Red House Painters

Red House Painters

Sulla collina della casa rossa

di Antonio Ciarletta

La musica dei Red House Painters è un saggio sociologico sulla rassegnazione, reso attraverso un folk-rock rarefatto, prevalentemente acustico, su cui svetta il lirismo "nero" del leader, Mark Kozelek. Una formula esaltata nel drammatico "Down Colorful Hill"

I Red House Painters nascono a San Francisco alla fine degli anni 80 dall'incontro tra il cantante Mark Kozelek, già a capo dei God Forbid, e il chitarrista Gorden Mack. Catalogati frettolosamente come gruppo slo-core/sadcore, i Red House Painters possono in realtà contare su di un sound più variegato, che contempla le dilatazioni atmosferiche del dream-pop via Cowboy Junkies e la snervante lentezza dei Codeine, con un piglio intimista che ha come referente diretto gli American Music Club. Queste influenze si manifestano in un folk-rock rarefatto e dal mood iperdepresso, prevalentemente acustico ma con significative venature elettriche (soprattutto nell'ultimo periodo).
I Red House Painters sono il veicolo espressivo di Mark Kozelek, personalità complessa, musicalmente introverso come Nick Drake, interiormente tormentato come Kurt Cobain. Ex tossico-dipendente, Kozelek è il classico esempio di autore che nella musica cerca il mezzo per esorcizzare i propri demoni interiori; poeta eccelso e cantante emozionale come pochi, è riuscito a costruire un universo fatto di storie prevalentemente autobiografiche, intrise di sentimenti e sentimentalismi, popolate da perdenti e amanti in agonia.

Il fascino della musica dei Painters sta nella capacità di Kozelek di raccontare il "nero" dell'animo, l'umana disperazione, l'inevitabile crudeltà che il destino riserva ai diseredati, in modo epico, con impennate vocali che si innestano all'improvviso su un cantato costantemente abulico e privo della benché minima inflessione che possa esprimere rabbia, livore o passione. La musica dei Painters non ammette rivincite; una volta toccato il fondo, non è sempre possibile risalire. È la musica della più totale rassegnazione.
Lodati da Mark Eitzel, i Red House Painters pubblicano Down Colorful Hill per la 4AD (e per chi, altrimenti?). Sono solo sei pezzi, ma raramente si era sentita prima una musica così depressa. Le atmosfere sono sognanti come quelle di Mazzy Star e Galaxie 500, ma in realtà più che sogni sono incubi, che racchiudono i drammi esistenziali e i deliri commiserativi partoriti dalla mente torturata di Kozelek. Gli arrangiamenti, ridotti al minimo, sono completamente al servizio della parte vocale, e consistono in un sistema di arpeggi e accordi che si incastrano e si susseguono, cullando lievemente il cantato indolente di Kozelek. Il ritmo esasperatamente lento di "24" è scandito da una linea di basso marziale su cui si innestano chitarre gementi, che si aggrovigliano su se stesse senza mai esplodere. "Medicine Bottle" è lo psicodramma di un amore tormentato: "You're building a wall/ higher than the both of us/ So try living life instead of hiding in the bedroom/ Show me a smile and I'll promise not to leave you". "Medicine Bottle" è anche il pezzo in cui si odono accenni a certa new wave anni 80 (e che pervadono sottilmente anche le altre composizioni); l'intreccio melodico creato dalle chitarre e linee di basso in saliscendi non possono non richiamare alla mente sonorità di Disintegration-iana memoria. "Michael" è il commovente epitaffio a un amico "perduto": "Michael, where are you?/ Smile at my excitment the last time you called/ I slipped away to ask you from whereabouts/ I got a lead from your old triple-ex-girlfriend/ She said I heard he lost his mind again/ I said I didn't know that you ever did". Qui il canto di Kozelek si fa meno distaccato, per andare a modularsi su una tonalità più alta, così da esprimere disperazione più che rassegnazione. "Lord Kill The Pain" è il pezzo più suonato e musicale della raccolta, un frizzante folk-rock che riesuma i Flying Burrito Brothers con un Lou Reed al canto.
Capolavoro del dolore universale e dell'umana rassegnazione in musica, Down Colorful Hill rimarrà negli annali del rock come inarrivabile testimonianza della futilità della vita al cospetto dell'inevitabile crudeltà di un destino avverso.

