Six Organs Of Admittance

Six Organs Of Admittance

Chiedi alla polvere

di Roberto Mandolini, Francesco Nunziata

In bilico tra folk trasfigurato, fingerpicking ed elettricità inquieta, Ben Chasny è diventato il maestro cerimoniere dello psyck-folk americano. Una missione, quella dei suoi Six Organs Of Admittance, che riscopre le leggende di Fahey, dei Popol Vuh e dei raga indiani, frugando tra la polvere dei ricordi. Dieci anni sempre in prima fila, fino all'ultima prova, "Shelter From The Ash"

Dieci anni sono un buon metro per valutare la bontà di un'esperienza rock. In dieci anni i Beatles sono passati da scolaretti in gita ad Amburgo a divinità incontrastate del Pop; i Led Zeppelin da profeti del rock a dinosauri imbolsiti; e la maggior parte dei gruppi neanche ci arrivano a festeggiare il decimo anno di attività. Anche se lontano dal fragore del mainstream, sono già dieci anni che Ben Chasny pubblica dischi a nome Six Organs Of Admittance. Senza sbagliare un colpo.

All'inizio della sua carrera Ben aveva suonato nell'unico disco dei Plague Lounge, "The Wicker Image", un condensato di psichedelia noise pubblicato nel 1986 dalla Holy Mountain. Ben aveva ventidue anni.
Due anni più tardi è con la neonata Pavilion che pubblica l'omonimo esordio di Six Organs Of Admittance (solo su vinile in un'edizione di quattrocento copie). Il disco presenta cinque tracce di psichedelia rurale, influenzate tanto da Robbie Basho e John Fahey quanto dai Popol Vuh. Il suono è sporco e non potrebbe essere altrimenti, dato che per registrare il disco è stato utilizzato un rudimentale quattro tracce. Chasny fa tutto da solo a parte suonare il violino sulla lunghissima "Sum Of All Heaven". Su "Harmonic Mundi II" i rumori prendono il sopravvento sulle chitarre per colorare un breve drone di grana grossa ma di forte impatto. Su "Race For Vishnu" sembra di ascoltare un ragazzo cresciuto con il punk che abbia appena scoperto la musica indiana.
L'edizione in cd della Holy Mountain di Six Organs Of Admittance presenta due tracce in più, originariamente pubblicate su un vinile 8" in appena cinquantacinque copie nel 2000 dalla Pavilion. "Invitation To The SR For Supper" è cupa e sacrale con le campanelle che segnano il tempo sotto la preghiera recitata da Ryan Hildebrand, alle prese anche con percussioni e altre chitarre. Sul lato B dell'8 pollici "Don't Be Afraid" mostra la capacità del gruppo di incantare con semplici giri di chitarra sopra leggeri strati di rumore.

L'anno successivo Ben Chasny pubblica il secondo album Dust & Chimes, "polvere e campane": i due ingredienti fondamentali della musica di Six Organs Of Admittance. L'attitudine di Chasny rimane quella lo-fi della sua educazione musicale, anche se sul nuovo disco emergono di più le parti alla chitarra acustica. Chasny non possiede la tecnica di Leo Kottke né la fantasia di John Fahey, ma la sua intuizione di recuperare le vecchie atmosfere del raga-rock per immergerle nell'onda crescente del nuovo psyck-folk americano è vincente. "Hallow Sun Severed Sun" diventa un template che Six Organs Of Admittance presenterà di nuovo negli album successivi. Il disco è pieno di piccoli frammenti musicali di uno o due minuti a cui fanno da contro altare le lunghe cavalcate acustiche di "Journey Through Sankuan Pass" e "Dance Among The Waiting". Quest'ultima è la traccia più suggestiva della raccolta, grazie a un arrangiamento scarno che rende perfettamente l'aura esoterica che già si inizia a percepire intorno alla musica del gruppo.
Nel 1999 esce anche il primo dei lavori dei Badgelore, un oscuro supergruppo inizialmente formato da Ben Chasny e Rob Fisk a cui si unirenno saltuariamente anche Tom Carter dei Charalambides e Pete Swanson degli Yellow Swans.

