Shearwater

Shearwater

Il cantico delle creature

di Gabriele Benzing

È la voce di una natura sul baratro, il canto di un'apocalisse incombente: nella musica degli Shearwater il creato si leva per rendere partecipi del suo grido di dolore e di speranza. Nata da una costola degli Okkervil River, la band di Austin ha saputo conquistare progressivamente un'inconfondibile personalità, alternando rarefatti paesaggi e vibranti ardori sotto la guida dello slancio tenorile di Jonathan Meiburg

"Aren't we lucky to live in this odd little world?"

"La nostra mèta non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose", scriveva Henry Miller. È stato un viaggio a cambiare per sempre lo sguardo di Jonathan Meiburg sulla realtà: un viaggio ai confini del mondo. Era partito semplicemente per scoprire la terra, è tornato con occhi nuovi: e la musica ne è nata di conseguenza.
Da bambino, Meiburg sognava di fare il biologo marino. Se avesse potuto avere un superpotere, avrebbe voluto saper parlare con gli animali. Forse è per questo che al college, in Tennessee, ha deciso di dedicarsi alla biogeografia, ricercando la ragione per cui ogni essere vivente sembra destinato ad abitare un determinato luogo della terra. La grande occasione è arrivata dopo la laurea, grazie alla vittoria di una borsa di studio della fondazione Thomas J. Watson diretta ad offrire un anno di viaggio "per promuovere la propria umana ed effettiva partecipazione alla comunità del mondo". Il suo progetto? Studiare la vita degli insediamenti umani negli angoli più remoti del pianeta: i villaggi degli aborigeni australiani, gli eschimesi dell'isola di Baffin, le isole Chatham in Nuova Zelanda, la Terra del Fuoco... Ma è nelle isole Falkland che è avvenuto l'incontro decisivo.

Ali spiegate nell'azzurro cristallino, la vertigine di un tuffo verso il profilo verdeggiante della costa. Lo chiamano "Johnny Rook", o caracara striato: "un astuto, carismatico, socievole rapace con pochissimo timore degli esseri umani". Meiburg ne è rimasto affascinato dopo aver conosciuto alle Falkland l'ornitologo inglese Robin Woods e aver preso parte come assistente alle sue ricerche: "quando non eravamo in mare, percorrevamo le coste di isole selvagge, coperte di giganteschi prati ed enormi colonie di albatros, pinguini, procellarie e strani uccelli acquatici". Da quel giorno, per Meiburg, il caracara striato non è diventato solo l'oggetto di una tesi in ornitologia, ma soprattutto la chiave di volta di una nuova consapevolezza del mondo. "Ci sono isole, nelle Falkland, che sembrano non aver mai conosciuto la presenza umana, dove gli animali non sono impauriti dall'uomo perché non hanno praticamente nessuna esperienza della sua specie", racconta. "Questi luoghi sono alcuni degli ultimi, piccoli resti di un mondo pre-umano che sta scomparendo in fretta per non tornare più". È stata come una rivelazione: l'uomo non è che un frammento del creato, eppure è il punto in cui la natura arriva a prendere coscienza di sé.

Dopo un anno di esplorazioni attraverso il globo, Meiburg si stabilisce a Austin, in Texas, ma per lui nulla è più come prima: "quando sono tornato, le mie idee sulla musica e sul mondo erano cambiate". È dalle superiori che suona in qualche band: le prime erano una sorta di "versione metal dei Pink Floyd", quella in cui milita all'epoca si chiama Kingfisher. Occorre un altro incontro per permettergli di portare a compimento la sua visione: quello con Will Sheff e gli Okkervil River. Meiburg li sente suonare in un locale di Austin e subito rimane folgorato: alla fine del concerto si presenta a Sheff e decide di unirsi al gruppo come tastierista. Il suo contributo è decisivo per forgiare il suono della band già a partire dalla prima uscita per la Jagjaguwar, "Don't Fall In Love With Everyone You See". Ma sin dall'inizio Meiburg e Sheff sentono il bisogno anche di un altro spazio per la loro espressione creativa: uno spazio più raccolto e defilato, ma ugualmente intenso e personale. Per il nuovo progetto, Meiburg suggerisce il nome di un uccello marino: Shearwater, omaggio al mondo ornitologico ma anche intima connessione con gli Okkervil River, rispetto ai quali il tema dell'acqua sembra fare da nascosto trait d'union.

