Roxy Music - Bryan Ferry

Roxy Music - Bryan Ferry

Una rivoluzione neoromantica

di Davide Pezzi

Dal glam eccentrico e sperimentale degli esordi insieme a Brian Eno fino alle raffinate ricerche sulla canzone pop, i Roxy Music si sono rivelati una delle band più originali e affascinanti della storia del rock. Ecco la loro storia, i loro dischi, i loro segreti. E, in più, un'occhiata ai progetti paralleli dei membri della band
Band tra le più innovative degli anni 70, indissolubilmente legata - nel bene e nel male - alla figura carismatica del leader Bryan Ferry, i Roxy Music hanno lasciato un'eredità indiscutibile ad almeno due generazioni di musicisti, diventando l'emblema del cosiddetto "glam rock" (o "rock decadente", come veniva chiamato in Italia), anche se tale etichetta nel loro caso è estremamente riduttiva, tanti e tali sono gli spunti che emergono dall'ascolto della loro musica. I Roxy Music non si sono fatti mancare nulla, nell'inesausta ricerca di una musica che riuscisse a rompere col passato pur affondandovi al contempo le proprie radici: rock elettrico, jazz, musica contemporanea, rock'n'roll, romanticismo, elettronica, in una inedita fusione che non ha avuto eguali nella storia del rock.

Bryan Ferry nasce il 26 settembre 1945 a Washington, nella Contea di Durham in Inghilterra. Figlio di contadini - anche se in seguito il padre venne fatto passare per minatore, forse per alimentare un'immagine di "figlio-di-proletari" che facesse contrasto con la sua immagine dandy ed elegante - Fred e Mary Ann Ferry, Bryan inizia la sua carriera musicale in gruppi locali come i Banshees, come cantante e pianista, fino a che alla Newcastle-upon-Tyne University non fonda la band di R&B Gas Board con gli amici Graham Simpson e John Porter.

Nell'inverno del 1970-'71, mentre lavora come insegnante ceramista, Ferry mette un annuncio sul Melody Maker per cercare un tastierista che si unisca a lui e al bassista Graham Simpson. Andy Mackay (Lostwithiel, Cornovaglia, GB), che all'epoca insegna musica all'Holland Park Comprehensive risponde all'annuncio, non come tastierista ma come sassofonista e oboista. Mackay, a sua volta, aveva conosciuto l'eccentrico Brian Eno (Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno, Woobridge, GB, 15/05/1948), studente alla Winchester College of Art, in occasione di alcune performance di musica contemporanea, poiché ambedue interessati alla sperimentazione di musicisti come John Cage, Morton Feldman o Karl Heinz Stockhausen.

Quando tempo dopo si rincontrano, nella metropolitana di Londra, Eno ha iniziato a sperimentare nuove forme musicali con un registratore Revox; Andy gli presta il sintetizzatore VCS3 che ha appena acquistato e lo coinvolge come "supervisore" elettronico della nuova band, ma non passa molto tempo ed Eno diviene un membro effettivo del gruppo. Dexter Lloyd, un percussionista classico, si unisce al gruppo come batterista, ma lo lascia pochi mesi dopo e nuovamente Ferry pubblica un annuncio per trovare - testualmente - un "wonder drummer", un batterista fantastico. Nel giugno del 1971 Paul Thompson, batterista degli Smokestack, si unisce alla band. Manca ancora un chitarrista e, dopo numerose session, Phil Manzanera (Philip Targett Adams, Londra 31/01/1951), già attivo con i Quiet Sun, risponde a un ennesimo annuncio sul Melody Maker, ma non passa l'audizione e viene scartato a favore di David O'List, che Ferry ammira molto per il lavoro fatto con i Nice.

Così, nell'ottobre del 1971, la band è al completo. Inizialmente prende il nome di Roxy, nome a proposito del quale ci sono diverse versioni: chi lo associa all'amore di Ferry per il teatro, ma personalmente rammento un'intervista di Bryan dei primi anni '70 in cui il cantante affermava, più o meno, che voleva un nome che associasse "rock" con "sexy", come voleva che fosse la sua musica: rock + sexy. Roxy, appunto. Ritenendo però che Roxy sia un po' debole come nome - inoltre negli Usa già esiste un gruppo con questo nome - la band cambia la denominazione ufficiale in Roxy Music.

A questo punto manca ancora al gruppo un contratto discografico ma gli eventi cominciano a incastrarsi favorevolmente per i Roxy Music: nel dicembre del 1971 Richard Williams, influente giornalista del Melody Maker, recensisce entusiasticamente un demo della nuova band, che poco dopo viene notata anche da John Peel in un club durante un'esibizione di spalla ai Genesis. I Roxy Music vengono scritturati per quattro serate all'importante spettacolo Sound of the Seventies Show agli inizi del 1972.

Dopo la prima serata, però, David O'List è invitato a lasciare la band perché il suo stile chitarristico, troppo rock in senso tradizionale, non è ritenuto adatto alla musica del gruppo che si sta delineando strada facendo. Phil Manzanera, evidentemente determinatissimo a far parte della band, torna alla carica e dopo tre giorni di audizioni viene finalmente accettato come sostituto di O'List. Il gruppo però ancora non guadagna denaro: Ferry e Mackay lavorano ancora come insegnanti e Thompson è impiegato in un'impresa edile, così Ferry chiede aiuto a Robert Fripp (King Crimson) e, appoggiato dal chitarrista, si reca alla E.G. Management in cerca di un contratto discografico. L'audizione della band fa centro: intuendo il potenziale anche commerciale dei Roxy, la E.G Management organizza un incontro con Chris Blackwell della Island Records, che decide di mette sotto contratto la band. Il notevole anticipo incassato viene completamente utilizzato dai Roxy Music per l'acquisto di sgargianti ed estrosi abiti. Le scenografie per i concerti vengono disegnate da Antony Price e Jim O'Connor mentre Carol McNichol è la designer dei memorabili e vistosi costumi indossati da Eno.