L'omonimo Red House Painters riesce nel miracolo di raggiungere le vette espressive e qualitative dell'esordio. La copertina, raffigurante una giostra abbandonata, non lascia presagire nulla di buono, e infatti il mood è sempre lo stesso.
Cambiano leggermente le sonorità, sicuramente più elettriche, e un Kozelek più consapevole delle proprie possibilità smette di mormorare e inizia a cantare sul serio. La radiosa "Grace Cathedral Park" lascia intravedere una luce in fondo al tunnel, ma è solo un'illusione. Con "Katy Song" si sprofonda di nuovo nell'abisso, accompagnati da una melodia lieve, ma che affligge oltre l'umana sopportabilità, capace di evocare il senso del tempo che passa e brucia tutto ciò che sia ha intorno. Una musica in grado di schiudere quei "moment bienheureux" ma anche di susseguente tormento di cui parlava Proust. L'elettrica ed epica "Mistress" quasi stona con quanto fatto dai Painters fino ad allora, ma è un capolavoro di emotività (ottima anche la versione per pianoforte). Il suono dei Painters è in perenne dissolvenza, come testimonia "Rollercoaster", che sembra dover finire prima ancora di iniziare. Nella dimessa "Take Me Out", voce e chitarra acustica, Kozelek veste i panni di un menestrello triste ma pacato allo stesso tempo, alla maniera di Nick Drake. Chiude l'album "Strawberry Hill", altro vertice dell'arte di Kozelek, epica e triste, urlata e distorta, celestiale e terrena contemporaneamente. Altro capolavoro, forse Red House Painters comunica al meglio la filosofia del gruppo: nella loro musica non è espressa la rabbia di una generazione che cerca disperatamente di trovare la propria identità, ma l'intima consapevolezza circa l'impossibilità di sovvertire il proprio destino; il dramma di chi ha il futuro alle spalle, di chi sprofonda nell'abisso e si dimena per non smarrire l'unico valore rimasto, la dignità.

Scarti e rimanenze dei primi due dischi vengono raccolti su un album chiamato Red House Painters (II), che contiene le ottime "Evil" e "Uncle Joe".
In Ocean Beach Kozelek presta più attenzione agli arrangiamenti; ne risulta un sound più corposo e meno atmosferico, mentre le melodie sono come al solito cristalline. È l'album più propriamente folk (nel senso di Dylan e Simon & Garfunkel) dei Painters, dove molti pezzi potrebbero essere suonati semplicemente con una chitarra acustica. Kozelek canta finalmente in modo passionale, abbandonando quasi del tutto lo stile sussurrato degli inizi. Sembra inoltre animato da una nuova consapevolezza, che si esprime in pezzi più solari come lo strumentale "Cabezon" e "Over My Head". Anche la disperazione pare meno acuta, e spesso lascia il posto a sentimenti meno distruttivi, come la malinconia; ne è un esempio "Summer Dress", poesia allo stato puro incorniciata da un sublime arrangiamento d'archi, sfocata istantanea sulla solitudine e sullo scorrere del tempo: "Summer dress separates you from the rest/ Easiest days of her life have been spent/ Wonders if she is loved, if she is missed/ Says a prayer as she's kissed by ocean mist/ Takes herself to the sand and dreams". Kozelek, voce e piano, pennella una commovente "Shadows" - dove a farla da padrone sono ancora la malinconia e versi di una suprema tristezza: "The coarse and white colored skin/ It blends with the state you're in/ And the wetness of your eyes/ Against a sun that clouds blind/ You ain't saying nothing that I don't already know/ When you say love's dimming light won't shine on tomorrow". In quest'album i personaggi di Kozelek sembrano aver metabolizzato il dolore, la sofferenza, la rassegnazione. Si avviano sul viale del tramonto con la consapevolezza di essere stati sconfitti, e in uno stato di estatica malinconia riflettono sul perché il destino abbia riservato loro un'esistenza in perenne disfacimento. Poetico, melodico al punto giusto, emozionale ma non patetico, Ocean Beach è il compendio della musica dei Painters, ideale punto di partenza per chi voglia addentrarsi nel mondo tormentato di Kozelek.

