Pearl Jam

Pearl Jam

I sopravvissuti del grunge

di Paolo Avico

Insieme a Nirvana, Soundgarden e Alice In Chains sono stati i maggiori rappresentanti del movimento di Seattle. Una breve storia dell'unica band che, fra le citate, a distanza di oltre 20 anni dalla nascita del grunge, è ancora nel grande circo del rock

La storia dei Pearl Jam parte da lontano, esattamente dal 1984, quando il bassista Jeff Ament, insieme con Mark Arm (futuro leader dei Mudhoney), forma i Green River, uno dei gruppi che maggiormente hanno influenzato il rock di Seattle degli anni '80, ai quali si aggiunge, l'anno seguente, il chitarrista Stone Gossard. Nel 1987 i Green River si sciolgono, e dalle loro ceneri prendono vita i Mother Love Bone, composti da Andy Wood, Stone Gossard, Jeff Ament, Bruce Fairweather e Greg Gilmore. Dopo l'Ep "Shine" del 1989, il gruppo ha in preparazione l'album di esordio, "Apple", ma il 16 marzo 1990 muore per overdose di eroina il cantante Andy Wood. Il disco uscirà ugualmente postumo per la Polydor, ma, nonostante il contratto con una major, i componenti della band, distrutti dal tragico evento, decidono di abbandonare il progetto. Dopo alcune esperienze musicali poco impegnative, Ament si ritrova con Gossard, e i due, insieme al chitarrista Mike McCready (da poco conosciuto) e a Matt Cameron (il batterista dei Soundgarden), incidono un nastro contenente il materiale che di lì a poco sarebbe diventato la musica dei Pearl Jam. Nel frattempo Dave Krusen rimpiazza Cameron alla batteria e il demo finisce nelle mani di Jack Irons, ex drummer dei Red Hot Chili Peppers, il quale lo consegna a Eddie Vedder, un amico che lavora a una pompa di benzina a San Diego e passa il tempo libero facendo surf e cantando nei Bad Radio, una band locale.

Nel giro di pochi giorni Vedder scrive le parti vocali e i testi dei brani (quelli che diventeranno "Alive", "Footsteps" e "Once") arrivatigli da Seattle, in una sorta di mini-opera sulle vicende della sua adolescenza, dal  nome Mamasan. Nell'arco di pochissimo tempo, dopo la reazione entusiasta dei mittenti, parte per la città del grunge, dove, altrettanto celermente, avviene la stesura dei brani di Ten, il primo album del gruppo. Inizialmente la band decide di chiamarsi Mookie Blaylock, come un famoso giocatore di basket, ma quasi subito il nome si trasforma in Pearl Jam, in riferimento a una particolare marmellata allucinogena che la nonna di Vedder (Pearl, appunto) preparava con il peyote per il marito indiano, secondo i canoni e la tradizione dei popoli precolombiani (il titolo dell'album - Ten - richiama, tuttavia, il primo nome del gruppo, essendo dieci il numero di maglia con cui giocava Blaylock nei New Jersey Mets).

Prima dell'esordio vero e proprio dei Pearl Jam, nel 1990 Vedder, Ament, McCready e Gossard prendono parte, su invito di Chris Cornell e Matt Camenron dei Soundgarden al progetto Temple Of The Dog, concepito in memoria dello scomparso Andy Wood. Il disco, inizialmente  recepito tiepidamente, diventerà un bestseller dopo l’esplosione del Seattle sound.
Inoltre i Pearl Jam partecipano, nel 1991, sia come comparse che come autori della colonna sonora (insieme, tra gli altri, a Soundgarden, Alice In Chains, Mudhoney, Screaming Trees e Smashing Pumpkins), al film "Singles, l'amore è un gioco" di Cameron Crowe, una pellicola sui "modesti patemi della gioventù di Seattle, a metà strada tra il grunge e lo yuppismo riveduto", come è stata autorevolmente definita.

