Shellac

Un'esplosione controllata

di Tobia D’Onofrio

Tornati l'anno scorso, dopo un silenzio lungo sette anni, gli Shellac sono il terzo capitolo della saga di Steve Albini, guru del rock alternativo statunitense e già leader di Big Black e Rapeman. E' il progetto che ha traghettato l'Albini-sound verso le derive post-math-rock. Calcolo numerico che dà vita a geometrie spigolose e avveniristiche. Scenari apocalittici, rumorosi, mozzafiato, che uniscono cervellosità tecnica e furia hardcore

Magro, derelitto, occhialuto, sgraziato, Steve Albini è una delle figure decisive del panorama rock alternativo degli ultimi due decenni.
Nato nel 1962 a Pasadena, in California, da immigrati torinesi, si trasferisce praticamente dalla parte opposta dell'America, a Chicago, dove, tra i 18 e i 20 anni, lavora come critico musicale e frequenta l'underground hardcore e noise della città. Proporzionalmente alle crescenti disponibilità e capacità, diviene il protettore di decine di gruppi sconosciuti ed estremi, concedendosi saltuariamente per rimpinguare un po' il portafogli-produzioni (relativamente) destinate al grande pubblico.

Con Big Black e Rapeman, Albini incarna due delle esperienze più "estreme" degli anni 80. I suoni sono sintetici e distorti, sgradevoli, anti-melodoci, sofferenti e apatici al contempo. E i testi sono di un iperrealismo che finisce per venir trasfigurato da eccesso di nausea. La sua è una metafisica della nausea e dello schifo, una "estetica del brutto" che di tanto in tanto si ricorda di rievocare il bello (un riff, un cenno di melodia), ma solo per poterne renderne più disperata e lancinante la sua sommersione e il suo soffocamento nella matassa della bruta realtà.
Chiuse queste due incendiarie avventure, Albini si ritira dalle scene per cinque anni, limitandosi al suo lavoro di produttore. Un gesto simbolico, in segno di protesta contro l'industria discografica. Quando si ripresenta, nel 1994, è alla guida di un nuovo gruppo. E per il rock americano è ancora uno shock.

Albini forma Shellac (o Shellac of North America) assieme a Todd Trainer e Bob Weston entrando a far parte del corteo che un anno dopo sarà battezzato post-rock. Come se non bastasse, il titolo di pionieri, a fine anni 90 la critica li collocherà fra gli inventori di una deriva del post-rock stesso: il math-rock. Ascoltando gli antesignani Shellac, Don Caballero, o i primi June Of '44, risulta chiara la definizione di genere. Rock matematico, calcolo numerico che dà vita a geometrie ben definite, spesso spigolose; vortici di chitarra, basso e batteria si arrampicano e si sovrappongono in imponenti impalcature, si reimpastano obbedendo a sbalzi di tensione nervosa che nel caos animano rigorose architetture, disegnano scenari spesso apocalittici, rumorosi, mozzafiato o confezionano stralci di melodie angolari. Requisiti fondamentali: una tecnica e una cervellosità che rimandano al progressive e ai King Crimson, ma che sposano una estetica post-hardcore o noise, attingendo da band come Minutemen, Black Flag, Big Black (dello stesso Albini), Bitch Magnet e Bastro (entrambi di David Grubbs). Il math-rock, forse più del post-rock, conta su sezioni ritmiche sovrabbondanti e come il post-rock usa poco e niente la voce.

Ma torniamo a Shellac, un trio che suona noise da cartavetro. La peculiarità è lo stile di Albini, il noise scarno, abrasivo e percussivo della sua chitarra. Una vera e propria scuola di ritmica minimale che contrasta coi virtuosismi di Don Caballero, ma è espressione di perfezione tecnica. Albini è sinonimo di cieca passione per l’analogico, di amore spassionato per la grezza semplicità, e di culto feticistico per la registrazione in presa diretta.
Shellac è tra i primi a schierarsi politicamente contro il supporto cd, subordinandolo a 180 grammi di solido vinile vergine. Gli album, tutti registrati live in studio, dimostrano le incredibili doti di regista di Steve, che conduce con carisma gli psicodrammi, su una sezione ritmica che è un macigno, raramente pacata nei toni. Predilige chitarre Travis Beans, usa plettri di rame, e assieme a Weston (produttore di Sebadoh, June Of '44) cura meticolosamente l’ingegneria del suono.

Lo stile di Albini è tuttora una firma inconfondibile. Icona vivente, il genio californiano non solo ha scritto la storia dell’avanguardia 80-90, ma ha prepotentemente influenzato l’intera scena rock, producendo o registrando gruppi storici degli ultimi vent’anni: gli stessi Slint, Dirty Tree, Neurosis, Fugazi, Pixies, i Nirvana di "In Utero", la prima PJ Harvey, Uzeda, Jesus Lizard e l'ultima Joanna Newsom.