Nel marzo del 1972, è pronto il primo album, intitolato semplicemente Roxy Music, prodotto da Pete Sinfield, già paroliere e produttore dei King Crimson, una delle band di riferimento di Ferry. L'album viene consacrato subito dall'autorevole Melody Maker come "miglior album dell'anno" e la stampa specializzata unanimemente saluta la nascita di una band che coniuga finalmente stile e sostanza. Richard Williams su Melody Maker del 24 giugno1972 termina la recensione con le parole "E hanno appena cominciato!".

L'album si apre alla grande con "Re-make/Re-model", che mette subito le cose in chiaro: questa non è la solita musica. Evidenti i richiami a forme già consolidate: il glam-rock contemporaneo di personaggi come David Bowie o Marc Bolan, così come echi della schizofrenia dei King Crimson, della sperimentazione dei Soft Machine e addirittura il richiamo - nel modo particolare di cantare di Ferry - ai crooner degli anni 50. Ma il risultato finale è del tutto originale e pone imperiosamente le basi per gran parte della musica che sarebbe venuta dopo. I Roxy Music costruiscono un'architettura sonora basata su ritmi spezzati, interventi schizoidi di sax e di sintetizzatori, chitarre distorte e la voce affascinante e duttile di Ferry, a comporre un mosaico sonoro che, allora come oggi, non avrà paragoni nel campo della musica rock.

La musica di Ferry & C., nata in quel crogiuolo di fermenti culturali, musicali e mediatici che era la Londra dei primi anni 70, ne assorbe umori e colori, ma restituisce una musica totalmente nuova, che mischia con disinvoltura rock, jazz, cacofonia, avanguardia, con un effetto finale non molto lontano da quello che fu il movimento futurista degli anni 20: assimilare il passato e metabolizzarlo per creare qualcosa di nuovo e di rivoluzionario. L'album contiene vari brani che non è difficile considerare capolavori: "Ladytron", "Chance Meeting", "The Bob" (il brano più squisitamente avanguardistico del disco, dissonante, quasi free-jazz con la voce di Ferry allucinata e distante), "Bitters End".

Subito dopo la pubblicazione del disco il bassista Graham Simpson lascia la band, sostituito da Rik Kenton per i concerti, inaugurando così un trend particolare che vede nel corso degli anni i bassisti dei Roxy Music arrivare e andarsene come attraverso una porta girevole, attorno al nucleo della band.

Una serie di concerti in giro per l'Inghilterra e la pubblicazione del loro primo singolo "Virginia Plain" (non incluso nell'album) procura finalmente ai Roxy Music il largo successo di pubblico che stanno cercando. Il pubblico è in visibilio di fronte alla proposta rivoluzionaria, ma tutto sommato fruibilissima, della band e la critica coccola Ferry e soci, sperticandosi nelle più astruse interpretazioni della loro musica.

Il 1973 è un anno molto pieno per i Roxy Music: la pubblicazione del secondo album For Your Pleasure li conferma come una delle più importanti band dei 70. L'album viene promosso, a sorpresa, dal singolo "Pyjamarama" (destinato però a restare fuori dalla scaletta del disco), che entrerà nei Top 10. Il nuovo disco è la conferma di quanto annunciato nel primo, e sebbene possa a un primo ascolto apparire meno sperimentale, in realtà dimostra la raggiunta maturità dei membri del gruppo: laddove il primo disco era - come spesso accade per le opere prime - l'imbuto in cui convogliare tutte le esperienze accumulate nel corso degli anni, For Your Pleasure appare invece come un lavoro più compatto e coerente. A partire dalla cover - che ritrae una giovane Amanda Lear su sfondo nero con pantera al guinzaglio - tutto è perfetto in questo disco. L'apertura è l'inno futurista "Do the strand" (uscito anche come singolo), costruito su un tappeto sonoro massiccio e trascinante, contrappuntato dal sax sempre più allucinato di Mackay e dominato dalla voce di Ferry, che impone definitivamente un modo di cantare che - al pari di quello di Bowie - farà scuola, diventando in breve tempo il vero alfiere del decadentismo degli anni 70. Il disco contiene diverse perle: la stupenda "Grey Lagoons", che dopo l'inizio quasi romantico si trasforma in ben altro, sostenuta dal piano martellante di Ferry e dal sax di Mackay, "In every dream home a heartache", ballata disperata ideale campo di battaglia per la voce di Ferry, "Editions of you", un rock'n'roll futurista e scatenato che, insieme a "Do the Strand", può essere considerato il responsabile di gran parte della new-wave che verrà (Ultravox in testa), e soprattutto il vero capolavoro del disco, "The Bogus Man", un brano di nove minuti costruito su una base ipnotica di basso e batteria, su cui si snocciola tutto il possibile e anche di più: il sax dilaniato e dilaniante di Mackay (personaggio-chiave della band, forse troppo sottovalutato), le spruzzate elettroniche di Eno, le distorsioni chitarristiche della chitarra di Manzanera, la voce bisbigliante di Ferry, suoni quasi tribali, riverberi, cacofonie varie, pseudo-assoli, cori improponibili, e quanto altro mai potesse venire in testa ai musicisti. Tutti i brani (o quasi) sono composti da Ferry, ma appare quanto mai chiaro che l'apporto dei colleghi è tutt'altro che ininfluente nella complessa geometria sonora del gruppo.