"Like little feathers on the air"

MeiburgÈ uno strano contraltare, quello che la sensibilità tenorile di Jonathan Meiburg offre al tono appassionato di Will Sheff: il primo disco a nome Shearwater, The Dissolving Room, pubblicato all'inizio del 2001, si dipana più o meno equamente tra la scrittura evocativa dell'uno e il senso di narrazione dell'altro. Una trama acustica fatta di chiaroscuri venati di spleen e vulnerabilità, che svelano l'anima più intima del songwriting di entrambi: "There is a curtain in my mouth, it opens and a song comes out / I've sung the loneliest words into your listening stones".
L'eco degli Okkervil River si percepisce solo in alcuni passaggi di brani come "Military Clothes" e "Sung In To The Streets": a prevalere è un'atmosfera spettrale e notturna, in cui l'alternarsi delle voci asseconda il trascolorare delle ombre. Con il Nick Drake di "Pink Moon" come dichiarato modello, The Dissolving Room appare più un bozzetto cantautorale che non lo sforzo di un collettivo. E tra il violino funereo di "Little Locket" e l'incedere romantico di "If You Stay Sober", il tono di afflizione che accomuna i brani rischia alla fine di esaurire in sé l'intero spettro emotivo.

Quello che era nato solo come un esperimento una tantum comincia ad assumere il volto di una vera e propria band con il successivo Everybody Makes Mistakes: accanto a Meiburg e Sheff la formazione si consolida con Kim Burke al contrabbasso (già presente in The Dissolving Room) e Thor Harris alla batteria, che con il loro apporto offrono nuove sfumature al quadro. Alla produzione c'è Brian Beattie, vecchia conoscenza degli Okkervil River, e la band si accasa alla Misra, che pubblica il disco nell'ottobre del 2002.
L'approccio di Sheff si anima di una rinnovata leggerezza tra gli accenti di "Well, Benjamin" e "Mistakes", mentre Meiburg levita sognante sul pianoforte di "12:09". "Voglio suggerire le cose invece di dirle esplicitamente, offrire qualcosa che faccia sentire attratti e respinti al tempo stesso. Amo i dischi in cui la voce ti si fa vicina per poi scomparire all'improvviso, in modo che tu possa percepirne solo qualche brandello". Gli arrangiamenti si fanno più elaborati, dagli archi che incorniciano "The Ice Covered Everything" all'organo a pompa di "Wreck", lasciando che nella prima parte di "All The Black Days" sia la voce diafana di Kim Burke (oggi ex moglie di Meiburg) a diventare protagonista con il suo canto di abbandono e speranza.

A suggellare lo stretto legame tra Shearwater e Okkervil River, le due band realizzano uno split che viene messo in vendita in occasione dei rispettivi concerti, intitolato Sham Wedding / Hoax Funeral: un disco dallo spoglio spirito di improvvisazione, registrato nella gelida casa di Thor Harris durante l'inverno del 2003.
Per il nuovo capitolo vero e proprio della discografia degli Shearwater occorre però aspettare la primavera del 2004, quando arriva Winged Life. Approfittando dei crescenti consensi intorno al nome degli Okkervil River, il gruppo punta a trovare una nuova visibilità: basta ascoltare l'inedita andatura indie-pop di "A Makeover" o gli inquieti intarsi di banjo di "Whipping Boy", che si candidano tra gli episodi più incisivi firmati fino a quel momento da Meiburg e soci.
Gli Shearwater reclutano anche il polistrumentista Howard Draper e il suono si irrobustisce, come testimonia la progressione dell'iniziale "A Hush", giungendo ad aprirsi a squarci improvvisi e taglienti tra le note di "Sealed". Le tastiere che avvolgono "(I've Got A) Right To Cry" e "The Kind" non nascondono la loro parentela con le atmosfere di "Down The River Of Golden Dreams", mentre la voce di Meiburg acquista sempre maggiore sicurezza: una direzione che trova conferma anche nel successivo Ep Thieves, che raccoglie un pugno di outtake dell'album. "In molti sensi, rivela l'intero range di quello che facciamo", afferma Meiburg. Nessuno però può ancora immaginare che l'epilogo agreste di "Near A Garden" sarà l'ultima occasione per sentire la voce di Will Sheff in un disco degli Shearwater.

