Talk Talk

Talk Talk

La band che visse due volte

di Paolo Sforza

Partiti dal synth-pop da classifica e dalle atmosfere "new romantic" degli anni 80, i Talk Talk di Mark Hollis hanno inaspettatamente virato verso ciò che i critici avrebbero poi chiamato "slow-core", tratteggiando scenari eterei e celestiali, e battendo sul tempo i paladini del post-rock
I Talk Talk si sono resi protagonisti di una delle più imprevedibili e meravigliose metamorfosi musicali che la storia del pop e del rock abbia conosciuto. Pochi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica.

Dopo il diluvio

Mark Hollis è sempre stato la guida della band, cantante, autore e fondatore. Muove i primi passi nella sua Tottenham, a Londra, spalleggiato dal fratello Ed, più grande di lui e inserito nella realtà musicale del periodo. Con il nome di "The Reaction" i due, siamo nel 1979, riescono anche a infilare un loro brano in una compilation dell'allora astro nascente Beggars Banquet. Hollis però ha altre ambizioni, e comincia a creare quello che poi sarà il progetto Talk Talk. Il lavoro viene premiato allorché la Island gli offre la possibilità di incidere alcuni demo, e quando il fratello Ed recluta Paul Webb al basso e Lee Harris alla batteria la squadra è fatta. A credere realmente in loro, però, è la EMI, che gli fa firmare un vero contratto e dà loro la possibilità di incidere un album, addirittura sotto la produzione di Colin Thurston, che aveva appena fatto bingo con il debutto dei Duran Duran.

Siamo nel 1982 e sia il disco di esordio The Party's Over, che i singoli estratti, "Talk Talk" e la più incisiva "Today" (14° posto in classifica), vanno ricondotti in quel periodo pop chiamato un po' pomposamente "new-romantic", che vede proprio la band di Simon Le Bon come una delle punte di diamante. Nonostante l'efficacia dei singoli, il disco è complessivamente mediocre e i Talk Talk si confondono nel gruppone di band che guardano ai suoni sintetici alla moda e ai ritmi da discoteche new wave. Che fossero panni stretti diviene presto evidente: addirittura Colin Thurston lascia la produzione in corso d'opera, e Hollis, Webb e Harris cercano autonomamente una direzione artistica più soddisfacente. Sarà determinante l'incontro con Tim Friese-Greene, che, pur non rientrando nella line-up ufficiale della band, si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo". Friese-Greene si mette in quella che si può considerare una vera e propria cabina di regia: produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis della quasi totalità dei brani.

Gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album, It's My Life, che viene pubblicato sempre dalla EMI nel 1984; il primo singolo è la title track che diviene presto una hit di quella stagione (curiosamente, in Italia più che in qualsiasi altro paese, madrepatria inclusa), tanto che oggi è considerato un classico di quel periodo (nel 2004, 20 anni dopo, verrà, banalmente, recuperato dai No Doubt), una canzone semplice ma piena di dettagli tutt'altro che banali, malinconica e seducente. Il singolo successivo, "Such A Shame", pur rimanendo sempre in ambito pop, è un brano musicalmente più complesso e pregevole, e bissa il successo del primo. Un buon contributo lo donano anche due video memorabili, dove Hollis ha modo di liberare la sua sarcastica e sfacciata mimica facciale. L'album presenta episodi alterni, scontando ancora qualche pezzo scialbo (soprattutto nella seconda parte), ma mostrando una maggior cura negli arrangiamenti, soprattutto nell'utilizzo più ricco delle tastiere, e una gamma espressiva maggiore. Anche la sezione ritmica cresce, il basso di Webb sembra più presente e capace di spiccare per linee melodiche e fantasia, ricordando a volte il celebre Mick Karn ("Such A Shame" ne è il più fulgido esempio). Oltre ai due singoli, spiccano "Dum Dum Girl", e soprattutto "Tomorrow Started", brani che confermano il tono complessivamente malinconico e riflessivo dell'album. Manca ancora qualcosa, però.