I Roxy cominciano a macinare concerti su concerti in Inghilterra e in America fino a che Brian Eno, per frizioni interne alla band, se ne va per iniziare una carriera solista che lo porterà a gettare le fondamenta della ambient-music con una serie di dischi fondamentali e a collaborare, come produttore, con alcuni dei più importanti artisti della scena internazionale. Il suo posto alle tastiere è preso dall'ex-Curved Air Eddie Jobson (anche violinista), e alla fine di quello stesso anno esce il terzo album Stranded. Il nuovo acquisto e la dipartita di Eno imprimono al gruppo una nuova fisionomia, meno sperimentale e avanguardistica e più spostata sul versante-canzone, sia pure con vette altissime di creatività. Il singolo "Street Life" diventa in breve il tormentone delle radio inglesi e l'album scala le classifiche. Ma è un errore, in cui troppa critica "illuminata" incorre, sottovalutare la produzione dei Roxy Music a partire da questo album come "minore" rispetto a quella dei primi due lavori. Lasciandosi influenzare probabilmente da quello che Eno farà dopo i Roxy, molti critici dimenticano che Bryan Ferry è stato l'ideatore e l'assemblatore del gruppo, un raffinato pianista, nonché l'autore della stragrande maggioranza delle loro canzoni, senza nulla togliere al contributo creativo degli altri membri, Eno in testa.

Stranded si apre ancora con una ballata elettrica, "Street Life", ennesima rivisitazione del rock'n'roll in chiave futurista ed elettronica. Ma il meglio del disco verrà con la struggente "Just like you", in cui il canto di Ferry è suadente e sensuale come non mai, con la ipnotica "Amazona", ballata fredda e straniante, con "Serenade", ancora un tuffo nel rock, sia pure alla maniera dei Roxy, e soprattutto con il capolavoro assoluto dell'album, e probabilmente una delle vette compositive di Ferry, "A song for Europe", un inno decadente e disperato in cui si ricorda un passato che non tornerà, un passato fatto di meraviglie e di grandezza, un vero atto d'amore per un'Europa ormai lontana (e oggi ancora di più). La canzone vanta un prezioso arrangiamento con piano e orchestra in evidenza e un testo in inglese, francese e latino (anche se la pronuncia di Ferry non appare sempre impeccabile...), che contribuisce a creare un'atmosfera decadente e irresistibilmente romantica.

L'album seguente, Country Life, pubblicato nel 1974, fa scalpore per la copertina - per l'epoca molto osée - che mostra due donne seminude. L'album, dal quale viene estratto il singolo "All I want is you" che arriva al numero 12 nelle classifiche inglesi, viene positivamente recensito dalle due principali riviste musicali d'oltremanica, il Melody Maker e il Record Mirror. In effetti, nonostante le evidenti differenze di prospettiva rispetto ai primi due album dei Roxy Music, Country Life si mantiene comunque su livelli più che accettabili. La ballata d'esordio "The thrill of it all" contiene ancora tutti gli elementi che hanno contraddistinto l'irresistibile ascesa della band, così come l'intensa "Bitter Sweet" e soprattutto "Casanova", probabilmente il brano che maggiormente rivela la sottile vena sperimentale del gruppo. Bryan Ferry consolida la propria immagine di raffinato dandy vagamente annoiato, abbandonando definitivamente lustrini, paillettes e acconciature rétro e divenendo in breve il più elegante rocker in circolazione.

È vero, il sound dei Roxy Music è cambiato, ma anche il mondo intorno a loro: la musica, le mode, l'arte. E del resto sarebbe stato sterile riproporre a oltranza la formula degli esordi. Ora la sperimentazione non ha più bisogno di essere espressa in lunghi brani dissonanti, ma può correre sotterranea innervando canzoni che comunque, al di là delle apparenze e di critici con paraorecchi, così semplici canzoni non sono.

La band intraprende un lungo tour che la porta a suonare in Europa, America e Australia per tornare in sala d'incisione nel 1975 e pubblicare il singolo di grande successo "Love is the drug". Da questo momento in poi, la musica dei Roxy Music si allontana definitivamente dagli stilemi iniziali per avvicinarsi alla produzione solista di Ferry, un easy-listening colto e raffinato che anticipa il dandismo degli anni 80.

L'album che segue di lì a poco, Siren, con in copertina la allora sconosciuta (ma già bellissima) modella texana Jerry Hall, è uno dei più grandi successi del gruppo e il primo a produrre più di un singolo, con la pubblicazione di "Both ends burning". La band promuove in tour il nuovo album fino alla primavera del 1976 quando i membri decidono di prendersi una pausa e dedicarsi ai rispettivi progetti solisti. Un album dal vivo, Viva! Roxy Music viene pubblicato nel 1976, così come una compilation, Roxy Music's Greatest Hits, e la ristampa del singolo - mai apparso su album - "Virginia Plain".

