Sepultura - Soulfly

Sepultura - Soulfly

Ritorno alle sanguinose radici

di Antonio Silvestri

Fra i gruppi più innovativi e sperimentali del metal, i Sepultura dei fratelli Cavalera hanno rinunciato ai cliché, abbeverandosi alla fonte della tradizione brasiliana. Hanno scritto uno dei capolavori del genere, per poi dividersi e proseguire su due binari: i nuovi Sepultura di Derrick Green e i Soulfly di Max Cavalera. Resistono ancora, dopo 35 anni di scissioni e riappacificazioni

Traveling on trains. Getting beat up by cops. Sleeping behind the stage. It's part of growing up. It's part of the nature of this stuff. If you don't have that kind of background, you can't be a band like us.
(Max Cavalera, ricordando il primo periodo dei Sepultura)

Fra i gruppi estremi del metal, i Sepultura hanno ricoperto il ruolo di innovatori e sperimentatori, senza rinunciare alla violenza e alla potenza del proprio sound. Sono stati interpreti della necessità di allonatanarsi dai cliché, abbeverandosi alla fonte della tradizione locale. L’inserimento di elementi folk è già stato sdoganato, fra gli altri, dalle metal-star Metallica, in album come “...And Justice For All” (’88) e “Metallica” (’91), ma questa volta c’è una sostanziale differenza: i Sepultura sono un gruppo brasiliano, quindi la loro tradizione musicale locale è molto differente da quella di una band statunitense. Il ritorno alle radici significa, dunque, trasformare l’estremismo metal in una faccenda a suo modo esotica, che più che un romantico viaggio in un luogo lontano, ricorda un terribile conflitto tribale: più che la luna di miele da ricordare con nostalgia nelle sere d’inverno, siamo dalle parti del truculento “Cannibal Holocaust”, il famigerato film ultraviolento del 1980.
Non solo questo, però, ha reso i Sepultura una formazione importante, di cui vale la pena recuperare gli album e ricostruire la storia a oltre 35 anni dalla fondazione. Con gli album maggiori, infatti, pongono in secondo piano il virtuosismo chitarristico a favore del ritmo, o meglio dire del 
groove, dell'”andamento” dei brani. Più che lo sviluppo armonico e melodico, la vera controparte del groove diventa la minacciosa, inquietante atmosfera che permea molti dei loro brani maggiori e più memorabili. Non è la scintillante velocità a stupire al primo ascolto, né la violenza sonoro di per sé: molte composizioni si muovono su tempi medi, apparecchiati per riff devastanti, che sfruttano figure ritmiche complesse (spesso poliritmi) e sfoggiano numerosi, stranianti elementi presi in prestito da altri stili musicali.
Facendo ampio uso di effetti di studio, spunti psichedelici, iniezioni etniche, narrazioni fosche e tragiche, i Sepultura hanno scritto alcuni dei capolavori del nuovo metal, che solo per motivi fortuiti ha finito per non coincidere con il nu-metal. Cosa ancora più sorprendente, nel proporre questa musica bellicosa e innovativa, la band riuscirà a vendere qualcosa come venti milioni di copie nel mondo, trovando il successo anche in mercati secondari secondari come l’Australia, la Francia e l’Indonesia, oltre al nativo Brasile. Ripercorrerne la storia vuol dire fotografare un momento unico nell’evoluzione dell’heavy-metal e uno degli ultimi momenti di celebrità planetaria del genere. Per capire come dei ragazzi di Belo Horizonte abbiano conquistato il mondo, però, dobbiamo tornare fatalmente indietro nel tempo, all’Orwell-iano 1984.

Due fratelli molto arrabbiati: da Belo Horizonte alla Roadrunner Records.

You wake up lying on wet ground
Worms corrode your flesh
Pick up your own eyes
Watch your septic end
To shout at someone and not to be heard
The silence supports the paranoia
To die crying, this is my fate
The life I choose
(Da "R.I.P. (Rest In Pain")

Max e Igor Cavalera nascono in una famiglia benestante, impoverita nel tempo. Sono figli di una modella e di un diplomatico italiano. Quando quest’ultimo muore, i due fratelli elaborano il lutto formando una band. Nel tragico giorno Max ascolta per la prima volta i Black Sabbath di “Vol.4” (’78): è un imprinting che si può riconoscere in molta produzione della band. Scelto un nome appropriatamente lugubre, Sepultura (cioè “tomba” in portoghese), cercano di seguire le orme dei succitati Black Sabbath e dei connazionali Led Zeppelin, Deep Purple, Iron Maiden, Motorhead e Judas Priest, senza disdegnare i virtuosismi dei Van Halen e l’istrionismo degli australiani Ac/Dc. La loro vita cambia, però, dopo aver ascoltato i Venom: è una folgorazione che impone un cambio di rotta, alla ricerca della velocità, dell’aggressività e della potenza più selvaggia.
Accantonati i gruppi meno violenti, scoprono l’estremismo degli Hellhammer e la sperimentazione dei Celtic Frost, l’efferata scuola tedesca del thrash-metal di Kreator e Sodom e ovviamente la grande scena americana dei vari Slayer, Megadeth, Exodus. L’omissione dei Metallica nelle interviste non sembra un semplice caso. C’è anche l’influenza della scena metal locale, a partire dal primo album della storia metallica brasiliana, “Stress” (’82) del gruppo omonimo, passando per Sagrado Inferno e Dorsal Atlantica. Se si fossero limitati a imitare, però, non avrebbero mai trasformato la loro furiosa musica tardo-adolescenziale in un fenomeno internazionale. La chiave di volta, come vedremo più avanti, è un cambio di prospettiva, che focalizza l’attenzione sull’interazione fra potenza e groove, alla ricerca del suono più pesante possibile. Se negli States sono i vari Machine Head, Pantera e White Zombie a incarnare questa ricerca dell’heavyness, con l’importante contributo di band più laterali allo stile quali i Prong e quella formazione ossessionata dal ritmo che sono gli Helmet, nel resto del mondo sono i Sepultura a fungere da capofila. La strada per il successo, però, è ancora lunga.

