Mudhoney. Nel 1988 uscirà postumo su etichetta Sub Pop l'unico album dei Green River, Rehab Doll, e soltanto nel 2016 la raccolta di vecchie registrazioni 1984 Demos.
Dalle loro ceneri prendono vita i Mother Love Bone, composti da Andy Wood, Stone Gossard, Jeff Ament, Bruce Fairweather e Greg Gilmore. Dopo l'Ep Shine (1989), che contiene la cult song "Crown Of Thorns/Chloe Dancer ", il gruppo ha in preparazione l'album d'esordio, Apple, ma il 16 marzo 1990 il cantante Andy Wood muore per un'overdose di eroina.
Apple uscirà postumo nel 1990 (due anni più tardi, dopo il boom dei Pearl Jam sarà ripubblicato assieme all'Ep precedente e a un paio di inediti nella compilation Mother Love Bone), ma nonostante il contratto con una major, i componenti della band - distrutti dal tragico evento - decidono di sciogliere il progetto. Nel 1993 uscirà l'home video The Love Bone Earth Affair, con riprese live e interviste a Wood, Gossard e Ament, molte delle quali mai viste prima.

Dopo alcune esperienze musicali poco impegnative, Ament e Gossard, insieme al chitarrista Mike McCready (da poco conosciuto) e a Matt Cameron (il batterista dei Soundgarden), incidono un nastro contenente il materiale che di lì a poco sarebbe diventato la musica dei Pearl Jam. Nel frattempo Dave Krusen rimpiazza Cameron alla batteria e il demo finisce nelle mani di Jack Irons, ex drummer dei Red Hot Chili Peppers, il quale lo consegna a Eddie Vedder, un amico che lavora presso una pompa di benzina a San Diego e ama trascorrere il tempo libero facendo surf e cantando nei Bad Radio, una piccola band locale. Nel giro di pochi giorni Vedder scrive i testi e registra le parti vocali di quei brani (diventeranno "Alive", "Footsteps" e "Once"), in una sorta di mini-opera sulle vicende della propria adolescenza, denominata "Mamasan". 
A seguito della reazione entusiasta di Ament e Gossard, Eddie parte per Seattle, dove, altrettanto celermente, avviene la stesura delle composizioni che andranno a comporre Ten, il primo album del gruppo. Inizialmente la band decide di chiamarsi Mookie Blaylock, omaggio a un famoso giocatore di basket, ma quasi subito il nome si trasforma in Pearl Jam, in riferimento a una particolare marmellata allucinogena che la nonna di Vedder (Pearl, appunto) preparava con il peyote per il marito indiano, secondo i canoni e la tradizione dei popoli precolombiani. Il titolo dell'album - Ten - intende mantenere un legame con il primo nome del gruppo, essendo 10 il numero di maglia con cui giocava Blaylock nei New Jersey Mets.

Nel frattempo, prima dell'esordio vero e proprio dei Pearl Jam, nel 1990 Vedder, Ament, McCready e Gossard prendono parte, su invito di Chris Cornell e Matt Cameron dei Soundgarden al progetto Temple Of The Dog, concepito in memoria dello scomparso Andy Wood (per lunghi mesi compagno di stanza e amico fraterno di Cornell). Inizialmente recepito in maniera tiepida, Temple Of The Dog dopo l’esplosione del Seattle sound diventerà un best-seller, un vero e proprio disco di riferimento dell'intera scena. Il singolo portante, "Hunger Strike", resterà alla storia come la prima traccia cantata da Eddie Vedder e finirà in heavy rotation su MTV.
Il gruppo si è riunito nel 2016 in occasione del 25° anniversario, pubblicando una nuova edizione del disco, arricchito da materiale inedito e versioni alternative, e realizzando alcune date dal vivo in territorio americano. C'era la possibilità che il gruppo tornasse a scrivere materiale nuovo, quando Chris Cornell si è tolto la vita il 18 maggio 2017, ponendo così nella maniera più tragica possibile la parola fine a quell'esperienza.