Nel 1979 la band si riunisce con solo quattro dei componenti originali: Bryan Ferry, Phil Manzanera, Andy Mackay e Paul Thompson, accompagnati da Dave Skinner alle tastiere e Gary Tibbs al basso. Il nuovo singolo, "Trash", si ferma al 40° posto delle classifiche mentre il successivo singolo, "Dance away", arriva fino al secondo posto, presto seguito dal nuovo album, Manifesto, da cui viene tratto un terzo singolo, "Angel eyes" che sarà il primo 12" mix di una canzone dei Roxy Music, a sancire la definitiva cesura con la precedente produzione del gruppo. L'album vende moltissimo, ma il "vecchio" pubblico della band storce il naso e cerca disperatamente - e in gran parte inutilmente - nella ricchezza della confezione tracce della passata identità (e genialità) di Ferry & C..

Il 1980 vede la band ridotta a tre dei membri originali, dopo la dipartita anche di Paul Thompson. Il singolo "Over you" è un assaggio di come sarà il nuovo album, Flesh + Blood, un disco molto raffinato che raggiunge la cima delle classifiche in quattro differenti occasioni quell'anno, aiutato dalla pubblicazione dei singoli "Oh Yeah (on the radio)" e del gioiellino "The same old scene". Ormai la produzione solista di Ferry e quella dei Roxy procedono parallelamente e in totale simbiosi, se non fosse per certi - oramai sempre più rari - interventi solistici di Mackay e Manzanera che cercano di colorare di luce diversa le canzoni e le ballate di Bryan Ferry.

Un tour mondiale nel 1981 vede i Roxy Music eseguire "Jealous Guy" come tributo a John Lennon, ucciso quello stesso anno. La canzone, registrata ai Phil's Gallery Studios, viene pubblicata come singolo e raggiunge, per la prima volta nella carriera, della band il numero uno delle classifiche di vendita.

Nel marzo del 1982 il nuovo singolo "More than this" - dal ritmo e dalla melodia di quelle che ti restano in testa per tutto il giorno - diviene un grande hit in Europa e Giappone, e anticipa l'album Avalon, che uscirà nel maggio dello stesso anno.

Avalon scala rapidamente le classifiche e resta nelle chart degli album per sessanta settimane, divenendo l'album dei Roxy Music più venduto in assoluto. La title-track "Avalon" viene pubblicata come singolo e raggiunge la posizione n. 12. Di questo album, che sarà l'ultimo della band, da segnalare anche "India", "Tara" e "The space between", canzoni che certo lasciano l'amaro in bocca se confrontate con "Bogus Man" o "Ladytron", ma che, se prese e giudicate a sé, rivelano comunque armonie affatto banali e arrangiamenti raffinati, sempre impreziositi da quei sapienti tocchi che fanno la differenza fra la "canzonetta" e la classe.

L'"Avalon Tour" porta i Roxy Music in giro fino al 26 maggio 1983. Alla fine del tour è annunciato ufficialmente lo scioglimento del gruppo. La compilation The Atlantic Years e il mini-album live The High Road (registrato a Glasgow nel 1982), che include una bellissima e struggente versione di "Jealous Guy" di Lennon, sono pubblicati nel 1983 e sanciscono la fine dei Roxy Music.

Nel 1986 viene pubblicata la prima compilation comprendente anche brani della carriera solista di Ferry, Street Life 20 Great Hits, che si piazza molto bene nelle classifiche a dimostrazione che i Roxy Music non sono ancora stati dimenticati. Un album antologico analogo, un mix di brani dei Roxy e di Ferry solista, The Ultimate Collection, viene pubblicato nel 1988. Nel 1990 esce l'album postumo dal vivo Heart Still Beating, registrato in Francia otto anni prima, da cui è tratto il singolo "Love Is The drug", un'operazione commerciale della casa discografica intenzionata a spremere il più possibile il marchio Roxy Music, che incontra la ferma opposizione di Ferry. Un album compilato con i loro tre primi lp, semplicemente intitolato The Early Years, esce nel 2000.

Nel febbraio del 2001 i Roxy Music annunciano una temporanea reunion e un tour mondiale, che parte da Dublino il 9 giugno 2001 e termina all'Hammersmith Odeon di Londra il 2 ottobre dello stesso anno, raccogliendo ovunque un largo consenso di pubblico e presentando in scaletta moltissimi brani tratti dai primi album. Dalla tournée viene tratto un Dvd pubblicato il 6 maggio 2002. Ma è solo un episodio, nato dalla voglia di tornare a suonare insieme le vecchie canzoni per un pubblico multi-generazionale di padri e figli. Nessun nuovo disco. I Roxy Music non esistono più.

Per celebrare i quarant'anni dall'uscita del primo album e di "Virginia Plain" esce il cofanetto The Complete Studio Recordings: ogni disco registrato in studio, da "Roxy Music" ad "Avalon", è qui riproposto in una confezione vinyl replica che riproduce l'artwork dell'Lp del tempo. Già nel 1999 il catalogo della band era stato rimasterizzato da Bob Ludwig presso gli studi Gateway Mastering, ma stavolta l'intento è quello di restituire il suono originale senza le riequalizzazioni e la compressione della dinamica presenti nelle ristampe per anni sul mercato. Su Manifesto la canzone "Dance Away" è finalmente presente nel mix originale e non nella single version inserita per errore nel remaster curato da Ludwig, e ci sono anche ben due compact disc aggiuntivi che comprendono alternate versions (il single mix americano di "Do The Strand", le versioni extended di "Angel Eyes" e "Dance Away", il dance mix di "The Main Thing"), alcune presenti su supporto digitale per la prima volta, singoli non contenuti negli album ("Virginia Plain", "Pijamarama" e la cover di "Jealous Guy") e b-sides ormai di non semplice reperibilità ("The Numberer", "The Pride And The Pain", "Hula Kula", "Sultanesque", "Trash 2", "South Downs", "Lover", "Always Unknowing").