Nella prima formazione Max Cavalera suona la chitarra, il fratello Igor è impegnato alla batteria, il cantante Wagner Lamounier si occupa della voce mentre il bassista è Paulo Xisto Pinto Jr. Lamounier, che resiste poco nella band e, per conquistarsi un posto nella storia del metal brasiliano, fonda i Sarcófago, efferata band thrash-black-metal attiva nel periodo 1985-2000.
Max Cavalera decide diventa il nuovo cantante, lasciando la chitarra solista a Jairo Guedes, destinato a resistere appena un paio d’anni... L’instabilità della figura del chitarrista, che sarà risolta solo nel 1987 con l’arrivo di Andreas Kisser, è probabilmente uno stimolo a immaginare brani più ritmici, centrati sul cuore della formazione: i due fratelli Cavalera. Ne nasce una musica che esclude spesso la chitarra solista in primo piano, affidandosi volentieri alle doti del cantante Max Cavalera, un incrocio fra un guerriero tribale e uno schizofrenico, e soprattutto alle percussioni ricche e terremotanti del fratello Igor.

L’esordio insieme ai connazionali Overdose è con lo split-album Bestial Devastation/Seculo XX (’85), di cui i nostri sono titolari per la prima metà. Si tratta di un quintetto di canzoni sulla scia dei più caotici Venom, 16 minuti scarsi di rudimentale estremismo sonoro imbevuto di satanismo d’ordinanza.

Lo stile viene affinato, ma non così tanto, sull’album d’esordio, Morbid Visions (‘86), uno dei più estremi del periodo, con momenti devastanti come “Troops Of Doom” e “War”. Il limite di questa musica, oltre ai debiti notevoli nei confronti di Venom e Celtic Frost, risiede in una monotonia strisciante e nella produzione ancora approssimativa, che restituisce un amalgama di grezzo black-metal e death-metal. Uno dei punti più deboli sono i testi, tradotti dal brasiliano in un inglese approssimativo. Si tratta dell’ultimo album con Jairo Guedz, che abbandona nel 1987, rimpiazzato dal già citato Andreas Kisser.

Visto il modesto successo del singolo “Troops Of Doom”, la band decide di trasferirsi a San Paolo, megalopoli che offre molte più opportunità musicali. Abbandonata la componente black-metal di stampo Venom-iano, grazie all’ingresso di Kisser i Sepultura riscoprono l’anima heavy-metal, integrando più elementi melodici nei nuovi brani.
Il secondo album, Schizophrenia (‘87) spinge sull’acceleratore come non mai, prodigo di efferatezze e spettacolari assalti strumentali, diventando un esempio di trash-death-metal in linea con quanto suonano nel medesimo periodo gli statunitensi Slayer e i tedeschi Sodom. I nuovi brani, dalla febbricitante “From The Past Comes The Storms” alla lunga e strumentale “Inquisition Symphony”, senza dimenticare il finale da infarto offerto da “R.I.P. (Rest In Pain)”, sono tutte esibizioni di violenza e velocità che poco hanno da invidiare ai classici del thrash e death-metal più malvagio.
Una tale dimostrazione di potenza, anche grazie all’ambiziosità e la tenacia della formazione, non passa inosservata: nonostante all’inizio la band faticasse a esibirsi negli Stati Uniti, l’album viene distribuito dall’influente Roadrunner Records a livello internazionale. L’entusiasmo è talmente grande che la label li mette sotto contratto senza averli mai visti suonare. Da Belo Horizonte a San Paolo, dunque negli States: è un’ascesa incontrastata. Alle scorribande di rock’n’roll satanico degli esordi si è sostituito un thrash-death-metal più sofisticato, in linea con la brama di violenza sonora dei giovani americani. Sono bastati due album per conquistarsi uno spazio nel giro musicale che conta, un’impresa più unica che rara per una formazione metal sudamericana. Entrati nel primo mercato musicale mondiale, però, si può puntare ancora più in alto e, invece di inseguire i grandi gruppi del thrash-death-metal europeo, i Sepultura possono iniziare a costruire un sound tutto loro.

Sanguinose radici: il nuovo metal dei Sepultura

Nonconformity in my inner self
Only I guide my inner self
(da "Inner Self")

I nuovi mezzi economici garantiti dalla Roadrunner permettono finalmente una produzione più raffinata, affidata a una star del metal estremo come Scott Burns, un Re Mida già al lavoro con i Death di “Leprosy” (’88) e gli Obituary di “Slowly We Rot” (’89), in seguito destinato a diventare l’uomo chiave del death-metal grazie ai lavori con Cannibal Corpse, Deicide, Cancer, Atheist, Gorguts, Malevolent Creation, Napalm Death, Suffocation e tanti altri. Burns accetta di lavorare per una cifra relativamente bassa, duemila dollari, incuriosito dalla possibilità di visitare il Brasile. Max Cavalera vola a New York per contrattare con la Roadrunner, con cui concorda un budget di ottomila dollari, destinato a non essere minimamente rispettato. Poco male: quest’album è il biglietto da visita con cui i Sepultura diventano una delle band metal più vendute.