Nel 2000 è la volta del mini-Lp Nightly Trembling, stampato sempre privatamente dalla Pavilion in una ridicola edizione (solo in vinile di trentatré esemplari) e qualche anno più tardi ristampato sempre in Lp dalla Time-Lag (in una edizione di cinquecento copie). Un disco d'atmosfera, in cui Chasny cerca di evidenziare alcune intuizioni già sperimentate nel precedente Dust & Chimes. La lunga traccia sul lato A, "Redefintion Of Being (Featuring Creation Aspects Fire, Air, Water)", è divisa in tre parti: la prima è un drone ipnotico costruito con percussioni e chitarra acustica; la seconda è un languido assolo di Chasny che dimostra di sapersi muovere con maggior dimistichezza sopra il manico della sua sei corde; e la terza è una somma delle precedenti due, con effetto dirompente.

Di ritorno da un tour con Jack Rose e Fursaxa, Ben rimane una notte con Ian Nagoski ad ascoltare vecchi 78 giri. Non è un'epifania ma poco ci manca. Chasny si convince che per suonare la sua musica deve continuare a guardare al passato. Frugare tra la polvere: "dust to digital".

Nel 2002 esce Dark Noontide. Se l'estetica rimane orgogliosamente legata alle qualità di un quattro tracce, le composizoni di Chasny acquistano spessore e profondità. I riferimenti alla musica indiana non sono più semplici cartoline. Il disco si apre con l'incantevole "Spirits Abandoned", una lenta preghiera folk poggiata su una base vagamente spacey. Qualcosa a metà strada tra Steve Tibbets e i Flying Saucer Attack. Su due tracce ("Regeneration, "Dark Noontide") c'è il solito Ryan Hildebrand a rendere la musica più cupa ed esoterica. Ma sono sempre le chitarre di Chasny a caraterizzare il disco: quelle alla Popol Vuh su "On Returning Home" e quelle acustiche sui due delicati acquarelli "Awnken" e "Khidr And The Fountain".

Compathia esce nell'anno in cui Ben Chasny entra a far parte dei Comets On Fire. Il disco è stato registrato con l'aiuto di Ethan Miller e altre comete sono ringraziate nei credits dell'album. La foto interna al libretto del cd è di Cam Archer. Ryan Hildebrand suona "grass and bell" su una traccia. Il disco è il più "rock" registrato fino ad ora dai SOOA: Chasny si muove ormai con disinvoltura tra raga-rock ("Somewhere Between") e folk onirici ("Wind In My Palm"). La traccia che chiude l'album, "Only The Sun Knows", è un capolavoro di psichedelia desertica che rimanda ai fasti dei gruppi della Indipendent Project Records.

L'anno seguente Ben Chasny torna a pubblicare un Lp che solo in seguito verrà stampato anche su supporto digitale: For Octavio Paz è un delicato e sentito omaggio alla vita del grande poeta messicano, scomparso nel 1998 all'età di ottantaquattro anni. La vita che Paz intendeva come passione da trovare nel mondo e comunicare con la poesia. Insegnamento che a Chasney deve esser piaciuto, perfettamente a suo agio nel ruolo di artista romantico, fuori dal mucchio, devoto a raccontare la vita attraverso l'arte. Chasney lascia per questo disco le deflagranti implosioni elettriche tanto care ai suoi Comets On Fire, per concentrarsi sui suoni della chitarra acustica: gli otto movimenti che compongono il disco sono interamente ricamati dagli intrecci delle corde di nylon, per lo più registrati in diretta senza sovraincisioni.
Come un incantevole racconto azteco, l'Lp inizia con i campanelli e le magie della breve "Song I"; quindi "Song II" introduce gli intricati arpeggi della chitarra su di un tappeto di voci angeliche; dalla successiva "Song III" scompare ogni minimo ornamento e la chitarra acustica è libera di muoversi tra le particolari accordature che ogni tanto svelano percorsi già battuti (i Pink Floyd d'inizio anni 70 e il Fahey più visionario). Il lato B è quasi interamente dedicato alla lunghissima litania "Song VIII", dove le dita di Chasney sembrano volare più leggere sul manico della sua semi-acustica. Il disco è stato stampato dalla Time-Lag in una edizione limitata di cinquecento copie con una copertina meravigliosa.

