Silver Mt. Zion

Silver Mt. Zion

Le cime tempestose del post-rock

di Alberto Asquini

Nato come side-project dei Godspeed You! Black Emperor, il sestetto canadese dei Silver Mt. Zion ha scelto la via di un post-rock dalle improvvise impennate emotive, unito alla fascinazione folk est-europea. Un sound atipico, a colpi di contrabbassi, violini, viole e pianoforte
Definire i Silver Mt. Zion semplice costola dei più celebri Godspeed You! Black Emperor sarebbe, oltre che riduttivo, anche decisamente banale. Tre membri (Efrim: chitarra, piano, voce; Thierry: contrabasso; Sophie: violino) dei suddetti canadesi, autori di alcuni capolavori a cavallo tra post-rock e prog dilatato ai massimi, si staccano nel dicembre 2001 per dare vita a questo side-project che realizzerà album che virano in direzioni diverse rispetto a quelle del gruppo madre. Se i Godspeed You! Black Emperor si dirigono verso sonorità che strizzano l'occhio a quello che viene anche definito "emotional post-rock", i fratellastri scelgono la strada del minimalismo a colpi di contrabbassi, violini, viole e pianoforte. E' un sound atipico, quello dei Silver Mt. Zion. Folk e musica tzigana, chamber-rock e post-rock che si incrociano in una combinazione di straordinaria intensità emotiva. Lunghe suite sfiorano la catarsi spirituale proponendo canti lacerati, impetuose frustate passionali, vorticosi climax, austerità classica.

Il primo album, pubblicato nel 2000 per la Constellation, dal chilometrico titolo He Has Left Us Alone, But Shafts Of Light Sometimes Grace The Corner Of Our Rooms, ripercorre le vie del tempo che scorre. Si aprono le rotte dell'eternità di fronte a strazianti suite dal mood intimista e apocalittico. E se "Sit In The Middle Of Three Galloping Dogs" dipinge un vortice dal quale impossibile pare la fuga, i violini e le viole di "Stumble Then Rise On Some Awkward Morning", in un gioco di continue sovrapposizioni, scavano con ritmo nelle zone più remote dell'animo.
I giochi intimisti dei Silver Mt. Zion toccano le corde del cuore e commuovono. Proprio come l'eterea e delicata melodia del capolavoro "13 Angels Standing Guard 'Round The Side Of Your Bed", che abbraccia lo spirito, lo eleva, lo scuote. Una veglia lunga una notte cinge la supplica lamentosa. Lacrime. Le spettrali trame sonore, che si tingono di sfumature medievali in "Blown-out Joy From Heaven's Mercied Hole", introducono alla conclusiva "For Wanda". Il violino abbozza voli pindarici che periscono in un mare di lacrime distillate. Non c'è che dire: un gioiello.

Dopo l'allargamento della formazione a sei unità, e la conseguente ridenominazione della band a nome Silver Mt.Zion Memorial Orchestra & Tra-la-la Band, i canadesi pubblicano Born Into Trouble As Sparks Fly Upward, registrato in due sole settimane. Lo spleen decadente che caratterizzava l'opera prima qui viene, quantomeno in parte, annullato. Un sound decisamente più aggressivo e veemente, unito a sezioni sonore di stampo più elettronico e, perché no, pop, vivacizzano l'opera. Ma questo non necessariamente è sinonimo di miglioramento rispetto all'esordio. Se l'impetuoso incedere di "C'mon COME ON (Loose And Endless Longing)", eretto da solide mura di chitarre, viole e violini, accende lo spirito di rivalsa come pochi altri, il primitivo romanticismo di "Built Then Burnt (Hurrah! Hurrah!)" vendica la solitudine delle nottate autunnali. Ma il principale difetto nell'album è la mancanza di quel quid che penetrava nello spirito dell'ascoltatore nel loro primo (capo)lavoro. E pare allora quasi un paradosso che le atmosfere militari che scandiscono l'incontenibile avanzare di "Take These Hands And Throw Them In The River" fluiscano in un soave finale, dipinto da cinguettii e gemiti silvestri.
Se le trame gotiche di "Could've Moved Mountains" fendono l'aria di notti avvolte dal mistero, i violini riprendono vivacità nella conclusiva "The Triumph Of Our Tired Eyes". Sebbene si possa considerare un album di discreta riuscita, il secondo lavoro sulla lunga distanza della band si colloca un paio di gradini sotto al precedente, quasi alla soglia della sufficienza. Le atmosfere plasmate rimangono in ogni caso di una bellezza fosca, dal gusto classico, ma dalla resa (post)moderna.

