Porcupine Tree

Porcupine Tree

Lo stupido sogno del porcospino

di Claudio Fabretti

Sono partiti dalle intuizioni psichedeliche dei primi Pink Floyd per approdare a uno "space-progressive" senza più confini. Lo strano caso dei Porcupine Tree, la band che in testa ha uno "stupido sogno": donare eterna vita al progressive degli anni Sessanta
E' una storia curiosa quella dei Porcupine Tree, alfieri del nuovo progressive rock britannico. Semi-sconosciuti in patria, dove debbono "subire" il primato di gruppi assai meno originali, come Oasis, Prodigy e compagnia, hanno una vera "seconda patria" in Italia e in particolare a Roma, dove, anche grazie alla promozione dell'emittente Radio Rock, sono riusciti a creare una nutrita colonia di fan. E solo oggi, a distanza di quasi dieci anni dal loro esordio, la stampa internazionale si è accorta di loro, "il segreto meglio custodito del rock", secondo la definizione di un autorevole mensile inglese.

L'"Albero del porcospino", nato con i primi demo pubblicati su Yellow Hedgerow Dreamscape, dà il suo primo frutto ufficiale nel 1992, con On The Sunday Of Life, album doppio intriso di musica psichedelica d'avanguardia, che li consacra tra i massimi discepoli dei Pink Floyd.
Si spazia da filastrocche alla Syd Barrett ("Jupiter Island") a ballate in stile "Dark Side Of The Moon" come "Radioactive toy", che resterà uno dei loro pezzi più fortunati. E c'è spazio anche per partiture strumentali più complesse, come "Third eye surfer", con echi di free-jazz alla Soft Machine, e "Nostalgia factory", intessuta su progressioni d'organo e chitarre alla Yes.
Ma dietro i Porcupine Tree non si cela una vera band. Il disco, in realtà, è interamente suonato dal multistrumentista Steven Wilson, chitarrista dalla grande inventiva, nonché abile manipolatore di suoni. "Sovraincidevo tutti gli strumenti nel mio studio e mi preoccupavo poco che qualcuno pensasse che fossi una band o un progetto solista, così decisi per qualcosa di misterioso, dicendo che erano brani prodotti e suonati dai Porcupine Tree", racconta.

L'exploit viene bissato nel 1993 con Up The Downstairs, trascinato dall'incedere serrato di "Synesthesia". Un anno dopo, la band incide The Sky Moves Sideways, con Richard Barbieri (ex-Japan) alle tastiere, accentuando la componente "ambientale" della sua musica. Il risultato sono suite dilatate fino alla trance, che però non nasce mai da trucchi o campionamenti, ma dagli strumenti suonati dal vivo. Ascoltare per credere "Moonloop", in cui si alternano al rallentatore suoni dolcissimi di chitarre, organi e percussioni, prima che il tutto prenda la strada di un'infuocata jam di bluesrock, o anche la tenue nenia di "The Moon touches your shoulder", costruita su melodie eteree, lasciate fluttuare nell'aria e circondate da accordi impalpabili. L'effetto è trascendente, e non a caso, durante i loro concerti all'aperto, gli spettatori hanno l'abitudine di sdraiarsi per terra e alzare gli occhi al cielo, scrutando le stelle.

A partire dall'Ep Waiting, i Porcupine Tree rafforzano l'ensemble, divenuto un quartetto di chitarra, tastiere, basso e batteria. Il risultato è un cambio di rotta verso atmosfere sempre più fiabesche e trasognate. Saggi di questa nuova tendenza sono le due lunghe ballate e pezzi portanti di Signify (1996): "Dark matter" e "I regarded the Cosmos", che riecheggiano le melodie di "Moonchild" dei King Crimson e i melodrammi dei primi Genesis. Ma la band strizza l'occhio anche al pop, con il singolo "Waiting". Una formula ormai collaudata, che verrà immortalata in Coma Divine, registrazione di alcuni loro concerti romani.