Tra il marzo e l'aprile del 1991 vengono effettuate le riprese di Ten, il primo disco dei Pearl Jam (Krusen lascia il gruppo poco tempo dopo, rimpiazzato prima da Matt Chamberlain e poi definitivamente da Dave Abruzzese). L'album, a differenza della maggior parte di quelli dei loro "cugini grunge" (che hanno reso celebre l'etichetta indipendente Sub Pop) esce per la Epic (Sony), per via dei contatti che Ament e Gossard hanno mantenuto con Michael Goldstone (prima Polydor, poi passato alla Sony) dai tempi dei Mother Love Bone.
Il disco, probabilmente il migliore dei Pearl Jam insieme a Vs, potrebbe essere definito un capolavoro del rock reazionario, tante sono le tracce evidenziabili delle influenze che la band ha assimilato dai musicisti del passato: il drumming pesante, alla maniera di John Bonam, i soli di chitarra di hendrixiana memoria, la voce di Vedder, che suona come una sorta di riedizione anni 90 di quella di Jim Morrison (non a caso Vedder sarà invitato dai superstiti Doors nel 1993 per interpretare, dal vivo, "Roadhose blues", "Light my fire" e "Break on throught"). Non solo: anche gli Who (uno dei gruppi preferiti di Vedder, dei quali dal vivo spesso il gruppo esegue svariate cover) e il Neil Young più "elettrico", considerato giustamente un autore grunge ante litteram, fanno sentire la loro presenza nel sound della band. Il giornalista Allan Jones, riferendosi a "Oceans", il brano più delicato e malinconico del disco, trova nella voce di Vedder addirittura tracce del lirismo di Tim Buckley, e immagina la song come l'ideale proseguimento di "Starsailor". Forse un accostamento un po' azzardato, ma non completamente campato in aria.
Indubbiamente l'esordio dei Pearl Jam si discosta in maniera massiccia dai lavori degli altri gruppi di Seattle: nulla a che vedere con la furia punk dei Nirvana o con l'heavy suond di Alice In Chains e Soundgarden, per citare le band più rappresentative. Si può affermare che i Pearl Jam sono il lato hard rock seventies (ma non solo, nella loro musica sono rintracciabili anche "citazioni" di artisti come U2 e Rem) del fenomeno grunge, che, d'altronde, è un movimento che si contraddistingue principalmente per la sua origine geografica e per il malessere di fondo, tipico della disillusione post anni '70, che esprimono i suoi adepti, più che per le caratteristiche formali della musica che ne è l'espressione.
Tutto ciò non toglie meriti all'esordio dei Pearl Jam: infatti, pur non presentando grandi innovazioni formali o sperimentazioni, Ten è un disco che, tramite brani rock ottimamente concepiti, sa trasmettere, anche nei momenti più hard, proprio l'atmosfera malinconica e disillusa, a volte quasi depressa, tipica della poetica grunge. Anche per quanto riguarda i testi di Vedder, vale lo stesso discorso. Seppur a volte vi siano riferimenti a vicende realmente accadute ("Jeremy" e "Why go"), e quindi emerga una sorta di impegno sociale della band, le denunce delle liriche dei Pearl Jam sembrano fini a se stesse, solo una amara constatazione dei fatti seguita da un timido accenno di ribellione, ma fondamentalmente sono nichiliste ed espressione di impotenza e rassegnazione. Il discorso è ancora più accentuato quando oggetto dei versi di Vedder sono riflessioni più intimiste, spesso ermetiche, o storie che in qualche modo traggono spunto dalla sue travagliate vicende adolescenziali (la celebre "Alive", per esempio).