L'uragano Ten

Tra il marzo e l'aprile del 1991 vengono effettuate le registrazioni di Ten, il primo disco dei Pearl Jam (Dave Krusen lascerà il gruppo poco tempo dopo, rimpiazzato prima da Matt Chamberlain e poi da Dave Abruzzese). L'album, a differenza della maggior parte di quelli dei "cugini grunge" (che hanno reso celebre l'etichetta indipendente Sub Pop) esce per una major, la Epic (Sony), grazie ai contatti che Ament e Gossard hanno mantenuto con Michael Goldstone (ex Polydor, poi passato alla Sony) dai tempi dei Mother Love Bone. In Ten risultano evidenti le influenze assimilate da musicisti del passato: il drumming pesante, alla maniera di John Bonham, i soli di chitarra di hendrixiana memoria, la voce di Vedder, che suona come una sorta di riedizione anni 90 di quella di Jim Morrison (non a caso Vedder sarà invitato dai superstiti Doors nel 1993 per interpretare, dal vivo, "Roadhose Blues", "Light My Fire" e "Break On Through"). Anche gli Who (uno dei gruppi preferiti di Vedder) e il Neil Young "elettrico" (considerato un autore grunge ante litteram) fanno sentire la loro presenza nel sound. Il giornalista Allan Jones, riferendosi a "Oceans", il brano più delicato e malinconico del disco, trova nella voce di Vedder persino tracce del lirismo di Tim Buckley, immaginando la song come l'ideale proseguimento di "Starsailor".
L'esordio dei Pearl Jam si discosta in maniera massiccia dai lavori degli altri gruppi di Seattle: nulla a che vedere con la furia punk dei Nirvana o con l'heavy sound di Alice In Chains e Soundgarden. Rappresenta piuttosto il lato classic rock del grunge, un movimento che si contraddistingue più per l'origine geografica e il malessere di fondo che per le caratteristiche formali della musica. Ciò non toglie meriti ad un esordio che, pur non presentando grandi innovazioni formali o sperimentazioni, sa trasmettere - anche nei momenti più hard - l'atmosfera malinconica e disillusa, a volte quasi depressa, tipica della poetica grunge. Quasi tutti questi brani resteranno dei classici nel repertorio dei Pearl Jam, e continueranno ad essere fortemente presenti nelle esibizioni dal vivo. Sia quelli più aggressivi ("Once", "Even Flow", "Why Go"), sia i più riflessivi ("Black", "Jeremy", "Alive") fisseranno degli standard di riferimento.

A colpire le giovani generazioni è la sincerità dell'opera, che pesca a piene mani nel passato dei membri della band, ma soprattutto in quello del cantante Eddie Vedder, principale autore dei testi. "Alive" è un'epica cavalcata rock, che ruota attorno a un immortale giro di chitarra per poi lanciarsi nel finale in una jam che pare non finire mai, il testo riguarda il passato di Eddie, la traumatica scoperta della morte del padre naturale (per anni la madre gli aveva celato la vera identità del padre). Ma ogni traccia dell'album è lo spaccato, spesso tragico e amaro, delle vite di diversi personaggi. Lo spleen di Vedder, il suo cantato doloroso, la sua voce cavernosa e potente si fa eco del disagio di una moltitudine di giovani che si rispecchiano nei personaggi descritti in Ten, decretandone da subito un successo straordinario. "Why Go" racconta di una ragazza rinchiusa in una clinica dai genitori perché scoperta mentre fumava uno spinello, "Once", feroce incipit dell'album, è il flusso di coscienza di un serial killer, "Even Flow" è un trascinante rock che si concede una parentesi psichedelica nella parte centrale, dove Vedder si fa cantore delle dure condizioni di vita di un senzatetto. "Jeremy" è una ballata dolente ispirata a un vero fatto di cronaca: un adolescente americano che, armato di pistola, aveva fatto strage dei suoi compagni di classe, per poi togliersi la vita. "Porch" (che dal vivo si trasforma sempre in una psichedelica jam infinita) e "Deep" (su una ragazza che ha subito violenza sessuale) sono i brani che si staccano dal tipico suono del gruppo: se la prima si avvicina al punk, anche se poi nel ritornello torna a essere melodica ed epica in stile Pearl Jam, la seconda tenta un'incursione in territori metal, più consoni, forse, agli Alice In Chains. Non mancano momenti più intimisti: "Black" è una splendida ballad, la storia di un amore finito, "sfumato in nero", "Oceans", contraddistinta da fragorose chitarre acustiche e da un ritmo animalesco, ricorda molto gli Zeppelin del terzo album, anche se nella parte finale Vedder si concede un falsetto nello stile di Bono.
Molto psichedelica anche "Garden", ricca di riferimenti religiosi, ma distante dalle vette del disco (e c'è da dire che, in definitiva, tutta la seconda parte di "Ten" non è ai livelli delle prime sei, straordinarie, canzoni), mentre "Release", un lento brano d'atmosfera, quasi mistico, si trasforma in un'epica cavalcata alla U2, concludendo alla grande il disco, rappresentando la struggente preghiera di Vedder al padre scomparso. 