Il camaleonte

Passano due anni e i Talk Talk pubblicano The Colour Of Spring, titolo emblematico: è in primavera infatti che si dispiegano le nuove forme della natura. A conferma della valenza del titolo, la splendida copertina, ancora una volta ad opera di James Marsh che accompagna il gruppo dagli esordi e che lo seguirà sino all'ultima pubblicazione. Si tratta, infatti, di un esemplare album di transizione: i Talk Talk dimostrano di essersi liberati completamente dei cliché di una stagione musicale ormai al termine, e di poter avviare una strada autonoma. Certo ancora non tutto è perfetto, lo stacco non è definitivo, ma dove questo è evidente risplende in tutte le sue potenzialità. Fa effetto la grande quantità di musicisti che collaborano all'incisione del disco, spiccano su tutti per fama Steve Winwood all'organo e David Rhodes alla chitarra, che non sono un semplice fiore all'occhiello, ma donano ai brani maggiore apertura e calore, oltre a far pensare che i Talk Talk vogliano guardare in qualche maniera all'art-rock del decennio precedente.
La percussiva, oscura e insistente "Life's What You Make It" è il singolo di lancio (che li vede protagonisti persino sul palco di Sanremo). I brani che si differenziano maggiormente dal recente passato però sono altri: l'apripista "Happiness Is Easy", mascherata inizialmente da docile pop-rock venato di blues, si tramuta in maniera imprevista in una canzone sospesa e dalla forma libera, grazie all'uso sontuoso degli archi e a un inaspettato coro di bambini che duetta con Hollis a fine ritornello.
Poi ci sono "I Don't Believe In You", una malinconica a trasognata ballata, e due pezzi dove si manifesta più chiaramente l'ingresso di forme jazz libere, "April 5th" e "Chameleon Day". Quest'ultimo è un brano breve quanto magico. Imperniato quasi esclusivamente sulla voce e sul piano di Hollis, si presenta come poco più di due minuti di rarefatta e fragile musica, ma quel momento, al minuto 2:18, dove Hollis anticipa con un filo di voce la frase finale del brano, ecco in quel momento si apre una finestra sul futuro prossimo venturo della band, si sprigiona tutta la sensibilità unica e non riducibile di Hollis, che si mette in evidenza come un interprete unico. La sua voce esprime sempre una sofferenza consapevole, a volte disperata ma non per questo priva di volontà. E i suoi Talk Talk sono un gruppo che ormai è in grado di stare, oltre che da soli in piedi, su un piano differente, più in alto.

Ancora una volta a distanza di due anni, quando esce Spirit Of Eden, è subito tutto chiaro: l'album ha una specie di introduzione, composta di suoni accennati, droni, un filo di archi come sfondo, qualche nota di piano a provare una melodia. E' come uno sguardo su una città che piano piano si risveglia, distaccato, da un punto di osservazione estraneo a quel mondo, dall'alto. E' la metafora dell'abbandono definitivo da parte dei Talk Talk dei legami con le mode musicali del periodo, del distacco da qualsiasi situazione contingente. E' un nuovo inizio.

L'Eden e il Desiderio

Quella dei Talk Talk si afferma, finalmente, come musica spirituale. E se lo spirito parla in qualche maniera dell'Anima, la musica che meglio ha parlato di questa nello scorso secolo è il blues. E' infatti una slide-guitar graffiante quella che taglia la rarefazione iniziale, è una ruvida armonica che le dà manforte poche battute dopo; un cadenza stanca, pochi accordi, la voce di Hollis che sembra strapparsi dalla bocca da cui esce. Una specie di flebile ritornello sembra fuoriuscire dal nulla, un effluvio che si sublima in pochi, misurati, accordi di piano che attendono i fiotti di luce sparati dall'organo, fino a che non ricomincia la strofa iniziale. E' "The Rainbow", meravigliosa apertura di questa suite in tre fasi che prosegue con "Eden" e "Desire", dove si alternano catalessi cupe e tese a esplosioni sanguinose e nervose. Hollis e compagni costruiscono la loro musica con pattern semplici e spesso reiterati (come la chitarra in "Desire", ad esempio), ma conservando sempre la particolarità di sporcare ogni volta in maniera diversa e imprevedibile il loro ruvido soundscape, realizzando così una musica che sembra allo stesso tempo scarna e minuziosamente ricca di dettagli. Una trance che più che psichedelica, ovvero che rimanda ad altre percezioni da parte della mente, sembra una febbre violenta, stancante ma frutto di una tensione continua con prevedibili picchi e altrettanto prevedibili discese umorali. I brani sembrano suonati al rallentatore (qualche anno più tardi qualcuno chiamerà qualcosa di simile slow-core), come per prestare più attenzione all'ascolto, e a dare più importanza alle note suonate: il motto di Hollis infatti è "Before you play two notes learn how to play one note - and don't play one note unless you've got a reason to play it". I Talk Talk si distanziano così anche dal movimento etereo, figlio dei Cocteau Twins; la loro è una spiritualità introspettiva che si può definire agostiniana, dove il pensiero è rivolto al cielo, ma gli sguardi ben presenti sulla terra. E' musica sanguinante. Da un punto di vista più formale, soprattutto per il frequente uso free dei fiati, possono ricordare alcuni momenti della scena canterburyana, nel primo Matching Mole ad esempio, grazie al senso di libertà espressiva e al calore emanato da ogni nota. Spariscono i synth, trionfano chitarre, pianoforte e organo, e anche la sezione ritmica abbraccia questo nuovo corso, indirizzandosi verso uno stile più prossimo al jazz.
Sembra incredibile che possa essere il gruppo degli esordi. Nemmeno gli sguardi introversi, la beffarda mimica facciale di Hollis, qualche raffinatezza negli arrangiamenti di quelle canzoni da classifica potevano far supporre che dietro tutto questo ci fosse un simile tesoro.
Il resto dell'album è composto da brani più brevi, ma di immutato spessore: "Inheritance" vaga in uno stato di trance tra blues e free-jazz, "I Believe In You" è un capolavoro di sospensione onirica, mistica e catartica, con un coro gospel e un organo che sembrano redimere e dare forza e luce (nel video, tutto giocato su penombre e sovrapposizioni, ciò avviene letteralmente). La conclusiva "Wealth" eguaglia "Rainbow" per rarefazione, e si scioglie in un flusso di organo e tastiere davvero celestiale, la fine di un processo di espiazione e salvificazione di cui Hollis ci ha reso partecipi totalmente, con brevi testi pensati, ed espressi alla stessa stregua della musica: poche frasi meditate, che attraversano desolazione e desiderio, consapevolezza e speranza.