Ten catapulta i Pearl Jam nell'olimpo del rock nel giro di pochi mesi, con un numero di copie vendute davvero notevole, anche in considerazione del fatto che la sua uscita coincide (ma qual è la causa e quale l'effetto?) con l'esplosione del grunge, e segue di poco la pubblicazione di "Nevermind" dei "cuginetti" Nirvana. Il successo dei singoli “Alive”, “Even Flow” e soprattutto “Jeremy”, forte di un video  massicciamente trasmesso da Mtv spingono il disco alto nell classifiche. Contribuisce a tenere alte le quotazioni del gruppo la partecipazione all’Mtv Unplugged.
Inoltre i Pearl Jam partecipano, nel 1992, sia come comparse che come autori della colonna sonora (insieme, tra gli altri, a Soundgarden, Alice In Chains, Mudhoney, Screaming Trees e Smashing Pumpkins), al film "Singles, l'amore è un gioco" di Cameron Crowe, una pellicola sui "modesti patemi della gioventù di Seattle, a metà strada tra il grunge e lo yuppismo riveduto", come è stata autorevolmente definita. La colonna sonora include due brani ripescati dalle prime session dei Mookie Blaylock, e riveduti e corretti: “Breath” (sulla stessa falsariga di “Alive”) e il grunge da manuale di “State of Love and Trust”. Il film è meno che mediocre, ma con esso (e con la fortunata colonna sonora) l’attenzione sulla scena di Seattle è al massimo.

Nella primavera del 1993 i Pearl Jam tornano in studio per la registrazione del loro secondo lavoro, Vs. Con il nuovo produttore Brendan O'Brian (che ha lavorato, tra gli altri, con Aerosmith, Stone Temple Pilots, Red Hot Chili Peppers e Black Crows), cambia l'approccio con lo studio di registrazione: i brani vengono suonati praticamente live, con il minor numero di takes possibili e sovraincisioni ridotte all'osso. Il risultato è evidente: Vs suona molto più crudo e vigoroso, meno artefatto. Nei brani più pesanti ("Go", "Animal", "Blood") continuano a sentirsi le influenze dei guru del rock vecchio stampo (tra cui, oltre a soliti Led Zeppelin e Hendrix, anche Stooges e MC5), ma compaiono anche alcune ballate che richiamano in modo piuttosto evidente gli Rem. ("Daughter", "Ederly woman behind the counter in a small town"). L'album (inizialmente pubblicato solo in vinile) vende un milione di copie in una settimana, con le sole prenotazioni, un record destinato a restare imbattuto a lungo.
L’improvviso (ed enorme) successo crea delle tensioni all’interno della band, ma soprattutto tra la band e l’”esterno”, con una crescente insofferenza nei confronti dei meccanismi promozionali dell’industria musicale. Così, a partire da Vs. il gruppo decide di rinunciare ai videoclip dei singoli, una scelta mantenuta sino al 1998.

Il passo successivo è Vitalogy (1994), disco pubblicato inizialmente solo in vinile ed anticipato da “Spin The Black Circe”, brano garage punk che spiazza le radio.
Vitalogy (1994) è il terzo album del gruppo ed è la logica continuazione di Vs, essendo identica la formula utilizzata per la sua produzione. Per un verso è il disco più heavy dei Pearl Jam ("Last exit", "Not for you", "Spin the black circe", "Whipping"), per l'altro presenta alcune ballate nello stile di quelle contenute nell'album precedente ("Nothingman", "Better man", "Immortality"). All'interno di Vitalogy c'è spazio anche per alcuni momenti "sperimentali", come "Pray, to", "Bugs" (in cui Vedder si cimenta con la fisarmonica), ma soprattutto "Hey foxymophandlemama, that's me", un brano di otto minuti formato da un delirante collage di voci e rumori, decisamente il momento più psichedelico della carriera dei Pearl Jam. La pubblicazione dell'album coincide con l'abbandono del gruppo da parte del batterista Dave Abruzzese, poi sostituito dal già citato Jack Irons, ex Red Hot Chili Peppers. Il suicidio di Kurt Cobain lascia una chiara impronta sul disco, evidente in brani come “Not For You” ed “Immortality”. Tale evento costituisce uno spartiacque non solo per la storia del rock anni 90 ma anche per la storia dei Pearl Jam, che dopo Vitalogy prenderanno sempre più le distanze da quello che resta del movimento grunge per cercare di ritagliarsi uno spazio autonomo all’interno della scena rock. Per certi versi, infatti, il passo successivo del gruppo costituisce il canto del cigno del movimento grunge (e non a caso chiuderà "Hype!", il documentario del 1996 sulla scena di Seattle). Si tratta della Self Pollution Radio, una diretta radiofonica officiata dalla band (mai pubblicata ufficialmente ma ampiamente reperibile come bootleg) che vedrà alternarsi, per tutta la notte, esibizioni di Pearl Jam, Soundgarden e, tra gli altri, dei Mad Season. Questi ultimi, un supergruppo formato da Layne Staley degli Alice In Chains, Mike McCready dei Pearl Jam e Barrett Martin degli Screaming Trees, pubblicheranno di lì a poco il notevole "Above" (1995), disco grunge filtrato dal blues e dalla psichedelia.

