Silencers

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Cavalieri scozzesi in cerca del suono globale

di Guido Gherardi

Fenomeno ai margini dello star system, i Silencers hanno condotto, dietro il paravento della tradizionale “forma-canzone”, una ricca esplorazione musicale all’insegna di un delicato eclettismo tra blues, folk, pop ed elettronica
La storia del rock non è composta solo dai nomi altisonanti dei suoi principali protagonisti, ma anche dalle tortuose vicissitudini di chi ha faticato non poco per guadagnarsi qualche riflettore, seminando tuttavia qua e là lungo il proprio percorso, con modestia e caparbietà, piccoli gioielli di prezioso valore che oggi varrebbe la pena riscoprire. Gli scozzesi Silencers ne forniscono un esempio significativo. Inizialmente costituiti da Jimme O'Neill, Cha Burns, Martin Hanlin e Joe Donnelly, potrebbero in realtà essere quasi interamente ricondotti alla sola figura di O’Neill. Sarà lui infatti a portare avanti negli anni con estrema tenacia il progetto, affrontando di volta in volta defezioni, conseguenti cambi di formazione, avvicendamenti di etichette discografiche e ricerca di sempre più impervi finanziamenti economici.
La loro nascita, datata 1985, si deve alla fuoriuscita di O’Neill e Burns da una band precedente, i Fingerprintz. A quell’epoca non era ancora ben chiaro quale via maestra la musica avrebbe preso negli anni a venire, e il cammino imbroccato dai Silencers, sommariamente riassumibile come un originale tentativo di connubio tra blues, folk, ed elettronica synth-pop, non fu probabilmente la scelta più giusta sul piano commerciale, né tantomeno sufficientemente drastica su quello stilistico da fornire al gruppo un connotato immediatamente distinguibile, e tuttavia fruttò alcuni episodi particolarmente felici ingiustamente ignorati o in larga parte attualmente dimenticati.

A chi oggi in barba al destino avverso si (ri)mettesse volenterosamente al loro ascolto, dedicando attenzione anche ai contenuti trattati oltreché all’aspetto musicale, potrebbe risultare sorprendente il ricorrente affiorare di argomenti di carattere mistico-religioso ed epico-cavalleresco. Questi due aspetti si fondono in realtà nel tema della perenne lotta del bene contro il male, in una costante e fremente tensione per l’agognata vittoria dell’amore e della giustizia contro l’odio e l’ingiustizia. Non si tratta tuttavia di un fenomeno isolato, ma riguarda per lo meno altre due altre band geograficamente e temporalmente assai vicine ai Silencers: gli U2 e i Simple Minds. Celebre manifesto ne divenne infatti la tanto osannata "Pride (In The Name Of Love)" degli U2, quegli stessi che nel pieno del fervore mistico di “In God’s Country” dichiaravano di essere niente meno che “bruciati dal fuoco dell’amore”. I Simple Minds, dal loro canto, lanciarono la propria benedizione urbis et orbis con il tormentone di “Let There Be Love”, auspicando la conquista definitiva del mondo da parte dell’amore (“Love will conquer anything”, cantava Kerr). Vale la pena specificarlo, non si tratta del sentimento mellifluo ad alto tasso glicemico propinatoci per endovena dallo sfinente riciclaggio monotematico compiuto dalla canzone melodica italiana, con la sua spicciola fenomenologia del rapporto di coppia isolata ermeticamente e morbosamente da ogni stimolo proveniente dall’esterno. Tutt’altro. Stiamo qui parlando dell’amore quale principio cosmico universale, nelle cui schiere si può essere ben disposti a combattere. Così testimoniarono i Simple Minds, dando alle stampe due anni dopo l’uscita del primo album dei Silencers il loro “Street Fighting Years”.
Questa vocazione cavalleresca condivisa a vario modo dalle tre band proveniva probabilmente dai retaggi della tradizione cortese delle isole britanniche, ma veniva riattualizzata dalla situazione politica vissuta in quegli anni: tre paesi (Inghilterra, Scozia e Irlanda) destinati a una coesistenza spesso non facile, con l’Ira irlandese che colpiva ancora duro e il mai del tutto sopito nazionalismo scozzese non ancora compiaciuto dall’istituzione di un parlamento autonomo da parte dell’autoctono Blair all’indomani dell’elezione a primo ministro (e che comunque non fu sufficiente a evitare il referendum indipendentista del 2014). Ed ecco perciò le nostre due band scozzesi guardare con particolare empatia alle vicine drammatiche vicende irlandesi: pertanto la “Sunday Bloody Sunday” degli U2 trova un corrispettivo nella “Belfast Child” dei Simple Minds degli anni della loro “lotta di strada” e nella “Bullet Proof Heart” dei Silencers (il cognome del cui leader, O’Neill, potrebbe anche tradire in realtà un’origine irlandese).
In tale situazione di attrito politico, i radicati nazionalismi non esitavano ad ancorarsi al pretesto di tre differenti interpretazioni di una stessa fede religiosa: la religione dell’amore per il prossimo, che avrebbe dovuto solamente unire, finiva così anche drammaticamente per dividere. Non a caso O’Neill dovette fare i conti con la propria vocazione cortese affrontando il tema della strumentalizzazione della religione a fini bellici per obiettivi di carattere temporale.
Nei Silencers, tuttavia, è presente un importante segno distintivo, che li differenzia non solamente dalle due band già ricordate, ma dal generale panorama musicale: in loro il tema del sacro assurge a una dimensione insolitamente globale, travalicando le ristrette frontiere locali e afferendo con disinvoltura ad ambiti religiosi geograficamente assai distanti.

