Queensr˙che

I classici del metallo pensante

di Marco Donato

Combinando un ruvido stile "prog-oriented" e influenze fra le più varie con testi coraggiosi e di qualità superiore alla media, i Queensrÿche hanno saputo trasformare il metal in un sofisticato intrattenimento per intellettuali
E' il 1981: Geoff Tate, un giovane studente di Seattle innamorato dei Pink Floyd e del progressive-rock-rock viene reclutato da Chris De Garmo e Michael Wilton per cantare nella loro nascente metal-band; Eddie Jackson (basso) e Scott Rockenfield (batteria) vengono reclutati per completare la line-up. Fin qui, tutto nella norma. Quello che ci si aspetterebbe come iter comune di un tale progetto è la necessaria gavetta underground, la fama conquistata nei circoli e nei club locali e un lento affacciarsi su scala nazionale, insomma la solita vecchia storia, ma la normalità non si addice ai Queensrÿche: la band, manifestando il primo sintomo della propria innata indole meditativa, si chiude febbrilmente in sala prove per un anno intero e ne esce con un demo autoprodotto che verrà pubblicato attraverso una mini-etichetta amatoriale cittadina.
Il nome della band (e il titolo di questo mini) sono una storpiatura del titolo del brano di apertura, "Queen Of The Reich", una robusta cavalcata che richiama da vicino i Judas Priest, con un grande exploit vocale di Tate; "Nightrider" è invece molto vicina allo stile degli Iron Maiden. C'è spazio anche per un classico: "The Lady Wore Black", sospesa fra cadenze marziali e plumbea suggestione neogotica. Tutto sommato, un ottimo biglietto da visita per le promettenti doti del gruppo, prontamente notato dalla Emi americana, che lo ristampa nel 1983, offrendo alla band un prestigioso contratto discografico.

Il debutto del gruppo su long playing è The Warning (1984), prodotto da James Guthrie, famoso per il suo lavoro con i Pink Floyd (e forse scelto direttamente dalla band per questi meriti), un album solido e minaccioso e allo stesso tempo variegato e godibilissimo. L'unica nota di demerito è, a dire il vero, proprio la produzione di Guthrie: troppo blanda, riesce solo ad appesantire l'impeto del sound e a tratti tarpa davvero le ali alle potenzialità dei brani (la splendida "Take Hold Of The Flame" è una delle maggiori vittime), togliendo ogni profondità all'impasto sonoro.
Per il resto, l'approccio compositivo è decisamente meno sterotipato rispetto all'Ep: le sonorità sono più vicine all'hard-prog cervellotico dei Rush ("En Force", in cui la voce di Tate tenta di imitare lo stridente gorgheggio di Geddy Lee) che ai modelli mainstream, e tutto l'album è permeato da una splendida atmosfera nebbiosa e cupa (avrebbe meritato ben altra copertina!). "No Sanctuary", una delle ballate più belle mai scritte dalla band, e la mini-suite (se così è lecito chiamarla) "Roads To Madness" bastano a convincere l'ascoltatore di non avere a che fare con il solito gruppetto tamarroide ed effimero, mentre in "NM 156" si comincia a respirare l'atmosfera torrida che avvolgerà il successivo album.

Se il controverso singolo "Gonna Get Close To You" ha aiutato i detrattori a gettare fango sulla band, classificandola frettolosamente (e provocatoriamente) come l'ennesimo complessino hair-metal (e l'immagine del gruppo in questo periodo aiuta), l'ascolto completo di Rage For Order (1986) dovrebbe essere di per sé sufficiente a spazzare via ogni dubbio. L'incubo tecnologico intravisto fra le righe del primo album diventa una terrificante realtà: synth, batteria elettronica, arrangiamenti scarni, una semplificazione strutturale volta alla maggiore espressività possibile, trasformano questo lavoro in un gelido viaggio nelle parti più oscure dell'inconscio; "I Dream In Infrared", "Walk In The Shadow" sono gli inni di questo rigoroso capolavoro, mentre l'angoscia raggiunge il culmine nel gotico crescendo dell'introduzione di "Neue Regel". Non è forse avventato affermare che siano più terrificanti i cori di "London" o la struttura pazzoide di "Screaming In Digital" di qualsiasi insensata storia mitologica o idiozia pseudo-satanista.
Il morbo dei Queensrÿche è sottile come la loro arte, e manifesto come lo stridore delle passioni umane: questo fa di Rage For Order un gioiello, forse invecchiato un po' male (è spesso difficile comprenderne l'impatto), del metal anni 80, battuto solo, forse, dal suo ancor più pretenzioso successore.

