Gli Stereolab si sono imposti nella scena alternativa degli anni '90 con una formula originale, che unisce un'inclinazione per l'art rock presa in prestito dai Velvet Underground e dal kraut-rock, melodie pop francesi degli anni Sessanta, i primi esperimenti con i Moog e la new wave. Un'operazione raffinata che, per la sua capacità di destrutturazione delle forme tradizionali del rock, è valsa al gruppo britannico paragoni con band illustri come Roxy Music, King Crimson e Pink Floyd.
La nascita virtuale degli Stereolab può essere datata al marzo 1988, quando la ventenne corista francese Laetitia "Seaya" Sadier e il ventiquattrenne Tim Gane si incontrano a Parigi, in occasione di un concerto dei "marxisti" McCarthy, in cui suona Tim. Ma la nascita effettiva avviene nel 1990, anno dello scioglimento dei McCarthy.
Inizialmente, Tim e Laetitia sono i soli membri effettivi degli Stereolab, coadiuvati da Joe Dilworth e Martin Kean; in seguito si uniranno ai due Gina Morris (voce), presto sostituita dall'australiana Mary Hansen, Duncan Brown (basso) e Andy Ramsay (batteria), mentre il ruolo di sesto componente, alle tastiere, sarà oggetto di una girandola di cambiamenti (Mick Conroy, Sean O'Hagan, Katharine Gifford e infine Morgan Lhote).
Le prime mosse di Tim e Laetitia sono la creazione di un'etichetta personale, la Duophonic, per la quale esce il loro primo singolo, e la firma per la Too Pure (con PJ Harvey e Th' Faith Healers formano il tridente di punta della giovane etichetta). Dopo la raccolta di singoli Switched on, nel 1992 arriva l'album d'esordio, Peng!, un lavoro sorprendente, che riesce a coniugare immediatezza e sperimentazione, tra echi di Velvet Underground e Suicide, ritornelli pop e un'elettronica sintetica alla Kraftwerk. La voce di Laetitia Sadier fa il resto, con un fascino da "chanteuse" e un canto che attinge al repertorio di vocalist degli anni '60 come Francoise Hardy e Sandie Shaw.
Se Low-fi asseconda la passione di Gane per le sonorità in bassa fedeltà stile Pavement, il mini-album Space Age Batchelor Pad Music continua la progressione verso un sound più austero. Vertice di questa produzione è il singolo "Jenny Ondioline", lungo delirio acido che li consacra fra i grandi sperimentatori del periodo. Spiccano, nelle loro sonorità, le tastiere, da cui vengono tratti suoni pulsanti e ripetitivi che rimandano al minimalismo di artisti come Reich, Glass, Mertens o Nyman. "Amo il sound del primo Philip Glass e Steve Reich - dice Gane - . Ma anche la scuola di Canterbury. Il mio gruppo preferito erano i Soft Machine. Un'altra influenza decisiva sono stati Frank Zappa e le Mothers of Invention per l'uso della sezione fiatistica e per quei bizzarri riferimenti alla musica bandistica".
Nel 1993, la band inglese raggiunge il top dell'affiatamento, come testimonia l'album Transient Random Noise Bursts With Announcements , il loro capolavoro. L'uso di moog, sample, musica easy listening e test di registrazioni hi-fi di dischi, fondendosi con le loro "glide guitar" e con la voce sensuale di Sadier, forma un cocktail perfetto. Innumerevoli le influenze musicali che arricchiscono l'album: dalle distorsioni elettroniche dei Suicide alle litanie sepolcrali di Nico ("Tone burst"), dalle orge di chitarre alla Sonic Youth ("Our trinitone blast") all'improvvisazione dadaista dei Soft Machine ("Crest"). E non mancano echi delle ballate inafferrabili dei Velvet Underground. Ma la vera intuizione degli Stereolab sta nel recupero e nella rielaborazione del kraut-rock di Neu!, Can, Faust e compagni. "Quel tipo di musica è straordinaria - racconta Gane -. Alcuni credono che sia pesante e alienante, ma non è così, e se mi chiedessero di portare con me su un'isola deserta un disco, è probabile che sarebbe un album di musica tedesca di quel periodo. La trovo molto eccitante, ha allargato il perimetro delle possibilità espressive grazie a evidenti spinte avanguardistiche, attuali ancora oggi".