"Something is breathing in the air"

Palo SantoÈ con Palo Santo, nel 2006, che per gli Shearwater giunge il momento di dispiegare le ali sull'oceano: Meiburg conquista il centro della scena, riservandosi per la prima volta la scrittura e l'interpretazione di tutti gli episodi del disco. Eppure, l'avvicendamento con la voce inconfondibile di Sheff non fa sentire la sua mancanza, grazie alla sorprendente crescita del registro espressivo della band. L'etichetta di progetto parallelo suona ormai stantia: il lessico degli Shearwater non ha più bisogno di referenze, sa afferrare l'essenza del proprio impianto folk e trasfigurarla con impeto in un'eterea elettricità. Una magnetica padronanza di linguaggio che ha ben poco da invidiare alle pecore nere degli Okkervil River.
Il fantasma di Christa Päffgen, meglio nota come Nico, domina i versi di Palo Santo: "è come se mi avesse guidato attraverso l'album", spiega Meiburg, "l'ho costruito prendendo spunto da diversi eventi della sua vita, dal modo in cui i suoi amici la vedevano, dal modo in cui ho immaginato che si debba essere sentita". Nel desolato struggimento che avvolge brani come "Nobody", "Failed Queen" o "Going Is Song" non è difficile riconoscere l'ombra crepuscolare della chanteuse teutonica.

Echi di un'altra dimensione sembrano insinuarsi nel silenzio della creazione sotto forma di onde radio, interferenze dello spirito dell'Eden di Mark Hollis. Le prime note del piano si riverberano come gocce sulla superficie di uno specchio d'acqua nebbioso. La voce di Meiburg affiora sottile ed evanescente, per poi emergere all'improvviso in tutto il suo vibrante slancio. Solo a quel punto nasce la melodia, accarezzata da un notturno per pianoforte e ferita dalla voce del violino. È "La Dame Et La Licorne", figura da bestiario medievale in cui l'unicorno diventa allegoria di purezza e ambiguità.
Ed ecco arrivare minaccioso il ritmo martellante della batteria di "Red Sea, Black Sea", che dà vita a un minuetto robotico di pulsazioni di tastiere. Sotto l'incalzare del banjo la voce di Meiburg, più stentorea che mai, si innalza in una visceralità degna degli Arcade Fire. "Volevo un disco più oscuro, strano e disturbante", confessa Meiburg. E quello sfogo metallico che sembra sgorgare dal cuore di Conor Oberst è il segno più eloquente del nuovo corso degli Shearwater.

Angelico e spettrale al tempo stesso, Palo Santo è percorso da improvvise vampate in cui la voce di Meiburg si assottiglia e riprende vigore a seconda del flusso emotivo. Un disco continuamente inquieto, senza mai un momento di distensione, dall'enfasi di "Johnny Viola" alle distorsioni di "Hail, Mary", passando attraverso la ninnananna banhartiana di "Sing, Little Birdie". Cicatrici elettriche, sprazzi di tastiere, tintinnii di glockenspiel, gemiti di violino, folate di tromba: il riff elettrico di "White Waves" sembra venire da un Keith Richards narcotizzato, mentre i marcati accenti di pianoforte di "Seventy-Four, Seventy-Five" richiamano alla memoria le stagioni piovose di John Cale.
Per Meiburg, il mondo si divide tra chi considera il canto degli uccelli come un rumore e chi lo considera come una musica: Palo Santo è una segreta ricerca di quella musica custodita dalle profondità della natura. Gli Shearwater inseguono una lingua perduta, capace di mettere in comunione il creato. È un continuo percuotere l'anima e svanire nel nulla, secondo i battiti del cuore del mondo. "If you could ring the sky like a bell / Even such a sound would never suffice / If you could bang the world like a drum / It would only show that it's hollow inside".

Nonostante la convinta accoglienza riservata a Palo Santo, per gli Shearwater la veste originaria del disco non riesce a rendere giustizia fino in fondo alle sue ambizioni. Così, quando la Matador offre un nuovo contratto discografico alla band, Meiburg e soci decidono di inaugurare la collaborazione con l'etichetta pubblicando una "Expanded Edition" dell'album: non semplicemente una versione ampliata, ma una vera e propria rilettura, in cui i brani vengono registrati ex novo con una resa nitida e profonda, che anticipa quella del successivo Rook. L'album viene corredato da un secondo cd che, al di là di alcuni demo e di un paio di interferenze strumentali, regala l'outtake "My Only Boy" e una scheletrica cover di "Special Rider Blues" di Skip James.