Ma l'ambizione sfrenata della band trova la sua completa realizzazione solo nel massiccio concept Operation: Mindcrime (1988), uno dei migliori dischi heavy del decennio. La trama è pretenziosa a sufficienza e fitta di cliché: Nikki, un tossicodipendente, entra nelle grazie di un pazzoide con loschi fini facilmente intuibili, il temibile Dr.X (sì, è un nome ridicolo) che lo ipnotizza e lo "assume" come sicario personale: in cambio il Dr.X lo protegge e gli presenta Mary, una giovane prostituta fatta suora (!); ma questa relazione è un ostacolo per i piani del malefico dottore in quanto sta lentamente rendendo Nikki consapevole di sé e lo sta sottraendo al controllo mentale di X. Questi ordina a Nikki di uccidere Mary, ma, giunto per portare a compimento questo incarico, il giovane non riesce ad arrivare fino in fondo (se non sbaglio, però, la stupra o qualcosa di simile), ma tuttavia dopo qualche tempo la trova morta comunque e impazzisce per il dolore. La polizia lo arresta e lo conduce in ospedale: questa è la situazione all'inizio dell'album, mentre la storia viene narrata attraverso numerosi flashback.
Per fortuna la solidità della musica aggiunge credibilità al copione e la coesione del lavoro lo salva dai numerosi sfilacciamenti: "Revolution Calling", splendido inno guidato dai sapienti intrecci di chitarra di Wilton e DeGarmo e da un Tate più passionale che mai (l'idea del concept è, prima di tutto, un suo parto), "Speak", cavalcata folle e temeraria, la splendida e cadenzata "Spreading The Disease", la title track quasi funky che ricorda i migliori Led Zeppelin sono una sequenza iniziale spaventosamente efficace, che prelude alle impennate liriche di "The Mission" e, soprattutto, "Suite Sister Mary", sospesa fra un profumo d'incenso e un'ansia di morte, tra un etereo salmodiare di canti e la prepotente fisicità della situazione, nello splendido duetto fra Tate e Pamela Moore (che interpreta, ovviamente, Mary).
Altri grandiosi episodi sono "The Needle Lies", a sfrenata velocità su un ritornello immediato, o "I Don't Believe In Love", pubblicata anche come fortunato singolo, assieme al lamento conclusivo di "Eyes Of A Stranger". Un classico con la C maiuscola.

Il peso di un'opera di tale spessore grava sulla band: le prime tensioni fra De Garmo e Tate (forse per l'eccessiva mania di protagonismo di quest'ultimo) si fanno manifeste e danno origine a Empire (1990), un disco pasticciato, si potrebbe dire l'opposto del precedente: dove quello era rigorosamente sistemato nella struttura fissa del concept, questo è una raccolta di canzoni ad ampio respiro, mescolate alla rinfusa secondo una confusione che ha del cronico. Il sound, nel frattempo, si è ammorbidito, forse per sfruttare il momento di massima visibilità e acquistarsi una nuova fanbase, forse inconsciamente; i brani più canonici sono anche i più noiosi ("Another Rainy Night", insopportabile nenia dalle tinte Aor o la becera "Della Brown") e la band spreca molto del proprio potenziale alla ricerca di un accattivante appeal commerciale ("Jet City Woman"). Tuttavia, qualche asso spunta ancora dalla manica, sia la ballata "Silent Lucidity" (la migliore canzone che i Pink Floyd non scrissero mai, efficacissima anche nelle chart, in conseguenza dell'heavy-rotation su Mtv), sia la possente e policroma farsa di "Best I Can" o l'epicità magniloquente della title track (che però sfiora ormai l'autoparodia). Il resto è sorprendentemente sotto gli standard.