Durante le session di Ten vengono registrati altri brani, tutti interessanti, ma non inclusi nell'album. "Yellow Ledbetter", dal testo enigmatico in cui ricorrono immagini di guerra (nel 91 siamo in piena guerra del Golfo), è tra le prove più emozionanti del gruppo, così come "Footsteps", solo chitarra e armonica, in cui il vocalist della band si mette di nuovo a nudo. il funk di "Dirty Frank" e la lenta "Wash" finiranno nella prima ristampa dell'album (molte altre ne seguiranno negli anni successivi).
 Paradossalmente, Ten è uno degli album di cui il gruppo si dice meno soddisfatto: la produzione di Rick Parashar (il quale non sarà confermato negli album successivi) conferisce a ogni traccia un suono troppo perfetto e brillante, che non rispecchia l'essenzialità violenta che la band dimostra di possedere. Jeff Ament parlò di "uso smodato dell'eco", di una "patina metal" appiccicata a ogni brano, e più volte sia lui che Vedder espressero il desiderio di voler rimixare l'intero album. Dichiarazioni della band a parte, sarebbe impossibile immaginare Ten in modo diverso, e passerà alla storia come uno dei lavori più amati e importanti dell'intera scena grunge, aprendo le porte del circuito mainstream a decine di altri gruppi. Ten catapulta comunque i Pearl Jam nell'olimpo del rock nel giro di pochi mesi, arrivando a vendere nei soli Stati Uniti ben oltre 10 milioni di copie, beneficiando della contestuale affermazione su scala mondiale della scena grunge (risale allo stessoperiodo la pubblicazione di "Nevermind" dei Nirvana). Il successo dei singoli “Alive”, “Even Flow” e soprattutto “Jeremy”, forte di un video massicciamente trasmesso da MTV, spingono il disco alto nell classifiche, tanto che la band viene invitata a registrare un celebre set acustico per la serie Mtv Unplugged

I Pearl Jam saranno fra i protagonisti, nel 1991, della pellicola (come comparse) e alla colonna sonora (insieme, tra gli altri, a Soundgarden, Alice In Chains, Mudhoney, Screaming Trees e Smashing Pumpkins), del film "Singles" di Cameron Crowe, perfetto spaccato della Seattle dell'epoca. Il soundtrack ripesca due brani dalle prime session dei Mookie Blaylock, riveduti e corretti, mai editi in alcun disco dei Pearl Jam ma rimasti loro grandi classici del primo periodo: "State Of Love And Trust" e "Breathe".

Vs e Vitalogy completano la trilogia iniziale

Nella primavera del 1993 i Pearl Jam tornano in studio per la registrazione del loro secondo lavoro, Vs. Con il nuovo produttore Brendan O'Brian (già con Aerosmith, Stone Temple Pilots, Red Hot Chili Peppers e Black Crows), cambia l'approccio con lo studio di registrazione: i brani vengono suonati live, con il minor numero di take possibili e le sovraincisioni ridotte all'osso. Il risultato è evidente: Vs suona molto più crudo e vigoroso, meno artefatto rispetto al precedente. Nei brani più diretti ("Go", "Animal", "Blood") continuano a sentirsi le influenze dei guru del rock vecchio stampo (oltre a soliti Led Zeppelin e Hendrix, anche Stooges e MC5), ma compaiono alcune morbide ballad  ("Daughter", "Ederly Woman Behind The Counter In A Small Town", la conclusiva "Indifference") a smorzare i toni e rendere il disco vario. L'attesa è tanta che Vs vende negli Stati Uniti un milione di copie in una settimana, con le sole prenotazioni, un record destinato a restare imbattuto a lungo.
L’improvviso (ed enorme) successo crea tensioni all’interno della band, ma soprattutto tra la band e l’”esterno”, che si manifesta in una crescente insofferenza nei confronti dei meccanismi promozionali dell’industria musicale. A partire da Vs. il gruppo decide di non realizzare videoclip, una scelta mantenuta sino al 1998, e ancora più significativa perchè maturata da una fomazione che all'esordio seppe aggiudicarsi ben quattro MTV Video Music Award per il clip di "Jeremy". Contemporaneamente la battaglia condotta contro Ticketmaster, colpevole di monopolizzare la gestione e i prezzi dei biglietti dei concerti, porterà i Pearl Jam all'impossibilità di esibirsi dal vivo per diversi mesi.

