Republika

Republika

Il post-punk che grondava sangue

di Federico Romagnoli

Con un elaborato misto di art-rock e post-punk, nonché violenti testi contro il regime, per i quali hanno rischiato in prima persona, Grzegorz Ciechowski e i suoi Republika hanno rappresentato quanto di meglio la sbalorditiva scena rock polacca abbia saputo offrire

Un sentito ringraziamento va a Salvatore Greco, Luca Palmarini, Francesco Cabras e alla redazione di Polonicult in generale, per il sostegno e le accurate traduzioni che mi hanno fornito.

Non chiedere della Polonia (Introduzione)

Alla guida dei Republika per vent’anni, fatta salva una generosa parentesi da solista con la sigla “Obywatel G.C.”, Grzegorz Ciechowski ha rappresentato lo stato dell’arte del rock polacco. Dissonante, ossessiva, frenetica, aperta alla contaminazione, ma anche pervasa da un dolore profondo, capace di sfogarsi ora tramite melodie raffinate, ora tramite grida viscerali, la sua musica ha segnato una generazione e lanciato un culto solido presso le successive. È gustoso notare come negli ultimi anni la sua fama abbia cominciato a valicare i confini della Polonia, seppur a piccoli passi e solamente a livello underground.
La sua patria l’ha onorato con documentari, strade, piazze, targhe, monumenti, e persino una moneta in tiratura limitata coniata appositamente dalla banca nazionale. L’improvvisa scomparsa, avvenuta nel 2001 a soli quarantaquattro anni, ne ha ulteriormente fatto divampare il mito.

La scena musicale della Polonia è incredibilmente ricca, e lo è stata in particolare nel periodo di massimo splendore di Ciechowski e dei Republika, gli anni Ottanta. Tuttavia, oltre che per la qualità dei dischi pubblicati, l’attenzione da riservare a quella specifica era è da ricercarsi anche nel carico di simboli che quegli artisti riuscirono a esprimere. Soprattutto considerando il fatto che gliene venne data la possibilità, fatto più unico che raro al di là della cortina di ferro.
In Russia infatti gli artisti rock potevano – almeno a partire dal 1980 – distribuire i propri album durante le esibizioni dal vivo (spesso presidiate dalla polizia), ma non veniva loro data la possibilità di registrarli in studi professionali, né di pubblicarli ufficialmente tramite l’etichetta discografica statale. Nelle altre nazioni la situazione era ancora più dura: si poteva suonare una forma di rock annacquato, ma solo dopo aver ottenuto una licenza ufficiale, accettando tutti i compromessi che essa comportava. In caso contrario, si rischiava la galera o l’espulsione.

In Polonia tutto ciò non avvenne. Nonostante la situazione sia stata in più tratti tragica, nonostante qualche censura qua e là, nonostante i tentativi di boicottaggio delle forze dell’ordine, nonostante la fuga di alcune figure di spicco della cultura locale, le band poterono produrre musica rock, e allo scattare degli anni Ottanta lo fecero con una furia da lasciare attoniti. Il rock duro e il post-punk, anche nelle forme più sperimentali, invasero le classifiche vendendo valanghe di dischi. Anche in periodi in cui era difficile persino rimediare i generi alimentari, molti ragazzi non erano disposti a privarsi del vinile appena pubblicato dai loro eroi. Meglio la fame che essere tagliati fuori dall’unica cosa capace di farli sentire vivi.
La new wave polacca, o più semplicemente “nowa fala”, generò nella prima metà degli Ottanta quattro band capaci di entrare nelle case di tutti i giovani del paese, quattro band i cui nomi sono indissolubilmente legati fra loro, in una rivalità che in realtà non c’è mai stata, semmai uno stimolo reciproco nel dare voce a coloro che ne avevano bisogno: i Lady Pank, i Maanam, i Perfect, e per l’appunto i Republika. Fra i quattro, oggi i Republika sono i più celebrati, perlomeno dalla critica e dagli ascoltatori più esigenti, per quanto rimangano tutti nomi estremamente popolari.
Partendo dall’inizio, vedendo in che maniera Ciechowski e la sua band ebbero il coraggio di esporsi, leggendo i versi che ebbero l’ardire di cantare, si cercherà di entrare in un mondo che potrebbe davvero uscire da un romanzo di George Orwell, basato sull’opposizione fra grigiore, povertà e abusi di potere da una parte, e cultura, senso di appartenenza e rabbia giovanile dall’altra.

I primi singoli della band e il boom di Radio Trójka

republika_ciechowskiÈ Wiesław Ruciński a dare vita al progetto Res Publica sul finire degli anni Settanta, proponendo un pop-rock vagamente progressivo, o almeno così pare, dato che a oggi di quel materiale non è rimasta traccia. Dopo un paio d’anni in cui non succede niente di interessante il leader molla tutto (emigrerà in Australia e poi negli Usa, dove lavora a tutt’oggi come compositore di colonne sonore, con lo pseudonimo di Jann Castor). Sarà il fratello di Ruciński a far conoscere alla band colui che ne prenderà il timone, Grzegorz Ciechowski, brillante cantante e polistrumentista con formazione classica e jazz, ma appassionato soprattutto dei suoni di quella nuova onda che sta sommergendo in quel momento il rock britannico. O meglio ancora di ciò che sta dietro quei suoni, la ribellione. E se quella necessità la sentivano i giovani londinesi, figurarsi quanto potesse sentirla un ragazzo nato e cresciuto a Toruń (città culturalmente ricca, sia ben chiaro, ma le condizioni di vita – sia a livello pratico, sia a livello di libertà d’espressione – erano quelle che erano).

