Pixies

Pixies

Il garage-rock alla conquista dell'America

di Claudio Fabretti e Claudio Lancia

Tra melodie scanzonate e riff distorti, armonie caotiche e ritmi ossessivi, i Pixies hanno coniato un nuovo linguaggio rock, di stampo tipicamente "garage", da cui hanno preso l'abbrivio i Nirvana e gran parte dell'alternative rock degli anni Novanta
I Pixies sono state una delle band più importanti del movimento "indie" targato anni 80. Dalla loro originale mistura di garage-rock, hardcore e power-pop hanno preso l'abbrivio i Nirvana (come ammesso dallo stesso Cobain) e tante altre formazioni del decennio successivo. Le loro composizioni, solo apparentemente lineari, hanno segnato un significativo passo avanti nell'uso della forma-canzone nella storia del rock.

La nascita della band avviene nel 1986 quando il cantante Black Francis, alias Charles Thompson, incontra il chitarrista Joey Santiago a Porto Rico, dove entrambi studiano. I due decidono di abbandonare la scuola e di trasferirsi a Boston per formare una band. Con un annuncio sul giornale ("Cercasi bassista appassionato di Husker Du e Peter Paul & Mary") trovano la talentuosa Kim Deal, che porta con sé l'amico batterista, David Lovering. "Ottenni quel posto perché fui l'unica a rispondere all'annuncio", ricorderà Kim. Il quartetto comincia a spopolare nei piccoli locali di Boston con una curiosa miscela definita "noise pop" ("due terzi rumore, un terzo pop").

Ingaggiati dall'etichetta inglese 4AD, i Pixies esordiscono un anno dopo con l'Ep Come On Pilgrim, un lavoro a tratti ancora acerbo, ma che mette in luce la vocazione della band all'autoironia e alla deturpazione dei linguaggi tradizionali del rock. I loro riferimenti sono le pantomime nevrotiche dei Pere Ubu, la frenesia esagitata di Violent Femmes, le cavalcate elettriche di Neil Young, ma anche i raga lisergici dei Velvet Underground e il rock abrasivo degli Stooges e del primo Bowie. Un background frullato e stravolto in canzoni acide e violente, in cui però è sempre presente un nucleo melodico. Ad aggiungere un tocco di stravaganza in più, i testi surreali, cantati in gergo "Spanglish". "Non lo facciamo per accattivarci il pubblico latino-americano - spiega Kim Deal -. E' che talvolta lo spagnolo suona più 'percussivo' e riesce a definire meglio quello che cerchiamo di dire". Dalle divagazioni messicane di "Vamos" e "Isla De Incanto" alla trascinante "Levitate Me", dalla blueseggiante "Nimrod's Son" alla convulsa "I've Been Tired", emerge un sound nuovo che, sviluppato nei due dischi successivi, segnerà indelebilmente lo stile-Pixies.

Il 1988 è l'anno della definitiva consacrazione con Surfer Rosa . Il disco, che raggiunge il primo posto delle classifiche indipendenti britanniche, viene celebrato dalla critica come uno degli ultimi capolavori del "post-punk" o come il manifesto di un nuovo "art-punk". Il sound di base è sempre il garage-rock, ma tutto è stravolto in un succedersi di riff distorti e ritmi spasmodici, ritornelli contagiosi e urla isteriche. "Bone Machine", ad esempio, è una progressione feroce tra dissonanze ed effetti ossessivi. Il boogie di "River Euphrates" e la demenziale "Oh My Golly" sono due gag irresistibili. La foga si fa sempre più esagitata: dall'incedere ska di "Something Against You" alla punkeggiante "Broken Face", dal voodoobilly di "Tony's Theme" alla ballata solenne di "Gigantic".
Ma il vero inno del disco è "Where Is My Mind", una melodia acida e inquietante destinata a diventare uno dei loro cavalli di battaglia. La chiusura in chiave solenne, con "Caribou", dimostra che i Pixies hanno una certa dimestichezza anche con la psichedelia e che conoscono bene la lezione dei Velvet Underground. Disco sorprendente, dalle infinite sfaccettature, Surfer Rosa riesce a comprimere in ritornelli power-pop una palpitante tensione di fondo, a vestire di forme melodiche il fervore allucinato dell'hardcore.
Le canzoni dei Pixies nascono da un lavoro d'equipe: "Generalmente Charles comincia con un'accattivante progressione di accordi e noi cerchiamo di arrangiare il tutto. Se funziona, lo incidiamo", racconta Kim Deal. E sono per lo più canzoni brevi, nello stile dei Ramones e dei Sex Pistols: "Forse perché sono solo riff 'cattivi' e non si possono sopportare per più di due minuti", scherza Kim.