Ben Chasny è diventato il maestro cerimoniere dello psyck-folk americano, e ad accorgersene è stato uno che di cerimonie se ne intende parecchio: David Tibet dei Current 93. L'occasione per il primo incontro è la ristampa di un vecchio Ep pubblicato dalla BaDaBing nel 1999 e da anni fuori commercio. Chasny aggiunge all'originale un'altra lunga composizione, "The Six Stations", registrata proprio con sua maestà David Tibet: una medley che svela un lato oscuro della musica di Six Organs Of Admittance, che fino ad ora aveva ammaliato senza spingersi così dentro l'universo esoterico. The Manifestation è assolutamente la cosa più vicina allo spirito dei Popol Vuh che Chasney abbia mai registrato, incluso l'imperdibile tributo alla band di Florian Fricke uscito in uno split-Lp diviso con i Charalambides per la Time-Lag.

Nel 2005, Chasny, nel frattempo attivo a tempo pieno con i Comets On Fire, torna in studio per School Of The Flower, primo disco dei Six Organs per una "major" dell'underground come la Drag City. Per l'occasione il chitarrista californiano è affiancato all'organo e alle percussioni da Chris Corsano, apprezzato polistrumentista inglese già collaboratore di personaggi del calibro di Greg Kelley degli Nmperign, O'Rourke e Tony Conrad.
L'album funge un po' da raccordo tra le varie anime di Chasny, alternando una psichedelia basata su droni e orientalismi sonori e semplici folk-blues acustici. Ed è l'equilibrio tra questi bozzetti, che a volte ricordano la commovente sincerità del Kaukonen di "Quah", e le composizioni più dilatate a essere la carta vincente del disco. "All You've Left" è una tenera dichiarazione d'amore verso la semplicità, è quanto di più delicato Chasny abbia mai fatto. A farle compagnia sono le sognanti "Thicker Than A Smokey" e "Lisbon", quest'ultima decisamente più faheyana e contemplativa.
Nel mezzo, sempre il grande scorbutico, ma quello più sperimentale e visionario. "Words For Two", con chitarra a ripetere una manciata di accordi e un minaccioso organo a fare da sfondo, "Saint", più o meno sulla stessa falsariga, ma con l'aggiunta di una chitarra elettrica a disegnare inquietanti arabeschi. "Procession Of Cherry Blossom Spirits Home" è invece più solare, anche se venata di nostalgia, la campfire song del disco. E poi la title track, a cui va esteso il discorso fatto in precedenza per "Words For Two" e "Saint". Le differenze risiedono nella durata del pezzo, che si allunga raggiungendo i tredici minuti, e nella presenza delle percussioni (a cura di Corsano).
Non il miglior disco del progetto Six Organs, ma una produzione decisamente equilibrata e fruibile.