Nel 1999, arriva Stupid Dream. Lo "stupido sogno" del Porcospino è donare eterna vita al progressive degli anni Sessanta. Ma se all'inizio il modello erano i Pink Floyd, ora la musica del gruppo si è spostata verso uno "space progressive infarcito di un pizzico di psichedelia", come lo definisce lo stesso Wilson. "Mi è sempre piaciuto il suono di una musica senza limiti, capace di abbracciare ogni cosa, dal jazz alla classica, al punk, al blues, una fusione di suoni e stili", spiega. A Wilson, insomma, l'etichetta "progressive" comincia a stare stretta. "Ritengo che i Porcupine Tree abbiano altre propensioni, compresi stili come jazz, hip-hop e techno, anche se in apparenza ne sembriamo distanti. Il prog-rock degli anni '60 e '70 nasceva da una contaminazione di stili diversi. C'erano i Pink Floyd che partivano dal blues, Emerson Lake & Palmer che prendevano in prestito dalla musica classica, i Jethro Tull che mutuavano dal jazz e dal folk. Oggi i veri gruppi progressive sono gente come Portishead e Radiohead: loro, come pochi altri, sanno unire diverse attitudini creandone una nuova".
"Stupid dream", in cui Wilson per la prima volta si avvale della collaborazione della band anche in fase compositiva, accentua l'attenzione verso la più classica canzone rock, aumentando le parti cantate e rendendo più accessibili i brani.

Ingaggiato Dave Gregory degli Xtc, il successivo Lightbulb Sun segna un altro passo avanti per la band. Conserva il gusto per arrangiamenti complessi e raffinati, ma mostra anche una maggiore schiettezza con canzoni più dirette, anche nei testi. "Tutto questo è il risultato di come abbiamo lavorato - spiega Wilson -. Per noi, incidere un disco è una sorta di composizione di un mosaico, e questa volta è stato più veloce. E' anche il disco meno oscuro nei testi. In passato cercavo di costruirli su immagini astratte, e questo li rendeva più difficili da capire. Questa volta sono molto diretti, duri e crudi".
Un brano come "Four chords that made a million" (quattro accordi che fanno un milione), ad esempio, è la chiara presa di posizione dei Porcupine Tree sul music business e sulla loro volontà di scrollarsi di dosso l'etichetta di band di culto. "La canzone è riferita a un gruppo in particolare, facile da identificare - dice Wilson -. Ci sono gruppi che prelevano totalmente il loro suono da altre band degli anni '60 e diventano successi internazionali. E questo è un po' frustrante per una band come i Porcupine Tree, che fa una musica non particolarmente ostica, ma originale e potenzialmente 'mainstream'. Una musica però osteggiata dai mass media, che hanno deciso che non siamo 'di moda' ma 'di culto'. Quello che è successo in Italia, dimostra che quando le gente ci ascolta, piacciamo".
Il disco è costruito su forti contrasti di suono, tra chitarre dure e più rilassate. Gli arrangiamenti orchestrali di Gregory si avvertono in brani come "The rest will flow" e segnano l'intero disco, che prosegue la ricerca sul terreno del pop più raffinato. "Gli Xtc sono sempre stati uno dei miei gruppi preferiti e credo che il merito del suono sofisticato e diretto degli Xtc fosse dei suoi arrangiamenti". Ma il vulcano-Wilson non si ferma qui. Tra i prossimi progetti c'è già pronto il terzo lavoro del suo gruppo parallelo, i No Man's Land, inciso con Robert Fripp. "Lavorare con personaggi del calibro di Fripp, Gregory o Barbieri è semplice. Non mi interessano musicisti tecnici, ma quelli creativi".

Ma chiedere a Wilson da quali musicisti si senta più influenzato può riservare delle sorprese. "Mi piacciono molto le armonie vocali, dai Beach Boys a Neil Young, da Nick Drake a Todd Rundgren. E, in un certo senso, mi ispiro anche a band americane come Soundgarden, Nirvana, Smashing Pumpkins. Ma adoro anche gruppi meno conosciuti come i Mercury Rev: il loro 'Deserter's songs' credo che sia quanto di più creativo e contemporaneo ho ascoltato di recente". E i Pink Floyd? "Di loro mi piace soprattutto la capacità di essere 'multimediali', sfruttando l'arte non solo come musica, ma quale forma di espressione che coinvolgeva cinema, letteratura e scenografia. Ma oggi credo che i Porcupine Tree siano distanti dall'essere una semplice copia dei vecchi Pink Floyd".

Nel 2001 la band di Wilson ha fatto uscire due dischi, Metanoia (inciso durante le sessioni di registrazione di Signify) e Recordings (antologia in edizione limitata, che contiene alcuni singoli dell'ultimo periodo).

In Absentia (2002) è un'altra pietra miliare nel loro percorso, fatto di suggestioni sonore e di atmosfere più che di canzoni. Ingaggiato il nuovo batterista Gavin Harrison, i Porcupine Tree spaziano da brani più lineari, come "Blackest Eyes", "Prodigal", "Strip The Soul" a incursioni nel progressive più tortuoso (""The Sound Of Muzak", "Collapse the Light Into Earth", "Wedding Nails"), senza mai perdere la bussola di un'ispirazione che sembra ora tornata quella dei loro tempi migliori. Il neo-prog-rock ideato da Wilson e soci si colora di tinte beatlesiane, insegue le arie spensierate dei Beach Boys, la vocalità morbida di Crosby, Stills, Nash & Young, ma non perde la sua identità. "Credo che 'In Absentia' suoni come il nostro disco più 'seventies' - spiega Richard Barbieri - e questo ci fa piacere, perché il nostro scopo è sempre stato quello di costruire album organici, guidati da un tema conduttore".