Il discorso prosegue con Mars Audiac Quintet, l'ennesimo titolo enigmatico. "Non è un riferimento al pianeta - racconta Sadier -. E' solo un amplificatore che Tim ha comprato. E un 'audiac' è un pezzo dell'attrezzatura da dentisti degli anni '60. E' una cuffia dove senti la stessa frequenza che il trapano sta facendo nel tuo dente, così con il suono che cammina attraverso il tuo orecchio, invece che nei tuoi denti, tutto è più sopportabile". A dare vigore al disco sono soprattutto la melodia di "Ping Pong", la filastrocca di "Three longers later" e i gorgheggi eterei di "Transona Five".
Il connubio tra partiture classiche, energia rock e musica leggera torna anche sul successivo Emperor Tomato Ketchup (1996). Per quanto discontinuo e mal digerito da parte della critica, il disco è ancora un ottimo saggio delle loro qualità di saltimbanchi del rock, capaci di fluttuare dal minimalismo meccanico di "Metronomic underground" all'irresistibile refrain di "Percolator", dall'incedere spigliato della title-track alla cadenza lugubre di "Mostre sacre" (ennesimo omaggio ai Velvet Underground). Nel frattempo, la band ha realizzato anche Music Or The Amorphous Body Study Centre, colonna sonora per una mostra dello scultore Charles Long.
Gli Stereolab sono ormai una band di culto del panorama alternative, con il loro look solo apparentemente naif e il design scarno e semplice dei loro dischi. Una svogliatezza studiata, che si riflette anche nella voce vacua di Laetitia Sadier, creando un contrasto stridente con l'impegno dei testi, costruiti con poche frasi, come tocchi di pennello di un quadro espressionista.
Prolifici come pochi, gli Stereolab ritornano con Dots And Loops (1997), virando verso un sound più soft, da cocktail-lounge, lontano dal pop elettrico e deviante del disco precedente. Prodotto da John McEntire dei Tortoise, l'album esplora il pop più minimalista ("Brakhage"), con scampoli di "drum'n'bass" acustico ("Parsec"), sommessi accenni funky, cori polifonici ("The flower called nowhere") e le immancabili atmosfere jingle-soundtrack ("Miss Modular"). Ma non mancano i passaggi a vuoto. Il loro pregio - la capacità di amalgama tra generi disparati - diventa anche il loro limite, perché, una volta scoperta la formula magica, l'operazione si ripete con una certa monotonia, e ogni brano nuovo si porta con sé i fantasmi dei precedenti.
Dopo la pubblicazione di Alluminium Tunes, raccolta di materiale raro e inedito, il loro album più recente, Cobra And Phases Group Play Voltage In The Milky Night, accentua la ricerca sull'easy listening, rivisitato in ottica post-moderna. Sono quindici brani composti da particelle ritmiche e melodiche orecchiabili, ripetute con infinite variazioni, accumulando "elementi diversi che possono dare spessore ai pezzi in termini di emozioni e allo stesso tempo garantire un effetto sorpresa costante", come spiegano Laetitia Sadier e soci. Il risultato è una colonna sonora per un film divertente, visionario e kitsch, che tiene insieme post-rock americano e pop brasiliano.
Celebrando un decennio di musica, gli Stereolab ritrovano la forma migliore con Sound-Dust (2001), un album meno ripetitivo dei precedenti e nel complesso più oscuro e decadente, anche grazie all'apporto di un mago del suono come Jim O'Rourke e di John McEntire dei Tortoise. "Per questo anniversario ci siamo regalati un'altra esplorazione - racconta Gane -. Volevamo provare tutti i tipi di suono, essere più sofisticati. L'intuizione del momento ci ha portati verso una musica melodica, soffice impressionista".