"Until the world of man is paralyzed"

The Golden ArchipelagoI corvi si stagliano lungo il ciglio della strada, intenti a scrutare immobili il mondo come in attesa di prenderne possesso una volta per tutte. Un incubo hitchcockiano evocato fin dalla copertina del quinto album degli Shearwater, Rook, che vede la luce nel 2008. "Amen, let their kingdom come tonight / Let this dream be realized".
Dopo avere annunciato la sua dipartita dagli Okkervil River all'indomani della pubblicazione di "The Stand Ins", Meiburg torna in scena con un disco che si pone in diretta continuità con Palo Santo, purnon riuscendo appieno nell'impresa di eguagliarne la straordinaria forza evocativa. Gli Shearwater di Rook suonano più radioheadiani che mai: a rivelarlo basterebbe l'intreccio di pianoforte e chitarre di "Snow Leopard", che si dipana come un "Amnesiac" apocrifo soggiogato dallo spirito della terra, con la voce di Meiburg che si fa ora sottile come quella di Thom Yorke, ora vibrante come un richiamo di battaglia. "Rooks" si presenta sin da subito come uno dei brani più memorabili del gruppo: un arpeggio carico di drammaticità, un pulsare di basso e batteria dalle scure ombre wave e un perentorio Meiburg a segnare la strada tra cori incalzanti.

Secondo Meiburg, mentre Palo Santo era come "una serie di isole, uno strano arcipelago sospeso nel mare", Rook "inizia in mare aperto e si immerge per esplorare continenti sommersi". L'ispirazione viene da una nuova spedizione nelle isole Falkland, raccontata nel breve documentario "Looking for Johnny Rook". Le ambiziose orchestrazioni di "Leviathan, Bound" e "Home Life" emergono tra pianoforte ed archi con un'eterea sinuosità degna dei Sigur Rós meno post. "On The Death Of The Waters" si leva dal brivido di un flebile sussurro per poi infrangersi contro un muro lussureggiante, mentre "Lost Boys" inizia galleggiando su nubi impalpabili e si trasforma in una marcia solenne che chiama a raccolta il popolo dei cieli.
"Volevo che non si sapesse in che direzione vanno le canzoni", spiega Meiburg. "Alcune si interrompono molto bruscamente, altre proseguono ancora e ancora. Volevo che non ci fosse nessun senso di sicurezza su quello che accadrà nella canzone successiva". Dal tenue arpeggio acustico alla Bon Iver di "I Was A Cloud" si passa così alle chitarre robuste e taglienti di "Century Eyes", con un ritmo deciso a sostenere il tono imperioso di Meiburg.

È la voce di una natura moribonda a parlare attraverso la musica degli Shearwater: un'arca che naufraga tra le onde, le fauci di un leviatano, una migrazione silenziosa. Stridori, riverberi ed echi di un mondo sul punto di spezzarsi, come quelli che dominano il fluttuante strumentale "South Col". È un ammonimento al genere umano: "You were not the first to arrive / And will not be the last to survive".
I chiaroscuri pianistici dell'epilogo di "The Hunter's Star" si annunciano così come un rarefatto requiem per la terra che conosciamo, con Meiburg a tessere il suo struggente addio tra le coloriture degli archi: "Nemmeno un bambino / Si sveglia alla luce di un sole che diviene scarlatto / Come un pettirosso / E nemmeno una leonessa / Sale sull'ultimo, grande scafo / Sulle onde / Che chiude / Un mondo / Che non ritornerà mai più / E nemmeno un suono sfugge / Dalla notte che giunge".

