Quintessence

Prog-rock al profumo d'incenso

di Marco Donato

Considerati tra i fondatori del cosiddetto "new age rock", i Quintessence in realtà sono un raffinatissimo ensemble di poderosi strumentisti innamorati della musica indiana e del rock progressivo, che fondono con estrema perizia ed efficacia in un sound mistico e onirico
E' un superficiale ma frequente luogo comune ritenere che l'amore per la cultura, la religione, le dottrine mistiche e la musica indiane sia solo un effimero capriccio dell'era psichedelica: i Quintessence, così come numerosi altri artisti (ci teniamo a citarne due importantissimi: John McLaughlin e la magica Third Ear Band), sono la dimostrazione dell'inconsistenza di tale ipotesi.
Provenienti da Notting Hill Gate, Londra, vollero consacrare la "nuova" musica prog ai dettami del loro spirito, raccogliendo numerosi consensi tra l'ancora viva comunità hippie e l'indifferenza più totale della critica specializzata.

Il loro sound nasceva dalla compenetrazione di tre elementi: da una parte la musica orientale, scelta determinata dalla loro adesione spirituale alla dottrina vedica, e il retaggio del rock psichedelico dei Sixties, e dall'altra un approccio decisamente "progressivo", che vedeva nel flauto di Raja Ram (al secolo Ron Rothfield) uno squillante e potente manifesto, non escludendo spruzzate di jazz-rock e il gusto della jam libera e improvvisata.
La loro musica forse non influenzò le generazioni future quanto quella di loro più illustri colleghi, ma aveva sicuramente l'aspetto di una miscela ammaliante, suggestiva, allo stesso tempo immanente e trascendente. Le possenti corde vocali di Shiva (al secolo Phil Jones) davano il tocco finale, facendo risuonare i sacri versi delle canzoni del gruppo come un magniloquente eco fra le solide montagne dell'essere. Il loro indo-prog (o raga-rock, come alcuni preferiscono), ricco di preziosismi e di sensuali fronzoli decorativi, fu visto a posteriori come una delle basi del cosiddetto "new age rock", ma i loro album sono ben più di insopportabili melensaggini pseudomusicali volte a chissà quale ozioso benessere: la loro è una professione di fede vivace, pulsante, incessante, solare, sincera.

Il loro primo album, In Blissful Company (1969), è un vero e proprio gioiello e sicuramente il loro capolavoro: un ingresso come "Giants" è imprescindibile, brano immerso in un'atmosfera ondeggiante e severa, solcata dal ritmo spezzato della batteria, mentre con tono aulico Shiva racconta leggende simboliche provenienti dalla tradizione orientale; "Manco Capac" è uno dei momenti più ispirati dell'intera produzione: un vibrante e incantevole (o incantatore?) flauto guida l'ascoltatore in una profonda riflessione sulla vita e sull'amore, su un pulsante e brioso sottofondo. "Body" è divisa tra una strofa vivace e un ritornello in climax, tutta costruita sui mirabili duetti tra il flauto di Raja Ram e Shiva; "Gungamai" è un altro dei loro classici, nonché un loro cavallo di battaglia live, un brano di grande immediatezza melodica, che sfocia in una breve jam psichedelica a cui partecipa una chitarra più liquida del solito.
Dal quinto brano è manifesta una delle caratteristiche che rimarranno fino alla fine (o quasi) nello stile della band: la recitazione del mantra, la parola di potenza che è alla base di varie correnti di base induista (assume un'importanza fondamentale nel tantrismo). Qui si intitola semplicemente "Chant", ed è noiosetto: meglio passare, da profani, alla traccia seguente, quella "Pearl And Bird" (ancora una volta il tema proviene dalla mitologia indiana) che profuma di primavera come la dolce aria d'aprile al mattino presto, graziata da una melodia delicata arricchita da un sempre ottimo lavoro di flauto. Segue "Notting Hill Gate", dedicata al loro quartiere, unico singolo di successo della band (il lato B era "Move Into The Light"), con una melodia discendente che trasforma un fraseggio bluesy in una scorribanda di sitar, flauto e voce, dai toni eterni e mutevoli al tempo stesso, per aprirsi in un intervallo jazzato e ritrovare poi la coerenza e la struttura originarie. L'ambiziosa e lunga "Midnight Mode" è il vero punto debole dell'album, sospesa fra preghiera e musica talmente lieve e rarefatta da poter dare l'impressione di essere inconsistente.