DURANTE E DOPO.



PHIL MANZANERA

Phil Manzanera, durante la "pausa di riflessione" dei Roxy Music riforma la sua vecchia band, i Quiet Sun, con cui incide l'album Maninstream (1975), venato di jazz-rock e ricco di contaminazioni, così come la sua intera produzione solista di questo raffinato e genialoide chitarrista, ma non altrettanto valido compositore. I dischi con il supergruppo "aperto" 801 - tra i musicisti coinvolti: Eno, Simon Phillips e altri - restano probabilmente le cose migliori che Manzanera abbia realizzato da solo: 801 Live (1976) e Listen Now (1977). Con l'altro ex-Roxy Andy Mackay, Manzanera forma anche gli Explorers con cui registra un omonimo album nel 1985. Con il sassofonista tornerà a collaborare in altri tre dimenticabili album: Crack the Whip (1988), Up In Smoke (1988) e Manzanera MacKay (1990), che si alterneranno a una produzione solista quanto mai eclettica, in cui la chitarra di Manzanera spazierà dal rock al jazz, dai ritmi sudamericani al rhythm & blues alla sperimentazione elettronica, senza mai però convincere pienamente né la critica né il pubblico.


ANDY MACKAY

Andy Mackay, dopo aver collaborato al primo album di Eno Here come the Warm Jets (1973), incide il suo primo lavoro solista nel 1974, In search of Eddie Riff, una sorta di autobiografia musicale in cui esplora le radici della sua formazione musicale, da Schubert al rock'n'roll.

Nel 1975 collabora con Howard Schuman per un ambizioso progetto, una sorta di serial musicale per la tv, imperniato su tre ragazze in una rock-band; il risultato è Rock Follies, che vince nel 1976 il premio come miglior film televisivo e produce un album con la soundtrack che arriva al n° 1 delle chart inglesi. Nel 1978 un viaggio in Cina gli ispira un nuovo album completamente strumentale, Resolving Cotradictions, che lo vede collaborare con altri due Roxy, Phil Manzanera alla chitarra e Paul Thompson alla batteria. Dopo lo scioglimento definitivo dei Roxy Music, Andy si dedica alla sperimentazione e pubblica nel 1983 il libro "Electronic Music". Trasferitosi con la famiglia in Irlanda, si avvicina alla musica tradizionale irlandese e collabora con Manzanera per i già citati album. Personalità complessa e vero ricercatore, Mackay non si nega a nessuna collaborazione, così lo vediamo prestare il suo sax inconfondibile a dischi dei Pet Shop Boys, Arcadia, Masami Tsuchiya and Yukihiro Takahashi e addirittura del nostrano Enrico Ruggeri.

Distante dalle logiche commerciali e di mercato, da anni Mackay prosegue privatamente la sua carriera nella ricerca e nella sperimentazione elettronica, collaborando con le più fertili menti della musica contemporanea (ricordiamo almeno la sua collaborazione con Thom Yorke dei Radiohead).


BRYAN FERRY

Parallelamente all'attività coi Roxy Music, Ferry inaugura la carriera sollista nel 1973 con l'album These foolish things, una raccolta di cover delle sue canzoni preferite, da lui reinterpretate e personalizzate (tra le altre una roxyana versione di "A hard rain is gonna fall" di Dylan), aprendo di fatto la strada a lavori analoghi come "Pin Ups" di Bowie e "Rock'n'Roll" di Lennon.

Il secondo album solista di Ferry, Another Time Another Place, (1974) è ancora una compilation di classici del passato reinventati da Ferry con classe e originalità. Dall'album vengono tratti tre singoli, tra cui la travolgente "The In Crowd", che si piazza tra i primi 20 singoli delle chart inglesi. Let's Stick Together (1976) conclude una ideale trilogia dedicata da Ferry ai suoi "ispiratori", sterzando decisamente verso il rhythm and blues. Tra i brani dell'album ricordiamo almeno "The price of love" degli Everly Brothers e "You got to my head" di Frank Sinatra. L'album e i singoli da esso tratti hanno però una tiepida accoglienza e così finalmente, nel 1977, Bryan Ferry decide di pubblicare un album di canzoni originali: In Your Mind, una raccolta di ballate elettriche e rockeggianti di scarsa ispirazione, che viene accolto piuttosto freddamente da pubblico e critica.

Il nuovo disco, The Bride Stripped Bare (1978) si presenta come un ibrido: per metà canzoni originali di Ferry (certo più ispirato che nel lavoro precedente) e per metà cover. Il primo singolo è "What goes on" di Lou Reed seguito dalla splendida "Sign of the times" (firmata finalmente da Ferry), cui fa seguito "Carrickfergus", un brano della tradizione inglese interpretato con sensibilità da un Ferry in stato di grazia. Nonostante il disco sia uno dei migliori della produzione solista di Ferry, i tre singoli hanno un successo piuttosto ridotto e dimostrano che la popolarità dell'ex leader dei Roxy Music come solista è in calo. Va inoltre ricordato che è in quegli anni che esplode un movimento come il punk, che si ribella proprio contro tutto ciò che Ferry rappresenta.