Beneath The Remains (’89) è uno dei classici del thrash-death-metal. Il brano-manifesto è “Inner Self”, con il passo stentoreo e cadenzato, abbastanza lento da restituire un alone minaccioso e claustrofobico. Igor Cavalera, complice il maggiore spazio nell’arrangiamento, può decorare il ritmo di mitragliate e acrobazie, secondo il modello del Dave Lombardo di “South Of Heaven” (’88) degli Slayer. Il fratello Max, non dovendosi più preoccupare di ficcare più parole possibile in partiture fulminee, inizia qui a sviluppare uno stile di canto che lo allontanerà sempre di più dal thrash-metal, fino ad abbracciare con sempre maggiore convinzione la dimensione ritmica e gutturale del death-metal.
L’altro brano cardine è “Mass Hypnosis”, per i suoi cambi di velocità e per l’inusuale spettro stilistico: ci finisce dentro anche un lungo assolo di Kisser, che cita la scuola heavy-metal inglese, ma schiacciato fra un martellare hardcore-punk e il minaccioso ruggire death-metal di Max Cavalera. Gli echi psichedelici e mediorientali che spuntano in “Sarcastic Existence” e la sempre maggiore complessità e spettacolarità dei groove di Igor Cavalera in brani come “Lobotomy” e “Primitive Future” parlano di una formazione che sta cercando un suono tutto suo nell’affollato panorama thrash-death-metal. Su “Stronger Than Hate” compaiono, fra gli altri, anche Kelly Shaefer (Atheist) e John Tardy (Obituary): è la dimostrazione della vicinanza della formazione alla scena death-metal in piena esplosione in quel periodo e la conferma del vantaggio strategico ottenuto dalla distribuzione con Roadrunner Records.

Face the enemy
Manic thoughts
Religious intervention
Problems remain
(da "Arise")

sepulturabody2Gli spunti, già di per sé eccezionali, del terzo album trovano compimento sul quarto lavoro, Arise (‘91). Il budget di produzione, schizzato a 40.000 dollari, motiva il sound più pulito e preciso, che finalmente rende piena giustizia al sofisticato e devastante batterismo di Igor Cavalera. Pur rimanendo ancora vicino all’anima thrash-death-metal dei lavori precedenti, la ricerca di deviazioni dal modello diventa una costante dell’intera scaletta: frequenti e sostanziali cambi di velocità; riff di chitarra ossessivamente sconquassanti; accelerazioni supersoniche; la sempre maggiore presenza di influenze non metal, dall’hardcore-punk all’industrial, passando per quelle percussioni tribali che diventeranno un marchio di fabbrica.
Dai miasmi distopici emerge “Arise”, con Max Cavalera che ha già assunto il tono disperato e brutale di un profeta invasato. Il brano conosce sfuriate supersoniche, cioè esasperati attacchi hardcore-punk e thrash-metal, alternarsi a lenti, tormentati midtempo death-metal. La successiva “Dead Embryonic Cells” apre con clangori industriali e sembra voler dare fondo a tutti i trucchi del thrash-death-metal. “Desperate Cry” propone, in un clima tragico, ricercate ritmiche dopate di doppia-cassa; quando il ritmo rallenta affiorano paesaggi desolanti e post-apocalittici, la versione adulta degli isterismi satanici di un tempo.
Un brano sembra essere di gran lunga il più originale: “Altered State”, uno strumentale futuristico e tribale al contempo, che difficilmente finirebbe sotto l’etichetta thrash-metal o death-metal. Per alcuni fan, questo è l’apice dei Sepultura, visto che in seguito il legame con il loro sound thrash-death-metal andrà affievolendosi. Forse contagiati dalla prospettiva di chi osserva a posteriori, si tende a considerare questo album già estraneo a Slayer e compagnia, anche se, a detta di chi scrive, “Arise” rientra ancora nell’alveo del thrash-death-metal.

Supportato da un estenuante tour di 220 date in 39 nazioni, che impegna la band nel biennio '91-'92, l’album diventa il loro primo successo. Ottiene il disco d’oro in Indonesia, l’argento in Gran Bretagna e si posiziona decentemente nelle classifiche europee (Svizzera, Germania, Regno Unito, Svezia, Olanda).

Chaos A.D
Army in siege
Total alarm
I'm sick of this
Inside the state
War is created
No man's land
What is this shit?
Refuse/resist
(da "Refuse/Resist")