L'ego spropositato di De Garmo prende nuovamente il sopravvento per il disco più introspettivo della band, il granitico Promised Land (1994), che segna una breve rinascita (almeno a livello formale) e uno sviluppo inaspettato del sound dei Queensrÿche: atmosfere sempre più oscure, testi carichi di angoscia, un viaggio nei meandri più intimi della psiche umana. Peccato che il songwriting non sia sempre all'altezza della situazione: i brani più riusciti sono la suggestiva "I Am I", guidata da un robusto riff dal sapore orientale, l'aspra ballata "Bridge", che narra del difficile rapporto fra padre e figlio, e la dolcezza morbosa e sensuale di "Lady Jane". Gli esperimenti più azzardati ("My Global Mind", "Disconnected") cadono nel vuoto, così come le più effimere "Damaged", "One More Time" e la soffocante title track.

Bastano tre anni, tuttavia, per vedere l'altra faccia della medaglia: con Hear In The Now Frontier (1997) le tensioni si sono fatte incurabili. De Garmo tenta di recuperare il proprio ruolo nel forgiare il suono del gruppo, ma tutto quello che sa proporre è il pop scipito di "All I Want" (cantata da lui stesso), mentre anche Tate sembra annaspare, proteso verso un annacquato post-grunge da quattro soldi ("Cuckoo's Nest", la pur godibile "Sign Of The Times").
Il disco più solare del gruppo si rivela anche il loro più grande fallimento, e il loro primo vero passo falso (se si esclude il pomposo Empire). De Garmo lascerà la band dopo la tiepida tournée promozionale, e Tate assumerà una volta per tutte il ruolo di leader.

Tuttavia la nebbia che avvolge le produzioni della band è lungi dal dissolversi; anzi Q2K (1999) è tuttora il punto più basso dell'intera discografia dei Queensrÿche, un palustre scivolone in una musica insulsa e priva di qualsiasi sollecitazione artistica, anche concettuale. La band si affaccia al nuovo millennio con un fiasco colossale: "Liquid Sky", "When The Rain Falls", "Falling Down", la viscida "Sacred Ground" sono canzoni insipidissime, prive di qualsiasi mordente, salvate a stento dal mestiere della band (che comunque, privata del vigoroso fraseggio di De Garmo, ripiega in arrangiamenti stucchevoli e stereotipati), mentre si tocca il ridicolo con episodi quali "Wot Kinda Man", un brano che probabilmente nel 1988 non sarebbe mai andato oltre il cazzeggio in studio.
C'è chi scrive che i Queensrÿche sono morti: come dargli torto?

Il Live Evolution del 2001 è una buona occasione per godersi l'estrema varietà del repertorio della band: brani ripescati dall'Ep ("The Lady Wore Black", l'immancabile inno "Queen Of The Reich") e da tutti gli album seguenti (Mindcrime è riproposto quasi interamente): un buon disco, ma non aggiunge (né vuole aggiungere) nulla di nuovo.

L'entusiasmo che accompagna l'uscita di Tribe (2003), a cui collabora De Garmo, è, a posteriori, sempre meno giustificabile: non c'è da meravigliarsi che sia durato ben poco. A parte lo strepitoso singolo "Open", quello che abbiamo tra le mani è un disco abbastanza sfuocato, che tenta di riappropiarsi dell'antica gloria, ma fallisce miseramente. Tra suggestioni etniche ("Desert Dance", "Rhythm Of Hope") e brani più classici ("Losing Myself"), la sensazione è che ci sia molto fumo e pochissimo arrosto: raffazzonato, scarabocchiato, è un album terribilmente pigro (forse meno dei più recenti), che lascia ben poco da scoprire dopo il primo ascolto.

Il live acustico The Art Of Live (2004) è l'ennesimo esperimento fallito: non c'era bisogno di un altro album dal vivo così presto, e le esecuzioni sono talmente amorfe e impersonali da far rimpiangere i lavori in studio. Uniche curiosità le cover (non particolarmente riuscite) di "Comfortably Numb" dei Pink Floyd e "Won't Get Fooled Again" degli Who.