Nel frattempo la Epic pubblica tre live Ep, tutti intitolati Dissident, che raccolgono registrazioni provenienti dagli show del trionfale tour di Vs, in una sorta di greatest hits live contenente gran parte del materiale fino a quel momento edito dalla band 

Il passo successivo è Vitalogy (1994), anticipato dal singolo “Spin The Black Circe”, un garage-punk anfetaminico che si aggiudicherà pochi mesi più tardi il Grammy Award nella categoria "Best Hard Rock Performance". Vitalogy (1994) è il capolavoro assoluto dei Pearl Jam, la logica evoluzione di Vs, essendo identica la formula utilizzata per la sua produzione. Per un verso è il disco più heavy dei Pearl Jam ("Last exit", "Not For You", "Spin The Black Circe", "Whipping"), per l'altro presenta alcune ballad nello stile di quelle contenute nell'album precedente ("Nothingman", "Better Man", "Immortality"). All'interno di Vitalogy c'è spazio anche per alcuni momenti "sperimentali", come "Pray, To", "Bugs" (in cui Vedder si cimenta con la fisarmonica), ma soprattutto "Hey Foxymophandlemama, That's Me", un brano di otto minuti formato da un delirante collage di voci e rumori, il momento più psichedelico della carriera dei Pearl Jam. La pubblicazione dell'album coincide con l'abbandono del gruppo da parte del batterista Dave Abruzzese, sostituito da Jack Irons, ex Red Hot Chili Peppers. Il suicidio di Kurt Cobain lascia una chiara impronta sul disco, evidente in brani come “Last Exit” e “Immortality”. Tale evento costituisce uno spartiacque non solo per la storia del rock anni 90 ma anche per la storia dei Pearl Jam, che dopo Vitalogy prenderanno sempre più le distanze da ciò che resta del movimento grunge, per ritagliarsi uno spazio autonomo all’interno della scena rock. Per certi versi, infatti, il passo successivo del gruppo costituisce il canto del cigno del movimento grunge (e non a caso chiuderà "Hype!", il documentario del 1996 sulla scena di Seattle). Si tratta della Self Pollution Radio, una diretta radiofonica officiata dalla band (mai pubblicata ufficialmente ma ampiamente reperibile come bootleg) che vedrà alternarsi, per tutta la notte, esibizioni di Pearl Jam, Soundgarden e, tra gli altri, dei Mad Season. Questi ultimi, un supergruppo formato da Layne Staley degli Alice In Chains, Mike McCready dei Pearl Jam e Barrett Martin degli Screaming Trees, pubblicheranno di lì a poco il notevole Above (1995), disco grunge filtrato dal blues e dalla psichedelia.

Nel 1995 i Pearl Jam registrano insieme a Neil Young, con il quale hanno già suonato dal vivo svariate volte, Mirror Ball. Il disco esce ufficialmente a nome del solo canadese e il quintetto di Seattle viene citato fra i musicisti di accompagnamento all'interno del booklet, senza mai fare menzione al nome Pearl Jam.
A nome Pearl Jam uscirà invece l'Ep Merkinball, costituito da due brani registrati nelle medesime session: “I Got ID”, un rock ruvido tipico della precedente produzione del gruppo, e “Long Road”, una splendida ballad che già si rivolge verso il futuro.

Post Grunge

Il successivo No Code (1996) si distingue per il tentativo di scrollarsi di dosso il sound che li ha caratterizzati fino a quel momento, ma il risultato è a tratti frammentario, privo di amalgama. Un disco riuscito a metà, con strizzate d'occhio al punk ("Lukin", "Habit", "Hail, Hail"), al country rock à la Neil Young ("Smile", "Red Mosquito"), svolgimenti che ricordano Springsteen ("Off He Goes") o una sorta di british glam rock ("Mankind", composta e cantata da Stone Gossard).
D'altro canto No Code contiene alcune buone composizioni, una su tutte la bellissima "Present Tense", fra i vertici artistici del gruppo, un concentrato di malinconia, delicatezza, disperazione e poesia. No Code chiude definitivamente la parentesi grunge dei Pearl Jam, e li proietta verso una nuova, inedita dimensione, che li porterà nel tempo ad essere una delle migliori classic rock band in circolazione.