Nel 1995 i Pearl Jam registrano insieme a Neil Young, con il quale hanno già suonato dal vivo svariate volte, Mirror Ball. Il disco, tuttavia, esce a nome del solo canadese, per problematiche legate alla burocrazia delle case discografiche e Vedder, McCready, Ament, Gossard e Irons vengono citati solo come musicisti di accompagnamento all'interno del book dell'album, senza che si faccia menzione del nome Pearl Jam. Mirror Ball solo è un disco per appassionati di Neil Young e Pearl Jam. Molto meglio fa l’Ep "Merkinball", uscito a nome Pearl Jam e costituito da due brani avanzati dalle session con Neil Young. “I Got Shit” è un rock ruvido tipico della precedente produzione del gruppo, mentre “Long Road” è una splendida ballata che guarda già al disco seguente.

No Code
, il capitolo successivo della discografia della band, è dell'anno successivo e si distingue per il tentativo dei Pearl Jam di scrollarsi di dosso il sound tipico che li ha caratterizzati fino a questo momento. Ma il risultato è un lavoro a volte troppo frammentario, privo di amalgama. Si può dire che è un disco riuscito a metà, con, di volta in volta, strizzate d'occhio al punk ("Lukin"), al country rock à la Neil Young, con il quale non a caso i Pearl Jam hanno lavorato l'anno precedente ("Smile", "Red mosquito"), addirittura a una sorta di glam rock britannico ("Mankind", composta e cantata da Stone Gossard). D'altro canto l'album contiene alcune buone composizioni, una su tutte la bellissima "Present tense", uno dei massimi vertici artistici raggiunti dai Pearl Jam in tutta la loro carriera, un concentrato di malinconia, delicatezza, disperazione e poesia.

Il disco successivo, Yield è datato 1998 e segna un ritorno al sound più classico del gruppo, con forse una cura diversa per i suoni, a tratti più "puliti", più "moderni" del solito. Da menzionare, quali brani degni di nota, "Brain of J.", "Faithfull", "Pilate", "Do the evolution" e "M.F.C.". E' invece imbarazzante la somiglianza esistente tra il singolo "Given' to fly" e "Going to California" dei Led Zeppelin.
Il maggior successo dei Pearl Jam arriva, invece, nel 1999. Il singolo “Last Kiss”, uscito per raccogliere fondi per i rifugiati del Kosovo, diventa inaspettatamente la più grande hit della band, tuttora insuperata.

