Quicksilver Messenger Service

Quicksilver Messenger Service

L'altra faccia dell'acid-rock

di Marco Donato

Terzo (e più trascurato) pilastro della psichedelia californiana di fine anni 60, i Quicksilver Messenger Service sono passati alla storia per le loro jam infuocate, cui negli anni si sono alternate digressioni country-pop-rock più convenzionali
Generalmente i più trascurati nella classica triade dei protagonisti del rock psichedelico di San Francisco, a vantaggio dei "rivali" Grateful Dead e Jefferson Airplane, i Quicksilver Messenger Service presentano tratti non meno affascinanti di quelli dei loro più fortunati colleghi, per lo meno nella fase iniziale della loro carriera.
I Quicksilver Messenger Service nascono verso la metà degli anni 60, per iniziativa di quei musicisti che gravitavano attorno al cantautore Dino Valenti (vero nome Chester Powers, famoso per essere stato l'autore di brani come "Hey Joe" e "Let's Stick Together"). La prima formazione stabile è costituita da Valenti stesso, i due chitarristi John Cipollina e Gary Duncan, il bassista David Freiberg e il batterista Greg Elmore. Ma proprio quando il gruppo è vicino a ottenere un contratto discografico, Valenti finisce in galera per possesso di marijuana. Cipollina e soci decidono di continuare lo stesso e partecipano al festival di Monterey nel 1967: il contratto finalmente arriva (con la Capitol) e la band si mette al lavoro per registrare il suo primo album. Duncan e Cipollina si alternano ora alle parti vocali.

Quando, nel maggio del 1968, esce Quicksilver Messenger Service, tardivo debutto della band (Grateful Dead e Jefferson Airplane sono già sul mercato rispettivamente dal 1967 e dal 1966), per i fan della band è una mezza delusione: come nel caso dei Grateful, l'album in studio non sembra in grado di riproporre le emozioni dell'esperienza live. Si tratta comunque di un ottimo lavoro, ricco di spunti e del miglior materiale mai inciso in studio della band, fin dall'indimenticabile singolo "Pride Of Man", cover di un brano country di Hamilton Camp, attraverso le atmosfere vellutate di "Light Your Windows" e l'easy listening di "Dino's Song" (scritta da Valenti), fino alla jam studiata di "Gold And Silver", uno dei temi più classici della band, strutturato come un intreccio tra le chitarre di Cipollina e Duncan.
"The Fool" è una lunga suite psichedelica nella quale il gruppo mette in mostra la propria abilità tecnica attraverso una serie di cambi di ritmo e parti (almeno in apparenza) improvvisate. Si sente benissimo, in ogni solco del long playing, che le redini, almeno dal punto di vista artistico sono tenute da Cipollina, imponente personalità, chitarrista audace e tecnicamente impeccabile. Dal vivo si sfoga in inebrianti e apocalittiche jam di blues-rock, successioni eteree di assoli senza fine, quasi una versione rude e disincantata del rituale dei colleghi Grateful Dead.

Testimonianza di ciò è il secondo album del gruppo, nonché il loro capolavoro: Happy Trails (1969), registrato in parte dal vivo. Non è sempre facile capire quale parte, e che cosa invece sia stato aggiunto in studio, ma di fronte a un disco del genere, questa è una cosa di scarsa importanza.
La prima facciata è occupata da una versione-suite di circa 25 minuti di "Who Do You Love" di Bo Diddley, trasfigurata in un tour de force di duelli chitarristici e assoli taglienti e urticanti, il manifesto del sound dei Quicksilver e uno dei capolavori della psichedelia californiana.
Anche il lato B (presumibilmente in studio) accoglie l'ascoltatore con l'inconfondibile ritmo sincopato tipico di Diddley: si tratta di "Mona", a cui viene riservato un trattamento simile a quello di "Who Do You Love" nella prima facciata, ma per una durata più breve. Presto, infatti, la grintosa cover sfocia nella grandiosa "Maiden Of The Cancer Moon", un brano chitarristico al vetriolo. "Calvary" è invece la gemma di Duncan, che rallenta il ritmo per sferrare vere e proprie flagellazioni sonore su un tappeto cupo e ossessivo.
A stemperare il clima provvede la buffoneria tipica del gruppo (la stessa che aveva partorito il singolo "Bears"), con la title track, una breve rilettura di un brano country di Roy Rogers e Dale Evans. Il trionfo del gruppo è suggellato, e questo rimarrà il punto più alto della produzione della band, picco del loro periodo migliore.

