Phantom Tollbooth

Phantom Tollbooth

L'arte del deragliamento geometrico

di Francesco Nunziata

Durante la seconda metà degli anni 80, in una New York che continuava a sfornare proposte musicali tanto interessanti quanto sperimentali, i Phantom Tollbooth pubblicarono alcuni dei dischi più creativi al confine tra post-hardcore, noise-rock e progressive. Nonostante tutto, però, finirono presto nel dimenticatoio, trasformandosi nell'ennesima band di culto

Tra i più interessanti e misconosciuti fautori di una fusione tra la carica dinamitarda del (post-)hardcore, l’esplosiva sintassi del noise-rock e la complessità strutturale del progressive ci sono sicuramente i newyorkesi Phantom Tollbooth.
La loro avventura iniziò nel 1984, anno in cui il chitarrista Dave Rick, il bassista Gerard Thomas Smith III e il batterista Jon Coats erano ancora tre ragazzi alle prese con il sogno di gridare al mondo le proprie ragioni attraverso il megafono del rock, una musica cui s’erano appassionati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, un periodo molto intenso per la scena musicale della Grande Mela.

Dave Rick: “Siamo stati davvero fortunati a vivere nella New York di quell’epoca. Influenzati dai nostri fratelli più grandi, iniziammo ad ascoltare molto classic-rock: Led Zeppelin, Who, Jimi Hendrix, Rolling Stones, Yes e alcuni dischi di southern rock. Tuttavia, appena ci incontrammo, ognuno di noi cominciò a concentrarsi su alcune cose a discapito di altre. A quel punto, facemmo nostre anche le sonorità più sperimentali del garage-psichedelico, spingendoci fino alle cose più radicali di Velvet Underground, Captain Beefheart e Frank Zappa. Non restava, quindi, che risalire il corso del tempo, il che ci consentì di scoprire la new-wave e la no-wave, facendoci innamorare dei paesaggi sonori dei Sonic Youth e degli Swans, senza dimenticare i Mission Of Burma, che avrebbero poi rappresentato uno dei tasselli fondamentali per la genesi dei Phantom Tollbooth. Il salto successivo ci portò, infine, verso le sonorità di Fred Frith e John Zorn. All’epoca, avevamo tutti tra i diciassette e i diciotto anni e, mentre riscoprivamo il passato, eravamo già proiettati verso il futuro.”

Desiderosi di mettersi alla prova, ogni settimana Rick, Smith e Coats spulciavano con vorace attenzione gli annunci musicali del Village Voice, facendo molta attenzione a quelli in cui si cercavano musicisti per formare una band. Nel frattempo, Rick aveva iniziato a suonare il basso con Ira Kaplan e la compagna Georgia Hubley, entrambi leader di una band destinata a fare la storia dell’indie-rock americano: gli Yo La Tengo. Si trattava, tuttavia, di un impiego temporaneo, perché la musica che Rick voleva suonare andava in tutt’altra direzione. Alla fine, durante l’estate del 1984, l’annuncio scritto da un certo Amore (strana la vita, eh?), in cui si citavano anche i Saccharine Trust come spiriti guida, colpì l’immaginazione dei nostri ragazzi. Nel giro di qualche giorno, i tre si ritrovarono in una sala prove sotto l’occhio vigile di quello strano cantante che, oltre ad avere un cognome di chiara ascendenza italiana, era anche appassionato di musica industrial e noise e pare vantasse addirittura una conoscenza diretta con Jack Brewer dei Saccharine Trust. Un giorno, mentre stavano provando già da qualche ora, Amore uscì senza preavviso dallo studio per non farvi più ritorno. Rick, Smith e Coats lo presero come un segno del destino e decisero che, da quel momento in poi, avrebbero continuato come trio. Di solito, prima delle prove si scaldavano con una mezz’ora buona di improvvisazione. Cercando di catturare spunti da sviluppare per la scrittura di brani nuovi di zecca, a un certo punto presero anche a metterle su nastro servendosi del registratore a 4 piste che Coats portava sempre con sé. Nacquero, così, brani che apparivano come una strana miscela di rumorismo arty, progressive e hardcore evoluto, il che rifletteva non soltanto la loro passione per una band come i Void e per i vari progetti del chitarrista Fred Frith (su tutti, i Massacre), ma anche la volontà di suonare una musica che, libera da obiettivi commerciali, potesse avventurarsi in territori inediti. "All'epoca", ricorda Smith, "molto di quello che stava accadendo nella musica indipendente americana non consentiva alle band di fare molti soldi, per cui ci fu la possibilità di adottare un nuovo modo di pensare, che spinse molti a suonare senza dare troppo peso ai riscontri commerciali. Fondamentalmente, fu su questo concetto base che si sviluppò il movimento dell'American Independent Underground".