Ancora oggi, i Porcupine Tree vendono circa il 30 per cento dei loro dischi a Roma, trainati dai passaggi radiofonici e dal passaparola degli appassionati. Nei primi '70 avvenne qualcosa del genere anche per band come i Genesis e i Gentle Giant, ognuna delle quali ha oggi il proprio cospicuo spazio nella storia del rock. Il tempo dirà se anche Wilson e soci avranno lo stesso destino.

Deadwing è il lavoro targato 2005. La title track, che apre il disco, immette direttamente a quello che molti considerano il seguito naturale di In Absentia del 2002. Nel segno di una continuità a ben vedere più formale che di reale collegamento, "Deadwing" (quasi dieci minuti) cincischia appena qualche secondo prima di rivelare tutta la sua essenza: un progressive-rock depurato da eccessivi tecnicismi, chitarre dal suono robusto che ci mettono un attimo ad addolcirsi, una parte centrale contaminata dagli immancabili echi pinkfloydiani (nel cantato, più che altro) e un epilogo vicino ai territori techno-ambient di "Voyage 34". L'impronta stop & go delle chitarre inaugura e regge il secondo pezzo, "Shallow", che alterna momenti di autentico rock a piacevoli melodie pop (nel ritornello). Wilson, in alcuni tratti, sembra scimmiottare perfino Maynard James Keenan dei Tool.
"Lazarus", fin troppo classicheggiante lento easy listening, è un brano che strizza l'occhio alla tradizione pop da classifica ultima maniera. Fortuna che nel finale, la texture disturbata annuncia "Halo", con il suo solido, ciclico basso di stampo britannico e la quasi subitanea ampiezza vocale. Dopo un inizio influenzato dal secondo periodo dei King Crimson (Adrian Belew compare non a caso nella title-track), il brano si trasforma strada facendo in un inno alla Motorpsycho.
Con "Arriving Somewhere, But Not Here" (12 minuti), la band confeziona uno dei suoi brani più ambiziosi e riusciti. Il corredo genetico psichedelico puntellato in quasi quindici anni di elucubrazioni sonore elargisce al pezzo una forza non indifferente, grazie anche agli improvvisi cambi di tempo, alle atmosfere ora dilatate, ora contratte, alle violente pillole pseudo-hardcore, alla robusta sezione centrale e a un finale logico e svolazzante. Nella successiva "Mellotron Scratch", Wilson mette ancora da parte le grancasse simil-metal a favore dell'introspezione, della meditazione sensoriale, in un'altalena pop. "Open Car", cantata ancora in Tool-mode, riprende, trasfigurandoli, alcuni elementi autoctoni dell'universo heavy: un uso debordante ma non gratuito delle chitarre, un comparto ritmico per lunghi tratti possente e brusche frenate modulate con leggeri tocchi acustici. Il basso di Edwin spadroneggia abilmente in "The Start of Something Beautiful", un pezzo che riconcilia i fan della cosiddetta prima ora, delusi dai cambiamenti della band. L'inossidabile ponte della memoria infine si allunga fino all'eterea, vecchia "Fadeway" allorché le note di "Glass Arm Shattering", bellissima e avvolgente, cominciano a prendere corpo. La dicotomia veloce/lento che pervade il disco trova una sua felice diluizione proprio nella parte conclusiva, con "Glass Arm Shattering" appunto, e la ghost track, dal retrogusto di b-side, "She's Moved One". Nella prima, i Porcupine Tree si specchiano in un brano corale, crepuscolare e di rara intensità; la ghost track, abbastanza inutile e per buona parte banale, è un altro pezzo pseudo-metal, impreziosito però da lampi sicuramente apprezzabili.

I Porcupine Tree stanno subendo una naturale e largamente auspicata evoluzione che non solo prende linfa dai side-project del frontman, felicemente invischiato in una sorprendente fase/parentesi metal (con gli Opeth), ma da una voglia mai assopita di scoprire dimensioni alternative.