Per aumentare la discontinuità, la band cambia produttore, con Andy Wallace che sostituisce Scott Burns. Il nuovo entrato vanta un curriculum che spazia fra Slayer e Afrika Bambaataa, Nirvana e White Zombie: è l’uomo perfetto per una band alla ricerca di una musica che abbatta gli steccati stilistici.
Il quinto album, Chaos A.D. (‘93) segna la svolta definitiva verso un groove-metal contaminato pesantemente dai ritmi tribali brasiliani. Lo spettro stilistico si arricchisce delle danze di guerra, porta in primo piano la vena hardcore-punk e, con l’uso abbondante di filtri e dissonanze, conferma l’interesse per le soluzioni sonore dell’industrial. Generalmente più lento e pesante, è anche l’album in cui Max Cavalera matura definitivamente come cantante. Il suo timbro, sempre più rabbioso e scuro, diventa un simbolo dell’estremismo metal del periodo, anche grazie all’immediatezza degli slogan che le canzoni propongono. La voce diviene uno strumento malleabile, sfruttato con trovate spettacolari, come l’eco al contrario, e con dei filtri che ne deumanizzano il timbro. Allontanata la ribellione satanista, si fa preponderante la dimensione politica.
Le due canzoni in apertura fanno sembrare timide le esplosioni degli album precedenti: “Refuse/Resist” e “Territory” sono ricche di sfumature, fra midtempo schiacciasassi, percussioni tribali invasate, filtri spaventosi che donano all’amalgama sonoro nuove sfumature. L’ideale terzetto che testimonia il loro approdo a una personale versione del groove-metal è “Nomad”, sfilata di efferatezze, cambi di velocità, melodie che affiorano nel marasma e l’enfasi spaventosa di un canto di guerra. Il passo paludoso, minaccioso di “Amen”, assortita di dissonanze e mitragliate ritmiche, cori liturgici e un finale tribale, segna un altro momento da standing-ovation, che suona però più marcatamente sperimentale.
Più in là la band si spinge verso vere e proprie danze tribali, come in “Kaiowas”, registrata dal vivo nelle rovine del castello medievale britannico di Chepstow. Non per questo, però, mancano nella seconda parte della scaletta bordate come “Propaganda”, un massacro di doppia-cassa e groove tellurici, fosco e dissonante, e “Biotech Is Godzilla”, hardcore-punk e arringa politica impreziosita dal testo di Jello Biafra.
Diventato un classico del metal anni Novanta, Chaos A.D. sfiora la Top Ten in Germania, Svezia e Regno Unito, arriva al numero 32 di Billboard e vende centomila copie solo in Brasile, a cui si devono aggiungere altre centomila totalizzate in Gran Bretagna e ben mezzo milione negli Stati Uniti. Al 2020, l’album sembra aver venduto oltre 1,5 milioni di copie nel mondo.

Per quello che sembra essere destinato a diventare l’album della loro consacrazione cercano ispirazione nelle radici brasiliane. Per farlo, la band si sforza di conoscere la realtà tribale, intraprendendo un viaggio nella regione del Mato Grosso, in visita alla tribù Xavante. Nasce l’occasione di registrare molta musica direttamente con degli indigeni. La grande influenza di quest’esperienza condiziona anche i temi affrontati nell’album, che rinnovano l’interesse politico declinandolo spesso in una lotta a favore dei nativi emarginati, impoveriti, dimenticati.

I say we're growing every day
Getting stronger in every way
I'll take you to a place
Where we shall find our
Roots
Bloody Roots
(da "Roots Bloody Roots")

Se l’impressione emersa da Chaos A.D. è che i Sepultura siano ormai inarrestabili, allora Roots (‘96) è la più clamorosa conferma. Il sesto album, prodotto dallo stesso Ross Robinson che ha lavorato in cabina di regia nei primi due album dei Korn, porta alle estreme conseguenze le idee del precedente, integrando massicciamente i ritmi tribali all’interno dei brani, proponendo mutazioni sonore ancora più mostruose e avventurandosi in territori mai battuti dal mondo metal.
Il ritmo domina la potentissima “Roots Bloody Roots”, una mostruosa danza di guerra cantata con l’intensità drammatica di una tortura da un Max Cavalera che sembra sputare sangue a ogni verso. In un cortocircuito visionario, questo corazzato ballo tribale si trasfigura lentamente in una malsana filastrocca assordante, lasciata infine esplodere nella più lugubre delle code. È un’apertura che, per quanto devastante, non può anticipare quel che è il resto dell’opera: “Attitude” rinuncia al tempo pari per costruire un devastante danza ornata di fischi assordanti e terremoti ritmici impressionanti; l’originale “Ratamahatta” incrocia death-metal e mangue-beat brasiliano, sfruttando la collaborazione del leggendario cantante brasiliano Carlinhos Brown; la tormentata “Breed Apart” è segnata numerosi stravolgimenti, mentre lamenti e dissonanze, rumorismi e fischi la sospingono avanti fino allo straziante gorgo sonoro in chiusura; l’inquietante “Lookaway”(con Jonathan Davis dei Korn, Mike Patton e DJ Lethal dei Limp Bizkit) è intrisa di voci spettrali, urla e ruggiti che le conferiscono un’intensità travolgente; “Born Stubborn” fonde industrial-metal e danze tribali, passando per l’hardcore-punk più urlato e incazzato.
L’ultimo terzo della scaletta regala altre sorprese: prima due brani che pescano a piene mani dalla musica delle tribù brasiliane (“Jasco” e “Itsari”), quindi “Endangered Species”, altro soffertissimo inno tribal-metal dal passo caracollante, con i fratelli Cavalera che danno il meglio nei rispettivi ruoli. Ben 13 minuti di jam conclusiva documentano accuratamente il processo compositivo della formazione in questo periodo (anche se forse meritavano di essere relegati a una edizione deluxe). “Roots” teme pochi paragoni nel metal degli anni Novanta: spregiudicatamente coraggioso e spiccatamente sperimentale, ma mai davvero ostico, è fieramente eccentrico e brutalmente estremo. L’idea di integrare, scansando i più ovvi cliché e il mero pastiche progressivo, la musica tradizionale della propria nazione con un solido retroterra di heavy-metal estremo si è rivelata una delle più fertili idee musicali del periodo, destinata a fare numerosi proseliti.

Vi ricordate quando, poco sopra, affermavano che i Sepultura sembravano inarrestabili? Per fermarli dovrà intervenire un grave lutto: Max Cavalera soffre la morte in un incidente stradale del figlio di sua moglie, nonché manager, Gloria Bujnowski. Tramortito dall’evento, il cantante storico della band si sente tradito quando gli altri membri cercano di allontanare proprio la Bujnowski dalla band. Dove non ha potuto la musica, dunque, è intervenuto un fato avverso: dopo il concerto del 16 dicembre 1996 alla Brixton Academy, in Inghilterra, Max Cavalera è ufficialmente fuori dal gruppo. Spoiler: non tornerà mai con la band, nonostante i rumors succedutisi nel corso dei vent’anni successivi. Inizia per i Sepultura un momento di difficile transizione.

