Secret Hate

L'hardcore sempreverde

di Tommaso Franci

I californiani Secret Hate da Long Beach hanno pubblicato uno dei dischi più colpevolmente sottovalutati dell'ondata hardcore degli anni Ottanta. Dieci miniature nel segno della versatilità e della fantasia. Ecco un loro profilo sintetico

Tra le centinaia di band hardcore e post-hardcore della California meridionale d'inizio anni '80, i Secret Hate, da Long Beach, furono autori di un'opera non trascurabile (anche se colpevolmente trascurata) capace di attraversare l'hardcore in un modo che dopo oltre vent'anni risulta ancora fresco e godibile.
Sulla linea dei Dead Kennedys da una parte e dei Minutemen dall'altra, i Secret Hate nelle 10 miniature di Vegetables Dancing (1983) mostrano con competenza e fantasia quanto sia versatile il mezzo hardcore; mezzo per un fine, che è il post-hardcore, e che consiste, in questa sua versione, formalmente, in un rilassarsi e variegarsi delle composizioni (in un minuto e mezzo e con tre strumenti tre è fatto rientrare dal jazz, al blues, al cabaret) - contenutisticamente in un umorismo che ripropone i temi e le esigenze tipiche dell'hardcore a un pubblico più cresciuto o comunque più maturo di quello del '77 (siamo nell'83) e che deve imparare a guardare a se stesso con il necessario distacco per l'autocoscienza e la riflessione.

Vegetables Dancing fu prodotto da quello che allora era il più giovane e intelligente produttore di hardcore: Spot (al suo attivo, i lavori fondamentali di: Black Flag, Minutemen e, al di fuori di Los Angeles, Meat Puppets e Husker Du).
"Death In The Desert" e "Bomb Chic" sono, pur in miniatura, composizioni articolate e studiate che a passo tribale (senza escludere cambi di tempo con repentine accelerazioni e conflagrazioni) tendono non più a sovvertire ma a sopportare una realtà comprendendola con tutta l'amarezza dell'umorismo e il sarcasmo del gioco. Le stranezze di altre composizioni come "Midas Touch" e "Edge Marin" - sempre ben squadrate eppure ineffabili - fanno di questa musica una vera avanguardia rock (oltretutto non riducibile ai modelli dichiarati: i Dead Kennedys per la voce di Mike Davis e la corposità del suono; i Minutemen per le deragliate e le spregiudicatezze ritmiche).

L'opera, brevissima e circoscritta dei Secret Hate, non ha picchi perché non vuole hit o brani più rappresentativi l'uno dell'altro; piuttosto è una sequela impeccabile di divagazioni sullo stesso tema ma nessuna fine a se stessa, perché quel tema è la sperimentazione come spregiudicata riflessione ed estetica surrealista; di un surrealismo sempre e comunque all'umor nero. "Latin Chongo" e "The Ballad Of Johnny Budd" sono gli esempi più programmatici e meno hardcore: singhiozzi quasi reggae (dall'altra parte degli Stati Uniti i Bad Brains facevano cose grosso modo comparabili) che dipartono da robuste strutture di basso e da un canto versatile e corposo capace di immettere propria linfa ai numeri di un ipotetico cabarettista o declamatore.

È con gruppi come i Secret Hate che la società hardcore/punk prese coscienza che la propria non era l'unica gioventù bruciata, ma che quello della bruciatura era un male cronico del consorzio umano. Rimaneva da fare le dovute deduzioni da questo assunto: la principale riguardò il fatto che la ribellione non era più possibile (perché nessuna medicina è in grado di curare un male cronico). Come conseguenza formale, l'hardcore doveva cambiare il proprio sound; sia che questo avvenga per eccesso di potenza e velocità (thrash) che per loro difetto (indie ecc.), comunque, il nuovo fenomeno, dovrà chiamarsi post-hardcore.

Secret Hate

L'hardcore sempreverde

di Tommaso Franci

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Secret Hate
Discografia
Vegetables Dancing (New Alliance Records, 1983)

7

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