La produzione della band continua a ritmi industriali. Nel 2006 è la volta di The Sun Awakens, che dimostra il grado di maturità cui è giunto il progetto. Giocato in larga parte su tonalità minori e influenzato dai mala tempora che corrono, è un disco dalla doppia personalità. Anche nelle composizioni "ortodosse", infatti, lo stile di Chasny finisce sovente per invischiarsi in un circolo vizioso di oscurità e stratificazioni luminose.
Ecco, allora, "Torn By Wolves": una melodia che gira su se stessa. Una sorta di no man's land riservata per un bozzolo di vita ancora puro, prima di assaporare il sapore forte di lunghe distese che mirano verso l'avvento del Sole ("Bless Your Blood"). La successiva "Black Wall" è rapita in un palpito di frenesia controllata e condotta verso una straripante rigenerazione elettrica. Quello di "The Desert Is A Circle" è un suono di frontiera stilizzato, in "Attar", invece, è una fragranza raga a sostenere un tema concitato e meno rassicurante.
Resta, poi, solo l'ennesimo, tacito omaggio al solitario Fahey ("Wolves' Pup"), prima che il baricentro si sposti sul secondo versante del disco, quello che contiene i ventiquattro minuti scarsi di "River Of Transfiguration", da annoverare tra le cose migliori del Nostro. Trasfigurazione sonora, prima che spirituale, nel suo incedere minaccioso e sciamanico "River Of Transfiguration" mette in campo una forza d'urto psicologica spaventosa. Da un incipit cosmico attraverso un ritmo storpio di batteria che sostiene un mantra amorfo, il serpente striscia con solenne austerità, invitando a una lenta discesa negli inferi.

Ben Chasny è un artista sicuramente al di sopra della media, ma a volte è più incline a marcare il passo con l'emblema del "mestiere" piuttosto che con quello della ricerca di nuove traiettorie musicali. Shelter From The Ash (2007), ad esempio, è un disco che farà di certo felici i fan del musicista californiano, ma che deluderà chi poco o nulla conosce della sua carriera. Resta il suo incantevole mondo fatto di estasi psych-folk e pulsioni contemplative di chiara ascendenza raga ("Alone With The Alone", ispirata al filosofo orientalista francese Henry Corbin), ma anche un intimismo vagamente religioso, qui al meglio evidenziato dalla soffusa "Jade Like Wine", dall’arrivederci, che non è un addio, di "Goodnight" e dalla delicata combinazione tra acustico ed elettrico di "Strangled Road", con la voce di Elisa Ambrogio (Magik Markers) a duettare, in dolce "corrispondenza d'amorosi sensi", con un Chasny sospeso a mezz'aria.
Ma il disco è un'opera bifronte, capace di muoversi pure dentro territori più scoscesi. Ecco, allora, il mantra di "Final Wing", la mareggiata elettrica di "Coming To Get You" e, per finire, il pathos della vorticosa title track. Naturalmente non manca l'omaggio ai padri Basho & Fahey, qui testimoniato da una deliziosa, quanto ambigua "Goddess Atonement" (con oscuri tocchi di wurlitzer e vibrafono).
Un piccolo compendio, insomma, dei sogni e delle memorie di un artista che non delude, ma, stavolta, nemmeno esalta.

Prima della fine dell'anno Chasny e la sua nuova compagna, Elisa Ambrogio, trovano il tempo di formare con l'amico Brian Sullivan (Death Unit e Mouthus) i Basalt Fingers, di cui sono stati pubblicati già due lavori per Three Lobed Recordings e Our Mouth Records. Non si hanno invece notizie riguardo il seguito del progetto August Born (l'omonimo disco è uscito su Drag City nel 2005), diviso con il veterano della scena psichedelica giapponese Hiroyuki Usui.

Nel 2009 esce RTZ che - fatta eccezione per "Punish The Chasms With Wings" (brano camaleontico che testimonia la natura avventurosa dell'artista, qui alle prese con brume ambientali che fanno pensare a Paul Schütze e fughe lisergiche non prive di turbamento) - include materiale che aveva già trovato in precedenza una collocazione su mini-cd, split e limitatissime autoproduzioni.
Registrati in casa con il solo ausilio di un quattro piste, i sette brani che costituiscono questo doppio cd rappresentano una panoramica dell'universo sonoro del musicista californiano. Non una semplice operazione speculativa, insomma, e nemmeno un lavoro destinato ai soli aficionados, vista la portata di alcune composizioni. È il caso, ad esempio, dell'eccellente "You Can Always See The Sun", un continuum emozionale sospeso tra fascinazioni Takoma-style e arabeschi scoscesi su fondali plumbei, fino al finale, epico e torrenziale, in cui l'armonia tra forma e contenuto, pur vacillando, riesce a non dilapidare il fascino tutto cristallino di una visione assoluta.
La stessa "Redefinition Of Being" non disdegna il rischio dell'incerto: ritualismo orientaleggiante e frastagliati intarsi di corde si sovrappongono in un flusso di coscienza dai connotati sciamanici. Sullo stesso livello "Creation Aspect Earth" e "Creation Aspect Fire", composizioni magicamente evocative, capaci di lasciar aleggiare, tutt'intorno, spettri Charalambides (gli sconfinamenti metafisici della sei corde) e maree Hash Jar Tempo (le discese droniche verso il centro del cosmo più buio...).