I Sepultura dopo Max Cavalera

Al posto di Max Cavalera arriva Derrick Green, americano di Cleveland che ha il compito difficilissimo di sostituire un carismatico frontman. Su di lui si sprecano i giudizi negativi, come se il proseguimento dell'esperienza dei Sepultura fosse impossibile senza Max Cavalera. Chi vi scrive non vuole, in toto, contrapporsi a questa lettura, ma semplicemente proporre una visione del secondo periodo della vita della band. Si tratta di un percorso accidentato, non privo di elementi d’interesse, curiose deviazioni, succose curiosità che ogni trattazione sui Sepultura non può trascurare. D’altronde, non è facile continuare a suonare heavy-metal nel nuovo millennio e anche la band brasiliane ne paga le conseguenze.

sepulturabody1Il primo album del nuovo corso, Against (’98), è quello che soffre di più il confronto con Roots: ne ricalca lo stile, replicandone le intuizioni ma senza l’effetto dirompente della sorpresa. Green si distingue in “Choke”, il brano che ha convinto la band ad accoglierlo in formazione, e in generale i pezzi sono ancora curiose divagazioni tribali e brutali sullo scheletro del groove-metal. Certamente la gestazione sarà stata difficile, infatti Green è riconosciuto come co-autore in appena un brano, la peraltro elaborata avventura dagli spunti progressive di “Old Earth”.
Le vendite notevolmente ridotte e la disaffezione dei fan sembrano, insomma, sovrastimare il divario qualitativo fra i due album, palpabile ma non abissale.

L’ottavo lavoro, Nation (2001), è l’ultimo per Roadrunner e vede Green in un ruolo più importante. I nuovi Sepultura cominciano a funzionare come gruppo, con nuovi inni (“Sepulnation”), collaborazioni di spicco (fra tutti, il ritorno di Jello Biafra) e qualche novità sul piano dell spettro emotivo (la malinconica “One Man Army” e la toccante “The Ways Of Faith”).

La fase di transizione si conclude con Roorback (2003), primo album per la nuova etichetta, la tedesca SPV GmbH, e forse il più debole. Il cambio di budget sembra impattare pesantemente sulle collaborazioni, ora ridotte al lumicino, mentre le idee politiche della band si ripetono stancamente, nonostante siano al solito urlate e suonate alla massima intensità. L’urgenza di un tempo si è perduta, e ai vecchi propositi del ritorno alle radici si contrappone, nel periodo ’97-’05, un più banale crossover-metal, che infatti non disdegna la collaborazione anche di un percussionista giapponese come il suonatore di taiko Kodō.

La via d’uscita dal vicolo cieco arriva con Dante XXI (2006), un concept-album ispirato alla “Divina Commedia” del nostro Alighieri. Se il parallelo fra l’opera e la tracklist è quantomeno pretestuoso, l’album segna l’apice del batterismo di Igor Cavalera e la piena maturazione di Derrick Green come cantante. I brani, che non disdegnano qualche spunto originale, sembrano finalmente essersi emancipati dal periodo più celebrato della loro discografia. Non è un caso che anche le vendite, molto deludenti nel dopo-Roots, siano tornate a totalizzare con quest’opera numeri interessanti: il disco d’oro a Cipro è la prima certificazione fuori dalla patria che ottengono dai tempi di Roots; l’album vende oltre 120 mila copie nei primi due anni.
L’opera non è esattamente un trionfo, ma rappresenta la proverbiale boccata d’aria per una formazione che arranca da troppi anni. Voci di una reunion dei due Cavalera minano però il clima di ottimismo, fiaccato ancora di più dall’abbandono di Igor, sostituito da Jean Dolabella.

La nuova formazione, con il solo bassista Paulo Jr. a resistere dall’esordio, continua sulla strada dei concept-album con A-Lex (2009), ispirato a quel “A Clockwork Orange” di Anthony Burgess che già ispirò Stanley Kubrick. Il risultato, ambizioso oltremodo, fallisce a causa dei molti momenti di puro mestiere, indecenti per chi porta un nome come il loro. Prolisso e fin troppo discontinuo, l’album spicca in “Filthy Rot” e “Moloko Mesto”, che però non eccellono certo in originalità, mentre si affossa in obbrobri come “Ludwig Van”, dove fanno rigirare Beethoven nella tomba. In mezzo a tanti brani brevi e interludi, “Sadistic Values” suggerisce, sorprendentemente, che sotto la cenere brucia ancora un fuoco.

sepulturabody3Un nuovo cambio di etichetta, dalla SPV alla Nuclear Blast, comporta la pubblicazione di un album più vicino al loro stile tradizionale, Kairos (2011). Questo cadenzato contenitore di groove-metal dalle forti sfumature thrash-death-metal non suona più né tribale né sperimentale, tranne rari casi (“Structure Violence”).
Per il tredicesimo album, The Mediator Between Head And Hands Must Be The Heart (’13), il primo con il nuovo e giovane batterista Eloy Casagrande, ritorna persino il produttore di Roots, Ross Robinson. È il loro disco più brutale dai tempi di Chaos A.D. ed è indubbio che si avverta una nuova energia; purtroppo l’album ha poco di nuovo da raccontare all’heavy-metal.
Ispirata, a quanto pare, al “Metropolis” (1927) di Fritz Lang, l’opera cerca di fondere l’ambizioso periodo dei concept-album con il ritorno alla potenza nuda e cruda che è coinciso con l’accordo con Nuclear Blast. Che sia l’inquietante “The Vatican” o la convulsa “The Age Of The Atheist”, ogni appassionato di metal estremo potrà trovarci qualcosa da usare per massacrarsi i timpani, ma difficilmente saranno brani che scalzeranno i loro classici.