Lesordio: i primi tentativi di riempire il silenzio

Fatta questa doverosa introduzione di carattere generale, possiamo ora inoltrarci nell’ascolto dettagliato della loro discografia.
La loro opera prima, A Letter From St. Paul, è del 1987, e a questo punto forse non stupirà più la peculiarità del titolo. Durante l’ascolto si avverte una certa aria di familiarità ed è forse proprio un merito dell’album quello di sintetizzare così compiutamente l’“essenza” musicale di quel luogo e di quel periodo. Certi paragoni proposti a suo tempo con i Big Country (diremmo ad esempio quelli di “In A Big Country”) sono probabilmente azzeccati, ma ci viene di nuovo da pensare naturalmente anche ai Simple Minds per l’impostazione epica del suono. In effetti qualcosa di particolarmente affine si può trovare per esempio nei sordi accordi per chitarre dilatati dell’intro di “Once Upon A Time”; tuttavia la band di Jim Kerr in quel periodo era nel complesso così fortemente segnata dall’uso delle tastiere e dell’elettronica synth da avere nella sostanza non molto a che spartire con le compatte pareti disegnate dalle fastose chitarre di A Letter From St. Paul. Nel complesso si tratta piuttosto dell’“altro versante della new wave”, quello che si affidava primariamente agli strumenti a corda, come ad esempio i primi U2. Sono infatti le chitarre le grandi protagoniste del debutto dei Silencers, nella loro essenziale monumentalità e sontuosità armonica.
La prima traccia dell’album, “Painted Moon”, è una perfetta carta da visita per il gruppo, perché ci rivela immediatamente la pervasiva ambiguità che lo caratterizzerà costantemente: melodie semplici, leggere e immediate diluite in consistenti intermezzi strumentali, sì da creare brani piuttosto lunghi e rifiniti da un’attenzione altissima per le sonorità impiegate. Parliamo di “ambiguità”, giacché una band di questo tipo si scontra immediatamente contro uno scoglio inevitabile: può suonare troppo semplice per l’ascoltatore dalle elevate pretese, e al contempo troppo pretenziosa per quello dalle basse aspettative, incontrando così non poche difficoltà a identificare un proprio pubblico di fedeli ascoltatori.
In ogni caso, sono e saranno sempre le sonorità raffinate la carta vincente dei Silencers, che riusciranno a risollevare le sorti delle loro canzoni anche quando le melodie risulteranno troppo deboli.
Questo però non esclude che ogni tanto appaia la canzone perfetta sotto tutti i punti di vista. In questo album di debutto è soprattutto il caso di “I See Red”, brano che cattura sin dal primo ascolto, con la sua scattante linea melodica energicamente frizzante e la dirompente giovanile interpretazione vocale “soft-punk” di O’Neill.
Con un tale asso nella manica si sarebbe potuto pensare che il gruppo sarebbe andato molto lontano. Purtroppo le cose non andarono esattamente in questo modo, tantomeno le censure imposte della radio inglese per via di scomodi riferimenti all’uso di sostanze stupefacenti aiutarono la diffusione del brano presso il grande pubblico.
L’altra traccia di spicco è la title track, e non a caso, considerato che si tratta di un brano strumentale (è proprio un peccato che i Silencers, con il loro innato istinto per le strumentazioni, non ne abbiano realizzati di più di brani di questo tipo, rimanendo invece sempre così perdutamente attratti dalla più immediata forma-canzone di facile ascolto). Il brano suona ancor oggi piuttosto misterioso, magico, affascinante, e utilizza al meglio quelle chitarre epiche omogeneamente impiegate nell’album il cui segnale sembra sempre provenire “da lontano”. Tale senso di lontananza viene qui incrementato dall’“effetto-morse” impiegato per dare ossatura ritmica alla composizione e che sembrerebbe alludere a un inconsueto metodo di trasmissione della lettera paolina.
Risulta relativamente interessante anche “Possessed”, dove l’arrangiamento strumentale gioca un ruolo nettamente superiore alla melodia, mentre la versione blues di “Painted Moon” dichiara già in quale direzione si muoveranno in futuro i Silencers.
Questo primo album risulta essere per certi versi veramente “silenzioso”: sono ancora molti i “vuoti” da riempire nei differenti spettri delle sonorità, e a questo sembra alludere la copertina del disco, con le piccole sagome in toni di grigio dei musicisti sospese nel nulla di un ampio sfondo bianco.