Born Into Trouble As The Sparks Fly Upward chiude di fatto la prima parte della carriera del sestetto canadese. Il successivo This Is Our Punk Rock (2003), infatti, segna un netto cambio di rotta e si erge a vero e proprio manifesto programmatico del progetto Silver Mt. Zion. Quello che loro chiamano punk-rock è infatti null'altro che l'amalgama di un certo folk, che potremmo definire incorporeo e frustrante, unito a quel post-rock che percorre le scie celesti dell'eternità. Lo slancio tragico si fonde a un'attitudine prettamente emozionale, culminando in istanti di massima catarsi, di orgasmo dei sensi, di spasmodico caos. La litania di ascendenza gregoriana "Sow Some Lonesome Corner So Many Flowers Bloom" stende il tappeto d'onore per l'avanzare, lento ma incessante, dei violini che, sincopati dal battito sordo della batteria, esplodono in un tripudio strumentale à-la Sigur Rós. Gli spettri degli ultimi Current 93 appaiono nel lancinante cantato finale di Efrim Menuck in "Babylon Was Built On Fire/Starsnostars". La forma-canzone, già parzialmente seguita nei precedenti album, in This Is Our Punk Rock viene totalmente abbandonata, per dar vita a una sequenza di preghiere pagane in odore di folk apocalittico. Ne è ulteriore dimostrazione l'impostazione della terza traccia, "American Motor Over Smoldered Field". L'intro barocca non pare certo preannunciare un climax emotivo di tale portata: i violini si inerpicano su impervi sentieri melodici, tracciando paesaggi di immortale vastità e abbozzando tratti da fine dell'Universo. L'inno pacificatore dark-folk di "Goodbye Desolate Railyard" chiude il cerchio. E rimane la sensazione che i Siver Mt. Zion abbiano fatto centro ancora. Cambiano le strutture, non la sostanza, verrebbe da dire. In effetti è così.

Dopo la pubblicazione nel 2004 del freddo Ep Pretty Little Lightning Paw, a nome Thee Silver Mountain Reveries, risultato dei brani scartati nelle session di This Is Our Punk Rock, nel 2005 i sei canadesi tornano sulle scene con Horses In The Sky.
Ormai la voce di Efrim Menuck appare con una certa frequenza nelle lunghe composizioni della band. E il risultato è, a tratti, davvero esaltante. Le sei tracce che compongono il quarto lavoro sulla lunga distanza rappresentano, al contempo, passato e futuro. Se infatti da un lato è possibile rintracciare tutti gli elementi che hanno costituito le peculiarità dei Silver Mt. Zion, dall'altro si può altresì focalizzare quelle che potrebbero diventare le future linee guida nella loro armonia sonora. Se pensiamo in particolare a questo secondo elemento, non è possibile non citare l'innesto costante dello sghembo e passionale cantato.
Nell'iniziale "God Bless Our Dead Marines", Menuck contorce ulteriormente la sua voce, rendendo l'incedere, in costante bilico fra folk desertico e sonorità della steppa. "Mountains Made Of Steam" si tinge magicamente di GY!BE, spolverando le cupe atmosfere templari con impennate noise-prog, anticipate dal coro che scandisce il ritmo. Pare di ascoltare un organo che marchia i secoli del tempo, nubi in lontananza, orizzonti rosso fuoco. E se la scarna andatura della title track, "Horses In The Sky", scorre arida su una chitarra acustica solitaria. Non mancano certo passi falsi. Uno per tutti, "Hang On Each Other": qui è evidente come l'eccessivo ricorso al cantato e a melodie scarne e minimali, accompagnate talvolta da soli rumorismi ambientali, possa far perdere di vista la strada maestra. Ma i Silver Mt. Zion assestano il colpo di coda. Altro piccolo gioiello è infatti "Ring Them Bells (Freedom Has Come And Gone)", che rappresenta ancora una volta la ripresa del sound originario dei GY!BE, amalgamato con l'impasto sonoro del suo ex side-project: inizio in sordina, pianoforte filtrato con la massima cura, Menuck ancora una volta in rilievo. Si sfocia nel solito, ma sempre elettrizzante climax. I violini si innalzano su quelle muraglie sonore costruite dalle chitarre che si incrociano, che si aggrovigliano in un'orgia sonora che defluisce sottovoce in un finale noise da antologia.