Yield
è l'ultimo album dei Pearl Jam che valga la pena prendere in considerazione. Se è vero che la band non ha mai osato più di tanto per rinnovare il suo sound, che già di per sé non trabocca di originalità, è altrettanto indiscutibile che fino a questo momento della loro carriera i cinque paladini del grunge avevano saputo proporre dell'ottimo rock, soprattutto perché ispirati in fase compositiva. Venuta meno tale ispirazione, con il passare degli anni, i Pearl Jam hanno gradualmente sempre più scimmiottato se stessi, mantenendo la forma della loro musica ma perdendone la sostanza. Sostanza che è del tutto svanita con l'ultimo disco menzionato. I lavori successivi, a parte Live on two legs, un disco nato dalle registrazioni del tour mondiale del 1998 (a partire dal quale Matt Cameron, ex Soundgarden, prende il posto di Irons alla batteria), non sono altro che ciò che uno (in maniera del tutto disillusa) poteva aspettarsi dalla band ed è puntualmente arrivato.

Binaural, uscito nel 2000, e Riot Act del 2002, due album assolutamente mainstream, nulla aggiungono alla storia dei Pearl Jam, se non un rinnovato e più esplicito (ma non nuovo) impegno politico della band, che emerge dalle liriche dell'ultimo loro capitolo ("Bu$hleaguer" su tutte).
Binaural
si segnala per un cambio di produzione e per un tentativo, riuscito a metà, di rivestire i brani di un sound più avvolgente e caldo. Trascurabili i brani rock, fanno un po’ meglio le ballad (soprattutto “Light Years” e “Parting Ways”). Riot Act può vantare un’altra hit (“I Am Mine) e atmosfere decisamente più tetre, come se alla rabbia del passato fosse subentrata una cupa rassegnazione. Tuttavia il disco risulta deludente, con troppi riempitivi e pochi brani davvero notevoli. Meglio allora la raccolta di rarità e memorabilia Lost Dogs (2005), che ha il merito di recuperare b-sides e chicche fino ad allora appannaggio dei fan di più stretta osservanza.

La vera dimensione dei Pearl Jam “anni 2000” sembra essere, più che quella su disco, quella su palco. Il gruppo passerà la decade girando i palchi di tutto il mondo. Alla dimensione live sono consegnati i momenti più difficili (la tragedia di Roskilde, nel 2000) come i più gloriosi. Non a caso, con una particolare trovata, dal tour di Binaural in poi ogni concerto dei Pearl Jam sarà disponibile in cd come una sorta di bootleg ufficiale (alla dimensione CD è stata recentemente affiancata quella digitale). D'altronde i Pearl Jam si sono sempre saputi vendere bene e hanno cercato di rendere originale ogni loro uscita, a partire dalla cura e dal particolare formato delle copertine dei loro dischi e dalle pubblicazioni "a sorpresa" degli album (come avvenne per Vitalogy), per finire con l'assolutamente lodevole lotta con la Ticketmaster, l'agenzia che gestisce in modo quasi monopolistico l'organizzazione degli spettacoli musicali che si tengono negli Stati Uniti, contro il prezzo elevato dei biglietti dei concerti, che costò alla band l'annullamento di un intero tour.

Tra tragiche morti, come Andy Wood, Kurt Cobain e Layne Staley e scioglimenti inevitabili come quello dei Soundgarden, i Pearl Jam sono rimasti, insieme ai Mudhoney, gli unici testimoni del movimento grunge, nato, cresciuto (o meglio bruciato) e spirato a Seattle a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90.