Nel 1985, avendo accumulato materiale a sufficienza per suonare dal vivo, il trio, che nel frattempo aveva deciso di chiamarsi Phantom Tollbooth (nome tratto dall’omonimo racconto per bambini pubblicato da Norton Juster nel 1961) e aveva anche registrato una cassetta-demo contenente sette tracce, tenne il suo primo concerto al Maxwell’s di Hoboken, a nord di New York. Tra gli invitati c’era anche Gerard Cosloy, che da poco aveva preso le redini della Homestead Records, una delle etichette indipendenti più importanti dell’epoca. Tra i brani che la band suonò in quell’occasione figuravano “Jack Of All Phobias”, “Filp Your Lid”, “White Out” e “Valley Of The Gwangi”. Affascinato da quanto aveva appena ascoltato, Cosloy raggiunse la band nel backstage, invitandola, senza mezzi termini, a firmare per la propria etichetta. Per realizzare una prima incisione, i Phantom Tollbooth dovettero tuttavia fare leva sulle proprie forze: trovarono, quindi, un piccolo studio con un registratore a otto tracce e si affidarono alle cure di un ingegnere del suono (Larry Buksbaum) e di un produttore (Chris Xefos) che masticavano senza troppi problemi le proposte più avventurose dell’indie-rock.

r20634341323144527.jpegIn pochi giorni, il loro primo Ep 7”, Valley Of The Gwangi (il cui titolo rimandava all'omonimo western fantascientifico girato da Jim O'Connolly nel 1969), era bello che pronto, con Smith e Rick a spartirsi le parti vocali. Accompagnato da una copertina disegnata da Coats (l’ispirazione gli era giunta ripensando a un viaggio che aveva fatto qualche anno prima nel Parco nazionale delle Badlands, South Dakota), l’Ep uscì nel 1986 e regalò agli appassionati di sperimentazioni su corpo hardcore & noise un trittico di brani molto interessanti. La title track prende la rincorsa addirittura dal cow-punk dei Meat Puppets, per inerpicarsi lungo pareti psych-noise al seguito di Dave Rick, la cui chitarra evoca un febbricitante ibrido di Joe Baiza (Saccharine Trust) e Bob Mould (Hüsker Dü). Al contrasto tra un percussivo tappeto ritmico e le fiammate brucianti della chitarra si affida, invece, “Flip Your Lid”, dagli scoperti retaggi post-punk. Il versante più free-form della loro musica viene, infine, a galla nella conclusiva “The Whaling Ultimate”, specchio fedele delle loro tante jam session in sala prove.
(Curiosità: nelle note di copertina, il nome di Dave Rick è sostituito dalla sigla F.D.M.R., che sta per Fat Dave M Rick).
L’accoglienza riservata dalla critica (almeno di quella che si accorse dell’Ep) fu molto positiva e questo spinse la band a proseguire senza alcuna esitazione lungo la direzione intrapresa. Anzi, man mano che le loro jam s’intensificavano, l’interplay strumentale diventava sempre più veloce e dinamico, tanto che i tre si convinsero che potevano tranquillamente osare di più in fase di scrittura. Molti dei nuovi brani furono testati anche dal vivo, solitamente dinanzi alla platea del Maxwell’s, che era diventata un po’ la loro seconda casa.