La dimensione più congeniale al gruppo è comunque sempre quella live: pressoché chiunque li abbia visti dal vivo ne è rimasto fortemente impressionato. I loro spettacoli si trasformavano spesso in veri e propri rituali collettivi, pieni di colori, suggestive e incessanti danze, all'insegna di una religiosità vissuta con un ottimismo e una positività tipici di una simile visione del mondo.

Per tentare di catturare questa forma dell'arte del gruppo viene approntato Quintessence (1970), un disco in parte live e in parte in studio, che si apre con la tonante "Jesus Buddha Moses Gauranga", che spreca una buona intuizione melodica in una struttura-canzone troppo restrittiva e tradizionale (forse un primo tentativo di smorzare i toni per raggiungere il grande pubblico). Si torna in carreggiata con la cantilenante ma godibilissima "Sea Of Immortality", che rappresenta il loro lato più propriamente folk (anche se il cantato è piuttosto trascinante e non esente da alzate di tiro); "High On Mount Kailash" nasce da un etereo tappeto di sitar, che si fa sempre più denso, finché non è squarciato da Shiva, per quello che si può considerare uno dei loro mantra più belli da ascoltare, che sfocia direttamente in "Burning Bush", frenetica jam registrata dal vivo, in cui è protagonista la camaleontica chitarra di Maha Dev (al secolo Dave Codling), che si scatena in pirotecniche evoluzioni che lo consacrano figlio illegittimo dell'acid-rock dei Sixties.
"Shiva's Chant" è un intermezzo piuttosto noioso, cui segue l'impenetrabile "Prisms", un nucleo compatto di fluttuanti acrobazie flautistiche, che sfocia nel fraseggio chitarristico di "Twilight Zone", decisamente più piacevole, che mescola i soliti ingredienti in maniera superba, aggiungendo un prepotente accordo di settima (su cui culmina il ritornello) che dà al tutto un feeling molto r&b. "Maha Mantra" è esattamente quello che dice il titolo, mentre la delicata malinconia di "Only Love" è una delle loro prime concessioni a un certo romanticismo da cartolina (che diventerà una delle convenzioni del genere nei decenni futuri). Un'altra jam chitarristica live, l'infuocata "St. Pancras", porta l'album fino alla sua naturale conclusione nell'ultimo mantra "Infinitum".
L'individualità dei singoli membri della band è molto più evidente in questo secondo album, e sono evidenti anche i limiti della loro formula: un disco che avrebbe dovuto portare il discorso abbozzato nell'esordio a un livello superiore rischia di cadere più di una volta nel fango dell'autoparodia, se non fosse che è salvato da alcuni momenti ancora pregni dell'antica magia.

L'inaridimento della vena artistica della band è, non sorprendentemente, contemporaneo all'affievolimento della tensione spirituale dei membri del gruppo: l'entusiasmo sta sfumando lentamente nella consapevolezza (errata o meno) di aver raggiunto e colto quelle solide basi dell'essenza su cui è tessuto come un lieve ordito il significato della vita. Dive Deep (1971) è l'ultimo capitolo della loro trilogia classica, e mostra già evidenti segni di stanchezza: la title track è una piacevolissima canzonetta folk-pop, ravvivata da un arrangiamento sempre impeccabile, ma non sempre questo basta per catturare l'attenzione dell'ascoltatore; il capolavoro qui è "Dance For The One", una minisuite (era l'ora!) in cui si mostra in fiore tutto il potenziale del gruppo: è il loro apice, la sostanza della loro poetica riassunta in quasi undici, meravigliosi minuti di ottima musica.
Il resto dell'album non può che apparire inferiore: dalla filastrocca "Brahman" (che mostra il loro principale difetto: l'indole missionaria e, di conseguenza, l'universalizzazione della dottrina del risveglio), alla più sentita "The Seer", che sfodera una melodia che avrebbe trovato posto nel loro esordio, alla tediosa "Epitaph For Tomorrow", fino al solito mantra, qui più temibile del solito: "Sri Ram Chant".