Nel 2004 Geoff Tate annuncia che la band è al lavoro sul sequel di Operation: Mindcrime; critica e pubblico storcono il naso, giudicandola una pura operazione commerciale (e anche il sottoscritto era un tempo di questo partito). Per il risultato bisogna aspettare il 2006, ma ne vale decisamente la pena: abbandonata ogni stanchezza, il gruppo accoglie Nikki, uscito dalla prigione, per narrare la conclusione della sua allucinata tragedia.
E' un grande ritorno, di quelli che si verificano molto poco spesso: il materiale è il migliore dai tempi del primo capitolo, l'abile orchestrazione di Tate riesce a far dimenticare ogni errore passato. Un duetto con Ronnie James Dio, che interpreta il malvagio Dr.X ("The Chase") e tutta una serie di nuovi inni, destinati, speriamo, a guadagnarsi la meritata immortalità ("I'm American", "One Foot In The Grave", "Speed Of Light", "All The Promises") rinverdiscono l'asciutta linfa del repertorio dei Queensrÿche con rinnovato vigore.
Speriamo che non si tratti del canto del cigno per una band che ha avuto molto da insegnare alla scena metal internazionale, brevettando uno stile ormai classico; speriamo, sulle basi concrete di Operation: Mindcrime II, che i Queensrÿche ritornino a essere una garanzia di qualità per chi nel rock "duro" cerca qualcosa di più che muscolacci, satanismo e acconciature bislacche.

Verso la fine del 2007, vede la luce Mindcrime At The Moore, ambizioso progetto live in versione DVD, cui fa seguito, di lì a poco, un doppio CD con tracklist pressoché invariata. Il luogo dell’evento è l’affascinante Moore Theatre di Seattle, che ben si presta ad una vera e propria messa in scena dei due Operation: Mindcrime, con tanto di attori e comparse e con gli ispiratissimi Geoff Tate e Pamela Moore che interpretano le vicissitudini dei protagonisti Nikki e Sister Mary. Il concerto si apre con un trittico eccezionale: "I Remember Now", "Anarchy-X" e la grandiosa "Revolution Calling". Tutta la prima parte, che ripropone il primo Operation: Mindcrime è mastodontica e Mike Stone, sostituto di DeGarmo alla chitarra, fornisce un’ottima prova, confermata anche nella seconda parte del concerto, nel quale prendono vita e corpo i brani di Operation: Mindcrime II. Sarà la dimensione live (sicuramente) o lo spettacolo che la band mette in piedi, sta di fatto che i brani del sequel del 1988 si rivelano, con qualche piccola delusione (la mancanza di Ronnie James Dio che sul disco duetta con Tate in "The Chase"), fluidi e avvolgenti, guidati come sono dalle voci di Geoff e Pamela, raggiungendo il punto più alto nella potente "A Murderer", nella quale, peraltro, si nota, nei cori, la sorprendente voce del bassista Eddie Jackson. Il live si chiude con "Walk In The Shadows" e "Jet City Woman", brani ormai storici che mandano il pubblico in delirio. Mindcrime At The Moore è un grande momento live per i Queensryche, certamente lontano dal mitico Livecrime del 1991, ma che mostra una band in grande stile in tutte le sue componenti, compresa quella teatrale, nient’affatto secondaria in quest’ottimo lavoro. Operazione commerciale e ambiziosa? Forse sì, ma riuscita ottimamente.

Le note stonate cominciano a farsi sentire con Sign of the Times: The Best of Queensrÿche, pubblicato a fine agosto dello stesso anno. La raccolta propone un excursus nella produzione del gruppo che parte dall’EP del 1982 e arriva al recente Operation: Mindcrime II. La tracklist è centrata soprattutto su Empire e Promised Land, mentre il primo Operation: Mindcrime è messo un po’ da parte (solo due brani: "I Don’t Believe In Love" e "Eyes Of A Stranger"), forse in ragione della recente pubblicazione del live di cui sopra. Trovano spazio alcuni brani di Hear In The Now Frontier e Q2K (un solo pezzo, per fortuna!), dischi che non hanno fatto gridare al miracolo, mentre piuttosto snobbato rimane Rage For Order. Nella Collectors Edition è inserito un secondo disco costituito da rarità (demo versions, unreleased e bonus tracks) e da un nuovo brano, quel "Justified" che si rivela un imbarazzante riempitivo.