Gli anni dei fasti: lussuose produzioni e lussureggianti esplorazioni musicali

Il compito di cominciare a coprire i percorsi sonori ancora lasciati inesplorati sarà affidato al secondo album A Blues For Buddha dell’anno successivo. I Silencers non erano (inizialmente) un gruppo indipendente, ma si muovevano all’interno di una Rca che in principio credette nelle loro potenzialità, e poterono avvalersi di produttori di primo livello. Arrivò così Flood, quell’anno al top grazie ai fasti di “The Joshua Tree” degli U2, il cui talento di produttore ed ingegnere del suono gli aveva già consentito di contribuire ad alcuni capolavori di Nick Cave and the Bad Seeds. Nel corso della sua carriera si sarebbe potuto gloriare della realizzazione di vere pietre miliari degli anni ’90 (“The Downward Spiral” dei Nine Inch Nails, “Mellon Collie And The Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins), nonché nel decennio successivo di collaborare con Sigur Ros, a-ha, Editors...
In effetti, il cambiamento stilistico operato dai Silencers nell’arco di pochissimi mesi tra il primo e il secondo disco è veramente stupefacente, quasi si trattasse del passaggio dall’artigianato all’industria. Tanto per fare un paragone valido unicamente sotto questo punto di vista, ci si può ricordare del balzo vertiginoso compiuto nello stesso esiguo arco di tempo dai Joy Division nel passaggio repentino dal guitar-based sound di “Unknown Pleasures” alla densissima gamma sonora eclettica di “Closer”. E la new wave residuale del primo lavoro viene interamente superata con un drastico colpo di reni.
L’art cover del nuovo album è ancora una volta assai significativa del suo contenuto musicale: i membri della band compaiono quali minuscoli puntini a bordo immagine in riva a un mare vastissimo che si distende immensamente alle loro spalle. È il mare che produce continuamente suoni increspando le sue onde, ma è anche l’imprevedibile trasportatore di oggetti trascinati a riva dalle sue correnti provenienti dalle parti più disparate e lontane del mondo. Ed è ascoltando i suoi sussurri sorti dal silenzio e raccogliendo i gioielli luccicanti da esso portati a riva che i Silencers e Flood ottengono il caleidoscopico sfolgorio cromatico di questo lavoro.
I primi istanti di “Answer Me” servono proprio a provare e a rodare il suono, ma dopo i suoi primissimi vagiti, questo prende rapidamente dimestichezza con sé stesso e si lancia entusiasta in un’elegante e sinuosa ballata per archi, una sorta di “Raspberry Beret” di Prince, epurata però dagli elementi beatlesiani e riportata invece a una filologicamente corretta origine celtica. Le liriche cominciano già subito a introdurci ai toni cavallereschi tipici del gruppo (“Will you… sing to a God of love, fight someone else’s battles”).
Il secondo brano, “Scottish Rain”, si apre all’insegna della contemplazione acustica: immobili, i Silencers e Flood osservano i suoni sorgere dal nulla, e li lasciano liberi di comunicare tra loro e di amalgamarsi. Solo quando l’impasto è raggiunto, può avviarsi l’esile melodia cantata, che sembra però quasi un pretesto per l’ultima prova di rodaggio timbrico messa a punto nella coda strumentale che la segue.
Purtroppo, nel loro irrinunciabile equilibrismo, i Silencers non mancano fin troppo spesso di sedersi sul lato comodo e rassicurante dell’ascoltatore medio: la successiva “The Real McCoy” ha appunto questo ruolo, e, come in genere succede nel caso dei gruppi “in bilico”, sono i brani più scadenti ad assurgere al ruolo detestabile di “fan-favourite”.