Yield (1998) segna il ritorno verno un sound più viscerale, con una cura diversa per i suoni, a tratti più "puliti" e "moderni". Da menzionare "Brain Of J.", "Faithfull", "Pilate", "Do The Evolution" e "M.F.C.". Fa discutere la somiglianza esistente tra il singolo "Given' To Fly" e "Going To California" dei Led Zeppelin.
Per molti Yield è l'ultimo album dei Pearl Jam che valga la pena prendere in considerazione. Da lì in poi molti fan della prima ora si sentiranno traditi dal progressivo ammorbidimento del gruppo, che in realtà, almeno in una prima fasde, cerca semplicemente di non restare imprigionato in un cliché. L'ispirazione al momento resta, la fan base si arricchisce cammin facendo, rimpolpata dalle nuove generazioni.  

Live On Two Legs è il resoconto del tour mondiale del 1998, a partire dal quale Matt Cameron, ex Soundgarden, prende il posto di Jack Irons alla batteria.
Il maggior hit dei Pearl Jam arriva, invece, nel 1999, grazie al singolo “Last Kiss”, una cover pubblicata con lo scopo di raccogliere fondi da devolvere ai rifugiati del Kosovo.

Binaural (2000) e Riot Act (2002) sono due album mainstream che nulla aggiungono alla storia del gruppo, se non un rinnovato e più esplicito impegno politico, che emerge in particolare in "Bu$hleaguer".
Binaural
si segnala per un cambio di produzione e per un tentativo, riuscito a metà, di rivestire i brani di un sound più avvolgente e caldo. Trascurabili i brani rock, vanno un po’ meglio le ballad (in particolare “Light Years” e “Parting Ways”).
Riot Act può vantare la hit “I Am Mine" e atmosfere più tetre, come se alla rabbia del passato fosse subentrata una cupa rassegnazione. Tuttavia il disco risulta deludente, con troppi riempitivi e pochi brani davvero notevoli.
Va meglio con la raccolta di rarità e memorabilia Lost Dogs (2005), che ha il merito di recuperare b-sides e chicche fino ad allora appannaggio dei fan di più stretta osservanza.

La vera dimensione dei Pearl Jam “anni 2000” diventerà quella live. Il gruppo trascorrerà gran parte della decade calcando i palchi di tutto il mondo. Ai momenti difficili (la tragedia di Roskilde, nel 2000, arriverà a minare l'unione stessa del gruppo) la band saprà reagire concependo show sempre più intensi e lunghi, eventi leggendari che non di rado supereranno le tre ore di durata. Dal tour di Binaural in poi ogni concerto dei Pearl Jam sarà reso disponibile in cd e in formato digitale, bootleg ufficiali che diventeranno ambiti fra i collezionisti.

E' solo Classic Rock? I dischi recenti e il Vedder solista

Nel 2006 esce Pearl Jam, un lavoro sanguigno, energico, vitale, a tratti feroce e abrasivo. La posta in gioco simbolica è il futuro dell’America “post 11 settembre”, la vittoria “dimezzata” in Iraq e le troppe scelte sbagliate fatte dall’amministrazione americana. L’album è suddivisibile in una prima parte dedicata al ritorno in auge delle atmosfere di Ten e Vs, con le elettriche sferraglianti in prima linea, e in una seconda più eclettica, nella quale spesso la rabbia si stempera in arrangiamenti e interpretazioni che si muovono in direzioni differenti. Del primo ciclo fa parte il tris d’apertura: “Life Wasted”/ “Worldwide Suicide”/ “Comatose”, dove l'antagonismo punk viene sorretto da una possente e compatta ritmica. “Severed Hand” e “Marker In The Sand” dimostrano invece di saper cambiare le carte in tavola: la prima illude nella parte iniziale (con i nastri al contrario), un falso allarme perché il riff di chitarra è in agguato e muterà ancora, tra wah-wah e contromelodie di McCready; la seconda stravolge l’ostinato tribale della batteria e apre nel ritornello una finestra melodica irresistibilmente “innodica”. Deliziosa, anche la successiva “Parachutes”, un pop acustico sospeso tra Beatles ed Elliott Smith, morbido e soffuso, con un organo hammond in sottofondo.
La seconda tranche esordisce con il midtempo Rem style “Unemployable” e l'hardcore sfrenato di “Big Wave”, per poi cedere alla ballad “Gone”, con struttura affine alla "vecchia" “Betterman”: partenza solitaria con la chitarra arpeggiata e cavalcata con il gruppo al completo. Dopo i cinquanta secondi di organo a canne di “Wasted Reprise” e l’altro filler “Army Riserve” l’album si congeda con “Come Back”, vibrante di passione soul dedicata a un’ipotetica compagna scomparsa (si muove sui medesimi sentieri di "Black”), e “Inside Job”, lungo e maestoso elettro/acoustic rock punteggiato dal pianoforte, con un epico crescendo che si protrae per ben sette minuti. L’“avocado album”, come è stato per via della copertina, nella quale il frutto esotico fa bella mostra di sé su sfondo azzurro, non è il risultato più esaltante raggiunto dai Pearl Jam ma resta una prova discografica più che sufficiente.