ShellacCon Shellac, in fase di registrazione, Albini crea devastanti e claustrofobici muri di dissonanze, raffiche taglienti di chitarre suonate come martelli pneumatici. Atmosfere cupe, deserti paranoici, scosse nervose al limite dell’epilettico, micidiali riff come lame che gambizzano con furia cieca da maniaco omicida, impennate schizofreniche e primordiali eruzioni sismiche.
Sgraziato come un elefante, pesante come i primi Helmet (seppur in una veste ancor più asettica e senza le dinamiche proprie di questi ultimi), il trio violenta letteralmente gli strumenti, piegandoli alla malattia ritmico-rumorista. Rispetto ai precedenti progetti, Shellac rappresenta un grosso passo avanti. La furia noise sembra compressa; le chitarre, più mature, utilizzate come percussioni, disegnano con basso e batteria (anch’essi firmati a sangue nello stile di Albini) atmosfere ossessive e schizoidi, questa volta all’insegna di un’estrema essenzialità, ripulita con maniacale precisione chirurgica.
Albini fa di tutto per suonare la chitarra con un dito, e possibilmente con un solo tasto, e ottiene un suono tanto scarno, elementare e asciutto, quanto abrasivo e palpabile. Un pugno in faccia. Il sound apparentemente asettico è frutto di calcoli precisi, nella scelta della strumentazione, nella costruzione delle geometrie e nell’enfasi dell’esecuzione immortalata dal vivo. I dischi di Shellac trasudano un realismo strumentale che puzza di concerto.
Il dark-humour di Albini trova la sua definitiva coronazione. Si percepisce dai titoli e dai testi, meno perversi, talvolta racconti di vita comune, concentrati su emozioni, comportamenti e verità universali, ogni tanto impegnati, altre volte ironicamente parodistici, sempre violentemente aggressivi. "This is a sad fucking song, we’ll be lucky if I don’t burst out crying". "Squirrel song". Il cantato, che prima consisteva in rantoli e urla selvagge, con Shellac (in particolare nel secondo album) si fa meno violento, più espressionista e abbozza perfino melodie.

Shellac esordisce con tre 7"in vinile. The Rude Gesture - A Pictorial History (1993, Touch & Go): accattivante giro di basso, feedback di chitarra ed esplosione nervosa finale. Strofe quasi melodiche e incedere noise, un’alternanza di pieni e vuoti; "Rambler Song" è urlata e fragorosa come i primi Helmet; "Billiard Player Song" è un’imponente architettura di nervi, singhiozzi, giri ipnotici e un Albini quasi malinconico.
Uranus è "Shellac Record#2" (1993, Touch & Go): se "Doris" è ancora un pezzo noise, "Wingwalker" è puro frastuono; dissonanze e schegge isteriche seguono il basso martellante in un caos controllato di violenza repressa. Due dischi indispensabili, introducono il sound che verrà codificato sul capolavoro At Action Park. Il terzo 7", The Bird is The Most Popular Finger (1994, Drug City), anticipa l’album: "XVI" è praticamente la versione demo di "Pull The Cup"; "Admiral Song" è una version di "The Admiral".

Finalmente esce At Action Park (1994, Touch & Go), il manifesto della band. Come accadeva in "Billiard Player Song", Albini durante i primi secondi di "My Black Ass" stupra la chitarra senza pietà; sembra un folle invasato che segue una ritmica impossibile; in realtà gli spasmi chitarristici calzano perfettamente sulle entrate di basso e batteria. Da subito viene presentata la sintesi di questo gioiello: i continui dialoghi fra i tre musicisti e i passaggi tanto essenziali, quanto imprevedibili; i crescendo emozionali sono addizioni e sottrazioni di strumenti, pieni e vuoti che si alternano, raffiche che si dimezzano, si triplicano e così via. Per quanto rudimentali, i fraseggi e le apparenti improvvisazioni di queste tracce, restano scolpiti nella memoria, completi, immortalati nella loro perfezione.
Nessuna sbavatura andrebbe modificata: in una scarna geometria dell’inedificabile, Albini & co. sono funamboli di un nuovo linguaggio morse; stralciano i vecchi dizionari del rock, per codificare il loro gergo primordiale. "Pull The Cup" gioca botta e risposta chitarra-batteria, poi lascia intravedere delle note. Il tribalismo di "Crow" è un crescendo emozionale costruito sul dialogo chitarra-batteria-voce. Un delirio schizoide viene inscatolato in "Song Of The Minerals". "A Minute" è un concentrato di violenza post-hardcore. "The Idea Of North" è una perla atmosferica e melodica, sussurrata impercettibilmente da un Albini istrionico. In chiusura "Il Porno Star" tossisce una batteria su quattro pennate di chitarra (sempre uguali), per poi agganciare il ritmo su un giro orientaleggiante; una lunga improvvisazione schizofrenica conclude uno dei capolavori assoluti del rock anni 90.
Dopo un simile album, l’attesa sembra interminabile.