La struttura della title track ci svela invece il segreto insito nel titolo dell’intero album: il blues acustico che accompagna il cantato di O’Neill cede il posto nella parte finale a un immobile suono vibrante dal sapore ambient-music, che rimanda a pagode e paesaggi mistici orientali. Il testo della canzone, che si apre in modo decisamente eloquente (“We’re running guns to a holy war, for soldiers of the soul”), intende probabilmente denunciare, in modo piuttosto originale, l’affievolirsi dei valori spirituali in un mondo sempre più materiale. L’espressione di tale contrasto non viene però questa volta affidata a una lettera paolina. In un pianeta ormai globalizzato può invece persino accadere che il “lamento” indirizzato verso il fondatore di una tradizione orientale, ma preso qui a emblema della spiritualità universale, venga espresso facendo ricorso alla forma musicale della depressione per antonomasia, il blues (“Teach our kids to sing a blues for Buddha, the dollar is our king”, recita il testo).
Puntando assai raramente al raggiungimento di un vero pathos drammatico (un’eccezione sarà “Bullet Proof Heart”), il messaggio emotivo espresso dai Silencers va letto “in astratto”, nell’idea generale che sottende alla composizione, più che nei toni concretamente espressi; nei fatti, la struttura rimane pulita e sospesa nell’aria piuttosto che gravare pesantemente nel cuore. Come d’altronde è del tutto astratto lo stesso stile blues proposto: si tratterebbe in realtà quasi di un brano folk, dove il canto dolente dei neri d’America viene reso a livello solamente stilizzato nella delicata cadenza del ritornello. Tra folk, blues e ambient-music, i Silencers realizzano qui, del tutto sommessamente e lontani da risonanti squilli di tromba, un delicato e soave esempio di fusion.
Segue poi un altro tra i brani più riusciti dell’album. Si tratta del climax di “Walk With The Night”, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per sfondare, ma che non è mai stato debitamente valorizzato: un crescendo inarrestabile che parte da un bisbigliato intimismo solitario iniziale per terminare in una solenne interpretazione di O’Neill spinta quasi alla coralità. I Coldplay avrebbero potuto fare soldi a palate con materiale di questo tipo, basti pensare alla loro fortunatissima “Fix You”; tuttavia il testo visionario e cavalleresco propostoci dai Silencers è ben altra cosa: in mezzo a minareti che risplendono di raggi elettrici, appaiono fantasmi risorti da epoche lontane su campi di battaglia notturni illuminati dalla luna.
Ma il massimo capolavoro dell’album è probabilmente “Sacred Child”, nel quale i Silencers riescono a mettere dentro veramente di tutto, in una miscela vorticosa di stili che si sprigiona senza redini. Non si tratta solo di un turbinio di stili musicali, ma anche di lingue, a loro volta suoni differenti da impastare. Si comincia con una specie di danza tribale africana, poi si alternano inglese, francese e spagnolo. Le chitarre ritmano in modo scintillante l’intero brano, e vengono deformate fin quasi a divenire archi celtici. Si tratta di uno di quei brani travolgenti e perfetti che non consentono l’immobilità a chi li ascolta. In mezzo a tante componenti sincretistiche è la ritmica inebriante delle danze celtiche a trionfare, frammista alle armoniche blues nere. Ma alla fine cosa significherà questo convulso vortice impetuoso? Forse l’esaltazione che si accende nel cuore del “guerriero d’amore”? O il ventaglio di lingue allude probabilmente al convergere delle folle internazionali negli eserciti crociati? O’Neill o i personaggi da lui interpretati si definiscono infatti “soldat d’amour”, nonché “soulful knight”, “enfant de la guerre”, “Sun child”. Eppure l’elemento nobile cavalleresco deve fare i conti con la tentazione del desiderio di conquista a scopi utilitaristici (“Et je suis le rois des voleurs”, “La tierra es nuestra. And I don’t care what you say”).