L’album numero 14, Machine Messiah (2017) riprende i temi distopici del precedente, frullando ancora una volta gli stili esplorati dal 2006. Eloy Casagrande si conferma una grande risorsa per la formazione e gli spunti progressive (vedi “Phantom Self”, “Iceberg Dances”) suonano meno scontati delle sfuriate thrash-death-metal e groove-metal, comunque curiosamente virati al sinfonico e mediorientale in “Resistant Parasites”. 

Arrivati al quindicesimo album, Quadra (2020), i Sepultura si ispirano al quadrivium medievale, cioè l'insieme di aritmetica, geometria, astronomia e musica. Anche l'opera è quadripartita e la prima parte è un classico thrash-metal che trova in "Isolation", anche singolo di lancio, il suo vertice d'intensità, anche se il fangoso midtempo di "Means To An End" e l'atmosfera mefitica di "Last Time" meritano comunque una citazione. Derrick Green è in splendida forma e il chitarrista Andreas Kisser si conferma eclettico, almeno quando l'arrangiamento gli concede spazio.
Il successivo gruppo di tre brani è ispirato al periodo culminato tribale, mentre gli ultimi sei episodi esplorano quanto proposto dalla band in tempi molto più recenti: tre pezzi più progressivi e altri tre più quieti, a evidenziare soprattutto la capacità di Green di utilizzare vari registri con naturalezza. "Guardians Of Earth" apre acustica, incontra cori gotici e si sviluppa come un prog-metal dalle tendenze estreme, mentre "The Pentagram", tutta strumentale, macina riff su riff in un prog-thrash-metal da vertigini, che ricorda i 
Vektor.
Per la title track si punta a un breve bozzetto acustico, mentre "Agony Of Defeat" rimanda al death-metal gotico e progressivo dei 90 e "Fear, Pain, Chaos, Suffering" (con la voce di Emmily Barreto) riconduce alla maestosità corazzata dei 
Metallica di fine anni 80. 
Il curioso svolgersi cronologico dell'album, che vorrebbe ricostruire così una lunga e mutevole carriera, sembra un tentativo di emancipazione, almeno parziale, dal proprio ingombrante passato. Ne esce fuori un disco che servirà ai fan per fare il punto di dove si trovano oggi i Sepultura, pronti a immaginarsi un presente senza necessariamente tradire il loro passato. Per tutti gli altri, potrebbe essere l'occasione per approfittare di un bignami in stile "nelle precedenti puntate...", utile per tornare in pari con un'avventura musicale che sembra ancora lontana dal doversi concludere.

Oltre i Sepultura: i Soufly

I see the new millennium tribal warfare
I see them blind sheep going nowhere
The new exodus, just like they say
I see the crown of thorns, you know i was there
This is the Prophecy
(da "Prophecy")

Appena abbandonati i Sepultura nel 1997, Max Cavalera fonda in Arizona i Soulfly, circondandosi per l’esordio di numerosi artisti di spicco del nu-metal: è un’occasione per superare l’allontanamento dalla band originaria, ma anche il lutto per la morte del figliastro. Questa doppia esigenza traspare in Soufly (’98), esplosivamente introdotto da “Eye For An Eye” (con Bell e Cazares dei Fear Factory) e “Bleed” (con Fred Durst e Dj Lethal dei Limp Bizkit), due cannonate che espandono il lessico di Roots senza rinnegarne i presupposti. Max è incendiato da un’urgenza espressiva che lo porta a riproporre la sua idea di musica tribale con “Tribe”, “Bumba”, “Bumbklaatt”, dimostrandosi capace anche di un amalgama tutt’altro che scontato come “First Commandment” (con Chino Moreno) e “Quilombo” (con  Benji Webbe and DJ Lethal).
Facile considerare quindi Soulfy il vero seguito di Roots, il naturale erede: se il thrash-death-groove-metal dei Sepultura ha trovato punti di contatto con il nu-metal e la musica tribale brasiliana, facilmente si può pensare di innestarci sopra stralci di rap, scratch, strumenti etnici, ritmi drum’n’bass. Di più, l’heavy-metal non deve neanche più essere necessariamente l’unico e incontrastato protagonista, come dimostrano il dolente strumentale “Soufly”, psych-rock etnico e malinconico, o la samba di “Umbabarauma”, presa in prestito da Jorge Ben Jor.

In breve tempo i Soufly diventano un contenitore dove Max Cavalera inserisce ogni tipo di esperimento sonoro. Con Primitive (2000) si riparte di nuovo da Roots, che riecheggia in “Back To The Primitive” e “Mulambo”, senza dimenticare di rinsaldare il legame con il nu-metal in “Jumpdafuckup” (Corey Taylor alla voce), canzone divisa fra desolazione e rabbia.
Fra le stravaganze si registrano l’intermezzo dub in “Bring It”, la coda malinconica e minimale di “Son Song” (con Sean Lennon), gli elementi hardcore-punk di “Terrorist” supportati dalla voce al vetriolo di Tom Araya degli Slayer e l’etno-chillout di “Soulfly II”, una specie di rielaborazione latino-americana della “Planet Caravan” dei Black Sabbath. In chiusura “Flyhigh” propone la stramberia più eccentrica, divisa fra melodie vocali pop e le solite esplosioni assassine.