Ciechowski spinge la band a cambiare nome in un più agile Republika e a virare verso la new wave. Quello che ne esce è tuttavia un suono che nessuno ha mai udito prima, una giostra creativa che nei paesi anglofoni non sarebbe stata neanche ipotizzabile, e tanto diversa proprio perché si poggia sulle peculiari condizioni culturali di chi l’ha concepita. Della formazione storica dei Republika fanno parte, oltre a Ciechowski, il chitarrista Zbyszek Krzywański, il batterista Sławomir Ciesielski e il bassista Paweł Kuczyński.
Grazie al grande successo dei Maanam, che hanno abituato il pubblico a una musica aggressiva e obliqua, per i Republika non risulta difficile trovare posti in cui suonare dal vivo. La crescente risonanza li porta così a contatto con uno dei baluardi della cultura polacca, che si sta imponendo proprio in quel periodo.
Sabato 24 aprile 1982 va infatti in onda la prima puntata della classifica di Radio Trójka, presentata da Marek Niedźwiecki. Il programma si basa sui voti postali – e in seguito anche telefonici – dei propri ascoltatori, guadagnando in breve una immensa popolarità. Si tratta dell’unico canale dei media nazionali che trasmetta anche musica occidentale, rock in particolare. Milioni di giovani rimangono così incollati ogni sabato sera davanti alla radio, addirittura vengono organizzati raduni nei locali per ascoltare il programma.
La classifica viene vissuta quasi come una rivelazione messianica. Molti la registrano su cassetta e la riascoltano per tutta la settimana, fino al sabato successivo. Anche perché molte delle cose trasmesse non sono disponibili in commercio: il 13 dicembre dell’81 è entrata in vigore la legge marziale e le autorità hanno posto un ulteriore giro di vite sui già pochi dischi occidentali a cui viene concessa la distribuzione nel mercato polacco. Una buona parte di ciò che viene mandato da Radio Trójka non è di fatto rintracciabile se non registrandolo da lì.
Ciò vale anche per alcune canzoni polacche a dire il vero, e se talvolta è per puro e semplice boicottaggio, in altri casi il motivo ha del tragicomico.
Con l’economia al collasso e le aziende statali in ginocchio, capita che non si riesca a stampare i dischi per carenza di materiale. Manca il vinile e quindi la canzone esce in tiratura limitata, o non esce affatto, chi vuole se la ascolti in radio.
Quale che fosse la ragione, è insomma accaduto che brani capaci di segnare una generazione, inclusa la canzone più famosa dei Republika come si vedrà, all’epoca non siano usciti su supporto fisico.

Entrati nelle grazie di Niedźwiecki, i ragazzi registrano i primi pezzi negli studi della radio, che poi li manda in onda. Gli ascoltatori li votano in massa da subito, tanto che entro la fine dell’82 le loro prime tre canzoni hanno tutte raggiunto il numero 1.
“Kombinat” è la prima a essere diffusa, a fine maggio. Il canto isterico di Ciechowski è subito una rivelazione, si alterna fra parole pronunciate in maniera perentoria e vocali prolungate fino alla lacerazione della voce. La sua poetica è subito aggressiva, lo scenario descritto è plumbeo. “Lo stabilimento lavora, respira, produce. Lo stabilimento è un tessuto, io sono una cellula, non ne esco […] Lo stabilimento pulsa, nessuno sa che io esisto, non so niente di me, ho un ritmo scandito, non ne esco […] Queste scrivanie si estendono fin dove arriva l’orizzonte, dormo in un cassetto indicato con esattezza, non ne esco”.
In particolare l’ultima strofa ha un taglio visivo che rende ancora più tangibile il potere fagocitante della catena produttiva. Ciechowski arricchisce il brano con il suo pianoforte di estrazione prog e un assolo di flauto traverso, mentre i compagni tengono in piedi un ritmo sghembo e ingannevole.

In ottobre vengono messe in onda “Sexy Doll” e “Telefony”. Musicalmente si inseriscono nello schema di “Kombinat”, con l’arrangiamento guidato dal pianoforte, il passo in levare, le sincopi, le chitarre ritmiche taglienti e gli audaci contorsionismi vocali, coadiuvati in “Telefony” da effetto eco e onomatopee.
Il testo di “Sexy Doll” – appunto sull’attrazione per una bambola gonfiabile – mette per la prima volta in tavola la componente lussuriosa di Ciechowski, in seguito usata a livello metaforico per lanciare sferzanti accuse politiche, mentre “Telefony” descrive la solitudine provata dai giovani dell’epoca, presentando il protagonista come impazzito a causa dell’isolamento. L’atmosfera è malsana sia per le parole ripetute ossessivamente, sia per le urla che inframezzano le frasi. “Là dove chiamo non riconoscono la mia voce-voce-voce-voce-voce-voce. Numeri errati, numeri errati, indirizzi errati-rati-rati-rati-rati-rati. Questo telefono rimbomba solo nella mia testa […] Non chiama nessuno, non chiama nessuno, sono solo io, sono solo io”.
Bisogna tenere presente che durante l’istaurazione della legge marziale, il generale Wojciech Jaruzelski fece staccare tutti i telefoni. L’allusione agli apparecchi inutilizzabili, e in seguito intercettati, è piuttosto evidente e rappresenta una decisa presa di posizione.