ep_02Quando tutto apparve pronto, si chiusero nuovamente in studio e registrarono un secondo e omonimo Ep Phantom Tollbooth (ancora Xefos in cabina di regia, ma questa volta coadiuvato dall'ingegnere del suono Tony Blockis). Accanto alla riproposizione di “Flip Your Lid”, vi trovarono posto brani dall’enorme impatto, tra cui, innanzitutto, “Jack Of All Phobias” che, dopo una breve introduzione per scricchiolii e collassi di corde, esplode in un’allucinazione hardcore sferzata da urla selvagge e bave elettro-acide. “White Out” vive, invece, del contrasto tra accelerazioni rumorosissime, fughe melodiche e rallentamenti defaticanti. Se qualcuno vi dicesse che si tratta della reinterpretazione di un’outtake di "Vs." dei Mission Of Burma, non potreste avanzare dubbi. Più complessa, la struttura di “Sweat Blood” evoca, invece, uno schizoide scenario art-punk, laddove “Ohm On The Range”, propulsa da un basso bombastico, è sferzata da una successione di figure chitarristiche irrefrenabili nel loro tripudio vorticante. Il bailamme cacofonico che accompagna il grido di ribellione di “The Fuck” prelude, quindi, alle trame cinematiche di “More Paranoia”, dove la chitarra deborda in scrittura automatica di feedback, modulazioni e svirgolamenti dissennati.

Accolti ancora una volta da ottime recensioni, i Phantom Tollbooth noleggiarono un furgone e partirono per un piccolo tour. Al ritorno, non avendo più un posto in cui provare, si rivolsero agli amici Sonic Youth, i quali, dopo aver pubblicato "EVOL" (marzo 1986), erano in procinto di partire per il tour europeo, per cui non ebbero alcun problema a cedere momentaneamente la loro sala prove di Manhattan. Fu lì che Rick, Smith e Coats perfezionarono i brani che avrebbero riempito la scaletta del loro debutto sulla lunga distanza. L’amicizia con i Sonic Youth consentì loro di entrare in contatto anche con il produttore Martin Bisi, già all’opera sugli ultimi due dischi della band di Thurston Moore e Lee Ranaldo. Nonostante la qualità dei loro due Ep, i Phantom Tollbooth non erano ancora riusciti a catturare il loro sound in maniera adeguata. Collaborando in fase di produzione con Bisi, la band ottenne finalmente un sound più arioso e dinamico, eppure non tutto andò per il verso giusto. “Non so cosa sia successo con la registrazione e/o con il mastering, ma il disco suona come se mancasse di intere frequenze", lamenta Rick. "Eravamo sicuramente tutti al massimo: Gerry suonò un basso Rickenbacker molto distorto, io una chitarra Hagstrom dal suono sottile e collegata a un amplificatore Music Man regolato male. A conti fatti, niente, soprattutto la batteria, suona come avrebbe dovuto. Il tutto è ricoperto da un bizzarro riverbero ed è un tantino compresso. Eravamo neofiti, allora.”

conversNonostante tutto, però, One-Way Conversation (1987 – 11 tracce; 36:34) era destinato a imporsi come il loro personale capolavoro, oltre che come uno dei dischi più originali della sua epoca. Gli undici brani che lo compongono sono attraversati da una tensione esplosiva e questo nonostante, nel complesso, la band abbia imparato a calibrare meglio le epilettiche sfuriate, le deraglianti esplorazioni cacofoniche e i tourbillon dissonanti e matematici che ci conducono in un’esperienza d’ascolto insieme esaltante e traumatica, e questo anche in virtù degli stessi difetti di produzione di cui si è detto poc’anzi.
A fare la voce grossa è, ancora una volta, la chitarra di Dave Rick: acida, rumorosa, schizofrenica, hendrixiana, ma di un Hendrix filtrato dall’afflato no-wave di quel Bruce Anderson che, ai tempi degli MX-80 Sound, aveva dimostrato di essere uno dei chitarristi migliori (e più sottovalutati) della new-wave. A supportare la chitarra, la batteria solida e versatile di Coats e il basso funk-jazz di Smith, a detta dello stesso Rick il vero centro propulsore della loro musica: “Francamente, penso che l'essenza del suono dei Phantom Tollbooth risieda nella manipolazione che Gerry attuò sul suo basso, da cui proveniva un sinuoso e tortuoso mélange di accordi, glissandi e armonici. A prescindere dalle nostre ovvie influenze, il suo modo di suonare fu quasi del tutto originale. Approcciando il suo strumento come fosse una chitarra, riuscì a incrociare lo stile bassistico di George Scott (Contortions, Eight Eyed Spy) con quello di Mike Watt, il che gli permise di ottenere un sound unico”.