Bisogna attendere un anno in più del solito per un nuovo album, e c'è un cambio di etichetta discografica. Esce infatti per la Polydor, nel 1991, Laughing Stock, un disco che ripete senza dubbio la grandezza del predecessore e ne è un naturale proseguimento. L'unica cosa che manca è l'effetto-novità, altrimenti preferire o misurare l'importanza dell'uno all'altro è un esercizio ozioso e rischia di diventare una questione di lana caprina. Quello che importa è che i brani di Laughing Stock conservano l'umore fragile e teso, intimista, del precedente, ma accentuano il distacco da qualsiasi legame con la canzone tradizionale. Più che di un cambiamento, sarebbe più giusto parlare di traslazione di un metodo, di un approccio, indirizzato verso una forma un po' differente, con molti elementi in comune, la strumentazione e il sound in primis. Se in Spirit Of Eden la dilatazione di pratiche musicali consuete ne mutava la percezione, fino a renderle irriconoscibili, o comunque facendone perdere il senso comune, in Laughing Stock pezzi come "After The Flood", "New Grass" e "Ascension Day", procedono più per stratificazioni leggere quanto consistenti, con frasi musicali circolari che variano in maniera fluida, tanto da far sembrare ogni mutazione necessaria e naturale. Se l'album precedente poteva aver aperto la strada al cosidetto slow-core, questo preannuncia alcune forme di post-rock, di musica non riconducibile alle classificazioni fin qui utilizzate, ma che allo stesso tempo non se ne distacca tanto da sembrare aliena al nostro orecchio.

Post-diluvio

E' l'ultimo capitolo della saga Talk Talk, l'ultimo stadio del loro sorprendente processo evolutivo. Si poteva chiedere loro di più per banale egoismo, ma sarebbe stato ingiusto e forse non è possibile immaginare un altro album che potesse competere con gli altri, non tanto per bellezza, quanto perché è difficile immaginare uno scatto verso qualcos'altro della stessa ampiezza. A sopperire usciranno diverse raccolte, di cui bisogna segnalare Asides Besides (EMI, 1998) doppio cd, contenente i singoli, lati B, e tanti mix delle versioni originali, interessante non solo per i fan, grazie anche a "John Cope" e al retro del singolo "Life's What You Make It", "It's Getting Late In The Evening", uno splendido e luccicante anticipo di quel che sarà da lì in poi. Nel 1999 (etichetta Blueprint) viene edito un live registrato nel 1986, dopo l'uscita di The Colour Of Spring, interessante. Poi la raccolta Missing Pieces del 2001 (distribuita in Italia da Materiali Sonori), contenente due inediti relativi al periodo di Laughing Stock e alcune versioni alternative di "After The Flood", "Myrrhman", "Ascension Day", "5:09" e "New Grass".