A fare da corollario all'album, alla fine del 2008 gli Shearwater presentano l'Ep The Snow Leopard, che - accanto all'inedita "North Col" e ad alcuni episodi dal vivo - inanella alcune significative cover, da "So Bad" di Baby Dee alla classica murder ballad "Henry Lee". Ancora più emblematica, però, è l'interpretazione dal vivo di "The Rainbow" dei Talk Talk, offerta come b-side del singolo "Rooks": "molti musicisti che ho incontrato amano gli ultimi album dei Talk Talk", nota Meiburg, "ma non mi viene in mente nessuno che abbia provato a interpretare una di quelle canzoni. Hanno in sé qualcosa di incredibilmente complesso e stratificato, ma anche capace di crescere seguendo le leggi della natura".

"Running from a rising tide"

The Golden ArchipelagoIl percorso intrapreso dagli Shearwater con Palo Santo e Rook giunge a compimento nel 2010 con The Golden Archipelago: una trilogia incentrata sul rapporto tra l'uomo e l'ambiente, sul punto di non ritorno cui sembra essere ormai prossima la razza umana. L'ultimo capitolo del trittico cresce in ambizione e solennità, aprendosi ad una sintesi maggiormente accessibile che in passato: ma, rispetto agli episodi precedenti, stavolta l'anima sembra rimanere offuscata in parte dalla cornice.
È l'eco di un canto antico a introdurre The Golden Arcipelago: l'inno degli abitanti delle isole Bikini, prologo ideale a un concept ispirato alla vita insulare come metafora dei tempi presenti. Meiburg ne è rimasto folgorato dopo aver visto un documentario sulla popolazione di quell'atollo nel mezzo del Pacifico, costretta ad abbandonare per sempre le proprie case nel 1946 per lasciare spazio a navi da guerra ed esperimenti atomici. "È un canto di esilio, sull'impossibilità di fare ritorno alla casa da cui provieni", spiega. "Ma il suono della registrazione è gioioso: è una vittoria sulla morte e sulla distruzione". Voci perdute che trascolorano nell'intarsio trepidante di "Meridian", accompagnato dal senso di fatalità dei rintocchi di un porto lontano.

I suoni sono densi, accentuati nei passaggi più imponenti dall'incedere marziale della batteria di Thor Harris: è il caso di "Black Eyes", con il suo pianoforte martellante e il suo pulsare inquieto, o del singolo "Castaways", dove l'insinuarsi della melodia viene sferzato da flutti impetuosi. Meiburg declama veemente le proprie visioni, sacrificando le mezzetinte in nome di un affresco dai tratti marcati: nonostante la compattezza delle architetture, il confine tra teatralità e magniloquenza si assottiglia pericolosamente.
Un ribollire di percussioni accompagna gli orizzonti brumosi di "Landscape At Speed", mentre i crescendo di archi ed elettricità di "God Made Me" e "Uniforms" assumono vesti barocche, in cui non è difficile riconoscere la mano di John Congleton dei Paper Chase alla produzione. Per ritrovare gli Shearwater più fragili occorre rivolgersi al soffuso epilogo di "Missing Islands" o all'accenno di danza di "An Insular Life".
Le esplorazioni di Meiburg ai confini del mondo sono ancora una volta la trama sottesa al disco: a testimoniarlo è un ricco volume illustrato, concepito da Meiburg insieme al grafico Mark Ohe come un dossier da affiancare all'album, in cui immagini di aborigeni e progetti navali si accompagnano ad antiche mappe ed appunti di viaggio.

Lo spirito selvaggio dell'oceano sembra incombere sui brani di The Golden Archipelago: lo si intuisce aleggiare sulle ombre del sinistro carillon che punteggia "Hidden Lakes"; lo si vede emergere tra i versi di "Black Eyes" ("Look down on the rolling waves / That strike on the crumbling reef"); lo si sente rintronare tra le schegge di tempesta della roboante "Corridors".
Le acque si innalzano minacciando di inghiottire ogni cosa, la natura rivendica il possesso della terra. Meiburg non la considera una visione apocalittica: "penso che la stessa nozione di apocalisse sia un'invenzione dell'hybris umana - l'idea che quando cesseremo di esistere ogni cosa cesserà di esistere. Non riusciamo ad accettare l'idea che il mondo possa proseguire senza di noi". L'uomo si riscopre come un naufrago nel mondo che ha preteso di modellare: "un nuovo tipo di profugo", come lo definisce Meiburg nell'articolo pubblicato poco prima dell'uscita dell'album sul blog "The Huffington Post", in esilio su un pianeta che sta perdendo "la capacità di resistenza".