Live in Tokyo (1994, Nux Organization) esce solo in Giappone a documento di un concerto del 1993, Billiardspielerlied/Mantel (1995, Ubershall Records) 7" vinile, 95 Jailbrake (1995, Skin Graft) è un pezzo su doppio 7" AC/DC Tribute, "Copper Song" appare sulla compilation "Ground Rule" (1995, Actionboy/Divot Records), "Killers" sulla compilation "Lounge Ax" (1996, Touch & Go), "The Futurist/Movement" (1997, edizione privata), vinile in 779 copie destinate ad amici di Albini (tutti citati in copertina) è noise in dieci movimenti, accompagnamento per un corpo di ballo canadese; un colto esperimento sorprendentemente ricco di campionamenti. The Soul Sound Single (1997, Touch & Go) è un 7" split con i Mule.

ShellacIl successivo album Terraform (1998, Touch & Go) parte in sordina con due note di basso che vorrebbero, forse, tenerci ancora sulle spine; Albini tesse prima semi-melodie vocali, poi una leggera linea di chitarra. Quando crediamo che si sia incantato il disco, la furia noise esplode sferragliando. "Disgrace" è grandiosa: due note slide di basso fanno da altalena alle ritmiche bordate chitarristiche.
Fra echi post-hardcore dei primi Slint ("This Is A Picture"), una inusuale regolarità quasi blues-stoner ("Canada"), la furia in pillole trascinata da una singhiozzante batteria ("Mouthpiece") e passaggi ultra-cervellotici che abbracciano sonorità alla Fugazi ("Rush Job"), arriviamo a "House Full Of Garbage". La recitazione di Steve, teatrale più che mai, conquista il centro della scena, i rumori passano in secondo piano e il doloroso tormento termina incompiuto senza raffiche violente. Avremo soltanto il tempo di ascoltare l'allegra cavalcata punk di "Copper", che per la prima volta vede Albini alle prese con un vero cantato.
Anche se meno compatto e devastante del suo predecessore, Terraform ha un grande pregio: quello di spingere oltre le sonorità codificate in At Action Park, aggiungendo nuove sfumature stilistiche e tentando persino di coniare una nuova forma di canzone.

1000 Hurts (2000, Touch & Go) da una parte riprende la ricerca di Terraform, dall’altra spinge la sperimentazione avanguardistico-matematica di Shellac. Mancano l’urgenza espressiva e la comunicatività viscerale dei primi lavori. A volte la band sembra intenta a cercare l’originalità in soluzioni numeriche fini a se stesse, a scapito di un’emotività che risulta fredda e distaccata. Ancora si cerca una nuova forma di canzone con Albini più melodico che mai. Riesce meglio in "Prayer To God", "Ghosts", "Song Against Itself" e "Squirrel Song", mentre in chiusura "Watch Song" è degna di At Action Park.

Agostino è il lato A di un 7" split con i Caesar (2001, Barbaraal), stampato per l’Olanda in 1200 copie insieme al fumetto "Sex, Drugs and Strips" di Barbara Stok.
"Steady As She Goes" (live) figura sul Dvd compilation "Burn To Shine 2" (2005, Trixie Dvd).

Dopo sette lunghi anni, il nuovo album Excellent Italian Greyhound (2007, Touch & Go) giunge quasi inaspettato. Senza preavviso te lo ritrovi tra le mani, zero promozione, zero pubblicità, di video o passaggi in tv neanche a parlarne. E in tutto questo tempo cosa è cambiato per gli Shellac? Nulla. Il sound asciutto ed essenziale che rimarca gli spazi fisici tra gli strumenti è sempre lo stesso, il basso sfondapavimenti, la batteria secca e la chitarra tagliente sono restati quelli, stilisticamente poi sono rimasti impermeabili a qualsiasi cosa sia capitata negli ultimi sette anni. Va anche detto che Weston, Trainer e Albini non vivono di Shellac, hanno i rispettivi lavori, provano, registrano e vanno in tour quando hanno tempo soldi e ferie. Dal loro punto di vista, se non si ha fretta, sette anni non sono neanche un’infinità.
Nel rispetto della tradizione, l’album si apre col botto, "The End Of The Radio" è un ipnotico giro armonico sul quale Albini, in qualità di ultimo dj e ultimo uomo sulla terra, conduce l’ultima trasmissione. Nessuna anima viva all’ascolto, nessuna dedica, nessun sponsor, solo l’ultimo annuncio e l’ultimo disco prima di staccare la corrente. Il resto del disco si posiziona sulle note coordinate del gruppo, "Kittypant" e "Paco" sono due strumentali, il primo più rilassato, l’altro più teso, "Steady As She Goes", "Boycott" e "Spoke" sono pezzi più tirati, "Be Prepared" ed "Elephant" i classici mid-tempo. Discorso a sé per "Genuine Lullabelle", lungo brano caratterizzato da diversi momenti di silenzio e da una parte centrale esclusivamente recitata.
In conclusione, con Excellent Italian Greyhound gli Shellac non riservano sorprese, offrono conferme, ed è essenzialmente quello che viene richiesto loro di fare.