La freschezza e la fertilità ancora giovanili che caratterizzano il secondo album lasciano lo spazio a una band matura (forse a tratti anche un po’ troppo, con il rischio di scivolate nel manierismo) nel terzo lavoro, Dance To The Holy Man, del 1991. Il ballo del “Sacred Child” è divenuto ora quindi quello di un “Holy Man”. Nuovamente i Silencers riescono ad avvalersi (anche se solamente per i primi mesi di lavorazione) di un produttore di gran stazza: John Leckie (fautore del capolavoro “John Lennon And The Plastic Ono Band” di John Lennon, può vantarsi di avere prodotto anche George Harrison, Syd Barrett, Pink Floyd, Wings, Simple Minds, Radiohead, Suede, New Order... e scusate se è poco).
I “Silenziosi” aprono quindi le loro danze “adulte” con un inizio album che più travolgente di così non si può. Il riscaldamento dei muscoli è affidato all’accattivante premessa etnico-folk di “Singing Ginger”. Poi arriva, fantastica, “Robinson Crusoe In New York”: l’ennesimo esempio del ripetuto tentativo dei bianchi di rileggere a proprio modo il blues dei neri. E come compiere l’impresa se non trasformandolo in una frenetica danza elettronica di sapore quasi bowiano? L’idea dell’operazione magari non è nuova, ma gli esiti stilistici raggiunti sono veramente molto alti. È lo sviluppo di “Sacred Child” verso i suoi esiti estremi, quasi pollockiani. In effetti l’art cover dell’album, realizzata dallo stesso O’Neill, con il suo schizofrenico riempimento bulimico dello spazio per mezzo di scintillanti colori etnico-metropolitani rappresenta quasi una versione figurativa delle tele astratte di Pollock, nella direzione pop-art di Basquiat.
Il travolgimento emotivo prosegue poi con l’incisiva e tagliente rivisitazione di “Bullettproof Heart”, originariamente registrata da O’Neill ai tempi in cui ancora suonava coi Fingerprintz. Questo brano è dedicato alle drammatiche vicissitudini dell’Irlanda e in effetti il senso di tensione che i Silencers riescono a ottenere ne fa una piccola "Sunday Bloody Sunday". Finalmente la grande occasione poteva arrivare, si trattava del pezzo giusto, era la volta buona. Eppure, sfortunatamente, alla fine lo fu solo parzialmente. In Spagna divenne realmente il brano radiofonico dell’anno, ma in patria subì azioni di boicottaggio: il più o meno concomitante scoppio della Prima Guerra del Golfo fu causa della censura radiofonica britannica di brani che facessero riferimento all’uso di armi da fuoco, e questo non fece eccezione. A riscattarne più o meno le sorti, ci penserà per lo meno Jim Kerr all’alba del decennio 10 del nuovo millennio ripescandola per il suo album solista “Lost Boy”, se non altro per ragioni di parentela (non ci resta che rivelarlo… le similitudini artistiche tra le due band si spiegano anche con un legame di sangue: il frontman dei Simple Minds e il bassista dei Silencers Donnelly sono nientepopodimeno che cugini!). Così il cerchio verrà chiuso.
Dopo un’apertura costituita da tre brani assolutamente coinvolgenti, si penserebbe ormai di poter stare tranquilli sul livello complessivo dell’album. E invece la traccia successiva, “The Art Of Self Deception”, abbassa nettamente il livello. Non che quel puro citazionismo accademico dei Beatles sia infelice, ma proprio non si trova a suo agio collocato dopo la violenza emotiva di “Bullettproof Heart”. Sembra quasi che i Silencers si stiano scusando con l’ascoltatore per essersi fatti prendere troppo la mano in precedenza.
Per fortuna si riparte subito alla grande con “I Want You”, una ballata folkloristica perfettamente composta ed eseguita (e con consueti toni militari nobilmente connessi a difesa e lealtà: “And I want to be your soldier and I want to be your friend”). Ancora citazionismo dei Beatles in “Hey Mr. Bank Manager” (piuttosto naturale il confronto, sulla base del titolo, con la “Taxman” di Harrison, ma di Harrison vi sono anche i fiati di “Savoy Truffle”, e non manca l’interpretazione vocale di Lennon). Funziona molto meglio però l’ideale tributo ai Rolling Stones di “This Is Serious/”John The Revelator” (con O’Neill che però alla fine arriva a imitare Jim Morrison!). Prince non è così poi lontano negli arrangiamenti e nei ritornelli di “Rosanne” e negli archi elettrici di “Electric Storm” (dove ci sta pure la Kate Bush di “Cloudbusting”). Il principe di Minneapolis è stato molto influenzato dalla musica folk bianca (“The Cross”, “Raspberry Beret”), mentre qui l’influenza va finalmente in direzione opposta. Tuttavia alla base di “Electric Storm” non sta idealmente solo il più grande cantautore nero di quel decennio, ma anche quello bianco, Bruce Springsteen, con gli accordi delle tastiere di “Born In The Usa”.
Ben riuscita è anche “One Inch Of Heaven” con i suoi arpeggi di chitarra alla Cure stile “Picture Of You” e un ritornello molto bello, degno di un vero “classico”, sia quando interpretato solitariamente da O’Neal, sia quando si accende in una magnifica calorosità corale.
Nonostante la minaccia di un manierismo che comincia a essere sempre più in agguato, nel complesso il livello dell’album risulta convincente, con alcune punte di alto livello. Con esso i Silencers concludono la doppietta avviata con A Blues For Buddha dedicata all’esplorazione sistematica del ventaglio cromatico delle potenzialità sonore.