Fear Of A Blank Planet (2007) non si discosta molto dal suo predecessore: una raccolta di brani che vanno dalla ballata pop-rock a complesse e oblique strutture prog di sapore crimsoniano (quelli di "The Power To Believe", per intenderci) - non è un caso, infatti, che tra gli ospiti del disco ci siano Robert Fripp e Alex Lifeson dei Rush. Si ha però la sensazione che Wilson e soci fatichino a trovare idee fresche, la cui conferma è rappresentata dalla terribile somiglianza di un momento all’interno del brano "Sentimental" con "Train" (da In Absentia): stessa scelta sonora, una chitarra acustica a scandire gli stessi accordi, e stessa scansione ritmica di questi. Insomma, un vero e proprio riff riciclato, auto-plagio o auto-citazionismo consapevole?
La lunga suite "Anesthetize" potrebbe regalare qualche sussulto: 17 minuti di progressioni sapienti, fluide, che non annoiano mai e che non risultano forzate, un magma compositivo coerente. Ciò che non si può dire della title track, che inizia con lo stesso intento di "Deadwing" (non una pertinenza, ma un difetto quindi) e che, come se non bastasse, non ha la stessa poliedricità e pathos. Addirittura "Sleep Together" è una ballata rock che potrebbero scrivere i Goo Goo Dolls.

Due anni dopo, The Incident procede verso il baratro. Un album più che brutto sciapo, annacquato nella faraonicità di un mini-doppio (74 minuti ripartiti su due dischi) mezzo concept e mezzo no. Le coordinate musicali sono quelle ormai consuete, solo con meno classe e meno idee forti: cascate di accordi tardo-floydiani, Tool e Meshuggah tanto al chilo (ma quelli più hard sono gli episodi migliori), grand dispiego di tastiere e riverbero - che fanno molta atmosfera - e melodie alt-rock sognanti.
Gli assoli sono ormai un bieco espediente per allungare il brodo, ma The Incident presenta comunque qualche spunto interessante, magari racchiuso in una manciata di secondi: i brani che svettano, purtoppo, sono pochi. Su tutti, la title track, una sorta di trip-hop metalleggiante a metà tra Massive AttackNine Inch Nails. Voce filtrata semisussurrata, chitarroni fondissimi e circolari, poi un'esplosione di batteria tutta charleston su un ritmo francamente inaudito. Torbida, ipnotica, conturbante, è il capolavoro dell'album e lascia sperare che la scintilla creativa che anima i Porcupine Tree non sia affievolita definitivamente.
Dispiace ammirare ormai nei Porcupine Tree solo la maestria esecutiva: speriamo che in futuro possano tornare a scoprire nuove vie, più avvincenti. È certo, comunque, che si debba dar torto al buon Wilson quando si ostina a ribadire l’incatalogabilità della sua proposta: la sua playlist personale sul sito ufficiale della band trabocca di progressive-rock. Ed è la musica di quell’elenco che poi si ritrova, puntualmente, tra i solchi dei suoi dischi.

Nel 2012 esce il live Octane Twisted, una raccolta di istantanee dai palchi del "The Incident Tour".

Contributi di Emilio Saturnini ("Deadwing"), Alessandro Vagnoni ("Fear Of A Blank Planet"), Marco Sgrignoli ("The Incident")

Porcupine Tree

Lo stupido sogno del porcospino

di Claudio Fabretti

Sono partiti dalle intuizioni psichedeliche dei primi Pink Floyd per approdare a uno "space-progressive" senza più confini. Lo strano caso dei Porcupine Tree, la band che in testa ha uno "stupido sogno": donare eterna vita al progressive degli anni Sessanta
Porcupine Tree
Discografia
 Yellow Hedgerow Dreamscape (1991)

6

On The Sunday Of Life (Delerium, 1992)

7,5

Up The Downstairs (Delerium, 1993)

7

The Sky Moves Sideways (C&S, 1994)

7

 Signify (Delerium, 1996)

6

 Coma Divine (live, Delerium, 1997)

7

 Stupid Dream (Snapper, 1999)

6

 Lightbulb Sun (Snapper, 2000)

5

 Metanoia (Delerium, 2001)

5

 Recordings (anthology, Snapper, 2001)

 

 In Absentia (Lava/Atlantic, 2002)

6

 Deadwing (Lava/Atlantic, 2005)

 

 Fear Of A Blank Planet (Lava/Atlantic, 2007) 
 The Incident (Roadrunner, 2009) 5
 Octane Twisted (live, Kscope, 2013)7
pietra miliare di OndaRock
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(2009 - Roadrunner)
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Fear Of A Blank Planet

(2007 - Atlantic / Wea)
Wilson & C. tra ballate pop-rock e complesse strutture prog

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Deadwing

(2005 - Lava)

PORCUPINE TREE

In Absentia

(2002 - Warner Music)

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