Pur con l’impressione di trovarsi dinanzi a un campionario di accostamenti, non tutti così riusciti e ponderati, e senza avvertire quell’unitarietà che rendeva la ricerca di Roots coerente e approfondita, sia l’esordio Soufly che soprattutto il successivo Primitive hanno il pregio di abbattere senza remore i confini fra generi, superando molti artisti nu-metal nel loro stesso gioco di contaminazioni e contrasti.

Il successivo 3 (2002), nonostante due inni spaccaossa come “Downstroy” e “Seek’n’Strike”, arretra di molto sull’imprevedibilità, tranne per la lunga “Tree Of Pain”, che giustappone un trip-hop noir alle sfuriate rabbiose che ben conosciamo, senza preoccuparsi, però, di rendere il passaggio più di un mero assemblaggio.

Azzarda molto di più Prophecy (2004), di fatto il prodotto di una band totalmente diversa a causa dei molti avvicendamenti in formazione, ma comunque saldamente capitanata da Max Cavalera. Il lavoro più spirituale della discografia è influenzato anche da un periodo del frontman trascorso in Serbia. Questa volta si buttano nel calderone numerosi stili, pronti a essere ammantati dal solito, arrembante, devastante amalgama di thrash-death-metal e groove-metal. Anche perché, quando come in “Defeaut U”, l’aspetto crossover viene quasi completamente accantonato, rimane poco oltre alla travolgente foga. Meglio ascoltare “Mars” e la sua cavalcata corazzata sciogliersi in una psichedelia ancestrale o “I Believe” lasciare una litania dalle tinte new age impennarsi in esplosioni groove-metal.
Per “Moses”, una collaborazione con la band serba Eyesburn, entrano in gioco reggae e addirittura gli ottoni. Quello che rende “Prophecy” un album al pari di Primitive è l’inarrestabile volontà di usare il metal come lingua franca per affiancare e interpretare gli stili più differenti. Permane, nell’ascolto, un disorientamento dovuto al solito succedersi di stili molto differenti, ma la dimensione spirituale dell’opera funge da modesto collante.

Di nuovo tormentato dal lutto, per la morte del nipote di appena 8 mesi e l’assassinio dell’amico fraterno Dimebag Darrell (dei Pantera), Max Cavalera sfoga la propria rabbia con Dark Ages (2005). Ben lontano dal clima creativo dei primi Soufly, ma anche dallo spiritualismo new age di Prophecy, il lavoro punta tutto sulla potenza. Come cantante, Cavalera si dimostra al meglio della sua forma, mentre come compositore non disdegna soluzioni brutali, che lo riavvicinano prepotentemente al thrash, al death e persino al black-metal. La mattanza di estremismi di “Carved Inside”, la cupidigia di “Bleak”, la velocità assassina di “Frontlines”, lo spiritualismo tormentato di “Innerspirit” compongono un quadro fosco, che trasforma le stravaganti contrapposizioni di un tempo in un mezzo di Calavera per esprimersi in un momento di crisi personale.

sepulturabody4Peccato che sia un sentiero che porta a Conquer (2008), un album che ritorna al thrash-death-metal dei primi Sepultura riducendo di molto le iniezioni da altri generi che avevano reso i Soulfly qualcosa di unico.
Che Max Cavalera sia il solito istrionico protagonista in brani come “For Those About To Rot”, dove urla e si dimena con imperitura rabbia, è ormai un fatto assodato che non richiede ulteriori conferme; queste ultime arrivano comunque puntuali con Omen (2010), un album di appena 40 minuti, che se non altro vede la partecipazione di Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan e Tommy Victor dei Prong a cercare di portare delle novità in una formula ormai ben riconoscibile.

La speranza, con Enslaved (2012), è che i nuovi arrivati Tony Campos (degli Asesino) e soprattutto David Kinkade (dei Borknagar) possano riaccendere la voglia di cambiamento. Oltre a un riavvicinamento dal death-metal, anche attraverso al bestiale cantante Travis Ryan (dei Cattle Decapitation) in “World Scum”, c’è però poco che suoni nuovo non tanto per il metal, ma anche solo per la band.
Quando Max Cavalera sfoga la propria rabbia in portoghese in “Plata O Plomo”, l’album riconduce direttamente al clima di violenza e contaminazione di un tempo, semplicemente iniettato di una viscerale brutalità.

Subentrato il figlio Zyon Cavalera alla batteria, Savages (2013) ospita alla voce anche l’altro figlio, Igor (sì, come lo zio). Oltre alla riunione familiare, vale la pena di segnalare soprattutto “El Comegente”, un massacro orrorifico di 8 minuti abbondanti che chiude con una desolante danza strumentale.

Archangel (2015) non è meno violento, ma presenta momenti decisamente più gotici (“Sodomites”, “Archangel”, “Titans”), mentre l’undicesimo capitolo discografico, Ritual (2018), oltre alle ospitate di Randy Blythe dei Lamb of God, Ross Dolan degli Immolation e Mark Damon dei Pretty Reckless, fa poco più che riproporre le stesse idee dei precedenti dieci album.

Se i primi due album dei Soufly hanno espanso l’universo sonoro multiforme di Roots, e se Prophecy ha dato più esplicitamente prova della spiritualità del progetto, dopo il cupo e violento Dark Ages la band non ha saputo conservare la spinta al cambiamento, tanto da ridursi spesso ad autocitarsi. I risultati di vendita, notevolissimi per l’esordio, che totalizza mezzo milione di copie nei soli States, si dimezzano per Primitive e scendono a 200 mila per 3. Se Prophecy risolleva i risultati a 275 migliaia di copie vendute, quello che segue è una debacle in termini meramente commerciali che dovrebbe far riflettere anche la band.