Per Chasney le lancette dell'orologio non devono muoversi sempre nel verso giusto. Capita, per esempio, quando deve registrare un disco come Luminous Night (2009). Le otto canzoni sono divise in modo simmetrico tra lato A e lato B.
Apre la scaletta l'aria celtica di "Actaeon's Fall", con il suo andamento lento ed elegante, e subito in evidenza risplende il bel flauto di Hans Tueber, protagonista assoluto anche dell'intro della successiva "Anesthesia", nella quale il korg di Randall Dunn fa da controcanto alla voce di Chasney. "Bar-Nasha" è un mantra scurissimo retto dalle tabla di Tor Dietrichson sul quale il solito Tueber si lascia andare a un ammaliante assolo. Meno in vista di quanto ci si potesse aspettare le percussioni di Matt Chamberlain e la viola di Eyvind Kang, altri due musicisti caduti nella tela del gruppo. Il lato A si chiude con il drone alla FSA di "Cover Your Wounds With The Sky".
Dopo l'estasi l'abisso: l'esperienza con i C93 ha lasciato pochi ma incisivi segni nella scrittura di Chasney, oggi ancor più cupa che in passato. Il lato B si apre con una litania industrial-pagana degna del catalogo della Cold Meat Industry. Poi l'atmosfera torna su coordinate e atmosfere più consone alla sei corde di Chasney.
Gli ingredienti sono quelli già ampiamente utilizzati nella grande maggioranza dei dischi di SOOA, vale a dire il folk-rock psichedelico che si nutre alle sacre fonti di Popol Vuh, Alan Stivell e Magna Carta.
Ben ci ha messo una dozzina di anni e altrettanti dischi per arrivare fin qui e non ha la minima intenzione di fermarsi ora.

Chasny torna nel 2011 con un disco quasi tutto acustico, Asleep On The Floodplain, opera decisamente minore. L'incipit di "Above A Desert I've Never Seen" muove una nota di speranza oltre il velo di una nostalgia cristallina. Un fingerpicking, il suo, fluidissimo, intrinsecamente lirico ("Hold But Let Go"), con la voce che, quando può, torna a montare sovrastrutture religiose ("Light Of The Light", "Dawn, Running Home", "River Of My Youth"), altrove, per il tramite di un harmonium, prossime alle sovrannaturali desolazioni di Nico ("Brilliant Blue Sea Between Us"). Il brano intorno a cui tutto il disco si regge è, comunque, la lunghissima escursione esoterica di "S/word And Leviathan" in cui, in ogni caso, Chasny appare meno convincente rispetto ad altre dissertazioni di tal fatta del recente passato.

Chiamati a raccolta i vecchi amici dei Comets On Fire, l'anno dopo il chitarrista californiano si getta nella mischia hardelica, proponendo un lavoro solido e dignitoso. Ascent si apre con le diluvianti trame di "Waswasa" (in cui Ben mostra di voler dare il meglio di sé nelle vesti di guitar hero di settantiana memoria, pur non evitando di risultare un pochino autoindulgente), e prosegue imbottito di wah-wah, fuzz, distorsioni e feedback con "Even If You Knew" e la nuova resa di "A Thousand Birds". Eppure non di soli muscoli e fragore vive il disco, perché altrove si ascoltano trasfigurazioni spaziali che costeggiano le tribolazioni ipnotiche e desertiche dei Doors ("Close To The Sky", da "Compathia"), sabba psych-folk (“They Called You Near”) ed inquiete ed oniriche fluttuazioni pastorali (“Solar Ascent”). C'è spazio anche per le ballate: quella solitaria e cristallina di "Your Ghost" e quella dondolante e distensiva di "Visions (From Io)", posta in coda come allegoria di un addio che, se leggi tra le righe, è solo l'ennesimo arrivederci.

