Polyrock

Polyrock

Una romantica meteora newyorkese

di Gianfranco Marmoro

Protagonisti di una breve ma significativa parabola sotto l'egida di Philip Glass, i Polryock sono una delle band più ingiustamente sottovalutate della new wave newyorkese dei primi anni 80. Ora, la febbre delle ristampe ha finalmente riportato alla luce il loro funk-rock romantico, al crocevia tra Ultravox e Talking Heads
La febbre delle ristampe dopo aver saccheggiato gli anni 60 e 70 ha rivolto le sue attenzioni agli anni del post-punk. È arrivato quindi il turno dei newyorkesi Polyrock, che non avendo goduto negli anni d'oro di grossa visibilità e notorietà, rischiano di essere liquidati come uno dei progetti minori dell’epoca.

Nati come proposta multiculturale dalle ceneri dei Model Citizen, trovarono in Philip Glass un referente progettuale che li pose per un po' all'attenzione dei critici.
Era un periodo in cui le menti più brillanti del passato divennero ciceroni del nuovo rock: Brian Eno con Talking Heads, Devo e poi U2; John Cale, che delle produzioni punk fu progenitore, con "Stooges" nel 1969, poi con Patti Smith nel 1975, quindi con Squeeze e Sham 69. Glass, molto più schivo e riservato, scelse di produrre i Polyrock perché rappresentavano un gruppo di basso profilo ma con idee geniali, non inferiori per creatività ai loro coevi.
Il rifiuto di apparizioni televisive e pubbliche corrispondeva alla volontà della band di mettere al centro unicamente la propria musica, anche se ovviamente il ricorso all'esposizione mediatica non era appannaggio esclusivo dei gruppi di successo, ma anche delle formazioni alternative, che spesso grazie a nuove idee applicate alle esibizioni live, nonché ai videoclip, aggiunsero spessore alla propria immagine.

Dunque, parlare dei Polyrock significa parlare solo della loro musica, che nei primi due album - editi per la prima volta nel 1980 (Polyrock) e nel 1981 (Changing Hearts) - pur rifacendosi ad altre band dell'epoca, mostra un originalissimo muro sonoro, fatto di ritmi funk, orchestrazioni avant-garde e cori gregoriani.

Il disco d'esordio Polyrock scorre fluido, mostrando da subito atmosfere funk romantic dai tratti nervosi, che richiamano i primi Ultravox e Talking Heads: "Romantic Me" e "Your Dragging Feet" sono i migliori esempi di tale alchimia, ma in "Go West" il ritmo si fa più serrato e nervoso, con risultati esaltanti.
L'uso della polifonia si mostra in "Body Me" e nelle ingenue e poco riuscite "Green For Go" e "Shut Your Face". Glass centra la perfezione nei due episodi chiave del disco: "No Love Lost", dove il suono si trascina in un vuoto a volte sconcertante, ma perfetto nel suo "annullare completamente i musicisti" (il che sembra ciò che Glass e gli stessi Polyrock cercano di ottenere per l'intera durata del disco) e in "Sound Alarm", che aggiunge immagini sonore impalpabili, dando vita a un brano destrutturato e solo apparentemente innocuo, degno dei Television.
Il resto gira su citazioni gradevoli, come per i Cars in "This Song" o i Devo in "Bucket Rider", fino ai Wall Of Voodoo in "# 7", che chiude il disco come a far scorrere i titoli di coda di un'opera riuscita, anche se a tratti ingenua.