Il nuovo clima si percepisce fin dalla tesa overture strumentale di "Black Ants In Sound Dust". La cantilena suadente di Laetitia Sadier riaffiora a partire dalla seconda traccia, "Spacemoth", con una sorta di marcia funebre condotta al suono di trombe e una tenue melodia, sorrette da percussioni ossessive e variazioni di stile in pura tecnica minimalista. "Captain Easychord" si snoda attorno a una sonata di piano, alla chitarra "slide" di Jim O'Rourke e a cori celestiali con intrecci vocali alla Enya. Il ritmo si fa più serrato in "The Black Arts", sostenuta da un battito dance e da un variopinto tappeto di tastiere. Il riciclaggio di temi lounge e pop degli anni Sessanta riaffiora, a tratti, in brani come "Baby Lulu" e "Hallucinex". Il finale di "Les Bon Bons des Raisons" è una summa di questo nuovo stile, tanto severo quanto ricco di arrangiamenti. E chissà che in futuro nel frullatore degli Stereolab non finiscano anche i due album preferiti dell'infanzia di Laetitia Sadier: "Transformer" di Lou Reed e "Their satanic majesties request" dei Rolling Stones.
Nel dicembre del 2002 la storia della band segnata da una tragedia: la cantante e chitarrista australiana Mary Hansen muore a Londra, dopo essere stata investita da un auto mentre era alla guida della sua bicicletta.
Margerine Eclipse (2004) riflette il momento di confusione del gruppo dopo la scomparsa di Mary Hansen: Sadier che fa il controcanto a sé stessa, infatti, sembra una chanteuse in un labirinto di specchi. Senza più McEntire dei Tortoise alla produzione, il sound si è alleggerito di certe cupe elucubrazioni di matrice free-jazz, come aveva già dimostrato l'Ep Instant 0 In The Universe, uscito nel 2003. Ma l'idea di fondo è sempre la stessa: tornano gli immancabili gorgoglii dei sintetizzatori, i tempi rilassati, i beat da bossa nova futurista e gli infiniti coretti "ba-da-ba". Si parte con trilli di Farfisa e ritmi quasi danzerecci, prima dell'ingresso in scena di Sadier, armata della sua inconfondibile cantilena francese: "Vonal Declosion" è una macedonia di soul, psichedelia e funky, frullati alla velocità della luce. In "Need To Be" troneggia una Sadier leziosa (ma anche seducente) come sempre, su un patchwork di sintetizzatori, organi e chitarre acidule. Un meccanismo oliato, ma che gira a vuoto. Sfoggia un po' più di verve "…Sudden Stars", mentre "Cosmic Country Noir", propulsa da una robotica drum machine di kraftwerkiana memoria, sconfina in un synth-funky futurista. Sadier è sempre un'ottima intrattenitrice, come quando ci accoglie nel salotto cocktail lounge di "La Demeuere". Mancano, però, le ventate melodiche dei dischi migliori, e anche quando la band si cala in burrasche sonore come "Margerine Rock", si ha sempre il sospetto di ascoltare gli Stereolab suonati da una diligente cover band. Qualche sprazzo innovativo, semmai, viene dal versante più malinconico del gruppo, quello capace di abbozzare il valzer sghembo di "The Man With 100 Cells", il groove da bossa nova sintetica di "Margerine Melodie" o le progressioni felpate di "10 Feel and Triple", dedicata alla Hansen. Esercizio raffinato ma calligrafico l'elettro-blues di "Bop Scotch", mentre la nostalgica "Dear Marge" è un mambo mandato al galoppo in un'orgia di battiti disco-funk alla Earth Wind & Fire. Perfino gli slogan barricaderi di Sadier ("People oppressed, liberties crushed") puzzano, ormai, di maniera. Tra fluorescenze al neon, organi d'antan, atmosfere loffie e tripudi di voci e melodie sommerse, si giunge faticosamente alla fine. Il loro pop marxista degli esordi era in ritardo con la Storia. Il loro pop attuale è in ritardo anche rispetto ai gruppi contemporanei che ne sono debitori.
Nel 2005 esce il cofanetto antologico Oscillons From The Anti-Sun.
Un anno dopo, il ritorno in studio per Fab Four Suture, allo stesso tempo il nuovo album degli Stereolab e una raccolta di singoli. Le dodici tracce che lo compongono sono quelle dei singoli vecchio stile (solo vinile, una canzone per lato) che il gruppo ha fatto uscire in due tranche.
Le canzoni sono presentate in forma circolare, con le (quasi) strumentali gemelle “Kyberneticka Babicka” ad aprire e chiudere. Sadier accompagna discretamente i due pezzi in quello stile avant-retro di cui gli Stereolab hanno già dato moltissimi esempi, e ad essere sinceri più incisivi di questi due.