Nel frattempo Eddie Vedder si concede il prevedibile esordio solista, firmando la colonna sonora di Into The Wild, pluripremiato film diretto da Sean Penn, tratto dal bestseller omonimo di Jon Krakauer sulla fatale esperienza in Alaska compiuta da Christopher McCandless. Vedder firma, in solitudine, un concept sulla vicenda di McCandless, composto da undici brani brevi e concisi, adatti alla pellicola quanto a un ascolto fluido e mai stancante.
E' un lavoro rock-folk a tratti epico (“Setting Forth”, “Hard Sun”) spesso riflessivo, incentrato sulla voce baritonale di Vedder e su chitarre fingerpicking (“Long Nights” e “Guaranteed”, fra le migliori composizioni mai dispensate dal cantante). Vengono in mente anche dei Pearl Jam epurati dalle tendenze più distorte e irruente ("Far Behind"), altrove emergono inevitabili riferimenti springsteeniani e younghiana. La cover di “Society” è una collaborazione tra Vedder e l’autore Jerry Hannan.

Backspacer (2009) denota una certa continuità rispetto all'approccio ruvido e diretto del predecessore ma, smaltita la sbornia d'indignazione civile contro l'amministrazione Bush, i toni si fanno meno accesi e vibranti, le gradazioni più soft, l'umore generale più disteso ed edonista. E' rock classico con escrudescenze punk, anabolizzazioni hard, la solita predisposizione al pathos e qualche episodio cantautorale. L'opener "Gonna See My Friends", con quel familiare riff stentoreo è una botta street-rock triviale e adrenalinica. "Got Some", "Johnny Guitar" e "Supersonic" insistono e sviluppano, con risultati altalenanti, un'ebbrezza rock'n'roll da "American Graffiti". Non va meglio, anzi, con "The Fixer", spuntatissimo singolo con fregole sintetiche vagamente new wave.
La scrittura si risolleva quando la palla torna tra le mani di Vedder, il quale pennella i due acquerelli acustici "Just Breathe" (più bucolica) e la sofferta "The End" (più sofferta), o quando McCready si gioca la carta del soft-rock in "Force Of Nature". "Amongst The Waves" e "Unthought" sono strade che i nostri hanno già percorso in passato, mentre "Speed Of Sound", un accorato mid-tempo con piano e organo in evidenza e le chitarre in sordina, punta (quasi) tutto sullo charme dolente e carezzevole del cantato. Per gran parte dei fan Backspacer rappresenta dal punto di vista artistico il punto più basso della parabola dei Pearl Jam.

La seconda uscita solista di Vedder lo vede alle prese con l'ukulele, strumento verso il quale non ha mai nascosto una particolare passione, e che in questa occasione diviene il motivo conduttore. Ukulele Songs è una raccolta di brani per lo più originali, alcuni pienamente compiuti, altri veri e propri schizzi, alcuni già editi (l'opener "Can't Keep" figurava in una versione full band in "Riot Act", mentre la commovente "Goodbye" era nella colonna sonora di "A Broke Down Melody" nel 2006) e alcune cover, tra cui una sorprendente "Dream A Little Dream" in chiusura. Caratterizzato da un'accentuata componente roots, "Ukulele Songs" a tratti ristagna, ma può vantare alcuni momenti memorabili, su tutti il singolo "Longing To Belong" ennesima testimonia delle grandi abilità di paroliere di Vedder.
In "Tonight You Belong To Me" a dar man forte interviene Cat Power, in meno di due minuti di irresistibile romanticismo. Vedder punta tutto sull'aspetto intimo e lirico, sacrificando di contro ricchezza e varietà musicale. A metà tra il divertissement e il disco da cantautore "adulto", Ukulele Songs si pone come opera minuta, fragile, introspettiva, permeata da un senso di leggerezza.