Tra luci e ombre

Con Second Of Pleasure nel 1993 i Silencers, già soggetti a vari sostituzioni di membri della band, fecero un passo indietro. D’altronde, nonostante due dischi d’oro guadagnati in Francia e uno in Spagna, i rapporti con la Rca si erano fatti difficili a causa della loro incapacità di penetrazione sul suolo britannico, e il nuovo album dovette essere registrato giocando al risparmio. Con l’apertura affidata a “I Can Feel It” sembra però che i Silencers abbiano anche puntato a una maggiore semplicità radiofonica. Se quello era l’obiettivo, questo è stato probabilmente centrato, ma a chi alla musica chiede qualcosa di più che un’astuta accondiscendenza ai gusti dell’orecchio medio “I Can Feel It” può risultare piuttosto fastidiosa. La virata verso la commercializzazione è ottenuta anche grazie all’interpretazione della nuova voce maschile, accorsa già da tempo a supporto di O’Neill, quella di Ginky Gilmour, che qui suona veramente “più radiofonica di così non si può” (per fortuna risulta molto più convincente altrove).
Nonostante la maggiore limitatezza di mezzi, la nitidezza dei suoni è sempre ammirevole, anche se la ricerca sonora sta in effetti scemando per lasciare spazio a una maggiore convenzionalità compositiva, nella quale primeggiano di gran lunga le chitarre come nel primo album. Non si tratta più tuttavia delle stesse chitarre epico-mitiche degli esordi: quelle hanno ormai lasciato il posto alle chitarre blues e folk d’oltreoceano. E quando gli strumenti prendono il sopravvento si può, come sempre nei Silencers, ben essere soddisfatti. È il caso della piacevole “Misunderstood”, che starebbe così bene in “Dal tramonto all’alba” di Rodriguez. “Life Can Be Fatal” punta nuovamente all’easy listening radiofonico con esiti però ben più convincenti della stucchevole “I Can Feel It”, e fornirebbe al contrario una perfetta colonna sonora per una puntata agrodolce di “Scrubs” o per una pellicola umoristico-surreale sui teenager americani.
Ma una delle composizioni migliori dal punto di vista della tradizionale forma-canzone è “The Unhappiest Man”, una bellissima melodia sognante e malinconica con una felicissima uscita di ottoni degni di una colonna sonora western (quella di sfoderare tante possibili soundtrack sembrerebbe essere il massimo pregio dell’album).
In “Streetwalker Song” i Silencers si rapportano con efficacia alle sonorità della loro terra ideale di adozione, la Francia. Azzeccano bene sia gli arrangiamenti di fisarmonica che la melodia crepuscolare arrivando a incidere un vero “classico mancato”. Degno di nota anche il tocco inaspettato alla Lou Reed in “Walkmans And Magnums”.
Altre tracce andrebbero invece evitate del tutto accortamente, come “My Prayer”, che scivola pericolosamente verso la compiacenza dello stesso pubblico di “I Can Feel It”.

Dopo un paio di anni i Silencers realizzarono So Be It. Abbandonata l’Rca e i produttori di lusso messi loro a disposizione, per l’ultima volta poterono ancora contare sull’appoggio di una major, anche se su dimensione territorialmente circoscritta: i nostri “cavalieri” avevano infatti ormai avviato la strategica ritirata in suolo francese, la loro ideale casa madre, e si affidarono alla corrispondente filiale locale della Bmg.
Nonostante da questo momento le cose per i Silencers si facessero veramente difficili e i loro album avessero una circolazione del tutto limitata, riuscirono a dimostrare di avere ancora delle interessanti cartucce da sparare, usandole bene in particolare nel battagliero 1-2-3 iniziale. Nello specifico, la “xilofonata” “Something Worth Fighting For” prosegue con i sogni cavallereschi (“Do you pray for moments of charity, a letter from a King”); a questa fa poi da immediato contraltare “Killing For God”, che affronta nuovamente il problema della strumentalizzazione della religione per fini bellici. Arriva poi “27”, esempio perfettamente riuscito di stadium rock “d’assalto”, un vero e proprio brano sprecato, che avrebbe avuto tutte le potenzialità per assurgere al ruolo di “inno generazionale”. Si tratta realmente di una bomba rimasta sepolta ed inesplosa sottoterra che attenderebbe solo un volontario artificiere che la facesse finalmente brillare nel mainstream globale con una cover dal prorompente effetto d’urto.
Purtroppo il resto dell’album abbassa nettamente il tono, ma i Silencers riescono ancora a giocare bene “in casa” con il nuovo delizioso francesismo di “Number One Friend”.