Prima che Ferry si ripresenti con un nuovo album passeranno ben sette anni: Boys And Girls esce nel 1985 ed è un disco molto simile agli ultimi lavori con i Roxy (o è il contrario?) e include gli hit-single "Slave to love", "Don't stop the dance" e "Windswept".

Nel 1987 l'album Bête Noire è un grande successo di vendite e dimostra che la fama di Ferry è tornata agli alti livelli del passato. "Kiss & Tell" è il primo singolo dell'ex leader dei Roxy Music a essere contemporaneamente in vetta alle classifiche inglesi e americane. Il disco propone un pugno di canzoni sintetiche di grande classe, ben suonate e registrate, che si inseriscono alla perfezione nel pop degli anni 80.

Dopo un'altra lunga pausa nel 1993, esce il nuovo album, Taxi, in cui Ferry torna a interpretare cover di brani altrui. Da questo album vengono tratti gli hit-single "I put a spell on you", "Will you love tomorrow" e la presleyana "Girl Of My Best Friend".

Nel 1994 Ferry pubblica il nuovo album, Mamouna, un lavoro di grande raffinatezza e pulizia strumentale e vocale, non immediato ma certo più maturo dei dischi precedenti. A dispetto dello scarso successo commerciale dell'album e del singolo "Your Painted Smile", Mamouna resta uno dei migliori lavori solisti di Bryan Ferry.

Un nuovo album di cover vede la luce nel 1999, As Time Goes By, con standard della musica degli anni 30 e 40, e sia l'album che il singolo della title-track hanno un lusinghiero successo. Ferry porta il disco in tour e rimane stupito della calorosa accoglienza tributata ad alcune vecchie canzoni dei Roxy da lui eseguite durante i concerti, al punto da progettare una reunion della vecchia band.

Dopo il reunion-tour con i Roxy Music, Ferry torna a lavorare su materiale mai pubblicato e archiviato negli ultimi 10 anni, canzoni registrate nel corso degli anni 90 con collaborazioni di Dave Steward, Bernard Butler, Bjork, Sinead O'Connor, Edwin Collins, Brian Eno e molti altri. Questo materiale vede la luce nell'album Frantic, pubblicato nell'aprile del 2002, e seguito dai singoli "It's all over now Baby Blue", "Goddess of love" e "Smoke dreams of you".

C’era davvero bisogno di mandare alle stampe Dylanesque? Sono sufficienti una classe immensa, e l’irresistibile appeal del crooner consumato per giustificare la spesa di 20 euro per un album di cover inciso nell’arco di una settimana? Sinceramente no. E aveva bisogno Bob Dylan delle royalties di quest’album? Eppoi, la scaletta. Si sarebbe potuto inserire, chessò, "A Hard Rain’s Gonna Fall", ma una mirabile versione dell’apocalittica canzone la interpretarono 35 anni prima gli stessi Roxy Music, con tanto di videoclip promozionale. E allora, "It’s All Over Now, Baby Blue", oppure "Don't Think Twice, It's All Right". Già, vero, fatte anche queste ai tempi di Frantic. Tocca quindi accontentarsi, in un accesso d’originalità, di "Knockin' On Heaven's Door".
A pensar male si fa peccato, ma che si tratti forse di un adempimento contrattuale per levarsi di torno una noiosa incombenza, magari in vista dell’imminente album reunion dei Roxy Music?

Trascorso l'ultimo ventennio sottotraccia, fra dischi di cover minimali quando non retrò (Taxi, As Time Goes By e Dylanesque) e irrisolte sindromi da perfezionismo acuto (gli album di inediti Mamouna e Frantic), eccolo sbucare da un tornante con un passo che non ti aspetti. Lo si era lasciato mesi fa in studio con tutti gli altri Roxy Music, Eno incluso, intento a ridestare un marchio glorioso che giaceva in soffitta dal 1982 (se escludiamo le esaltanti comparsate on stage), ce lo ritroviamo ora da solo, con in tasca buona parte delle session dell'accantonata reunion, un paio di cover d'autore e l'elaborato di una collaborazione con Dave Stewart risalente al 1995 (le mai uscite "Alphaville Sessions"), per servirci col classico aplomb la prima raccolta di inediti dal 2002.
Già questa di per sé sarebbe una notizia, ma quella ottima è un'altra: Olympia è il miglior lavoro del languido crooner dai tempi di Boys And Girls. La carriera solista di Bryan dalla fine del suo decennio dorato (gli Ottanta) sembra l'esatta trasposizione delle sue movenze sul palco. Ovvero sfacciatamente meditata, compassata oltre ogni limite: un disco ogni sette-otto anni (cover album esclusi), in cui ogni rendez-vous diventa il pretesto per fissare lo stato dell'arte di una maniacale ricerca della perfezione formale, il più delle volte ripiegata in aristocratici alti e bassi. Il più delle volte, appunto. Perché questa volta la sorpresa, è grossa, supera l'ormai abituale formazione di session-men fuoriclasse messi in campo, oltrepassa il morfinico incedere del nostro scavalcandone l'intimismo congenito, ospite fisso e leit motiv.