Ideale punto di contatto tra invettiva illuminista ed estetica romantica, 13 Blues For Thirteen Moons collega approcci musicali differenti in un riuscito mix. Vengono meno molto spesso violini e viole, in favore di sfuriate a ritmo di chitarre che si impennano progressivamente, secondo la miglior tradizione del math-rock. Restano però elementi di continuità, quali il canto sfrenato, emotivo, viscerale del menestrello Efrim Menuck, o le scogliere del suono sulle quali vanno ad infrangersi le chitarre.
Sedici brani in totale, quattro effettivi. I primi dodici brani, di brevissima durata e legati da un unico filo conduttore, costituiscono uno spettrale antipasto dei quattro episodi portanti, della durata media di 15 minuti. E già in "1,000,000 Died To Make This Sound", aperta contestazione alla guerra irachena, si intravedono i primi segnali della (semi)svolta. Sebbene, infatti, si apra e si chiuda con una nenia ossessiva e straziante, il brano si sviluppa secondo un'attitudine prettamente math. Da antologia la title track: una cavalcata di quasi 17 minuti che si apre sui toni minacciosi di una tempesta in arrivo, una tempesta che conoscerà il suo massimo grado di intensità in un finale che pare strappato alle note del maestro Morricone, in un'orgia di viole, violini e un caos ragionato.
In "Black Water Blowed/ Engine Broke Blues" i violini assumono un ruolo di assoluto rilievo dipanandosi tra le aspre note di chitarre scordate. Da ideale tributo al deserto, l'album nell'ultima traccia sprigiona una verve degna dei lavori precedenti. Un canto sommesso e note ridotte all'osso per i primi otto minuti che conducono l'ascoltatore verso un climax che è un inno al sole e alla vita. Note che trasudano freschezza, sapore di primavera e di brezze leggere, di margherite e primule.
In conclusione, l'album offre una nuova lettura della costellazione del post-rock, consacrando i Silver Mt Zion come degni eredi dei Godspeed You! Black Emperor.
 
Il 2010 segna un nuovo capitolo dell'avventura della band di Montreal. Ai più timorosi che temevano una prova incolore o semplicemente molle, i Three Silver Mt. Zion rispondono in maniera perentoria, quasi a ribadire che i clichè strumentali, quelle impennate vorticose e quei muri senza fine non smetteranno mai di far parte della loro anima. Ma nel contempo ci invitano ad andare oltre, ad adottare un orizzonte di riferimento più umano. Ed è proprio un'umanità straziata che si scorge nelle trame sonore di Kollaps Tradixionales, una visione disperata ma che lascia spazio a una speranza neppure troppo lontana. Il carattere sacrale e litugico dell'impasto di archi, chitarre e piatti della batteria che si agitano, si impone nella sua dimensione più intima e ricercata, bandendo in larga parte l'approccio da panzer in trincea di 13 Blues For Thirteen Moons.
E' un po' un mondo al contrario quello raccontato dall'aspro cantato di Menuck, un mondo al quale guardare con fiducia, senza rassegnarsi o rinunciare al cambiamento. E laddove "There Is Light" ripercorre stilisticamente le traiettorie del sound caratteristico dei canadesi, tra lievi accelerazioni d'archi e ruggenti chitarre, "I Built Myself A Metal Bird" mostra il lato nascosto di una luce vogliosa di emergere dalle tenebre. Il cantato sgraziatissimo di Efrim, assolutamente in linea con la proposta musicale del gruppo, tinge di colori accesi e nervosi il cielo, fra rossastre nubi all'orizzonte e scenari apocalittici in fieri.
E se la terza traccia si propone come ripresa e incupimento dei tratti rock della precedente, la title track e "Collapse Traditional" si abbandonano a strazianti (e invero un po' troppo autoindulgenti) nenie per archi e voce.  Ma è nella lentissima ascesa di "Kollaps Tradicional", per chitarra scordata e archi in solitaria, che si consuma un episodio che rimanda a Morricone, agli sguardi truci di Clint Eastwood o Lee Van Cleef poco prima di estrarre la pistola dal fodero: un lungo prodromo che raggiunge il suo apice nel loro personalissimo punk sgraziato. La conclusiva "'Piphany Rambler" non muta le coordinate della traccia iniziale, tra dolcissimi violini che intersecano le loro note con chitarre tenute a freno.