Visti i riscontri radiofonici, alla band viene data la possibilità di pubblicare un paio di 45 giri.
“Kombinat” esce nel gennaio dell’83 e vende 80mila copie. Sul lato B c’è un nuovo pezzo, “Gadające głowy”, che utilizza la solita formula a metà fra art-rock pianistico e post-punk esagitato, aggiungendo dei cori che potrebbero alla lontana ricordare gli Stranglers (non a caso una delle pochissime band britanniche capaci di reggere il confronto coi Republika a livello di preparazione tecnica).
In aprile tocca a “Sexy Doll”, che viene affiancata all’inedita “Układ sił”, il loro pezzo più inaccessibile fino a quel momento, con tanto di risate demoniache e chitarra deturpata dall’effetto flanger. Se ne vendono 100mila copie.

Il pezzo che finisce però sulla bocca di tutti, come accennato, non raggiunge i negozi. Si intitola “Biała flaga” ed è la loro canzone più politica fino a quel momento. Sorta di hard-rock cabarettistico e mutevole, con decelerazioni ska e divagazioni pianistiche dissonanti, vede Ciechowski esporsi in prima linea. Niente più metafore, il siluro viene lanciato a testa alta, la pantomima non è più necessaria.
“Dove sono? Tutti i miei amici, mi mancano, anche se non sono mai stati molti. Si sono nascosti tra varie oscure istituzioni. Li ha bruciati la prostituzione galoppante. Dove sono i miei amici? Militanti di quegli anni, sono sempre stati pochi, ora sono solo. Che tipo quell’uomo, come racconta con parole colte quanto è stancante stare seduti a elogiare. Che tono! Che riverenza! Quanta misura in ogni situazione, e che convinzioni sagge”.
“Biała flaga” rende i Republika persone poco raccomandabili. Tranne su Radio Trójka ovviamente, che la elegge numero 1 per cinque settimane e la fa diventare una delle chiavi di volta del rock polacco. Per poterla acquistare i fan dovranno attendere il 1993, con l’antologia 82 - 85, che la raccoglie insieme a tutti i titoli citati fino a questo momento, nonché a brani di qualche anno dopo che pure non hanno trovato posto negli album in studio. Si tratta pertanto di un disco essenziale, con alcuni fra i momenti topici della band.

L’album di debutto

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vede la luce nell’aprile dell’83 e diventa un clamoroso successo di vendite: con 360mila copie sarà il terzo disco più diffuso dell’anno, ma risulterà il primo per entrate nelle casse dello stato, dato che con abile mossa venne messo in commercio a un prezzo nettamente più alto degli altri album. Ovviamente di quelle entrate la band non vedrà neanche l’ombra. La rockstar non è un mestiere serio per i signori del partito e chi vuole intraprendere quella strada deve accontentarsi di un normale stipendio, come un qualsiasi impiegato. Molti cantanti riscontrano così grosse difficoltà nella vita quotidiana: i loro dischi fanno guadagnare soldi a palate a un sistema corrotto, ma loro devono continuare a vivere in palazzi-alveare o attendere due ore davanti a un negozio, in mezzo alle persone più indigenti. Che si prodigano talvolta a commentare la loro presenza con sprezzo, quando non a importunarli, come da alcuni testimoniato. (Un qualsiasi documentario sulla Polonia dell’epoca vi mostrerà file infinite di persone in attesa di ricevere beni di prima necessità).

L’opera si presenta con una memorabile copertina a bande bianche e nere diagonali. Ridotta ai minimi termini, fredda, schematica come il mondo in cui la band è costretta a vivere, è opera di Andrzej Ludew, loro manager.
Per la “nowa fala” dei Republika è il momento di fare il punto della situazione: chitarre effettate e in levare, pianoforte martellante, assoli di flauto traverso stile Jethro Tull sotto amfetamina, ritmi sincopati, cambi di andamento a getto continuo e bizzarrie d’ogni tipo (i tempi dispari di “Śmierć w bikini” e “Halucynacje”, il codice morse di “System nerwowy”, eccetera). Non si capisce bene di che creatura si tratti, il suono è abrasivo, ma la produzione – curata dalla stessa band – vanta una professionalità assoluta; i pezzi sono ossessivi come il punk, ma densi di trovate che ricordano il rock progressivo.
A lasciare basiti sono però le parti vocali, che portano all’estremo quanto mostrato nei primi singoli. Per essere sicuro di far arrivare il messaggio, Ciechowski costruisce pezzi che sono di fatto dei mantra in forma rock. La parola che viene ritenuta chiave del concetto, o in alcuni casi semplicemente una sillaba piazzata in posizione strategica, arriva a essere ripetuta anche cinquanta volte in una canzone. Spesso sfociando, al termine di una delle scariche, in singulti, vocalizzi nasali e grida disperate, come ormai da copione. Il resto lo fanno i continui sbalzi di umore, dal sensuale al rabbioso, dal misterioso al ridente. È un’aggressione continua, rinforzata dal fatto che i compagni aiutano Ciechowski ai cori, creando in alcune parti dei veri e propri muri vocali nel segno dell’isteria.
La title track va subito all’attacco: “Queste sono nuove nuove nuove nuove situazioni, nuove nuove nuove nuove situazioni, nuove nuove nuove nuove situazioni, nuove nuove nuove nuove situazioni, nuove situazioni nuovi orientamenti”.
Il riferimento è alle proteste contro il partito che avevano attraversato la Polonia l’anno precedente. Nonostante i numerosi arresti e il momentaneo scioglimento di Solidarność, Ciechowski è consapevole che la popolazione non ha ancora perso la speranza e che le trattative sono destinate a riprendere. Il suo intuito coglie nel segno e il 22 luglio 1983 la legge marziale viene sospesa, per quanto da lì al 1989 ci sarà modo di assistere a diversi altri soprusi.
Il manifesto di “Mój imperializm” non ha bisogno di spiegazioni: “Il mio imperialismo ti consumerà […] Ormai sei mia, non tua, non tua, non tua, no. Un capitale straniero ti divorerà. Ti farò credere che la rivoluzione è peccato, e non farai nulla”.
Più stratificata la simbologia di “Arktyka”. “La Siberia ha fatto irruzione nei nostri cuori” canta Ciechowski, per poi descrivere nella scena finale individui morenti di freddo nelle proprie abitazioni. Si può leggerla sia come una fotografia della connivenza borghese nei confronti del regime, sia come uno spaccato di vita reale, dato che fra i materiali razionati dell’epoca c’erano anche i combustibili per il riscaldamento. Per sottolineare, parti del brano sono accompagnate da uno spettrale soffio di vento, mentre Krzywański si ritaglia prolungate bordate di chitarra, taglienti come lame.
Benché denso di oscuri presagi, il testo di “Śmierć w bikini” è uno dei pochi non politici. Sedotto da una donna in costume da bagno, Ciechowski si accorge che si tratta della morte. Per una volta parrebbe trattarsi di una semplice immagine evocativa.
Chiude “My lunatycy”, dove i giovani che non riescono ad allinearsi alle regole si isolano nel proprio mondo e ne vengono ingoiati: “Le pillole per dormire sono l’eucaristia, per noi. Noi lunatici spariamo dalla circolazione, in questo momento. Azioniamo un fittizio, argentato luna park. E non sappiamo niente, di quello che succede”. Il contrasto fra la desolazione delle parole e la dinamicità della musica è impressionante, soprattutto grazie al basso di Kuczyński, mixato in primo piano.