Il 15 ottobre 2013 viene pubblicato il decimo album in studio, Lightning Bolt, che non si discosta dalla altre produzioni recenti. Due singoli hanno anticipato l’album nei mesi immediatamente precedenti: “Mind Your Manners”, con la sua piacevolmente spiazzante attitudine simil-hardcore, e “Sirens” con le eleganti delicatezze pronte ad avvolgere l’ascoltatore. Anche “Sleeping With Myself” era già nota, in quanto contenuta (in una versione più "nuda") in Ukulele Songs: un brano al quale Eddie Vedder ha voluto concedere una seconda opportunità, lasciandolo rivestire di un sobrio arrangiamento full band. Per il resto Lightning Bolt è divisibile idealmente in due parti: per metà abbastanza tradizionalmente (e prevedibilmente) Pearl Jam, per l’altra metà rivolto verso nuove strade, vedi gli accenti urban blues di “Let The Records Play” o le intriganti rarefazioni di “Pendulum”, vetta del disco con un testo basato sulle oscillazioni che caratterizzano la natura umana, un brano che testimonia quanto la coppia Ament / Gossard sia in grado ancora di costruire grandi pezzi.
La produzione torna salda nelle mani di Brendan O’Brien colui che ha firmato gran parte dei migliori lavori del combo di Seattle, e anche in questo caso contribuisce a mantenere il disco compatto, in equilibrio fra gli efficaci episodi elettrici (“My Father’s Son”, con il basso di Jeff Ament sugli scudi, la contagiosa “Infallible”), e le impareggiabili dolcezze sulle quali la band va oramai sul sicuro (le conclusive “Yellow Moon”, con tanto di solo del guitar hero Mike McReady e “Future Days”, con il contorno di archi), direttamente figlie del Vedder di “Into The Wild”. C’è qualche compitino ben svolto (“Swallowed Whole”, la title track, l’iniziale “Getaway”, rafforzata da uno di quei ritornelli che una volta ci facevano sentire al centro del mondo). Lightning Bolt è un album per metà egregio e per l’altra metà semplicemente onesto, comunque pregno di un’onestà che continua a porre i Pearl Jam al di sopra di tutto quel “mordi e fuggi” che caratterizza il panorama musicale dei nostri tempi. Le nostre orecchie e la nostra attenzione sono troppo spesso distratte da un eccesso d’offerta musicale che non potrà mai essere assorbita da un’adeguata domanda. In tale caos discografico fermarsi un attimino ad ascoltare questi cinque ex ragazzi è il modo migliore di ringraziarli per tutte le emozioni che hanno regalato in passato. Un atto dovuto da tutti coloro che hanno sognato, pianto, trovato le spiegazioni del proprio malessere nella poetica di “Ten”, “Vs” e “Vitalogy”.

Nel 2017 giunge scontato, al primo anno di eleggibilità, l'ingresso nella Rock'n'Roll Hall Of Fame. Intanto si rincorrono voci su un probabile nuovo album, che al momento non vengono confermate dai diretti interessati. Eddie Vedder ne approfitta in estate per mettere in piedi un fortunato tour europeo solista, che tocca a fine giugno anche l'Italia per il Firenze Rocks, e per due serate (assieme al cantautore irlandese Glen Hansard e a un quartetto d'archi) Taormina, nella suggestiva location del Teatro Antico.
A fine 2017 i Pearl Jam pubblicano Let's Play Two, un film-documentario-concerto che unisce musica e passione per lo sport, affidato alla regia di Danny Clinch, già a fianco della band dieci anni prima per le riprese di "Immagini in cornice". Accanto al film-dvd, viene pubblicato un disco dal vivo, sorta di colonna sonora con 17 tracce tratte dai concerti tenuti nello stadio della squadra di baseball dei Chicago Cubs (della quale Vedder è grande tifoso) il 20 e il 22 agosto del 2016. Lo show diventa anche il modo per celebrare il ritorno alla vittoria dei Cubs, che dopo ben 108 anni sono tornati ad aggiudicarsi le World Series. Accanto alle scontatissime evergreenBlack”, “Jeremy” ed “Alive”, troviamo la sana scarica adrenalinica di “Last Exit”, la sempre intensa "Release" e l'irrinunciabile “Corduroy”; fra il materiale meno datato brilla “Inside Job”, mentre la recente “Lightning Bolt” soccombe all’infausto confronto con i pezzi storici. A fine selezione compaiono “All The Way”, brano di Vedder solista dedicato proprio agli amati Cubs, uscito come singolo nel 2008, e la cover dei Beatles “I’ve Got A Feeling”. In scaletta anche una delle più riuscite cover mai diffuse dai Pearl Jam, “Crazy Mary” di Victoria Williams, che nel 1993 fece parte di “Sweet Relief”, compilation pubblicata per una raccolta fondi finalizzata a sostenere gli artisti affetti da sclerosi multipla in difficoltà economiche.