Il 2007 si chiude con un altro lavoro piuttosto ambiguo: Take Cover. Quando una band immette sul mercato un intero album di cover lo fa principalmente per due motivi: continuare ad essere presenti ai propri fans e realizzare un lavoro che, in qualche modo, reinterpreti e riproponga una parte del proprio bagaglio musicale. Nel caso dei Queensrÿche, probabilmente, valgono entrambi i motivi, anche se, dopo un album live e un best of la presenza sul mercato era ben più che consolidata. Scorrendo la tracklist della compilation si manifesta, invece, il secondo motivo, ossia il tributo a gruppi che, bene o male, è possibile individuare nel sound della band di Seattle. "Take Cover" si muove attraverso una varietà di generi, dall’ heavy metal dei Black Sabbath di "Heaven And Hell" all’Opera italiana, passando per il rock di Buffalo Springfield e Crosby, Still, Nash & Young tracciando, così, un ampio percorso nel quale la band tenta, ambiziosamente, di identificarsi. Il problema è che molte delle cover proposte non riescono a decollare. Se "Welcome To The Machine" dei Pink Floyd, riesce molto bene, con il suo taglio pesante e oscuro, "Heaven On Their Minds", tratta dalla colonna sonora di "Jesus Christ Superstar", è proposta con arrangiamenti che la rendono piuttosto piatta e monocorde. Stesso discorso per "Innuendo" dei Queen, mentre "For The Love Of Money" dei The O’Jays è decisamente bruttina. La cover migliore del lotto rimane "Neon Knights" dei Black Sabbath, mentre nient’affatto male sono "Red Rain" di Peter Gabriel e "Sincronicity II" dei Police. Il resto del lavoro si muove nel solco dell'ordinario (escudendo la cover degli U2, proposta in versione live e decisamente troppo lunga), considerando la bravura dei musicisti, che si cimentano con una versione di "Odissea", composizione di Carlo Marrale (Matia Bazar) scritta per i tenori Marcelo Alvarez e Salvatore Licitra, nella quale Tate evidenzia la potenza delle sue corde vocali. In definitiva, Take Cover rimane un album di cover, appunto, con (pochi) alti e (molti) bassi.

Il 2008 è l’anno di preparazione del nuovo disco che vede la luce alla fine di marzo 2009, all’indomani della fuoriuscita dal gruppo di Mike Stone, chitarrista dalle ottime doti e capacità che, seppur non ai livelli DeGarmo, aveva quantomeno contenuto, in termini musicali, il trauma dell’abbandono di quest’ultimo. American Soldier, l’album del 2009, è frutto di una larga operazione di marketing intrapresa da Geoff Tate che, fin dalla seconda metà del 2008, aveva cominciato a rilasciare anticipazioni e curiosità sui singoli brani e sul concept, arrivando addirittura a registrare una linea telefonica mediante la quale i fans potevano conoscere lo stato dell’arte del disco in questione. Peccato, però, che l’attesa e le aspettative create siano, poi, state smentite, almeno in parte, dal full-lenght. American Soldier, concept sulla guerra, è un lavoro molto raffinato e ricercato, nel quale la componente metal degli esordi è pressoché assente e dove, inoltre, si avverte una notevole maturazione artistica. Tuttavia, questi non sono più i Queensrÿche di Promised Land e meno che mai di Operation: Mindcrime.
Qualcosa, insomma, è definitivamente cambiato, e non in meglio...

Passano due anni e nel 2011 arriva Dedicated To Chaos, titolo estremamente appropriato. Si tratta, infatti, di un lavoro discontinuo, indecifrabile sotto tutti i punti di vista, basato sulla sezione ritmica come non mai a discapito della melodia, con la voce di Tate a tratti irriconoscibile, soffocata da campionamenti e filtri vari in un guazzabuglio indecifrabile. È un disco concepito – pare lo abbia affermato lo stesso Tate – come un insieme di download slegati tra loro, perfettamente in linea con il mondo, oggi imperante, della rete, e il linguaggio che attraversa i brani è lì a confermarlo. Comunque sia, un lavoro assolutamente mediocre.