Nel 2006 esce l'omonimo Pearl Jam. Niente orientalismi stavolta, niente spoken-word o stravaganze sperimentali alla Tom Waits: al loro posto un sound platealmente chitarristico, sanguigno, energico, vitale, feroce, abrasivo. La posta in gioco simbolica è il futuro dell’America “post 11-09”, la vittoria “dimezzata” in Iraq e le troppe scelte sbagliate fatte sinora dall’amministrazione.
Possiamo dividere arbitrariamente l’album in una prima parte dedita al ritorno in auge delle atmosfere di Ten e Versus, con le elettriche sferraglianti in prima linea, e una seconda più eclettica, in cui spesso la rabbia si stempera in arrangiamenti e interpretazioni differenti. Del primo ciclo fa parte il tris d’apertura: “Life Wasted”, “Worldwide Suicide” e “Comatose” sono calci nel culo selvaggi, antagonismo punk sorretto da una possente e compatta ritmica. “Severed Hand” e “Marker In The Sand” dimostrano invece di saper cambiare le carte in tavola: la prima illude nella parte iniziale (con i nastri al contrario), ma è un falso allarme, perché il riff di chitarra è in agguato e muterà ancora, tra wah-wah e contromelodie di McCready; la seconda stravolge l’ostinato tribale della batteria e apre nel ritornello una finestra melodica irresistibilmente “innodica”. Deliziosa, com’è del resto la successiva “Parachutes”, pop acustico sospeso tra Beatles ed Elliott Smith, morbida e soffusa, con un organo hammond di sottofondo.
La seconda tranche esordisce con due episodi trascurabili (“Unemployable” e “Big Wave”, rispettivamente mid-tempo alla Rem e hardcore sfrenato, entrambe da rispedire al mittente) per poi cedere alla ballad “Gone”, che ha struttura affine alla mitica “Betterman”: partenza solitaria con la chitarra arpeggiata e cavalcata con il gruppo al completo. Dal vivo promette faville, su disco non decolla facilmente. Ascoltato il mini-tributo a Mirror Ball di “Wasted Reprise” (cinquanta secondi di organo a canne) e l’altro filler (“Army Riserve”) l’album volge al termine: il congedo è affidato a “Come Back”, vibrante di passione soul dedicata a un’ipotetica compagna scomparsa (emotivamente si muove sulla falsariga di “Black”), e quindi “Inside Job”, lungo e maestoso rock elettro/acustico punteggiato di pianoforte, con un bel crescendo che si protrae per ben sette minuti.

L’“avocado album”, come è stato ribattezzato a causa della copertina, in cui il frutto esotico fa bella mostra di sé su sfondo azzurro, non sarà il risultato più esaltante raggiunto sino ad oggi, ma rimane comunque prova discografica più che sufficiente, superiore per spessore effettivo al confuso e deludente Riot Act e al debole Binaural.

Nel frattempo Eddie Vedder si concede un riuscitissimo intermezzo solista, firmando la colonna sonora di Into The Wild, pluripremiato film di Sean Penn, tratto dal bestseller omonimo di Jon Krakauer sull'esperienza di Christopher McCandless. Vedder firma, da solo, un lavoro che è probabilmente quanto di meglio sia uscito dalla sua penna dai tempi di No Code. L’album, una sorta di concept sulla vicenda di McCandless, è composto da undici brani brevi e concisi, adatti alla pellicola quanto a un ascolto che risulta fluido e mai stancante. Il disco è rock-folk a tratti epico (“Setting Forth” e “Hard Sun”) a tratti riflessivo, tutto basato sull’efficacia del baritono di Vedder e di chitarre fingerpicking (“Long Nights” e “Guaranteed”, forse due delle migliori composizioni mai dispensate dal cantante dei Pearl Jam). Altra vetta è la cover di “Society”, una collaborazione tra Vedder e l’autore Jerry Hannan. In un’ideale “guida all’ascolto” di Pearl Jam e progetti affini, questo disco potrebbe benissimo figurare tra le opere migliori in assoluto.

Ma i Pearl Jam sono ormai un gruppo vecchio. Anzi, per vecchi. Come direbbe Cormac McCarthy. Vecchi ragazzi (degli anni 90), s'intende. Ma pur sempre invecchiati. E non bene. Ma neanche tanto male. Così così, diciamo. Anche per questo, oltre che per un fisiologico calo dell'ispirazione dopo quasi vent'anni di militanza, i loro ultimi lavori palesano uno standard abbastanza immobilistico, manierato, conservatore. Perché hanno principalmente due motivi d'essere: ospitare i vecchi fan alloggiandoli in sonorità datate e rassicuranti e immettere nuovo carburante da incendiare nel motore inesausto delle loro tournée mondiali, dimensione nella quale il gruppo riesce ancora a dare il meglio di se, giustificando nel tempo la propria costanza e linearità.