Nel 1969 esce anche Shady Grove, che si fa forte della collaborazione di Nicky Hopkins al piano (già nella Steve Miller Band e nei Rolling Stones) e fa a meno di Gary
Duncan (che si è chiamato momentaneamente fuori dal gruppo). Il sound, che presenta i tratti svolta verso il country-rock simile a quella, contemporanea dei Grateful Dead, è però pesantemente influenzato dall'apporto di Hopkins, che firma il capolavoro del disco: "Edward The Mad Shirt Grinder". Altri episodi degni di nota sono la title track (cover di un canto tradizionale pellerossa), la meravigliosa "Flute Song", il blues scatenato di Cipollina "3 Or 4 Feet From Home" e la fantastica "Joseph's Coat", dalla struttura melodica atipica. I Quicksilver Messenger Service ora diventano semplicemente Quicksilver (per far prima).

Dino Valenti intanto è uscito di prigione e ha avviato una breve carriera solista. Nel 1970 decide di riappropriarsi di quella che in fondo è la "sua" band, i Quicksilver. Nell'arco di una serie di sedute di registrazione, il prolifico cantautore ha il tempo di comporre (con gli apporti di Cipollina, Freiberg, Hopkins e Duncan che è appena tornato nel gruppo) e registrare con la sua band, due interi album: Just For Love, uscito nell'agosto dello stesso anno e What About Me, uscito nel gennaio dell'anno dopo. Dopo la registrazione di questi due lavori, Cipollina lascia la band per avviare una sfortunata carriera solista.

Per quanto riguarda il primo di questi due album, il più influenzato dal ritorno di Valenti, suona ricoperto di una patina dolciastra spesso insopportabile (come nel logorroico folk psichedelico di "The Hat" o nelle due title track) e il tono si alza in pochi momenti: "Cobra", un esempio di un Cipollina curiosamente convertito alla cocktail music e "Fresh Air", l'unico momento in cui Valenti si fa valere.

Il secondo album è invece più aperto come struttura e non è monopolizzato da Valenti: così hanno la possibilità di stupirci Freiberg ("Won't Kill Me"), Cipollina ("Local color") e Hopkins (la magnifica "Spindrifter"). Dal canto suo anche Valenti dà il meglio su questo album: la title track, un piccolo inno al sogno hippie in frantumi e "Subway", un rock-blues energico con un riff che ricorda i Cream.

Il songwriting forse un poco ingenuo di Valenti ha preso il sopravvento e d'ora in poi, dopo la dipartita di Cipollina (forse scontento della nuova direzione della band) e Freiberg (che entra nei Jefferson Starship) diventerà il tratto caratteristico del sound del gruppo. Il successivo Quicksilver, uscito nel novembre 1971, è praticamente un disco di Valenti e Freiberg, ricco di canzoni pop fresche, come "Hope", la risposta di Valenti a "Eve Of Destruction" di Barry McGuire e l'epica "Fire Brothers" e un po' meno fresche come "I Found Love" di Duncan (che ricorda da vicino "Cathy's Clown" degli Everly Brothers) e "Don't Cry My Lady Love" di Valenti, adagiata in un mood paludosamente malinconico.

Comin' Thru, del maggio 1972, è il tentativo di Valenti di portare novità nel sound un poco stagnante della sua band: una sezione fiati viene aggiunta a fare un gran baccano e poco più. Le canzoni, meno ispirate che mai, sono stavolta dei guazzabugli r&b di scarso interesse. Si salvano il singolo "Doin' Time In The U.S.A." e la discreta "California State Correctional Facility Blues", mentre i tentativi più azzardati, come il quasi funk "Mojo", naufragano miseramente, insieme alle varie banalità (la ballata "Changes", ad esempio).

Nel 1973 il gruppo si scioglie. Esce un'antologia per commemorare l'attività della band fino a quel punto. Curiosamente non vi figurano brani di Comin' Thru.