Anche se nessuna sua canzone è rimasta nel corso del tempo popolare quanto i singoli che lo hanno anticipato, il disco nel complesso è considerato un classico del rock polacco, se non il suo vertice.
Ne esiste anche una versione cantata in inglese, intitolata 1984 e distribuita sul mercato britannico dall’etichetta indipendente Mega Organisation. Come prevedibile, la pronuncia è imperfetta, ma l’operazione si dimostra interessante perché le basi strumentali sono state incise daccapo, presentando alcune sottili differenze rispetto alle originali.

Il secondo album e il boicottaggio

republika_krzywanski_ciesielski_e_kuczynskiNell’estate dell’83 la band viene ammessa, si presume con un certo mal di pancia, al festival nazionale di Opole. La popolarità era tale che un’estromissione sarebbe apparsa ingiustificabile.
Nieustanne tango viene registrato l’anno successivo. Non è un disco semplice, rispetto al debutto le melodie sono meno immediate, la componente art-rock è più in evidenza ed emergono alcuni interessanti arzigogoli strumentali, nonostante la scomparsa del flauto. A ogni modo, il risultato complessivo è inconfondibile, e l’atmosfera rimane tesa: il pianoforte suona come un’incudine, le voci sono sempre più teatrali e deformi, la chitarra si prodiga sì in suoni d’atmosfera, ma è ancora capace di ruggini corrosive.
Come intuibile, la title track adatta la nuova formula al passo del tango, mentre “Psy Pawłowa” è un vortice che alterna momenti marziali e sterzate malefiche. I versi fanno tabula rasa, l’uomo nel suo cubo abitativo sopravvive senza pensieri e senza speranze: “Queste quattro mura sono un mondo, queste luci che mi danno un segno. Il segnale per dormire, il segnale per mangiare, il segnale per aspettare, aspettare, aspettare […] I cani di Pavlov imparano, i cani di Pavlov hanno studiato, questo è il segnale, questo è l’impulso: piangi!”.
“Fanatycy ognia” è quanto di più estremo si possa proporre in Polonia ancora oggi, figurarsi all’epoca. “Appicco un sacro rogo. Bruciano le chiese di altri credi, le chiese protestanti in fumo. Chi non è con noi è contro di noi, vai avanti e brucia, e brucia”. Certo non stupisce che questa ben poco soffusa – ma di certo realistica – descrizione del fanatismo cattolico sia fra i brani meno noti della band, praticamente mai eseguita dal vivo dopo il 1984, forse anche a causa della successiva svolta ideologica di Ciechowski verso temi di carattere personale e spirituale.
Il pezzo più elaborato è forse “Obcy astronom”, piatto ricco che ingloba ingerenze reggae (Ciesielski sfoggia una prestazione che in mano a Stewart Copeland avrebbe ricevuto lodi universali), chitarre liquide, basso slappato, misteriosi sussurri, cori prelibati, ipnotici riff di piano e coda strumentale liberatoria.

Sembrerebbe andare tutto per il meglio, quando nelle stanze dei bottoni qualche eminenza decide che i Republika hanno fatto i cattivi troppo a lungo. All’album viene concessa una distribuzione di sole 45mila copie, una miseria considerando il risultato del precedente lavoro. Dopo avere inutilmente tentato un ricorso legale, Ciechowski è costretto a prestare un periodo di servizio nell’esercito, benché sulle motivazioni le fonti siano vaghe e contraddittorie. A ogni modo, con il nuovo disco che in meno di un mese diventa introvabile e il cantante messo momentaneamente fuori gioco, alla band non rimane che mettersi in pausa.