Backspacer (2009) denota una certa continuità rispetto all'approccio ruvido e diretto del predecessore ma, smaltita la sbornia d'indignazione civile contro l'amministrazione Bush, i toni si fanno meno accesi e vibranti, le gradazioni più soft, l'umore generale più disteso ed edonista. E' rock classico con qualche escrudescenza punk, qualche anabolizzazione hard, la solita predisposizione al pathos, qualche episodio cantautorale.
L'opener "Gonna See My Friends" con quel riff stentoreo e familiare è una botta street-rock, magari un po' triviale ma adrenalinica. Poi anche "Got Some", "Johnny Guitar" e "Supersonic" insistono e sviluppano, con risultati non proprio esaltanti, quest'ebbrezza rock'n'roll da "American Graffiti". Sempre meglio di "The Fixer", comunque, spuntatissimo singolo con fregole sintetiche vagamente new wave (!?).
La scrittura si risolleva quando la palla torna di nuovo tra le mani di Vedder che pennella due acquerelli acustici niente male - la bucolica "Just Breathe" e la sofferta "The End" - e in quelle di McCready con la fluente vena soft-rock di "Force Of Nature". Per il resto, niente di nuovo sul fronte occidentale: "Amongst The Waves" e "Unthought" sono strade che gli abbiamo già visto percorrere, mentre "Speed Of Sound", un accorato mid-tempo col piano e l'organo in evidenza e le chitarre in sordina, punta (quasi) tutto sullo charme dolente e carezzevole del cantato.

La nuova uscita solista di Vedder lo vede alle prese con l'ukulele, strumento per il quale non ha mani nascosto una particolare passione e che per l'occasione diviene motivo conduttore di un intero album.
Ukulele Songs offre una raccolta di brani per lo più originali, alcuni pienamente compiuti, altri veri e propri schizzi, alcuni già editi (l'opener "Can't Keep", già sul "Riot Act" dei Pearl Jam e la commovente "Goodbye", uscita nel 2006 sulla colonna sonora di "A Broke Down Melody") e alcune cover, tra cui una sorprendente "Dream A Little Dream" in chiusura. Caratterizzato da un'accentuata componente roots, "Ukulele Songs" a tratti ristagna, ma può vantare alcuni momenti memorabili, su tutti lo splendido singolo "Longing To Belong" che testimonia anche (casomai ce ne fosse stato bisogno) le notevoli abilità di paroliere di Vedder (verrebbe da chiedersi perché tali livelli qualitativi latitino da un po' sui dischi della band maggiore). In "Tonight You Belong To Me", altro vertice del disco, a dar man forte a Vedder c'è Cat Power, in meno di due minuti di irresistibile romanticismo. In sostanza, Vedder punta tutto sull'aspetto intimo e lirico, sacrificando di contro ricchezza e varietà musicale.
A metà tra il divertissement e il disco da cantautore "adulto", Ukulele Songs si pone come un'opera per certi versi minuta, fragile, introspettiva ma non macchiata di autocommiserazione; un'opera che anzi, in un certo senso, trae giovamento da un senso di "leggerezza", che la rende compagna ideale di solitarie gite fuori porta, a rincorrere spiagge assolate.