Alla fine del 2010, la band diffonde in formato digitale un album interamente strumentale, Shearwater Is Enron, in precedenza venduto in occasione del tour di The Golden Archipelago. Presentato dagli stessi Shearwater come "inquietante e bizzarro", il disco raccoglie una serie di improvvisazioni, rumorismi e scampoli impressionistici, compresa una selezione del set suonato dal gruppo ad Albuquerque sotto lo pseudonimo di "Enron".
A coronamento della loro "Island Arc Trilogy", nel gennaio del 2011 gli Shearwater eseguono integralmente Palo Santo, Rook e The Golden Archipelago in un torrenziale concerto di tre ore tra le mura della Central Presbyterian Church di Austin. Dell'esibizione viene realizzato (sempre in versione digitale) un estratto di dieci brani, The Island Arc Live, che spazia volutamente tra alcuni dei momenti meno noti del trittico. Dalle distorsioni di "Hail, Mary" ai litorali rocciosi di "The Hunter's Star", passando attraverso il sussurro di "I Was A Cloud" e i tratti fiabeschi di "Landscape At Speed", la raccolta mostra il lato più spigoloso e meno accomodante del gruppo.

"Pull you over the line"

Animal Joy"L'uomo, con tutte le sue nobili qualità, porta ancora nella sua struttura lo stampo indelebile della sua umile origine", ammoniva Charles Darwin. Un marchio primordiale che reclama il suo primato attraverso la catena evolutiva. Gli Shearwater ripartono dall'essenza animale che scorre nel nostro sangue, per inaugurare nel 2012 il nuovo capitolo della loro avventura. Dopo avere esplorato i fragili equilibri della natura nella loro "Island Arc Trilogy", Jonathan Meiburg e soci rivolgono lo sguardo a quella strana e terribile creatura chiamata uomo. E per farlo decidono di addentrarsi nei suoi istinti più ancestrali, alla ricerca della pura e semplice gioia animale.
Le ambizioni barocche di The Golden Archipelago lasciano così il posto in Animal Joy a un suono più muscolare e diretto, ideale per sugellare il passaggio a un'etichetta dalla vocazione rock e dall'ampia visibilità come la Sub Pop. La parabola, paradossalmente, non appare troppo distante da quella dei vecchi sodali Okkervil River e del loro ultimo "I Am Very Far": perché la zampata, anche in questo caso, manca degli artigli più autentici.

"Volevo che questo disco avesse un corpo, non soltanto un cervello", spiega Meiburg. "Sentivo di avere raggiunto il limite di un certo tipo di approccio e volevo tentare qualcosa di diverso. Non volevo un'ampia e grandiosa atmosfera orchestrale, ma qualcosa di polveroso e terrigno". I contorni si fanno più netti, la voce tende ad appiattirsi su un registro enfatico e le geometrie lineari dei riff, da "Breaking The Yearlings" a "Immaculate", sembrano inseguire il canone alt-rock dei National. Non a caso, al mixer c'è Peter Katis, produttore di "Boxer" e collaboratore praticamente fisso della band di Matt Berninger.
Il respiro del disco, però, stenta ad andare oltre la superficie. Colpa del desiderio di ritrovare la pulsione dell'istinto? Meiburg non se ne cura e va alla caccia del lato meno addomesticato dell'animo in "Animal Life": "Searching at the light's perimeter/ The half-remembered wild interior / Of an animal life".
"Gli animali si trovano esattamente dove sono, qualunque cosa stiano facendo in quel momento", riflette il leader degli Shearwater. "La naturalezza della loro presenza è qualcosa che adoro contemplare". Vivere totalmente immersi nell'istante. Anche quando significa rinunciare alle certezze e affrontare un viaggio sulle orme degli orizzonti selvaggi di "Into The Wild": "You could run in the blood of the sun's hard rays/ You could drive the mountains down into the bay/ Or go back to the east where it's all so civilized/ Where I was born to life". Meiburg non ha dubbi sulla via da prendere: "I am leaving the life", proclama sullo slancio finale di "You As You Were". A volte, però, è la strada più facile. E non è necessariamente quella che porta più lontano.