Il malcontento, già latente all'interno della band a causa da una gestione della band sempre più Tate-centrica e nepotistica, esplode quindi il 12 aprile 2012. In un incontro della band, al quale Tate non partecipa, il resto del gruppo decide di licenziare in tronco Miranda e Susan Tate, rispettivamente figlia e moglie del frontman, dai ruoli di manager del fan club e della band stessa. "Negli ultimi 3 anni, arrivammo al punto di realizzare che non avevamo più peso alcuno nella band. Tutto era diretto dal cantante e dalla sua famiglia", dichiarerà in seguito Wilton.
Due giorni dopo la situazione degenera prima di uno show della band, a San Paolo, in Brasile, quando Tate e il resto della band si scontrano in una discussione violenta che proseguirà anche durante il concerto, tra sputi e minacce.
Il resto della band decide quindi di espellere Tate dalla band, avviando quindi le basi per una disputa legale la quale, tramite un giudizio preliminare in attesa di un prossimo verdetto finale, prende una decisione sconcertante: le due band potranno circolare con il nome Queensryche finché non sarà deciso chi potrà usufruire del brand.
Questa scelta porta quindi nell'anno successivo alla paradossale situazione in cui due album escono quasi contemporaneamente con lo stesso nome in copertina.

Nel maggio 2013 esce  "Frequency Unknown", registrato in fretta e furia da Geoff Tate in sole 6 settimane, con una rozza cover sulla quale viene impressa una provocatoria sigla F.U. che, più che al titolo dell'album, sembra far riferimento a un poco amichevole saluto ai vecchi compagni di squadra. La produzione è, come preventivabile dati i tempi ridotti, grossolana e poco curata. Tuttavia, nonostante alcune cadute in esperimenti easy listening di minimo spessore, il disco contiene alcuni brani sorprendentemente buoni, pur attestandosi al livello di un disco di maniera, sufficiente. Se non altro prosegue con maggior convinzione lo stile delineatosi negli ultimi anni, a prova che la direzione intrapresa da parte della band negli ultimi anni era in gran parte capitanata dallo stesso Geoff.

Il resto della band non resta a guardare e, ingaggiato il vocalist Todd La Torre, potente e vigorosa voce prelevata dai Crimson Glory (ed inquietantemente affine al Geoff Tate dei tempi di "The Warning"), si mette parallelamente al lavoro su un nuovo lavoro, che esce un mese dopo quello del "nemico".
Il nome dato al disco è tutto un programma: Queensrÿche", e nient'altro, a ribadire la sbandierata volontà della band di ricominciare da capo e tornare a sonorità abbandonate da ormai 20 lunghi anni di presunta oppressione. Il timore di trovarsi di fronte a una mesta cover band di sé stessi, nei bei tempi che furono, sarebbe vivido e giustificabile per chiunque. Tale paura sembrerebbe in effetti concreta ascoltando il singolo “Redemption”, uscito in anteprima, così ricco di richiami autoreferenziali, e l’intro dell’album “X2” è un poco velato omaggio alle atmosfere deliranti di “Rage For Order”.
Tuttavia ciò che si cela dietro la facciata è un disco tutt’altro che autocompiaciuto. L’energia della band sembra in alcuni momenti esser tornata a scorrere possente: Rockenfield non suonava con tanto vigore le pelli da secoli, riesumando la storica accoppiata ritmica con il bassista Jackson in una potente “Spore”. In generale, la struttura dei brani è decisamente più lineare e immediata rispetto sia agli ultimi lavori della band che al disco "avversario" di Tate. Mancano le composizioni complesse, quelle divagazioni a cavallo tra il pop e la vena progressive della band le quali, nonostante gli alti e bassi qualitativi, erano comunque rimaste presenti anche nei lavori successivi l’addio di De Garmo, uno dei principali compositori della “bell’epoque” del quintetto di Seattle. Qui l'ago della bilancia è fortemente sbilanciato verso un heavy metal epico, a tratti un pelo caciarone, con un ritorno a melodie di impatto.
Non sempre la formula fa però centro: “Vindication” esalta per la sua velocità e “In This Light” ammicca con la sua melodia catchy, ma entrambe tendono a esaurirsi dopo pochi ascolti, lasciando emergere soluzioni non di grande spessore. In altri casi l’equilibrio è perfetto e così accade che “Don’t Look Back” riacciuffi la frenesia presente in momenti storici di “Operation: Mindcrime”, in particolare “The Needle Lies” rappresenta il parallelo più evidente.
Non mancano certo i lenti. “A Word Without” è la classica ballatona “made in Queensrÿche” che contiene tutti gli elementi della formula tradizionale: orchestrazioni, il duetto con l’inseparabile musa Pamela Moore e assolo in delay. “Silent Lucidity” è lontana anni luce, ma è bello ripensarci anche solo per un attimo, mentre “Open Road” conclude con classe il platter, ripristinando un’altra antica feature dei Ryche: il gran finale.