Messa a punto una nuova modalità di composizione, Chasny rilascia nel 2015 Hexadic, un un disco con cui l’artista americano cerca nuovi stimoli, facendo leva su un set di regole che mettono in risalto gli allineamenti tra aspetti musicali (ad esempio le note suonate su una chitarra e sei carte del poker - da qui il prefisso inglese “hexa”) e gli aspetti grafici, ludici e testuali. Il risultato è una serie di schizzi sghembi, obliqui, qualche volta vagamente improvvisati (si ascolti, per dire, l’iniziale “The Ram”), sicuramente prodotti da uno spirito desideroso di mettersi alla prova, ma mai veramente convincenti, anzi qualche volta scopertamente velleitari (sto pensando alle smarrite cadenze heavy di “Hollow Rider”) o tutto sommato fuori contesto (le inquietanti dilatazioni western di “Future Verbs” e le acustiche interrogazioni di “Hesitant Grand Light”). Quando l’elettricità si prende il campo, sgomitando senza riserve, ecco materializzarsi le scorticature blues di “Wax Chance” e i freak-out psichedelici di “Maximum Hexadic” e “Sphere Path Code C” (che fanno comunque pensare a dei Purling Hiss sfiatati…). Sfortunamente, però, in questi ultimi numeri anche il batterista Noel Von Harmonson (già nei Comets On Fire) condivide con il padrone di casa un tasso non indifferente di indolenza creativa.

Contributi di Enrico Biagini ("School Of The Flower")

Six Organs Of Admittance

Chiedi alla polvere

di Roberto Mandolini, Francesco Nunziata

In bilico tra folk trasfigurato, fingerpicking ed elettricità inquieta, Ben Chasny è diventato il maestro cerimoniere dello psyck-folk americano. Una missione, quella dei suoi Six Organs Of Admittance, che riscopre le leggende di Fahey, dei Popol Vuh e dei raga indiani, frugando tra la polvere dei ricordi. Dieci anni sempre in prima fila, fino all'ultima prova, "Shelter From The Ash"
Six Organs Of Admittance
Discografia
 SIX ORGANS OF ADMITTANCE

 

  

 

Six Organs Of Admittance (400, Pavillon, 1998)

 

Dust & Chimes (500, Pavillon, 1999)

 

 Nightly Trembling (33, Pavillon, 2000)

 

 Songs From The Entoptic Garden (split w/Charalambides, 800 Time-Lag, 2001)

 

 Dark Noontide (Holy Mountain, 2002)

 

 Triplane Terraform vol.1 (con Magic Carpathians & Vibracathedral Orchestra, 2002)

 

 Compathia (Holy Mountain, 2003)

 

For Octavio Paz (Time-Lag, 2003 - Holy Mountain, 2004)

 

 Manifestation (Ba Da Bing, 2004)

 

 School Of The Flower (Drag City, 2005)

 

The Sun Awakens (Drag City, 2006)

 

 Shelter From The Ash (Drag City, 2007)

 

 Rtz (Drag City, 2009) 
  Luminous Night (Drag City, 2009)

 

 Asleep On The Floodplain (Drag City, 2011)  
 Ascent (Drag City, 2012) 
 Hexadic (Drag City, 2015) 
 Burning The Threshold (Drag City, 2017) 
   
 BASALT FINGERS  
   
 Gashound (Three Lobed Recordings, 2007) 
 Basalt Fingers (Three Lobed Recordings, 2007) 
   
 AUGUST BORN  
   
 August Born (Drag City, 2005) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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