Alla fine del 2013, gli Shearwater pubblicano una raccolta di cover dalla filosofia atipica, intitolata Fellow Travelers e tutta dedicata alla rilettura di brani di artisti che hanno condiviso il palco con la band. “Reimmaginare e rinnovare canzoni dei gruppi con cui siamo stati in tour è stato come sfogliare un blocco di appunti, ci ha fatto ricordare tutti gli alti e i bassi di un decennio di concerti”, racconta Meiburg. Per questo, gli Shearwater decidono di coinvolgere direttamente nel progetto anche i loro compagni di viaggio, chiedendo a ciascuno di partecipare alla reinterpretazione di un brano altrui.
Da questa suggestiva idea di condivisione trasversale tra artisti nasce un disco forse meno audace di quanto si potesse immaginare, ma comunque solido e coerente nel suo impianto complessivo. Gli Shearwater proseguono nei toni di Animal Joy per gli episodi di impatto più immediato del disco: una “Natural One” dei Folk Implosion sin troppo aderente all’originale e una robusta “I Luv The Valley OH!” degli Xiu Xiu di Jamie Stewart (con cui Meiburg aveva già dato vita in passato al progetto parallelo Blue Water White Death).
La metamorfosi più sorprendente è invece quella di “Hurts Like Heaven” dei Coldplay, che si spoglia degli orpelli pop di “Mylo Xyloto” per affidarsi a un pianoforte che porta impresso più che mai il marchio Shearwater. Quanto alle collaborazioni, a farsi notare è soprattutto quella con i Clinic in “Fucked Up Life” dei Baptist Generals, che si riveste di pennellate d’organo, interferenze sintetiche e accenti di drum machine.
Fellow Travelers resta comunque un progetto rivolto principalmente ai fan, in cui l’unico brano autografo è il bozzetto acustico “A Wake For The Minotaur”, con il sussurro di Sharon Van Etten (già tour manager del gruppo) ad affiancare la voce di Meiburg.

Attraverso il loro viaggio, gli Shearwater hanno conquistato un'inconfondibile cifra stilistica, affrancandosi progressivamente dall'eredità degli Okkervil River. Come in una fantasia di Jules Verne, continuano ad avventurarsi alla ricerca della loro personale isola misteriosa: il luogo in cui uomo e natura possono sperare di ritrovare l'armonia. Il sogno di Jonathan Meiburg è quello di poter approdare un giorno a quella terra, invitando gli abitanti a raccogliersi intorno alla sua musica. Una stanza sarebbe sufficiente per ospitare tutti, e sarebbe come racchiudere l'oceano in una conchiglia.

Shearwater

Il cantico delle creature

di Gabriele Benzing

È la voce di una natura sul baratro, il canto di un'apocalisse incombente: nella musica degli Shearwater il creato si leva per rendere partecipi del suo grido di dolore e di speranza. Nata da una costola degli Okkervil River, la band di Austin ha saputo conquistare progressivamente un'inconfondibile personalità, alternando rarefatti paesaggi e vibranti ardori sotto la guida dello slancio ..
Shearwater
Discografia
 The Dissolving Room (Grey Flat, 2001)

6,5

 Everybody Makes Mistakes (Misra, 2002)

6,5

 Winged Life (Misra, 2004)

7

 Thieves (Ep, Misra, 2005)

6,5

Palo Santo (Misra, 2006)

7,5

 Rook (Matador, 2008)

7

 The Snow Leopard (Ep, Matador, 2008)

6,5

 The Golden Archipelago (Matador, 2010)

7

 Shearwater Is Enron (self released, 2010)

6

 The Island Arc Live (self released, 2011) 

6,5

 Animal Joy (Sub Pop, 2012) 

6,5

 Fellow Travelers (Sub Pop, 2013)

6,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Shearwater su OndaRock
Recensioni

SHEARWATER

Fellow Travelers

(2013 - Sub Pop)
Una raccolta di cover dedicata ai propri compagni di tour per Meiburg e soci

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Animal Joy

(2012 - Sub Pop)
Gli Shearwater si accasano alla Sub Pop e sfornano il loro disco pił muscolare

SHEARWATER

The Golden Archipelago

(2010 - Matador)

Meiburg e soci portano a compimento la trilogia iniziata con "Palo Santo"

SHEARWATER

Rook

(2008 - Matador)
Eterei e apocalittici, gli Shearwater giungono al quinto album

SHEARWATER

Palo Santo

(2006 - Misra / Fargo)

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