Tra tragiche morti (Andy Wood, Kurt Cobain, Layne Staley, Chris Cornell) e scioglimenti inevitabili, i Pearl Jam sono rimasti, insieme ai Mudhoney, gli unici testimoni del movimento grunge, nato, cresciuto - o meglio bruciato - e spirato a Seattle tra gli anni 80 e 90.
Il fisiologico calo dell'ispirazione ha prodotto lavori che palesano uno standard immobilistico, di maniera, conservatore, perfetto per rassicurare i fan storici e immettere nuovo carburante per incendiare il motore inesausto delle loro tournée mondiali, dimensione nella quale il gruppo riesce ancora a dare il meglio di se, giustificando nel tempo la propria costanza e linearità.


Contributi di Ariel Bertoldo ("Pearl Jam"), Claudio Cataldi ("Ukulele Songs")

Pearl Jam

La sponda "classic" del grunge

di Paolo Avico e Claudio Lancia

Assieme a Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains e Mudhoney sono stati i maggiori esponenti del Seattle Sound. Ripercorriamo la storia di una delle band cardine degli anni 90, e del suo leader Eddie Vedder, da molti considerato il vero rappresentante di una generazione
Pearl Jam
Discografia
 PEARL JAM: 
Ten (Epic, 1991)

 

Vs (Epic, 1993)

 

 Dissident Ep (live, Epic, 1994)

 

Vitalogy (Epic, 1994)

 

 Mirror Ball (with Neil Young, Reprise, 1995)

 

 Merkinball Ep (Epic, 1995) 
 No Code (Epic, 1996)

 

 Yield (Epic, 1998)

 

 Live On Two Legs (live, Epic, 1998)

 

 Binaural (Epic, 2000)

 

 Riot Act (J Records, 2002)

 

 Lost Dogs (rarities, Epic, 2003) 
 Rearviewmirror (best of, Epic, 2004) 
 Pearl Jam (J Records, 2006)

 

 Backspacer (Universal, 2009)  
 Lightning Bolt (Monkeywrench / Universal, 2013) 
 Let's Play Two (live, Universal, 2017) 
   
 EDDIE VEDDER: 
 Into The Wild (soundtrack, J Records, 2007)  
 Ukulele Songs (Universal, 2011) 
   
 GREEN RIVER: 
 Come On Down (Ep, Homestead, 1985) 
 Dry As A Bone (Ep, Sub Pop, 1987) 
 Rehab Doll (Sub Pop, 1988) 
   
 MOTHER LOVE BONE: 
 Shine (Ep, Mercury, 1989) 
 Apple (Mercury, 1990) 
 Mother Love Bone (compilation, Mercury, 1992) 
   
 TEMPLE OF THE DOG: 
 Temple Of The Dog (A&M, 1991) 
   
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

PEARL JAM

Let's Play Two

(2017 - Universal)
Danny Clinch torna a riprendere Vedder & C. fondendo musica (alt-)rock e passione sportiva

PEARL JAM

Lightning Bolt

(2013 - Monkeywrench / Universal)
La storica formazione di Seattlle taglia l'ambito traguardo del decimo album in studio

PEARL JAM

Twenty (dvd)

(2011 - Simon & Schuster)
Un documentario celebra i vent'anni dall'uscita di "Ten"

PEARL JAM

Backspacer

(2009 - Universal)
Fedele alla linea, il gruppo di Seattle ritorna con un nuovo album di canzoni già pronte per essere ..

PEARL JAM

Pearl Jam

(2006 - J Records / Sony - Bmg)

PEARL JAM

Riot Act

(2002 - Epic)

PEARL JAM

Ten

(1991 - Sony Epic)
In piena era grunge, esce il capolavoro della band di Vedder

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