È tuttavia nel successivo Changing Hearts che il gruppo, a dispetto di tutte le critiche ricevute dalla stampa più "alternativa", centra il bersaglio, consegnando un'opera dai suoni corposi, con brani di levatura superiore: dall'iniziale "Changing Hearts", che inserisce con rilievo il violino (suonato da Tommy Robertson e Jill Jaffe) nel tessuto sonoro, con risultanti coinvolgenti. Con "Love Song", poi, siamo al capolavoro: un brano che scorre come un acido, con cori quasi gregoriani, un tessuto ritmico e lirico ossessivo ma perfetto, poche frasi ripetute all'infinito in un meraviglioso incastro che incanta ancora oggi, a tanti anni di distanza.
Non è da meno il trittico successivo, cominciando da "Quiet Riot", uno strumentale funky-ska, e approdando a "Cries And Whispers", che non smorza la tensione lirica e ritmica, grazie a un refrain molto sixties che ne avrebbe fatto un ottimo singolo se solo i Polyrock avessero osato esporsi in pubblico. Il brano è arricchito da due break strumentali splendidi. E infine, "Mean Cow", che esprime tutta la voglia di non cedere al "già sentito", con sferzate sonore alla Sonic Youth ante litteram.
Dopo questa memorabile sequenza, si va avanti con meno innovazioni, ma la scrittura dei brani rimane forte, e se "Slow Dogs" e "Hallways" ripropongono le medesime tessiture sonore, senza guizzi né noia, altre piccole perle aggiungono spessore al disco, rivolgendosi al rock newyorkese; anticipandone fremiti e visioni in "Full Circle", o virando verso un country post-moderno e seminale in "The New Us".
Due episodi "quasi pop" si incastrano alla perfezione nel progetto: prima la riuscita "Like Papers On A Rack", song romantica e sofferta che molto insegnerà ai migliori Depeche Mode, poi la rivisitazione di "Rain" dei Beatles, in una versione superba che aggiunge nuove emozioni al fascino dell'originale, con un fronte sonoro ammaliante, che farà scuola a tutti coloro che si cimenteranno in cover in stile new wave (i Random Hold, ad esempio, ci proveranno con lo stesso brano).

Dopo Changing Hearts, Glass lascerà la produzione. Il mini Above The Fruited Plain, inevitabilmente meno "minimalista" nell'approccio, mostrerà l'accresciuta capacità compositiva del gruppo, ma anche una minore incisività del suo suono, privo del supporto non solo del maestro di Baltimora, ma anche di Tommy Robertson, che lascerà la band portando via con sé il magico suono del suo violino.
I due episodi-chiave sono l’iniziale "Working On My Love", dondolante e carezzevole, e la finale "Indian Song", malsana e quasi psichedelica. "Call Of The Wind" si segnala solo per la voce, affidata all’unica donna del gruppo, mentre "Broken China" mette in rilievo il nuovo live sound dell'ensemble.

Poi, lo scioglimento con un nastro di provini messo in commercio dalla Roir come epitaffio sonoro, ricco di inediti, tra cui una splendida "La So La Me", una rockabilly "Warm & Dry" e una più pop "Ever".

Oltre alle varie performance live, che dimostrano come il suono dei Polyrock non fosse frutto soltanto della presenza di Philip Glass, si segnala l'unico inedito firmato da Tommy Robertson prima di lasciare il gruppo: "Sounds Of Love", mentre "Me O My 2" e "Toy Soldier" nulla aggiungono alla musica di un gruppo che, nel bene e nel male, rappresentò un momento diverso del rock newyorkese.

Polyrock

Una romantica meteora newyorkese

di Gianfranco Marmoro

Protagonisti di una breve ma significativa parabola sotto l'egida di Philip Glass, i Polryock sono una delle band più ingiustamente sottovalutate della new wave newyorkese dei primi anni 80. Ora, la febbre delle ristampe ha finalmente riportato alla luce il loro funk-rock romantico, al crocevia tra Ultravox e Talking Heads
Polyrock
Discografia
 Polyrock (RCA Victor, 1980, ristampa 2007)

6,5

Changing Hearts (RCA, 1981, ristampa 2007)

8

 Above The Fruited Plain (mini-Lp, Pvc/Carrere, 1982)

6

 No Love Lost (antologia, Roir, 1986)

5

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