Olympia, con gli occhioni di Kate Moss che ammiccano dalla copertina, è un compendio di chitarre applicate al soft-rock, di sezioni ritmiche corpose eppure eteree, il trionfo dello studio di registrazione usato come strumento principale a suggello del verbo enoiano per cui esso è, in sé, l'espressione di una nuova forma d'arte. Quel che ci si para davanti non è la "solita" ricerca di un inedito quanto generico suono elettronico, ma la paziente cesellatura di mille frammenti strumentali - soprattutto tradizionali - smontati e ridotti a singole tessere che vanno a ricomporsi nel mosaico delle canzoni. E che canzoni. Con Bryan autoreferenziale il giusto, ad esempio, che in "You Can Dance" conia una torbida cavalcata per chitarre partendo dal sample della roxyana "True To Life", avvalendosi dei contemporanei servigi di tre chitarristi (Nile Rodgers su tutti) e di un trittico di bassisti del calibro di Marcus Miller (fedele di Miles Davis), Flea (Red Hot Chili Peppers) e Gary 'Mani' Mounfield (Stone Roses): cose da pazzi.
Che dire poi di "Alphaville", in cui i chitarristi salgono a cinque (!) con l'ingresso di Dave Stewart e dello storico turnista di "Slave To Love" Neil Hubbard, per disegnare il più notturno e surreale dei funky col beneplacito del rarefatto synth in flanger di Brian Eno?
La voce di Ferry oggi è avvolta in una patina conferitale dal tempo, che l'ha inscurita impreziosendola come accade al legno pregiato. "Heartache By Numbers", frutto di una collaborazione con Jake Shears e Babydaddy degli Scissor Sisters, con l'oboe di Andy Mackay e l'edulcorato slap di Miller che piazzano un "corale" che sembra una  versione patinata degli Arcade Fire, e "Me Oh My", pura e lenta malinconia scandita dall'inconfondibile calembour di David Gilmour (anche lui), che rivitalizza i fasti del purtroppo sottostimato roxyano Flesh And Blood. E ancora il nervoso e onirico uptempo "Shameless", travisato rifacimento di una morbida versione dance già apparsa su "Black Light" dei Groove Armada.
Viene poi un momento in cui Ferry ha bisogno di rilassarsi di aprire l'album dei ricordi, con la puntina del giradischi che scivola sulle note della memoria. Gambe accavallate, un bel brandy che riscalda l'atmosfera. È sempre stato così, oggi spetta alle toccanti "Song To The Siren" di Tim Buckley e a "No Face, No Name, No Number", sommesse e drammatiche in origine, plastiche, eleganti e sensuali dopo il trattamento ferryano. E se la versione del brano scritto dal papà di Jeff ne esce didascalica, ma mai volgare, l'epopea di Winwood e soci ringiovanisce, pur rispettosa dello spartito, smarrisce i connotati della nostalgia, perde in folk ma acquista in ritmo, si libera serena per poi venire catturata dalle accentuazioni tipiche del crooner di Newcastle. È una danza a due, sotto un cielo di stelle, nella sala da ballo in chiaroscuro, con le impennate di Chris Spedding che invitano, invitano... Ma poi, improvviso il basso funky "Tutu" di Marcus Miller, ritmo infuocato, trattenuto con il cravattino dal Nostro, sussurrante mentre Lei urla, si divincola, cede. E il divo capisce che il momento giusto per sferrare l'attacco decisivo: "Reason Or Rhyme", batteria secca che sembra preludere a qualcosa di avventato; sciocchezze, due tocchi di piano ed è un nuovo guancia a guancia che pare trasformarsi in un'ultima implorazione, ma è solo un'impressione, il mancato esploratore non perde mai la calma, mentre la sei corde con discreti tocchi wah wah non spaventa, semmai rassicura. E la notte scende ed è dolce. È sempre qui, Mister Eleganza a sgomitare con il sorriso di chi la sa lunga ma non se la tira, lo lascia solo credere.

Ingaggiati ancora Johnny Marr e Rhett Davies, il vecchio compagno di banco (del mixer), oltre a habitué di vecchia data (Marcus Miller, Guy Pratt, Neil Hubbard e Nile Rodgers) e giovani virgulti (Oliver Thompson, ventiseienne chitarra solista che affiancò anche i Roxy Music nel reunion tour, e il promettente figlio di tanto padre Tara Ferry, che si divide i compiti di batterista con la perla nera Cherisse Osei), Bryan Ferry pubblica Avonmore (2014). Un disco che enfatizza quelle pulsioni funky che, a vario titolo, hanno affiancato la produzione inedita dell’ex-leader dei Roxy Music, rimarcandone però le precipue connotazioni psych-rock, che diventano la chiave di lettura predominante, assieme all’innalzamento del muro sonoro operato dal guru del mixing digitale Craig Silvey.
Il singolo “Loop De Li”, che schiera ben sei chitarristi (!) fra cui Marr e Rodgers, si muove convincente dalle parti di “The Right Stuff”, il brano che lanciò nel 1987 Bête Noire, co-firmato proprio dall’ex-Smiths, che si ripropone in questa veste a distanza di 27 anni con la ballad “Soldier Of Fortune”. I metronomici ipnotismi sono il leit motiv dei pezzi più movimentati, ora ariosi e appena spruzzati da inserti di tastiere in “Midnight Train” (ma i chitarristi intervenuti salgono a otto, da non credere), ora trasognati (“Driving Me Wild”), ora con cori femminili che ci accarezzano minacciosi, suffragati da un sax che più asciutto non si potrebbe (“One Night Stand”, che nell'incipit strizza l'occhio alla roxyana “The Main Thing”), e persino ossessivi nella title track, una sorta di techno-house senza sequencer e drum-machine ma con una sezione ritmica che non li fa affatto rimpiangere quanto a precisione.
Non possono mancare né il lentaccio assassino (“Lost”), né l'indolente midtempo (“A Special Kind Of Guy”) che dai tempi di “Slave To Love” è diventato un ulteriore marchio della casa. E nemmeno le cover, che questa volta tributano la Broadway di Stephen Sondheim nell'inserto da musical “Send In The Clowns”(con cui si misurò anche Frank Sinatra) e il classico di Robert Palmer “Johnny And Mary” in una mirabile versione notturno-electro riarrangiata assieme a Todd Terje e già presente nel nuovo disco di quest'ultimo “It's Album Time”.