Con Self (1971) sono passati pochi mesi, ma non poco è cambiato: la casa discografica non è più la vecchia Island, ma la Rca; quel processo che già s'intravedeva dietro le quinte del precedente album ha raggiunto il suo culmine: i Quintessence vedono loro stessi alla fine del loro percorso spirituale e ciò genera un abisso creativo da non sottovalutare, oltre a contese all'interno della band su una possibile svolta verso un rock più tradizionale (e commerciale). E' questo lo spirito di un singolo chiassoso e immobile come "Cosmic Surfer", costruito su un banalissimo riff che sarebbe stato già un rottame obsoleto cinque anni prima, o di una patetica "Wonders Of The Universe", probabilmente la loro ballata più sterile.
I riempitivi si affollano, uno dopo l'altro e concorrono in un tedioso e affaccendato agone per la sostanziale inutilità: dalla brevissima "Hari Om" (neppure un minuto), al confuso mantra (?) di "Halleluja", a "Celestial Procession" (versi di animali e un po' di flauto, per un minuto e poco più) fino alla terribile "Self", il loro mantra più brutto e deforme. Anche qui una parte è registrata live: si tratta dei due brani finali "Freedom" e "Water Goddess", due jam più scialbe e mosce del solito (soprattutto la seconda, che prende il via da una sonnolenta versione di "Gungamai").
L'unico grande pregio di questa raccolta è la poderosa "Vishnu Narain", uno dei loro brani più suggestivi e meglio ingegnati dal punto di vista melodico: un ritornello orecchiabile ma non banale, un testo ancora una volta (e forse è proprio l'ultima) profondo, che riflette sul percorso spirituale del gruppo e sulle diverse problematiche a esso collegate. Il resto dissolve il loro misticismo in un kitsch da statuina soprammobile, dove si tiene a galla solo la grande abilità strumentistica e la poderosa interpretazione vocale di Shiva.

Purtroppo proprio quest'ultimo, il cantante capace di ravvivare anche i momenti più infausti della loro carriera, abbandona la band nei primi mesi del 1972: la situazione è critica come mai prima. Per esigenze contrattuali, e forse per un eccesso di orgoglio, il gruppo decide di continuare lo stesso: il frutto di questa malsana e affrettata soluzione è il pasticcio informe di Indweller (1972), il loro disco peggiore, che basta a spazzare via la gloria del passato e a trasformare questi alfieri dell'indo-prog in un gruppetto folk-rock di scarso livello. Un lavoro di flauto apprezzabile in "It's All The Same" non basta: l'album sprofonda nella mediocrità di episodi di pessimo gusto e inconsistente, spiccio valore come "Jesus My Life", "Holy Roller" (la più vigorosa), "On The Other Side Of The Wall", "Mother Of The Universe".

Dopo la pubblicazione di un mediocre live registrato con la nuova formazione a quattro, la band si scioglie in maniera definitiva. Esce alla fine dell'anno un compendio della loro trilogia Island, sotto forma della raccolta Epitaph For Tomorrow; ma per l'ascoltatore occasionale che voglia avere un approccio indolore alla poetica di questo gruppo è preferibile la successiva antologia Oceans Of Bliss, che elimina gran parte del materiale di scarto presente nella precedente e, soprattutto, evita di includere i noiosi mantra.

Nel 2003 Shiva torna a incidere come Shiva Shakti e pubblica un album diviso tra nuovo materiale e rielaborazioni di brani della sua vecchia band. Nel 2005 esce il seguito di questo progetto, il doppio Cosmic Surfer, a nome Shiva's Quintessence, dalla struttura simile (un album di nuove canzoni e uno di reinterpretazioni di vecchi brani). Purtroppo, non si tratta di una reunion del gruppo originale (della formazione del 1969 c'è il solo Shiva), anche se, essendo il primo movimento in vista di ciò da una trentina d'anni, è logico che desti interesse.

Quintessence

Prog-rock al profumo d'incenso

di Marco Donato

Considerati tra i fondatori del cosiddetto "new age rock", i Quintessence in realtà sono un raffinatissimo ensemble di poderosi strumentisti innamorati della musica indiana e del rock progressivo, che fondono con estrema perizia ed efficacia in un sound mistico e onirico
Quintessence
Discografia
QUINTESSENCE

In Blissful Company (Island, 1969)

7

Quintessence (Island, 1970)

6

Dive Deep (Island, 1971)

5

Self (RCA, 1971)

4

Indweller (RCA, 1972)

3

Live (1972)

4

Epitaph For Tomorrow (Edsel, 1972)

6

Oceans Of Bliss: An Introduction To Quintessence (Universal, 2003)


SHIVA SHAKTI

Shiva Shakti (2003)


SHIVA'S QUINTESSENCE

Cosmic Surfer (Ecletic, 2005)

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