Sette anni dopo, l'inaspettato ritorno. Certi momenti di Dude Incredible (2014) non sono nemmeno troppo distanti dal loro lascito più radicale, l'introvabile Lp “The Futurist”, dove la trance ripetitiva raggiungeva il suo limite ultimo. Siamo qui di fronte all'ennesimo compendio di geometrie perfette, un nuovo sogno proibito per l'ossessivo-compulsivo che c'è in noi – e non a caso “Compliant” parla proprio di questo disturbo. Nove tracce, mezz'ora di interplay algido e serrato, nulla più di quel che avremmo potuto chiedere. I nostri rimettono a lucido la loro estetica del nervosismo e del riduzionismo hardcore, piazzando in sequenza tracce perlopiù brevi, dirette e auto-esplicative (unica eccezione la cadenzata “Gary”).
Si apre con una title track al vetriolo che da sola vale il carico di attese che la precedevano: capolavoro di intrecci e riff all'unisono ma, stranamente, uno dei pochi episodi in cui i tre strumenti hanno esattamente lo stesso peso, mentre altrove sembra avere la meglio il basso di Weston. In “Riding Bikes” giocano addirittura a ruoli invertiti, con lo stoppato della chitarra che funge da metronomo per le digressioni melodiche del basso.
Uno pseudo-tema ricorrente è, curiosamente, quello degli agrimensori (surveyors): il frontman spiega che molti dei padri fondatori d'America svolgevan le misurazioni dei terreni statali per delimitare i confini proprietari, mentre oggi il termine “surveyor” ha assunto un significato più sinistramente orwelliano, riconducibile a strumenti robotici programmati per controllare dall'alto le persone. Per il resto trovano spazio varie invettive lampo, ridotte a telegrammi sprezzanti sul vandalismo, le dinamiche di gruppo e i rapporti sessuali. Particolarmente efficace il rimando sinestetico di “The People's Microphone”, instrumental ottuso e spigoloso che fa riferimento alle manifestazioni di “Occupy Wall Street” (et similia) e alla contestuale invenzione di un megafono umano per diffondere messaggi tra la folla.
Gli stop netti e ingannevoli – quintessenza dell'arte sincopale – il martellare nitido della batteria, l'asciuttezza di ogni singolo passaggio confermano che, a 20 anni dal debutto, la rabbia impetuosa e strenuamente pointless degli Shellac non è calata di un grammo. Vi pare poco? Dude, incredible.

Partito dalle viscere dell’underground anni 80, Steve Albini è approdato a un nuovo modello di rock, utilizzando nuovi codici e colori, ma soprattutto ha dimostrato di aver spalancato le porte dell’avanguardia e di aver influenzato in maniera originale e definitiva la scena indie di tutto il mondo, al di fuori delle macchinazioni imposte dall’industria discografica.

Contributi di Tommaso Franci, Andrea De Pellegrin e Michele Palozzo

Shellac

Un'esplosione controllata

di Tobia D’Onofrio

Tornati l'anno scorso, dopo un silenzio lungo sette anni, gli Shellac sono il terzo capitolo della saga di Steve Albini, guru del rock alternativo statunitense e già leader di Big Black e Rapeman. E' il progetto che ha traghettato l'Albini-sound verso le derive post-math-rock. Calcolo numerico che dà vita a geometrie spigolose e avveniristiche. Scenari apocalittici, rumorosi, mozzafiato, ..
Shellac
Discografia
 Album  
   
At Action Park (Touch&Go, 1994)

9

 Live in Tokyo (1994, Nux Organization)

7

Terraform (Touch&Go, 1998)

8

 1000 Hurts (Touch&Go, 2000)

6,5

 Excellent Italian Greyhound (Touch&Go, 2007)

7

Dude Incredible (Touch and Go, 2014)

7,5

   
 Ep e compilation  
   
 The Rude Gesture: A Pictorial History (Touch&Go, 1993)

7

 Uranus (Touch&Go, 1993)

7

 The Bird Is The Most Popular Finger (Drag City, 1994) 
 Billiardspielerlied/Mantel (Überschall Records, 1995) 
 Agostino (Barbaraal, 2001)

7

 95 Jailbreak (Skin Graft, 1995) 
 The Soul Sound Single (con i Mule, Touch&Go, 1997) 
 Peel Sessions (2004) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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