Tre anni dopo in Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything l’estetica post-rock è quasi scomparsa sostituita da un'enfasi scarnificata, un nuovo suono hardcore, che nei dieci minuti dell’iniziale “Fuck Off Get Free (For The Island Of Montreal)” si trasformano in pura bellezza, in un crescendo lirico affidato a voci e suoni graffianti e corrosi da timbriche color metallo e rock-blues.
Efrim Menuck e soci hanno sempre osato superare i confini ma questa volta la grinta è fuori controllo con un’attenzione ai linguaggi più estremi, in “Austerity Blues” si gettano a capofitto nelle radici del blues, ma il fremito acustico dei primi minuti non vi inganni, il duello tra voce e violino che prende in mano il corpo lirico del brano è una delle intuizioni più eccitanti dell’album, la sequenza di timbri e colori dissonanti diventa la celebrazione più riuscita del caos, il brano si trasforma in un monolito sonoro che emette luce nera, il canto diventa sempre più disperato ("Signore lascia che mio figlio viva abbastanza a lungo per vedere quella montagna demolita…") e il suono sempre più ossessivo e granitico.
Il rabbioso manifesto politico e sociale di “Take Away These Early Grave Blues” chiude la prima parte dell'album mentre il breve interludio di piano e voci femminili di “Little Ones Run” trascina verso toni più morbidi e passionali.“What We Loved Was Not Enough” è il corpo centrale della triade finale, qui il gruppo riconquista molte nuance degli esordi con una straziante ballad ricca di echi glam (quasi un incrocio tra Cockney Rebel, il primo Bowie e i Suede) che si intrecciano con il miglior post-rock mai espresso dal gruppo,e i quattro minuti finali di “Rains Thru The Roof At Thee Grande Ballroom (For Capital Steez)” trovano il tempo di ricordarci la grandeur degli esordi prima che il potere visionario di questo splendido insieme assuma i contorni della ennesima rivoluzione stilistica del gruppo.
"Tutto cambia perchè nulla cambi", scriveva Tomasi di Lampedusa nel suo "Gattopardo". Efrim Menuck e co. ancora una volta non deludono le attese, evitando sterili esercizi di stile, ma centrando ancora una volta quell'obiettivo che non hanno mai mancato: il cuore.

Contributi di Gianfranco Marmoro ("Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything")

Silver Mt. Zion

Le cime tempestose del post-rock

di Alberto Asquini

Nato come side-project dei Godspeed You! Black Emperor, il sestetto canadese dei Silver Mt. Zion ha scelto la via di un post-rock dalle improvvise impennate emotive, unito alla fascinazione folk est-europea. Un sound atipico, a colpi di contrabbassi, violini, viole e pianoforte
Silver Mt. Zion
Discografia
 THEE SILVER MT. ZION

 

   
He Has Left Us Alone But Shafts Of Light Sometimes Grace The Corners Of Our Rooms (Constellation, 2000)

 

 Kollaps Tradixionales (Constellation, 2010) 
   
 THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA 
   
Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything (Constellation, 2014) 
 
 
 THE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA & TRA-LA-LA BAND

 

   
 

Born Into Trouble As The Sparks Fly Upward (Constellation, 2001)

 

Horses In The Sky (Constellation, 2005)

 
 13 Blues For Thirteen Moons (Constellation, 2008) 
   
 THE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA & TRA-LA-LA BAND WITH CHOIR

 

   
 This Is Our Punk-Rock (Constellation, 2003) 
 

 

 THEE SILVER MOUNTAIN REVERIES

 

   
 Pretty Little Lightning Paw (Constellation, Ep, 2004) 
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

THEE SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA

Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything

(2014 - Constellation)
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