L’iniziale “Significant In Ten Years” (così come “That’s Where I Live”) potrebbe essere un ottimo esempio di ballata indie-rock, se solo non fosse devastata e mandata in gloria da tutta una serie di squassi, imbizzarrimenti repentini e interludi atmosferico-psichedelici. Quella dei Phantom Tollbooth è un’arte del deragliamento geometrico o di una geometria sonora sottoposta a ogni tipo di sollecitazione. Nei glissando ululanti e nelle scansioni industriali di "Landing Is Gear", nelle nevrosi dissonanti di “Poly-Razmatazz”, nelle rincorse a perdifiato che si schiantano in parapiglia grind-jazz di “Crash Mode” o, ancora, negli spigoli Golden Palominos di “Camel's Gak” si consumano alcuni dei momenti più sfavillanti del rock di fine anni Ottanta. E se “Pajama Joe” può essere esibito come uno dei manifesti più riusciti di questo sound in cui convivono, senza soluzione di continuità, rumore e melodia, articolazione e destrutturazione, “Daylight In The Quiet Zone” scorre via tra cadenze galoppanti e bridge spastici. Dal canto loro, gli strumentali “We're Paid By The Word” (con linea di pianoforte suonata da Chris Xefos) e “Last Exit Before Toll” (da cui emergono finanche tracce di flamenco) non risultano soltanto creativi e trascinanti, ma riescono, nonostante la loro complessità strutturale, a suonare anche tremendamente catchy. In coda, “Hellcat II”, dopo l’ennesima sfrenata fantasia sonora, implode in metallurgico deliquio.
A dispetto delle apparenze, nel disco non c’è nulla che possa far pensare a una diretta filiazione free-jazz. “Eravamo più vicini al prog, a dirla tutta. Anche se, in definitiva, ci interessava soprattutto la natura sperimentale e ‘aperta’ dell’improvvisazione newyorkese dei primi anni Ottanta: Fred Frith, John Zorn, Eugene Chadbourne, Christian Marclay e via discorrendo. Sfortunatamente, però, non riuscimmo a esplorare fino in fondo le loro lezioni relative alla vera improvvisazione. Ci accontentammo di evocarne solo le texture”.

Uscito il disco, la band si concentrò sul solito giro di concerti in giro per gli States. In seguito, con Rick momentaneamente in gita europea insieme a Kramer (all’epoca impegnato con il progetto Bongwater), Smith e Coats si portarono avanti con il nuovo materiale. Al ritorno del chitarrista, la band chiese e ottenne dalla Homestead di registrare il nuovo disco con Spot, il leggendario produttore di gran parte del materiale apparso, tra il 1979 e il 1985, su etichetta SST. Per farlo, comunque, bisognava spostarsi a Cedar Creek, un piccolo centro non molto distante da Austin, nel Texas: il che significava spendere altri soldi. Si pensò, quindi, di organizzare qualche concerto da quelle parti, per ammortizzare le spese. Una volta arrivati nello studio di Spot, avrebbero inciso tutte le tracce e sarebbero, quindi, ripartiti immediatamente per New York.