Il festival di Jarocin e gli ultimi singoli

A partire dal 1980 Walter Chełstowski, regista televisivo poco incline alle prepotenze del partito, organizza a Jarocin un festival di musica alternativa. I giovani, in particolare quelli più emarginati a livello sociale, vi convergono da tutta la Polonia per celebrare i loro artisti preferiti e incontrare i propri simili. Nel corso degli anni il festival è stato criticato dal partito, descritto come indecoroso dai telegiornali e spesso presidiato dalle forze dell’ordine. Dopo la caduta del regime si è scoperto che dei finti neonazisti, dietro compenso monetario, si mescolavano fra il pubblico allo scopo di creare baldoria, dando così alla polizia una scusa per arrestare qualche ragazzo turbolento e bloccare gli eventi, o almeno farli ritardare. Tuttavia, fra difficoltà più o meno sopportabili, il festival si è tenuto ogni anno e con crescente successo.
Quando nell’agosto dell’85 i Republika annunciano la ripresa delle attività per un’esibizione come headliner dell’evento, una folla di ventimila persone si raduna per vederli. Appena la band sale sul palco alcuni facinorosi delle prime file li sommergono di fischi, uova e pomodori, accusandoli di essere dei venduti (è l’unica band in scaletta a essere famosa, gli altri nomi appartengono ancora tutti al sottobosco). La maggior parte delle persone è comunque lì per ascoltarli e Ciechowski, nonostante il palco sudicio, decide di suonare lo stesso. Il concerto si rivela talmente potente e passionale che alla fine il pubblico in visibilio li acclama come eroi, eclissando le proteste iniziali.
Diversi fra i brani suonati sono nuovi di zecca, fra questi il singolo “Tak długo czekam (ciało)”, presentato pochi giorni prima su Radio Trójka e subito al numero 1. Il testo ha una forte carica sessuale, ma la perpetua sensazione di attesa che viene descritta può essere al contempo letta come metafora dell’insoddisfazione popolare nei confronti degli organi di potere. “Le mie mani quasi muoiono di fame, attendo a lungo, ma so che quello che fai lo fai per me”. Il sound rappresenta una svolta rispetto ai primi due album: guidato da un cupo giro di basso, il ritmo si è fatto lento e solenne, mentre il pianoforte è stato sostituito da coltri di tastiere elettroniche. È il capolavoro d’atmosfera dei Republika.

In ottobre, sempre via radiofonica, tocca a “Zawsze ty (klatka)”. Il pezzo si inserisce nel nuovo corso, mescolando elettronica e sentori noir, con una vena questa volta tendente allo swing. I versi sono fra i più soffocanti di Ciechowski: “Ovunque io sia c’è una gabbia, non la posso toccare, una gabbia, sul viso ho la sua ombra, mi sfugge sempre e io la rincorro, ma alle mie spalle sento il suo respiro”.

Nel marzo dell’86 escono le ultime due canzoni dei Republika, su 45 giri. Sul lato A c’è un gioiellino orecchiabile e arioso, “Sam na linie”, unico loro brano per cui sia utilizzabile il termine Aor. Il retro presenta però una situazione ben diversa: “Moja krew” è infatti uno dei momenti più cruenti del rock anni Ottanta. “Il mio sangue, bevuto dai sacerdoti sui pulpiti, sui palchi, nelle trattative riservate. È il mio sangue. Mucchi di giornali stampati gridano ogni mattina da titoli scritti con il sangue. Il mio sangue. Lo sputa dalla gola il conduttore in tv, seguo le tracce del mio sangue […] Il mio sangue, e anche il tuo, il mio sangue, e anche il vostro”.
Se le parole sono già agghiaccianti, soprattutto perché espresse durante un regime, immaginatele cantate all’unisono da un coro che le scandisce con tono aggressivo e militaresco, mentre il pianoforte elettronico sottostante emana una sorta di funereo blues. A metà entrano quindi sax e sezione ritmica, scatenando una fanfara di barriti e dissonanze. Una simile violenza psicologica non si rintraccia neanche negli Einstürzende Neubauten. E benché si tratti di una semplice coincidenza, è buffo notare come il falsetto spettrale che compare a 1’ 23’’ e 2’ 31’’ anticipi di netto i lamenti di Thom Yorke.
Il singolo vende meno di 10mila copie, ma bisogna precisare che poco prima il mercato locale dei 45 giri ha subito un autentico tracollo e la cifra non è da ritenersi indicativa. Lo è semmai il numero 1 di “Moja krew” su Radio Trójka, il quattordicesimo in appena cinque stagioni di carriera.

I quattro pezzi del biennio appena descritto non sono mai stati inseriti in un album, ma li trovate comodamente radunati nella già citata antologia 82 – 85 (n.b. la delimitazione temporale del titolo si riferisce alle date di registrazione, non a quelle di pubblicazione).

Il cittadino senza nome

republika_ciechowski_03A metà del 1986 i Republika non esistono più. Alle difficoltà riscontrate nella distribuzione della propria musica si sono aggiunti contrasti personali fra Ciechowski e gli altri membri, che sono sfociati in una separazione consensuale. Il cantante adotta allora la sigla Obywatel G.C., utilizzando le proprie iniziali e abbinandole al titolo di “cittadino”. La rinuncia al proprio nome è interpretabile come l’ennesima accusa dell’artista verso la società spersonalizzante che lo circonda.
Il primo album, semplicemente Obywatel G.C., esce nell’autunno dell’86. L’elaborazione è stata veloce dal momento che l’autore ha utilizzato le canzoni che stava scrivendo per i Republika al momento dello scioglimento, più una rielaborazione di “Tak długo czekam (ciało)”.
“Paryż-Moskwa 17.15” attacca con un riff hard-rock suonato dall’amico Jan Borysewicz, chitarrista dei Lady Pank, per poi virare verso un suono più soffuso segnato da batteria elettronica, ascese di sintetizzatori, mandolino e cori lugubri probabilmente deformati tramite un campionatore. Senza dubbio lo sono quelli di “Kaspar Hauser”, appena sussurrata su un tappeto di percussioni, ritmi programmati e sprazzi fiatistici.
Il pezzo più suggestivo è “Przyznaję się do winy”, un levigato sophisti-pop con tanto di angelico controcanto femminile, anche se con parole molto più dure della media del genere: “Nell’oscurità celo il mio volto, continuamente, così che tu non scorga cosa c’è nei miei occhi […] Se oggi confesserai, ti permetterò di dormire. Oggi ti torturo un’altra volta, e lo farò piangendo […] Il secondino ti ha portata di nuovo qui e ti ha messo nelle mie mani. Ormai non riesco più a nasconderlo, e sussurro: ti amo”.
A sostenere Ciechowski alla produzione c’è Rafał Paczkowski, all’epoca ancora sconosciuto, negli anni a venire nome importante della scena polacca, anche come compositore di colonne sonore (Krzysztof Kieślowski lo sceglierà per la trilogia dei colori).
L’album passa purtroppo inosservato, un po’ per lo shock dovuto allo scioglimento dei Republika, un po’ per il profilo basso del nuovo progetto, un po’ per le sonorità piuttosto diverse dalla vecchia band.