Cipollina, forse frustrato dallo scarso successo della sua carriera solista, acconsente nel 1975 a partecipare a una reunion del gruppo che avrebbe fatto meglio a rimanere nel cassetto. Solid Silver, l'album che ne viene fuori, è un noioso e stagnante disco di country rock, con dalla sua parte solo la ballata stile-Eagles di "Cowboy on the run" e la efficace "I Heard You Singing". Dopo questo scarso exploit, il gruppo si scioglie di nuovo.

Nel 1986 Gary Duncan riprende possesso del nome della band per registrare un orrendo disco di rock sintetico senza alcuna ispirazione, Peace By Piece, a cui collabora anche Freiberg.

La morte di Cipollina, nel 1989, segna la fine per i fan di ogni possibile speranza di reunion della formazione originale; intanto le compilation escono senza interruzione. La più completa è, come al solito, quella compilata dalla Rhino, Sons Of Mercury 1968-1975, uscita nel 1991, che ha l'unico neo di non contenere che una versione ridotta (il single edit) di "Who Do You Love", per evidente mancanza di spazio sul doppio cd.

Nel 1996 Duncan ritorna a nome Quicksilver Messenger Service con un altro disco ugualmente esecrabile, accompagnato dal solito Freiberg e da alcuni sessioner di lusso: Greg Errico (Sly & The Family Stone) e Lee Oskar (War) tra gli altri. Nel 1999 esce un doppio disco, mezzo live e mezzo raccolta di inediti, consigliato solo agli appassionati.

Qui termina l'epopea dei Quicksilver Messenger Service (nonostante Duncan tenti in continuazione di sporcare il nome del gruppo con dischi inutili). Abbiamo distinto dunque, nella loro produzione, tre periodi fondamentali: il primo, con Cipollina alla leadership, e i capolavori del disco di esordio e, soprattutto di Happy Trails; il secondo, con il ritorno di Valenti e l'assemblaggio di album eterogenei ed esotici come What About Me; il terzo guidato dal solo Valenti, con dischi folk-pop e pruriti r&b, sempre conditi da una certa patina melensa, caratteristica fissa dello stile del cantautore.

Con Cipollina, i Quicksilver Messenger Service hanno regalato alla musica psichedelica californiana due grandi capolavori, più che degni di essere paragonati alle opere dei più quotati colleghi Jefferson Airplane e Grateful Dead. Il loro stile era più vicino al blues sporco delle origini e ai riti tribali; l'ego chitarristico di Cipollina non aveva pari né nell'intellettualismo blues acido di Kaukonen, né nella sfrontata naturalezza di Garcia. Consegnarono alla storia un'opera immortale, prima di venire travolti dalla melassa e dall'usura del tempo. Per questo sono un gruppo da rivalutare assolutamente e da conoscere per avere una cognizione completa della musica rock californiana degli anni Sessanta.

Quicksilver Messenger Service

L'altra faccia dell'acid-rock

di Marco Donato

Terzo (e più trascurato) pilastro della psichedelia californiana di fine anni 60, i Quicksilver Messenger Service sono passati alla storia per le loro jam infuocate, cui negli anni si sono alternate digressioni country-pop-rock più convenzionali
Quicksilver Messenger Service
Discografia
 QUICKSILVER MESSENGER SERVICE 
   

Quicksilver Messenger Service (Capitol, 1968)

7,5

Happy Trails (Capitol, 1969)

9

 
 
 QUICKSILVER 
   
 Shady Grove (Capitol, 1969)

7

 Just For Love (Capitol, 1970)

5

 What About Me (Capitol, 1971)

6

 Quicksilver (Capitol, 1971)

6

 Comin' Thru (Capitol, 1972)

4

 Anthology (Capitol, 1973)

7,5

 Solid Silver (Capitol, 1975)

4

 Maiden Of The Cancer Moon (live, Psycho, 1983)

6,5

 Peace By Piece (Capitol, 1986)

2

Sons Of Mercury 1968-1975 (antologia, Rhino, 1991)

7,5

 ShapeShifter (Pymander, 1996)

3

 Lost Gold & Silver: Unreleased Quicksilver Messenger Service (live, Collectors' Choice, 1999)

6

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

QUICKSILVER MESSENGER SERVICE

Happy Trails

(1969 - Capitol)
Uno dei cardini della stagione psichedelica dei Sixties

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