Il 1999 è la volta di Receiving e di una formazione del tutto rinnovata, che vede l’ingresso definitivo della figlia di O’Neill, Aura, nel gruppo, dopo l’apparizione come guest nell’album precedente. Secondo le intenzioni dello stesso O’ Neill, l’album doveva perseguire un parziale tentativo di cambiamento, in realtà effettuato solo in alcune tracce, verso la creazione di una “new-wave per gli anni 90” alla maniera dei Fingerprintz. Col senno di poi, oggi possiamo ben dire che l’idea di creare una “nu new-wave”, anche se proposta da qualcuno che già aveva contribuito alla vecchia, pone i Silencers per lo meno sul piano concettuale in anticipo di alcuni anni rispetto ai fenomeni Interpol, Editors e White Lies.

Nel 2001 esce il loro primo disco live, che segnaliamo soprattutto per il titolo emblematico del programma musicale del gruppo: A Night Of Electric Silence.

Nel 2004 i Silencers ci riprovano ancora con Come, ricevendo qualche considerazione tutt’al più nel paese ideale di adozione, la Francia. Forse è l’album più americano dei Silencers, così fortemente caratterizzato da quella miscela rock-college-easy listening già tante volte sperimentata (e abusata) dalle band d’Oltreoceano (basti pensare alle Hole, ma anche ai Foo Fighters, per citare due nomi particolarmente noti). Sotto questo aspetto si segnalano ad esempio “Don’t Make Plans” e “Time”. Ma vale la pena soffermare l’ascolto perlomeno sulla delicata title track, e sul nuovo inno all’amore universale di “Siddharta”: la ripetizione esasperata dello slogan “Love is stronger than force” vorrebbe forse mettere la parola fine alla diatriba “amore-guerra” così fortemente avvertita da O’Neill, decretando una volta per tutte il vincitore finale.
A tratti l’accademico citazionismo statunitense dell’opera ci ricorda quello dei Savoy, anche per il simile binomio voce maschile-femminile, sebbene con minori impennate qualitative. Quando Aura si mette al microfono adagiandosi sugli accordi di chitarra, ricorda veramente Laureen Savoy, con una vocalità al contempo simile a una Belinda Carlisle più aggraziata dell’originale.

L’uscita successiva dei Silencers fu Real del 2008, ma si tratta di un album pressoché introvabile.

Nel complesso, la caratteristica fondamentale dei Silencers è quella di essersi sempre mossi su un confine assai sfumato in bilico tra mediocrità e talento. Talvolta il confine è stato sicuramente travalicato nella direzione del talento, in interi album o in una loro larga parte, come in A Blues For Buddha e Dance To The Holy Man, oppure in alcune tracce che spiccano qua e là nei lavori precedenti e successivi (“I See Red”, “Letter From St. Paul”, “The Unhappiest Man”, “Streetwalker Song”, “27”, “Number One Friend”, “Siddartha”, per citarne alcune). Il loro slancio emotivo (o meglio, quello di O’Neill) verso la positività non ha nascosto del tutto elementi più oscuri o se non altro ambigui, di interpretazione più difficile, in particolare per quanto riguarda il loro per certi versi enigmatico riferimento all’ambito religioso. Profondamente influenzati dalla propria provenienza storica e geografica, ma contraddistinti da aperture musicali e culturali tutt’altro che scontate, i Silencers non hanno certo mancato di disseminare elementi di originalità e distinzione. Non si può non concludere, quindi, partendo dall’assunto iniziale: avrebbero meritato decisamente una maggiore attenzione di quella concretamente riservata loro da critica e pubblico.

Silencers

Cavalieri scozzesi in cerca del suono globale

di Guido Gherardi

Fenomeno ai margini dello star system, i Silencers hanno condotto, dietro il paravento della tradizionale “forma-canzone”, una ricca esplorazione musicale all’insegna di un delicato eclettismo tra blues, folk, pop ed elettronica
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Discografia
 A Letter From St. Paul (Rca, 1987)
A Blues For Buddha (Rca, 1988)
Dance To The Holy Man (Rca, 1991)
 Seconds Of Pleasure (Rca, 1993)
 

So Be It (Bmg France, 1995)

 A Night of Electric Silence (live, Last Call, Wagram Music, 2001)
 

Come (Keltia Musique, 2004)

 

En Concert (live, Keltia Musique, 2006)

 

Real (Keltia Musique, 2008)

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