Nuovamente sostenuto da Paczkowski, l’artista studia un piano di rilancio, che riesce oltre ogni aspettativa quando pubblica Tak, tak. Con oltre 300mila copie, è l’album polacco più venduto del 1988. In particolare, “Tak... tak... to ja” e “Nie pytaj o Polskę” diventano due fra le canzoni più popolari del decennio.
La prima è un singolare ibrido fra la potenza dell’hard-rock e il pop anni Ottanta più sofisticato. Nonostante le chitarre roboanti, l’arrangiamento fa sì che non rimandi al rock duro tipico di quel decennio, che risultava spesso eccessivo e poco credibile. La magia è resa possibile dal caldo tappeto d’organo elettrico, dal potente assolo di sax, dallo staccato di pianoforte durante il ritornello, e dalla chitarra acustica, forse un po’ nascosta, ma importante per l’arricchimento delle dinamiche. Il protagonista del testo si accusa di vigliaccheria, ma alla fine non è che uno sfogo verso il senso di impotenza provato da tanti ragazzi dell’epoca: “Soltanto ora, quando nessuno sente – sta’ tranquillo, sei solo in casa – hai riempito la vasca d'acqua calda e dichiari allo specchio di voler cambiare il mondo. Io lo so che un po' ti sforzi, ma dimmi quanti giorni hai passato davanti allo specchio”.
Il capolavoro è però “Nie pytaj o Polskę”, uno dei vertici degli anni Ottanta. La drum machine vellutata, l’atmosferico sottofondo di tastiera, il pianoforte malinconico, la linea di basso sintetizzata, la struttura peculiare con gli strumenti che si aggiungono a poco a poco, il sax romantico nella parte centrale, il muro di voci sognanti che guida il ritornello, i rifinimenti di chitarra acustica, l’epico finale che sfuma mentre l’arrangiamento si fa sempre più denso. Impressiona che tanta delicatezza provenga dallo stesso artista che appena un paio d’anni prima militava nei Republika.
Il testo è una canzone d’amore e si rivolge alla Polonia come se fosse una donna: “È così stanca, e sempre ubriaca, e perciò no, non chiedermelo. Non chiedermi perché sto con lei, non chiedermi perché con un’altra no, non chiedermi perché penso che, che non ci siano per me altri posti”.
Pur essendo uno dei suoi testi più semplici, è uno di quelli con più rimandi alla cultura locale: nei tratti in cui canta di voler fare l’amore con lei, ricorda la celebre ballata dei Budka Suflera, “Jolka Jolka pamiętasz”, mentre la frase “finché noi viviamo, anche lei è viva” è simile a un verso dell’inno nazionale polacco. Non è mero patriottismo, è bensì una toccante descrizione di quel senso d’amore che si prova per la propria terra, nonostante chi la gestisce l’abbia ridotta a uno straccio, come Ciechowski non manca di far notare.
Epiche sonorità new wave, canto a pieni polmoni e cascate di sample vocali fanno da sfondo a “Umarłe słowa”, definitivo atto d’accusa verso la censura: “Conservate lo splendore, parole morte. Sembrate sempre pronunciate per la prima volta. I bugiardi v'hanno stuprate, continuamente, sempre daccapo. Dicevano: non è uno stupro, se ora state bene insieme.”
È un album che si svela senza punti deboli, dall’amaro intimismo del jazz industriale “Ani ja ani ty” alla cavalcata di “Piosenka kata”, trafitta da rumori e timbri metallici. Il successo, sigillato dal concerto al festival di Sopot, non potrebbe essere più meritato.

Reunion dei Republika

È il 1990, la dittatura è terminata e il festival di Opole decide di celebrare il rock polacco dei dieci anni precedenti, ormai riconosciuto baluardo della libertà. Per l’occasione vengono convocati anche i Republika, che accettano. L’evento ha una tale risonanza che Ciechowski decide di renderla una reunion stabile. Kuczyński non crede nel progetto e se ne tira fuori, ma gli altri non battono ciglio e proseguono come trio, registrando 1991. Quattro inediti affiancano una manciata di vecchi successi, tirati a lucido in versioni invero un po’ scolastiche, ma l’operazione riscuote successo.