powerFu così che, nel giro di una sola settimana dell’inverno del 1987, i Phantom Tollbooth misero a punto Power Toy (12 tracce; 43:44). Uscito nel marzo del 1988, il nuovo disco si presentava come un leggero addomesticamento del suono spigoloso e imprendibile di "One-Way Conversation". Il primo brano, “Extinction Plus”, si affida, comunque, ancora alla ballata rumorista dei Mission Of Burma per definire appieno il nuovo corso, sempre capace di ibridi spericolati e spettacolari: le distorsioni morbose, le complicazioni funk-jazz e le fughe solenni di “Criticize The Critters” (praticamente i Volcano Suns e i Big Boys che si fondono e si confondono, in un alternarsi di frastornante densità e subdola orecchiabilità); l’ottovolante funk-metal-pop di “Billie Holliday's Nightmare” (con ritornello appiccicoso) e quello di “Blockbuster Bomb”; il folk bislacco, strapazzato da detonazioni rocciose, di “Why I See Why”. Quelle di “Paper House”, invece, sono trame noise-rock cariche di angoscia strisciante, laddove “Circus of Wolves”, con la sua carica selvaggia, non avrebbe sfigurato in uno dei primi set degli Hawkwind.
Nel brano più lungo del disco, “Over The Pipes”, i Phantom Tollbooth lanciano, invece, il loro definitivo assalto alla guarnigione del prog-rock, facendo leva su di un flusso sonoro frastagliato, frutto di una maturità compositiva e di una qualità dell’interplay ormai davvero ragguardevoli. A completare il quadro, la torrida cover di “Barracuda” delle Heart, il folk acustico, che svapora nel caos, di "Down By The Gowanus" e le jam hard-psych di “Bonus Track” e “Bogus Track” (quest’ultime presenti soltanto nella versione cd del disco).
"Power Toy" valse ai Phantom Tollbooth anche la prima richiesta di effettuare un tour in Olanda, dove evidentemente la band aveva un certo seguito. Una volta terminato il giro di concerti nella terra dei tulipani, la band tornò in patria e si mise all’opera per catturare su disco l’energia dei suoi set dal vivo.

r18163331245526881.jpegNe uscì l’Ep Daylight In The Quiet Zone (1990), registrato per metà in studio e per metà al leggendario Cbgb. A comporre la scaletta, oltre a “Falling” (un brano nato nell’immediatezza del loro ritorno dall’Olanda), potenti versioni della title track, "Landing Gear" e "More Paranoia", più le cover, altrettanto riuscite, di "It's Not My Fault" (Mx-80 Sound) e “Wax” (45 Grave). Un altro brano inedito registrato in quel periodo, “Quest” (ancora in orbita Mission Of Burma), era finito, invece, sulla compilation "Human Music" approntata nel 1988 dalla Homestead Records.
All'epoca della pubblicazione dell'Ep, la band non esisteva più da circa un anno, dato che Rick aveva deciso di lasciare per onorare gli impegni sempre più pressanti con i vari progetti che ruotavano intorno alla Shimmy Disc, l’etichetta fondata da Mark Kramer nel 1987. Come chitarrista e, in qualche caso, come bassista, Rick suonò su numerosi dischi dell’etichetta newyorkese, ma furono soprattutto When People Were Shorter, Bongwater e King Missile le formazioni che si avvalsero maggiormente del suo talento. Insieme all’amico Gerard Smith, qualche anno dopo si cimentò anche con una band chiamata Odd Man Out, ma si trattò di un’esperienza di breve corso, che non produsse alcun risultato discografico. Fu poi la volta dei Martinets, formazione con cui rispolvererà, invece, le sonorità di Replacements e Soul Asylum in un paio di apprezzabili lavori usciti tra il 2000 e il 2002.
Quanto a Jon Coats, dopo aver suonato un mix di alt-rock, post-punk e math-rock con i Down and Away (all’attivo, tra il 1993 e il 1994, una cassetta e un Ep), si spinse verso territori elettronici con gli Antifade, autori di due discreti album pubblicati a cavallo del nuovo millennio.