Proprio i riff più duri prendono il sopravvento in Doolittle (1989): dall'incedere selvaggio di "Debaser" al ritmo serrato di "Wave Of Mutilation", fino all'energia hard rock di "No 13 Baby" e "Gouge Away". Ma non mancano le solite gag demenziali ("Mr Grieves", "La La Love You") e i pezzi più melodici, da "Here Comes Your Man" a "There Goes My Gun". A segnare l'album, tuttavia, sono soprattutto le ballate stranianti "Wave Of Mutilation" e "Monkey Go To Heaven". In equilibrio tra punk sfrenato e pop melodico, Doolittle segna il vertice della popolarità dei Pixies, consacrata dalle 150 date del "Sex and Death Tour" in giro per il mondo, dalla partecipazione al disco-tributo a Neil Young ("The Bridge") e dal titolo di "miglior gruppo dell'anno" tributato alla band americana dalla rivista Rolling Stone.

Ma dopo Doolittle inizia anche la parabola discendente della formazione bostoniana.
Bossanova (1990) si tiene a galla sull'ouverture strumentale di "Cecilia Ann" e su un pugno di ritornelli efficaci ("Velouria", "Allison", "Dig For Fire", "Blown Away"), ma sembra aver perso gran parte della fantasia sfrenata che aveva caratterizzato i due lavori precedenti. Ancor più confuso risulta Trompe Le Monde (1991), interamente composto da Francis: si salvano solo l'accattivante "Alec Eiffel", la vibrante "U Mass", in stile Clash, e la surreale "Bird Dream Of The Olympus Moon". I Pixies sono giunti al capolinea: non basta l'invito ad aprire lo Zoo TV tour degli U2 a impedirne lo scioglimento, che avviene nel 1992.

In seguito, Frank Black intraprenderà una fortunata carriera solista, incidendo dal 2003 al 2007 come Frank Black, e dal 2007 come Black Francis.
Santiago e Lovering formeranno i Martinis, mentre Kim Deal darà vita alle più fortunate Breeders.

L'attesa per l'agognato ritorno sulle scene, viene riempito da almeno un paio di pubblicazioni: l'imprescindibile Death To The Pixies, monumentale antologia ricca di rarità immessa sul mercato da 4AD ed Elektra nel 1997, e Live At The BBC, stampato l'anno successivo. 
Il 2004 segna il ritorno sul palco dei Pixies con un reunion tour, ma per attendere nuove incisioni occorre pazientare ancora qualche anno.

A giugno 2013 Kim Deal abbandona la band, e dopo qualche giorno arriva il singolo "Bagboy", distribuito in free downloading sul sito ufficiale.
A settembre dello stesso anno prende il via l'emissione di una serie di Ep, il primo dei quali viene intitolato Ep-1 e contiene quattro nuove tracce. Quattro episodi che sarebbero stati ben accetti se editi da una qualsiasi formazione emergente, ma che non si possono identificare con gli standard qualitativi tradizionalmente raggiunti dai Pixies.
“Andro Queen” apre i giochi senza verve, senza drammaticità. Si cerca di recuperare un po’ d’energia nella successiva “Another Toe In The Ocean”, ma finisce per suonare quasi forzata, peggio persino di certi insipidi lavori solisti di Frank. Nella più moderatamente obliqua “Indie Cindy” (scelta come singolo trainante) Black si chiede proprio se il pubblico accetterà il loro nuovo lavoro. L’unico guizzo, l’unico scatto d’orgoglio emerge dalla traccia conclusiva, quella “What Goes Boom” che almeno regala qualche sana schitarrata, un ritornello dall’umore epico, e sapori che ci riportano al pionieristico passato.

Seguono Ep-2 (2014) e Ep-3 (2014) e l'insieme dei tre viene raccolto in Indie Cindy (2014), primo albo lungo a più di due decenni da Bossanova e Trompe Le Monde, che non soddisfa le aspettative di chi per tanti anni ha sperato nel loro ritorno. 