Il 15 ottobre 2013 viene pubblicato il decimo album in studio, Lightning Bolt, che non si discosta dalla altre produzioni recenti. Due singoli hanno anticipato l’album nei mesi immediatamente precedenti: “Mind Your Manners” con la sua (in parte piacevolmente spiazzante) attitudine quasi hardcore e “Sirens” con le eleganti delicatezze pronte ad avvolgere l’ascoltatore e la solita voce di Eddie Vedder che cattura. Anche “Sleeping With Myself” era già nota, in quanto contenuta (ma la versione era più spartana) in Ukulele Songs: un brano al quale Vedder ha voluto concedere una seconda opportunità, lasciandolo rivestire di un sobrio arrangiamento full band. Per il resto Lightning Bolt è divisibile idealmente in due: per metà abbastanza tradizionalmente Pearl Jam, e per questo anche abbastanza prevedibile, per l’altra metà rivolto verso nuove strade. Dodici tracce dove all’improvviso spuntano fuori gli accenti urban blues di “Let The Records Play” o le intriganti rarefazioni da brividi a fior di pelle di “Pendulum”, una delle vette assolute del disco, con un testo basato sulle oscillazioni che caratterizzano la natura umana, un brano che testimonia quanto la coppia Ament / Gossard sia in grado ancora di costruire grandi pezzi. La produzione torna salda nelle mani di Brendan O’Brien che, ricordiamolo, ha firmato gran parte dei migliori lavori del combo di Seattle, ed anche in questo caso contribuisce a mantenere il disco compatto, alla ricerca dei giusti equilibri fra gli efficaci episodi elettrici (“My Father’s Son”, con il basso di Jeff Ament sugli scudi, la contagiosa “Infallible”), e le impareggiabili dolcezze sulle quali la band va oramai sul sicuro (le conclusive “Yellow Moon”, con tanto di solo del guitar hero Mike McReady e “Future Days”, con contorno di archi) direttamente figlie del Vedder di “Into The Wild”. C’è poi qualche compitino ben svolto, che magari troverà linfa vitale nella tanto attesa prova live, come nel caso di “Swallowed Whole”, della title track e dell’iniziale “Getaway”, rafforzata da uno di quei ritornelli che una volta ci facevano sentire al centro del mondo. Lightning Bolt è un album per metà egregio e per l’altra metà semplicemente onesto, ma pregno di un’onestà che continua a porre i Pearl Jam di gran lunga al di sopra di tutto quel “mordi e fuggi” che caratterizza il panorama musicale dei nostri tempi. Le nostre orecchie e la nostra attenzione sono troppo spesso distratte da un eccesso d’offerta musicale che non potrà mai essere assorbita da un’adeguata domanda. In tale caos discografico fermarsi un attimino ad ascoltare questi cinque ex ragazzi è anche il modo di ringraziarli per tutte le emozioni che ci hanno regalato in passato. Un atto dovuto da tutti coloro che hanno sognato, pianto, trovato le spiegazioni del proprio malessere nella poetica di “Ten”, “Vs” e “Vitalogy”.


Contributi di Ariel Bertoldo ("Pearl Jam"), Claudio Cataldi ("Ukulele Songs") e Claudio Lancia ("Lightning Bolt")

Pearl Jam

I sopravvissuti del grunge

di Paolo Avico

Insieme a Nirvana, Soundgarden e Alice In Chains sono stati i maggiori rappresentanti del movimento di Seattle. Una breve storia dell'unica band che, fra le citate, a distanza di oltre 20 anni dalla nascita del grunge, è ancora nel grande circo del rock
Pearl Jam
Discografia
 PEARL JAM 
   
Ten (Epic, 1991)

 

Vs (Epic, 1993)

 

 Dissident Ep (live, Epic, 1994)

 

Vitalogy (Epic, 1994)

 

 Mirror Ball (with Neil Young, Reprise, 1995)

 

 No Code (Epic, 1996)

 

 Yield (Epic, 1998)

 

 Live On Two Legs (Epic, 1998)

 

 Binaural (Epic, 2000)

 

 Binaural - The Tour (live, Sony, 2000)

 

 Riot Act (J Records, 2002)

 

 Pearl Jam (J Records, 2006)

 

 Backspacer (Universal, 2009)  
 Lightning Bolt (Monkeywrench / Universal, 2013) 
   
 EDDIE VEDDER 
   
 Into The Wild (soundtrack, J Records, 2007)  
 Ukulele Songs (Universal, 2011) 
pietra miliare di OndaRock
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(2002 - Epic)

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(1991 - Sony Epic)
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