Appendice: gli altri progetti dei fratelli Cavalera

Oltre a Sepultura e Soulfly, i due Cavalera hanno partecipato a numerosi altri progetti ancillari, per vari motivi minori. In primis, dal punto di vista del successo: nessuno degli altri esperimenti ha attratto un pubblico paragonabile a quello delle altre due band. Inoltre, sono quasi tutti esperimenti temporanei. Per capirci: il primo progetto minore di Max Cavalera si chiama Nailbomb e vede il brasiliano collaborare col losangelino Alex Newport per il solo esordio Point Blank (’94) e per - letteralmente - un solo concerto, peraltro documentato da Proud To Commit Commercial Suicide (’95). Si tratta di un industrial-thrash-metal dalle forti influenze hardcore-punk, che a tratti racconta come sarebbero stati i Sepultura se si fossero ibridati ai Fear Factory o ai Godflesh (“Vai Toma No Cú”, “24 Hour Bullshit”).

Un altro progetto, i Killer Be Killed, ha prodotto il solo Killer Be Killed (2014), album che ha tutti i crismi del lavoro di un supergruppo destinato a rappresentare un’esperienza irripetibile. Con in formazione Greg Puciato (voce, chitarra) dei Dillinger Escape Plan, il nostro Max Cavalera (voce, chitarra), Troy Sanders (basso) dei Mastodon e Dave Elitch (batteria e percussioni) dei Mars Volta, è palese che si tratti di musicisti troppo impegnati per proseguire con un secondo album. Il fatto che, per eterogeneità e ibridi curiosi, non soffra il confronto con i migliori Soufly rimane un dettaglio per appassionati.

L’unico progetto che sembra resistere è Cavalera Conspiracy, la collaborazione fra Max e Igor Cavalera, nata dalla riappacificazione dei due fratelli dopo dieci anni. Dal 2006 ha prodotto 4 album: dal ritorno dall’originario thrash-death-metal che troviamo su Inflikted (2008) si è arrivati al più hardcore-punk Blunt Force Trauma (2011) e alla brutalità di Pandemonium (2014), per approdare infine a Psychosis (2017), che ripesca anche alcune delle idee del progetto Nailbomb in brani come “Hellfire”.
Dalla riappacificazione dei due fratelli è nata una band che ritorna idealmente ai tempi di Arise e Chaos A.D. per proseguire il discorso musicale da dove era stato lasciato.
Non c’è dubbio che i due Cavalera abbiano un’affinità dovuta alla lunga militanza nei Sepultura e al fatto di essere cresciuti, come persone e come musicisti, assieme. D’altra parte, se su Inflikted troviamo brani che potrebbero essere attribuiti ai Sepultura di quindici anni prima, come “Terrorize” e “Black Ark”, già il secondo album costringe a domandarsi cosa possa regalarci questa nuova esperienza musicale che Sepultura e Soufly non abbiano già ampiamente esplorato.



Sepultura - Soulfly

Ritorno alle sanguinose radici

di Antonio Silvestri

Fra i gruppi più innovativi e sperimentali del metal, i Sepultura dei fratelli Cavalera hanno rinunciato ai cliché, abbeverandosi alla fonte della tradizione brasiliana. Hanno scritto uno dei capolavori del genere, per poi dividersi e proseguire su due binari: i nuovi Sepultura di Derrick Green e i Soulfly di Max Cavalera. Resistono ancora, dopo 35 anni di scissioni e riappacificazioni ..
Sepultura - Soulfly
Discografia
 SEPULTURA 
   
 Morbid Visions (Cogumelo Records, 1986) 
 Schizophrenia (Cogumelo Records, 1987) 
 Beneath The Remains (Roadrunner Records, 1989) 
Arise (Roadrunner Records, 1991) 
Chaos A.D. (Roadrunner Records, 1993) 
Roots (Roadrunner Records, 1996) 
 Against (Roadrunner Records, 1998) 
 Nation (Roadrunner Records, 2001) 
 Roorback (SPV, 2003) 
 Dante XXI (SPV, 2006) 
 A-Lex (Steamhammer, 2009) 
 Kairos (Nuclear Blast, 2011) 
 The Mediator Between The Head And Hands Must Be The Heart (Nuclear Blast, 2013) 
 Machine Messiah (Nuclear Blast, 2017) 
 Quadra (Nuclear Blast, 2020) 
   
 SOULFLY 
   
 Soulfly (Roadrunner, 1998) 
Primitive (Roadrunner, 2000) 
 3 (Roadrunner, 2002) 
Prophecy (Roadrunner, 2004) 
 Dark Ages (Roadrunner, 2005) 
 Conquer (Roadrunner, 2008) 
 Omen (Roadrunner, 2010) 
 Enslaved (Roadrunner, 2012) 
 Savages (Nuclear Blast, 2013) 
 Archangel (Nuclear Blast, 2015) 
 Ritual (Nuclear Blast, 2018) 
   
 NAILBOMB 
   
 Point Blank (Roadrunner Records, 1994) 
 Proud To Commit Commercial Suicide (Roadrunner Records, 1995, live) 
   
 CAVALERA CONSPIRACY 
   
 Inflikted (Roadrunner Records, 2008) 
 Blunt Force Trauma (Roadrunner Records, 2011) 
 Pandemonium (Napalm Records, 2014) 
 Psychosis (Napalm Records, 2017) 
   
 KILLER BE KILLED  
   
 Killer Be Killed (Nuclear Blast, 2014) 
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