beardNei primi anni del nuovo millennio, il nome dei Phantom Tollbooth tornò improvvisamente alla ribalta (si fa per dire…) grazie a Robert Pollard, leader e cantante dei Guided By Voices. “Per anni avevo sentito dire che era un nostro fan", ricorda  Smith. "Alla fine, nel 2002, Pollard ci contattò, dicendoci che sarebbe stato divertente rimissare 'Power Toy', riscriverne i testi (se ne sarebbe occupato lui stesso) e sostituire la mia voce e quella di Dave Rick con la sua”. Ricevuti i nastri originali, però, Pollard costruì, seguendo le traiettorie degli strumentali dei Phantom Tollboth, anche nuove melodie, il che, a conti fatti, rende Beard of Lightning (questo il titolo del disco uscito nel 2003 - 11 tracce; 42: 03), una versione tutt’altro che pedissequa di "Power Toy". Rispetto a quest’ultimo, "Beard of Lightning" “è un'opera completamente nuova – prosegue Smith. Se li ascolti uno dopo l’altro, ti rendi conto che anche le idee vocali e i mix sono diversi. Una cosa che, a mio avviso, spicca più di tutte è il modo in cui Bob posizionò le sue parole. In molti casi, canta in luoghi in cui Dave o io non lo facevamo, rilassandosi in altri in cui, invece, noi lo facevamo. 'Beard Of Lightning' si rapporta a 'Power Toy' in un modo meravigliosamente originale”.
Dal disco fu esclusa la cover di “Heart” delle Barracudas, mentre fu inserita “Valley of The Gwangi”, originariamente pubblicata sul loro primo Ep e qui reintitolata “Mascara Snakes”. Si trattò del brano più difficile da ripescare, dato che il nastro originale versava in cattive condizioni e perciò fu necessario innanzitutto restaurarlo. Il capolavoro del disco è probabilmente “Atom Bomb Professor”, rivisitazione di quella “Criticize The Critters” che già su "Power Toy" spiccava per potenza, complessità e visionareità. Ma, come sottolineava Smith, un po’ tutti i brani meritano di essere riascoltati in questa nuova veste, da “Asleep Under Control” (“Why I See Why”) a “Iceland Continuations” (“Paper House”), passando per “Capricorn's Paycheck” (“Extinction Plus”), “Gratification To Concrete” (“Billie Holliday's Nightmare”) e, soprattutto, “Crocodile To The Crown”, che amplifica il senso di magniloquenza di “Over The Pipes”.

L’anno successivo, dopo aver aperto qualche concerto per i Guided By Voices, i Phantom Tollbooth tornarono a essere un bel ricordo per tutti gli appassionati di rock sperimentale. A partire dal 2010, attraverso la netlabel PT5Speed, la band ha cominciato a rilasciare versioni demo o remix di alcuni dei suoi cavalli di battaglia.

Phantom Tollbooth

L'arte del deragliamento geometrico

di Francesco Nunziata

Durante la seconda metà degli anni 80, in una New York che continuava a sfornare proposte musicali tanto interessanti quanto sperimentali, i Phantom Tollbooth pubblicarono alcuni dei dischi più creativi al confine tra post-hardcore, noise-rock e progressive. Nonostante tutto, però, finirono presto nel dimenticatoio, trasformandosi nell'ennesima band di culto
Phantom Tollbooth
Discografia
 Valley Of The Gwangi (Homestead, Ep, 1986)

 

 Phantom Tollbooth (Homestead, Ep, 1986) 
One-Way Conversation (Homestead, 1987) 
Power Toy (Homestead, 1988) 
 Daylight In The Quiet Zone (Homestead, Ep live, 1990) 
Beard of Lightning (Off, 2003) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

"Criticize The Critters" - Live at Atak, Enschede, Olanda (1988)

"Over The Pipes" - Live at Atak, Enschede, Olanda (1988)

"That's Where I Live" - Live at Atak, Enschede, Olanda (1988)

"White Out" - Live at Atak, Enschede, Olanda (1988)

"Extinction Plus" - Live at Atak, Enschede, Olanda (1988)

"Crash Mode" - Live at Atak, Enschede, Olanda (1988)

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