Contrasti con la 4AD portano il gruppo (ormai di fatto una "one man band") ad accasarsi presso la Supreme, attraverso la quale licenziano la loro quarta fatica Songs For A Blue Guitar. Abbandonato del tutto il sound atmosferico dei primi due album, Kozelek si presenta nei panni di un umile folksinger. Se il suono ne perde in originalità, ne guadagna comunque in ritmo e musicalità. Kozelek compone finalmente canzoni compiute e non più nebulose di accordi reiterati. Eclettico e variegato, Songs For A Blue Guitar manifesta una maggiore ambizione artistica; Kozelek inizia a sfogliare l'enciclopedia del rock e a omaggiare indirettamente o direttamente, con una serie di cover, i suoi miti. È un piacere ascoltare "Long Distance Runaround" (Yes), "All Mixed Up" (Cars), "Silly Love Songs" (Paul McCartney) nella versione ombrosa dei Painters. In punta di piedi, come Drake insegna, Kozelek sforna una malinconica "Have You Forgotten", seguita da "Song For A Blue Guitar" (più Dylan che Donovan), inno alla solitudine e al rimpianto: "When everything we felt failed/ And some music soft in distant sails/ But it don't sound like it did before/ Then I know I'm left with nothing more than my own soul.../ In a room all I feel is the cold that you left/ Through the air all I see is your face full of blame". Questo pezzo fa emergere quel senso di amarezza che si prova a incontrare un vecchio amore e scoprirlo deturpato dal tempo. Non poteva mancare un omaggio al sommo filosofo della depressione, Neil Young, che prende forma nel robusto country blues di "Make Like Paper"; dodici minuti e tre secondi di pura nevrosi chitarristica. Un gradino inferiore rispetto ai dischi precedenti, Songs For A Blue Guitar è un utile manuale sul mestiere del folksinger depresso.

Difficile raggiungere i picchi qualitativi dei primi due capolavori, ma nonostante ciò i Painters continuano a partorire ottimi album - Old Ramon non fa eccezione. Problemi con la Island/Supreme ne posticipano di qualche anno la pubblicazione, che avviene finalmente nel 2001 per la Sub Pop. È il loro album più musicale, come dimostra la grintosa "Between Days", ed è anche quello meno triste, a sentire la poppeggiante "Byrd Joel". Non mancano però i soliti numeri ad alto tasso depressivo come "Cruiser", "Michigan" e "Golden", ispirati anche dalla morte di John Denver. Kozelek sembra ormai aver scacciato i fantasmi che lo tormentavano e si avvia verso una nuova maturità, che lo porta a essere più musicista e meno poeta/cantastorie del fallimento.

La musica dei Red House Painters è un saggio sociologico sulla rassegnazione, su quello stato di profonda prostrazione che sopravviene quando il collasso emotivo ha già avuto luogo, e l'individuo si trova conseguentemente proiettato in una dimensione esistenziale che è anticamera del suicidio.

Due anni dopo la pubblicazione di Old Ramon, Kozelek formerà i Sun Kil Moon con Koutsos, affinando il proprio cantautorato. Il chitarrista Phil Carney si unirà al pianista Chris Connolly nei Desertshore, band in bilico tra slowcore ed echi neoclassici; il bassista Jerry Vessel intraprenderà invece la strada solista sotto il moniker di Heirlooms Of August.

Red House Painters

Sulla collina della casa rossa

di Antonio Ciarletta

La musica dei Red House Painters è un saggio sociologico sulla rassegnazione, reso attraverso un folk-rock rarefatto, prevalentemente acustico, su cui svetta il lirismo "nero" del leader, Mark Kozelek. Una formula esaltata nel drammatico "Down Colorful Hill"
Red House Painters
Discografia
Down Colorful Hill (4AD, 1992)

8,5

Red House Painters (4AD, 1993)

8

 Red House Painters II (4AD, 1993)

6,5

Ocean Beach (4AD, 1995)

7,5

 Songs For A Blue Guitar (Supreme, 1996)

6,5

 Retrospective (antologia, 4AD, 1999)

6

 Old Ramon (Sub Pop, 2001)

6,5

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

RED HOUSE PAINTERS

Down Colorful Hill

(1992 - 4AD)
L'opera-chiave di Mark Kozelek è forse la più triste mai pubblicata in musica...

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