Come può un cantante quasi afono e ormai alla soglia dei settant'anni sprigionare ancora cotanta freschezza? La risposta sta nella sua eleganza, che è qualcosa che si indossa, ma che non ha nulla a che vedere con l'essere ben vestiti.

Contributi di Marco Bercella ("Dylanesque", "Olympia", "Avonmore")

Roxy Music - Bryan Ferry

Una rivoluzione neoromantica

di Davide Pezzi

Dal glam eccentrico e sperimentale degli esordi insieme a Brian Eno fino alle raffinate ricerche sulla canzone pop, i Roxy Music si sono rivelati una delle band più originali e affascinanti della storia del rock. Ecco la loro storia, i loro dischi, i loro segreti. E, in più, un'occhiata ai progetti paralleli dei membri della band
Roxy Music - Bryan Ferry
Discografia
 ROXY MUSIC

 

  

 

Roxy Music (Virgin, 1972)

 

For Your Pleasure (Virgin, 1973)

 

Stranded (Virgin, 1973)

 

 Country Life (Virgin, 1974)

 

 Siren (Virgin, 1975)

 

 Viva! Roxy Music (live, Virgin, 1976)

 

 Greatest Hits (Atco, 1977)

 

 Manifesto (Virgin, 1979)

 

Flesh + Blood (Virgin, 1980)

 

Avalon (Virgin, 1982)

 

 The High Road (Universal, 1983)

 

Street Life: 20 Great Hits (EG, 1986)

 

 The Ultimate Collection (Virgin, 1988)

 

 Heart Still Beating (live, Virgin, 1990)

 

 More Than This: The Best Of Bryan Ferry & Roxy Music (antologia, Virgin, 1995)

 

 The Thrill Of It All (cofanetto, Virgin, 1995)

 

 The Early Years (antologia, Virgin, 2000)

 

 The Best Of Roxy Music (antologia, Virgin, 2001)

 

 The Complete Studio Recordings (cofanetto, 10 cd, Emi, 2012)

 

  

 

 BRYAN FERRY

 

  

 

 These Foolish Things (Virgin, 1973)

 

 Another Time, Another Place (Virgin, 1974)

 

 Let's Stick Together (Virgin, 1976)

 

 In Your Mind (Virgin, 1977)

 

 The Bride Stripped Bare (Virgin, 1978)

 

Boys And Girls (Virgin, 1985)

 

Bête Noire (Virgin, 1987)

 

 Taxi (Virgin, 1993)

 

 Mamouna (Virgin, 1994)

 

 As Time Goes By (Virgin, 1999)

 

 Frantic (Emi, 2002)

 

 The Platinum Collection (triplo cd, antologia, 2004)

 

 Dylanesque (Virgin, 2007) 
 The Best Of Bryan Ferry (cd + dvd, antologia, Virgin, 2009)

 

Olympia (Virgin, 2010) 
  Avonmore (Bmg, 2014)

 

   
 PHIL MANZANERA

 

  

 

 Diamond Head (EG, 1975)

 

 Mainstream (with Quiet Sun, 1975)

 

 801 (EG, 1976)

 

 Listen Now (EG, 1977)

 

 K-Scope (Expression, 1978)

 

 Primitive Guitars (EG, 1982)

 

 The Explorers (with The Explorers, 1985)

 

 Guitarissimo (EG, 1986)

 

 Wetton-Manzanera (Geffen, 1987)

 

 Crack the Whip (Combat, 1988)

 

 Up In Smoke (Combat, 1988)

 

 The Wasted Lands (with Nowomowa, 1988)

 

 Southern Cross (Agenda, 1990)

 

 Manzanera MacKay (with Andy MacKay & James Wraith, 1990)

 

 Moto Grosso (Black Sun, 1990)

 

 Moncada-Manzanera (with Moncada, 1992)

 

 The Manzanera Collection (Virgin, 1995)

 

 801 Live At Manchester University (Resurgent, 1997)

 

 Vozero (Expression, 1999)

 

 The Complete Explorers (with Andy MacKay & James Wraith, 2001)

 

 801 Latino (Import, 2001)

 

  

 

 ANDY MACKAY

 

  

 

 In Search Of Eddie Riff (Island, 1974)

 

 Rock Follies OST (EMI, 1976)

 

 Rock Follies Of '77 OST (EMI, 1977)

 

 Resolving Contradictions (Bronze, 1978)

 

 The Expolrers (with Phil Manzanera & James Wraith, 1985)

 

 Crack the Whip (with Phil Manzanera & James Wraith, 1988)

 

 Up In Smoke (with Phil Manzanera & James Wraith, 1988)

 

 Manzanera MacKay (with Andy MacKay & James Wraith, 1990)

 

 Christmas (Rykodisc, 1990)

 

 The Complete Explorers (with Phil Manzanera & James Wraith, 2001)

 

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