Anche per questo, il calo di popolarità che colpisce i Republika nel 1993 è tanto repentino quanto inaspettato. Dopo Bez prądu, superfluo unplugged in tiratura limitata, che si segnala per l’ingresso in pianta stabile di Leszek Biolik al basso, tocca a Siódma pieczęć, primo album interamente di inediti dal 1984. Nonostante l’impegno e le buone intenzioni, qualcosa va storto e ne escono una dozzina di canzoni dominate dal piano Rhodes, che quando sono morbide lo sono fin troppo e quando provano a graffiare sembrano attempate imitazioni dei classici che furono. Per quanto senza sbavature, anche la produzione è troppo asciutta e alcuni pezzi sembrano registrati in presa diretta.
Il flop delle vendite lascia Ciechowski amareggiato, anche perché, proprio in quel momento, i vecchi amici-rivali Maanam e Lady Pank stanno riscuotendo alcuni fra i più grandi successi della carriera.

Con l’orecchiabile hard-rock della title track e il midtempo atmosferico “Zapytaj mnie czy cię kocham”, Republika marzeń (1995) migliora almeno la cura per gli arrangiamenti. Senza che le vendite riescano però a risollevarsi.

Nuovi sbocchi creativi

republika_ciechowski_02Durante le pause nella nuova vita dei Republika, Ciechowski continua a fare uso della sigla Obywatel G.C. per firmare alcune colonne sonore, nessuna delle quali particolarmente rilevante (segnaliamo Obywatel świata giusto perché contiene “Tobie wybaczam”, mutevole art-pop con tinte etniche che è nel tempo diventato un classico).
Nel 1996, approfittando di un altro momento di calma, decide di realizzare un album come solista, il primo dagli anni Ottanta se non si contano quelli legati al cinema. Si intitola ojDADAna e vede la luce in ottobre, a nome Grzegorz z Ciechowa (letteralmente “Grzegorz da Ciechów”, come se il suo cognome si fosse trasformato in una località).
La grandezza di personaggi capaci di attraversare epoche diverse della musica si deduce soprattutto dalla loro elasticità mentale. Ciechowski viene ormai da un lungo periodo di appannamento. Certo, potrebbe scegliere la strada più comoda e proseguire la discesa della china, accontentandosi di fare il santone del rock nazionale con dischi da pensionato. Invece ha uno scatto d’orgoglio e si presenta con dieci brani che non somigliano a niente che abbia pubblicato fino a quel momento.
Dalle tonalità rilassanti di “Oj zagraj ze mi zagraj” a quelle arcaiche di “I tesknila, tesknila”, si sviluppa un suono fresco, ricco e sperimentale. Vortici di campionamenti e strumenti manipolati, atmosfere mutuate dalla coeva new age, battiti alternative dance, hard-rock inframezzato da house e ambient senza soluzione di continuità, rumori da cortile e cori di bambini, trip-hop, flauti dolci, levigate chitarre funk, e antichi canti folk pescati dalla ricchissima tradizione polacca. Il tutto mescolato con grande ironia, creando spesso accostamenti di suono grotteschi. Provate a immaginare una versione folk e con quattro anni di anticipo degli Avalanches di “Since I Left You” e non sarete troppo distanti dal risultato.
Le prime quattro canzoni sono accompagnate da altrettanti video, che mandati in sequenza formano un suggestivo cortometraggio, facilmente rintracciabile su YouTube.
Si scatenano anche un po’ di polemiche, quando i familiari della defunta cantante folk Anna Malec si lamentano per l’utilizzo della sua voce nel brano di punta, il ballabile per canto di gallo “Piejo kury piejo”. È comunque tutta pubblicità, e Ciechowski si ritrova al numero 5 in classifica con il lavoro più bizzarro della sua carriera.

Rinfrancato dall’esperienza, prova a riportare in alto anche i Republika, e centra il bersaglio nel dicembre del ‘98 con Masakra.
Certo, il rock macho di “Mamona” poteva essere evitato, tuttavia non sono pochi i brani degni del repertorio maggiore, e le commistioni con l’elettronica risultano brillanti. Da segnalare le splendide atmosfere notturne del downtempo “Raz na milion lat”, il pullulare di tastiere sognanti che trascina “Gramy dalej”, una “Przeczekajmy noc” da far invidia ai Portishead, l’apocalittico electro-industrial della title track, e il romantico singolo “Odchodząc” con le sue dimesse chitarre acustiche. “Andandotene porta via me, trovami un posto nella tua nuova vita, da qualche parte su uno scaffale o su un davanzale, una volta al mese toglimi la polvere di dosso”. Chi si sarebbe aspettato un testo così rilassato dal maestro della tensione?
Il disco non ha un successo immediato, fermandosi al numero 18, ma galleggia in classifica per sei mesi e i suoi brani sviluppano una fama duratura nel corso degli anni. A oggi è giustamente considerato un classico.

Una morte da dieci

Nel 1999 Ciechowski compone “Moja Angelica”, per l’omonimo film drammatico diretto da Stanisław Kuźnik. Brano dal ritornello malinconico e dimesso, sposa ottimamente arrangiamenti elettronici e chitarre acustiche.
Nell’aprile del 2001 esce il singolo “Nie pójdę do szkoły”, ispido funk-rock con voci robotiche che festeggia il trentennale della band e sembra rispolverare la vena polemica che fu. “No, non andrò più a scuola, non succederà più, i verdetti sono stati emessi, non ci saranno ulteriori miglioramenti della nostra corteccia cerebrale, i miei pensieri sono solo scarabocchi”.
Entrambe le canzoni sono rintracciabili nelle varie ristampe di Masakra.

Nell’estate del 2001 i Republika si esibiscono per la terza volta al festival di Opole, il concerto viene trasmesso per intero in televisione e a oggi viene ricordato come l’ultimo evento a cui Ciechowski ha preso parte. Come un fulmine a ciel sereno infatti, un aneurisma aortico pone fine alla sua avventura il 22 dicembre di quello stesso anno. Pochi giorni dopo diversi fra i più importanti musicisti e giornalisti polacchi partecipano ai suoi funerali. Quel che è più duro da digerire, oltre alla morte prematura, è che Grzegorz sembrava ancora in ottima forma dal punto di vista artistico.