Va molto meglio due anni più tardi con Head Carrier, il secondo album della seconda vita dei Pixies, pregno di un diffuso senso di déjà-vu, di quel piacevole sentirsi di nuovo confortevolmente a casa di vecchi amici. Tutto suona replicando l’atmosfera di un tempo, come se i giorni si fossero fermati sui solchi di Doolittle, determinante influenzatore di band (Nirvana in primis) che avrebbero poi riscosso un successo infinitamente più grande di quello degli allora ragazzi di Boston. Ogni canzone di Head Carrier pare costruita per ricordarne una del glorioso passato: percezione rafforzata quando “All I Think About Now” (l’unica traccia cantata e scritta da Paz Lenchantin) si palesa come evidente omaggio portato a “Where Is My Mind?” e alla storica bassista Kim Deal, della quale la Lenchantin (nota per i trascorsi con A Perfect Circle e Zwan) segue ogni linea guida, specie nella gestione di cori e controcanti. L’attacco della title track è una scossa adrenalinica, il cantato di Frank Black a sorpresa sfiora le inflessioni di Michael Stipe, e da lì in poi si srotolano dodici pezzi che si dimostrano molto più concreti rispetto a quelli contenuti in Indie Cindy.
Brutali e rabbiosi in “Baal’s Back” e “Um Chagga Lagga”, amorevoli in “Might As Well Be Gone” e “All The Saints”, ricchissimi di attitudine alt-pop in “Tenement Song” e “Plaster Of Paris”, irresistibilmente solari in “Classic Masher” e “Bel Esprit”, tutto scorre gradevole, sintetico e veloce, senza annoiare mai. E poco male se i quattro musicisti non riescono a stupire come un tempo: le loro idee oggi non sono più una sorpresa, affermate da venticinque anni come uno standard di riferimento, fagocitate tanto nel circuito alternativo quanto nel mainstream da tutte quelle formazioni che li hanno adottati come riferimento assoluto.
Se ci si accontentate di tutto questo, Head Carrier si dimostra un gran bel disco, la concreta celebrazione di ciò che resta del nostro teen spirit più sbarazzino, degno continuatore di un'epoca e di un'estetica. E l’effetto nostalgia sarà mitigato dall’apprezzamento per  una reunion fra le più riuscite del nuovo millennio.

In bilico tra hardcore e acid-rock, punk e power-pop i Pixies hanno coniato un nuovo linguaggio rock, destinato a diventare, insieme a quello dei Sonic Youth, una vera miniera di idee per tutti i gruppi dell'alternative rock degli anni 90. Grazie a loro, l'energia primitiva del garage rock venne rielaborata in chiave post-moderna, con un dosato miscuglio di eccentricità intellettuale e alienazione metropolitana, anarchia latina e humour anglosassone.

Pixies

Il garage-rock alla conquista dell'America

di Claudio Fabretti e Claudio Lancia

Tra melodie scanzonate e riff distorti, armonie caotiche e ritmi ossessivi, i Pixies hanno coniato un nuovo linguaggio rock, di stampo tipicamente "garage", da cui hanno preso l'abbrivio i Nirvana e gran parte dell'alternative rock degli anni Novanta
Pixies
Discografia
 Come On Pilgrim EP (4AD/Elektra, 1987)

6,5

Surfer Rosa (4AD/Elektra, 1988)

8,5

Doolittle (4AD/Elektra, 1989)

7,5

 Bossanova (4AD/Elektra, 1990)

5,5

 Trompe Le Monde (4AD/Elektra, 1991)

5

Death To The Pixies (anthology, 4AD/Elektra, 1997)

8

 Pixies Live at the BBC (live, 4AD/Elektra, 1998) 
 Ep-1 (autoprodotto, 2013)

5

 Ep-2 (autoprodotto, 2014)

4

 Ep-3 (autoprodotto, 2014)4
 Indie Cindy (autoprodotto, 2014)

4

 Head Carrier (PIAS, 2016)

7

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

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(2016 - PIAS)
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Indie Cindy

(2014 - autoprod.)
Il culmine discografico della seconda vita artistica dei mitici bostoniani

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EP-1

(2013 - self-produced)
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Surfer Rosa

(1988 - 4AD)
Il disco della consacrazione per una delle formazioni cruciali dell'underground rock a stelle e strisce ..

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