Dopo tanti mesi di becero gossip è inevitabile almeno accennare un confronto con l'opera "simmetrica" capitanata dall’acerrimo Geoff Tate. "Queensrÿche" è roccioso, presenta un livello medio buono, senza le cadute di "Frequency Unknown" (presenti anche volendo non considerare le sacrileghe cover volute da Tate); tuttavia manca forse di quel colpo di classe, di quel gran brano che emerge e rimane impresso nella memoria, caratteristica che a tratti riesce a donare il discusso ex-vocalist della band (vedi la conclusiva “The Weight Of The World”), con buona pace dei nostalgici.
Concludendo, questi nuovi-vecchi Queensrÿche convincono e stupiscono per il ritrovato entusiasmo proponendo un disco roccioso e ben suonato. La fenice è risorta dalle sue ceneri? Ancora no, ma la strada è segnata: l’eventuale maggior integrazione dell’ottimo La Torre, il quale dovrà progressivamente abbandonare gli occasionali scimmiottamenti del suo predecessore, e l’evoluzione di un songwriting comprensibilmente ancora un po’ troppo autocompiaciuto potranno forse restituire la band che molti hanno amato negli anni 80, dopo una lunga, lunghissima attesa.

Al momento, l'unica certezza sta nella conclusione della lunga battaglia legale. Nell'aprile del 2014 arriva un accordo tra le parti: Rockenfield e soci acquisiscono i diritti per l'uso del nome della band, a Tate va l'uso esclusivo dell'opera integrale di "Operation: Mindcrime" e relativo sequel.
Comunque vadano la carriere della band e il nuovo percorso solista dell'ex frontman, è se non altro consolatorio che sia terminata la triste battaglia tra i membri di una formazione che ha segnato la storia del metal.


Contributi di Vincenzo Dente ("Mindcrime At The Moore", "Sign of the Times: The Best of Queensrÿche", "Take Cover", "American Soldier", Dedicated to Chaos"), Michele Bordi ("Queensrÿche")

Queensr˙che

I classici del metallo pensante

di Marco Donato

Combinando un ruvido stile "prog-oriented" e influenze fra le più varie con testi coraggiosi e di qualità superiore alla media, i Queensrÿche hanno saputo trasformare il metal in un sofisticato intrattenimento per intellettuali
Queensr˙che
Discografia
 QUEENSRYCHE 
   
 Queensrÿche (Ep, 1982)

5

 The Warning (EMI America, 1984)

7

  Rage For Order (EMI America, 1986) 
Operation: Mindcrime (EMI America, 1988)

8

 Empire (EMI America, 1990)

6

 Operation: Livecrime (live, EMI America, 1992)

6,5

 Promised Land (EMI America, 1994)

6,5

 Hear In The Now Frontier (EMI America, 1997)

5

 Q2K (Atlantic, 1999)

3

 Greatest Hits (anthology, Virgin, 2000)

6,5

 Live Evolution (live, Sanctuary, 2001)

6,5

 Classic Masters (anthology, Capitol, 2002)

6,5

 Tribe (Sanctuary, 2003)

5

 The Art of Live (live, Sanctuary, 2004)

4

Operation: Mindcrime II (Sanctuary, 2006)

7,5

 Mindcrime At The Moore (Rhino, 2007)
 6,5
 Sign of the Times: The Best of Queensrÿche (Capitol, 2007)
 5
 Take Cover (Rhino, 2007) 5
 American Soldier (Rhino, 2009)
 6
 Dedicated To Chaos (Roadrunner, 2011)
 4
 Queensrÿche (Century Media, 2013)7
   
 GEOFF TATE'S QUEENSRYCHE 
   
 Frequency Unknown (Cleopatra, 2013)6
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