Il 23 marzo 2002 esce il doppio album commemorativo Republika. Il primo disco è un live comprendente una serie di sessioni per Radio Trójka, sparse fra il 1994 e il 2001. Il secondo è un Ep con quattro canzoni nuove, che sarebbero dovute confluire in un nuovo lavoro in studio. Fra queste c’è l’ultimo capolavoro di Ciechowski, “Śmierć na pięć” (letteralmente “una morte da cinque”, ma essendo cinque il massimo voto scolastico in Polonia, in italiano diventa “una morte da dieci”). Il testo, con il suo tetro rimuginare sulla morte, lascia stupefatti, quasi l’artista avesse previsto il proprio destino. “È saltato un gatto, e dietro al gatto un cane, dietro di esso un cavallo, e dietro il cavallo io. Cinque volte, salto cinque volte. Non ci sei tu. Salta fuori il mondo. Prima una trota, dietro la trota una carpa, poi io, dopo di me un cavalluccio marino, un pescecane, e alla fine un gatto. Non ci sei tu. La mia morte da dieci”.
Sono parole che sembrano fuoriuscire dal canzoniere di un trovatore, come un’antica filastrocca dal sapore gotico, densa dei simboli animaleschi tipici del medioevo. Una sorta di bestiario in chiave rock che esprime la comprensione dell’ordine delle cose e del proprio posto nella società, prima di lasciare il mondo terreno. La fila degli animali in cui Ciechowski si ritrova rappresenta il tempo che passa, il cui peso è accentuato dalla mancanza della persona amata al proprio fianco. Non è un caso che lo sfondo strumentale consista in una sorta di valzer zoppo in tempi dispari. Benché traversato da umori post-rock e suoni distorti, mantiene un sentore di ballabilità da cima a fondo, rispettando l’antica tradizione che vuole il ballo fra i momenti prediletti per l’apparizione del Tristo Mietitore.
L’album raggiunge un dignitoso numero 5 in classifica, ma non diventa il bestseller che sull’onda della commozione ci si sarebbe aspettati. La morte di Ciechowski è infatti una di quelle la cui eco si è intensificata col passare degli anni. Oggi è praticamente assordante: oltre ai vari riconoscimenti ufficiali di cui si diceva all’inizio della monografia, è un getto continuo di cover e concerti tributo. I nomi più disparati della scena rock e cantautoriale, sia mainstream sia alternativi, hanno riletto suoi brani (Kasia Kowalska, Kasia Nosowska, Grzegorz Turnau, LemON, Tomek Makowiecki, Mela Koteluk, Skubas, Lipali, Agressiva 69, State Urge, Czesław Śpiewa, e chi più ne ha più ne metta). Nel seguitissimo sondaggio annuale di Radio Trójka sulle più grandi canzoni polacche di sempre, Ciechowski ne piazza sempre sette-otto fra le prime cento, e solitamente due fra le prime cinque (“Biała flaga” dei Republika e “Nie pytaj o Polskę” di Obywatel G.C.).

Nel 2014 i reduci dei Republika tornano in pista con la sigla Nowe Sytuacje e appaiono al festival di Jarocin per eseguire i grandi classici del repertorio di Ciechowski. Il concerto si risolve in un bagno di folla e convince i musicisti a continuare. Ancora oggi i Nowe Sytuacje sono in tour, impegnati a tenere viva la memoria del genio a cui devono le proprie canzoni e a cui la Polonia deve una parte importante della propria identità culturale.

Republika

Il post-punk che grondava sangue

di Federico Romagnoli

Con un elaborato misto di art-rock e post-punk, nonché violenti testi contro il regime, per i quali hanno rischiato in prima persona, Grzegorz Ciechowski e i suoi Republika hanno rappresentato quanto di meglio la sbalorditiva scena rock polacca abbia saputo offrire
Republika
Discografia
 REPUBLIKA
  
Nowe sytuacje (Polton, 1983)       
 1984 (Mega Organisation, 1984)
Nieustanne tango (Polton, 1984)
 1991 (Mm Potocka, 1991)
 Bez prądu (unplugged, Mm Potocka, 1993)
82 — 85 (non-album singles, Sonic, 1993)
 Siódma pieczęć (Sound-Pol, 1993)
 Republika marzeń (Pomaton, 1995)
Masakra (Pomaton, 1998)
 Republika (live+studio, Emi, 2002)
  
 GRZEGORZ CIECHOWSKI
 (come Obywatel G.C.: 1986-92,  
 come Grzegorz z Ciechowa: 1996)
  
 Obywatel G.C. (Tonpress, 1986)
Tak, tak (Polskie Nagrania Muza, 1988)
 Stan strachu (soundtrack, Polskie Nagrania Muza, 1989)
 Obywatel świata (soundtrack, Mm Potocka, 1992)
 Schloss Pompon Rouge (soundtrack, Zyx, 1992)
ojDADAna (Pomaton, 1996)
 Wiedźmin (soundtrack, Pomaton, 2001)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Republika "Biała flaga" (1982)
(festival di Opole 1983 / audio originale)
Republika "Śmierć w bikini" (1983)
(videoclip / audio originale
Republika "Moja krew" (1986)
(festival di Jarocin 1985 / audio originale)
Obywatel G.C. "Nie pytaj o Polskę" (1988)
(videoclip / audio originale
Grzegorz z Ciechowa "ojDADAna" (1996)
(cortometraggio in quattro parti)
Republika "Śmierć na pięć" (2002)
(videoclip / audio originale)
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