Ma il discorso fatto per l’apertura/chiusura del disco vale per tutta la sua durata, purtroppo. Niente di brutto, ma davvero nulla di memorabile. Sì, non male i fiati di “Eye Of The Volcano”, così come il suo finalino, ma siamo sempre negli stessi paraggi. E anche le liriche sono proprio quelle di sempre: l’utopia comincia a essere un po’ logora, e l’aria naif dopo quindici anni fatica a risultare convincente.
Quanto detto finora vale anche per la filastrocca di “Plastic Mile”, la coda krauta /”Lo Boob Oscillator” di “Excursions Into “Oh, A-Oh””, e via discorrendo. Si va avanti così per tutto l’album, non disprezzando e non ammirando. Un po’ pochino, se sulla copertina c’è scritto Stereolab.
(Fin troppo) imponente, Chemical Chords (2008) lascia intravedere ancora sporadici bagliori della classe da sempre profusa in composizioni minimali per tastiere vintage e filastrocche pop costruite intorno a melodie di due note, che tra infantili la-la-la esprimevano una visione del mondo di retro-futurismo apocalittico e anarcoide. Non a caso, il disco parte proprio dall'immutabile dottrina "not adult oriented" della band, inanellando prima una liquida canzoncina di pop apparentemente noncurante ("there is nothing to be sad about", ripete l'iniziale " Neon Beanbag ") e poi il cantato francese sempre fascinoso della Sadier, corredato in "Three Women" da un impianto strumentale riconducibile al periodo delle collaborazioni con John McEntire. In effetti, tutto l'album si presta a molteplici accostamenti al passato della band, alternando rassicuranti sinfonie minimali, canzoncine circolari, derive interstellari, accenni jazz-lounge e scomposizioni armoniche a base di cuts and blips.
Peccato però che nel frattempo sia lo spirito ad essere mutato, tanto da far sembrare oggi a tratti stucchevoli e stantie le medesime soluzioni sonore una volta frutto di geniali intuizioni. Così, dopo una partenza promettente, l'album regala soltanto qua e là qualche sprazzo, disperdendo sulla distanza una freschezza che in brani quali “Valley Hi!”, “Pop Molecule [Molecular Pop 1]” e “Fractal Dream Of A Thing” fa piacere poter ancora riscontrare.
Annunciato un periodo di inattività (che anche dopo l'album solista di Laetitia Sadier sembra piuttosto preludere a un definitivo scioglimento), nel 2010 la band si congeda con una raccolta di brani tratti dalle stesse session di Chemical Chords. In Not Music non si riscontrano dunque sostanziali differenze rispetto al disco precedente: al di là di due rielaborazioni di brani già editi in quel contesto ("Silver Sands", in un mix dilatato fino a dieci minuti tra tastiere kraute e synth danzerecci, e "Neon Beanbag", immersa in una soluzione acida da parte di Bradford Cox), il lavoro presenta infatti la medesima altalena tra una lounge music tempestata di fiati, stanche riproposizioni di una giocosità liquida dal respiro troppo corto e ancora qualche sprazzo melodico azzeccato ("Supah Jaianto", "Aelita"). Per il resto l'album non offre altro che i soliti coretti, le solite aperture retrofuturiste e le repliche dei soliti tentativi di integrare la formula originaria - attraverso fiati, segmentazioni ritmiche o più decise derive analogiche - che in tutta la seconda metà della carriera degli Stereolab non sono quasi mai stati coronati da un approdo convincente.
Troppo facili e ingenerose sarebbero le comparazioni con una qualche opera del periodo d'oro dela band. Sembra dunque giusto lasciarsi così, con un'appendice dimessa e anche per questo assai mesta per chiunque negli anni sia stato folgorato dalle loro filastrocche per adulti e dalla loro riscoperta di tastiere vintage.
Ironia della sorte: dopo aver fatto del modernariato una categoria sonora modernissima, gli Stereolab stanno per diventare modernariato essi stessi.
Contributi di Nicola Minucci ("Fab Four Suture"), Raffaello Russo ("Chemical Chords" e "Not Music")