Fortunatamente, almeno Mark Hollis non ci lascerà del tutto digiuni, producendosi nel 1998 in un disco omonimo molto bello, ancora più rarefatto delle opere prodotte con il gruppo, ma dove è facile ritrovare delle qualità comuni. Non una involuzione, ma una sottolineatura di alcuni aspetti, la sofferenza, l'attenzione che sembra trasfigurare una specie di pudore dei sentimenti. La sua voce, sempre più fragile, dove la fragilità significa anche coraggio e forza della dichiarazione della stessa, sempre comunicativa come poche, accompagna brani dove tutto è calibrato a piccole, ma indispensabili dosi. E un brano come "A Life (1895-1915)" giustificherebbe da solo una carriera, per come miracolosamente si apre e si chiude nella stessa maniera, come un filo che si svolge e si riannoda lasciandoci stupefatti.
Poco tempo dopo, Hollis annuncerà l'addio al mondo della musica (anche se lo si può ritrovare nei credit del primo disco solista di Anja Garbarek), in maniera sobria, giustamente. Webb e Harris si produrranno in un progetto chiamato O' Rang con il quale firmeranno due dischi. Il primo, Herd Of Instinct (1995) è una interessante unione di psichedelia, rock e musica dalle forte influenze mediorientali. E' in questa occasione che faranno conoscenza di Beth Gibbons (non ancora diventata la voce per eccellenza del trip-hop), di cui Webb produrrà e con la quale realizzerà, sotto lo pseudonimo di Rustin' Man, il suo bel disco solista "Out Of Season", primo e per ora unico (Harris si unirà a loro nei concerti).

Lee Harris suonerà ancora nel disco della rentrè dei Bark Psychosis, il progetto di quel Graham Sutton che fu il massimo pupillo dei Talk Talk, "Codename Dustsucker" (2004).

L'uomo dietro le quinte Tim Friese-Greene avvia invece il progetto Heligoland fondando, per l'occasione, la sua personale label Calcium Chloride. Il primo tentativo è l'Ep Creosote & Tar (1997), ma i boogie rumoristi Velvet-iani del brano eponimo e di "Dreaming Of Persephone", il blues claustrofobico di "Blued" e la ballata psichedelica di "Kiss-Off" confermano soltanto la mancanza di Hollis.

Il primo album Heligoland (2000) è un manufatto più rigoroso che precisa la sua missione amalgamando gli elementi psichedelici. La chitarra rimane comunque sempre al centro, serpeggiando e infiammandosi nei ritmi puntuti e pulsanti di "Lost And Lethal" e della più religiosa "Bluebird", "Isn't It Sad" (interrotta da clacson di fiati da camera). Gli sbalzi di "Shock Treatment" (hard-rock spirituale e salmodia rarefatta) disegnano una dicotomia disorientante che, finalmente, quasi riporta aui suoi Talk Talk, mentre le sue competenze di avanguardista da camera sono confinate alla breve "Relapse".

Ci vuole un'altra pausa da eremita per sentire il seguito, Pitcher, Flask & Foxy Movie (2006). Influenzato dalla svolta elettronica dei Radiohead, Friese-Greene orienta la sua bussola al suono glaciale e professionale. Ciò che spicca è però sempre l'equilibrio compassato. Anche in boleri techno arzigogolati ("Wedding Feast"), o in ballate fratturate ("Clasp"), o in passi di carica ("Down To Zero"), prevale l'andamento compìto e una più tradizionale struttura folk-rock. "Semantics Got Me Caned" e "Black Girl" invece lo deragliano verso il cantautore che scopre la chitarra elettrica (il Dylan del '65). Come per il predecessore, vi sono solo poche tracce che testimoniano il suo talento di pittore impressionista che fece la gloria della band madre, "Fruit" e "The War Stupid" (i 7 minuti di "She Walked" sono una copia sbiadita di una ballata pop).

Il mini One Girl Among Many (2015) invece s'immerge nell'elettronica da ballo.

Friese-Greene ha anche registrato a suo nome i 10 Sketches For Piano Trio (2009), il definitivo sbocco delle ambizioni jazz di un'intera carriera.
Il folk tradizionale del singolo "I Would Change None For You" (2015) aggiunge la confusa chillout di "All I Hear Is Foley" (già uscita nel 2011).

A più di vent'anni dallo scioglimento, Spirit Of Talk Talk (2012) è un doppio tributo collettivo alla carriera.

Non sembrava così all'epoca, ma il lascito dei Talk Talk nel corso degli anni è sembrato sempre più evidente e la loro opera è stata, via via, rivalutata come preveggente. Quando ancora non si parlava di slow-core e post-rock, i Talk Talk già lo suonavano. I paladini di quei generi, che hanno segnato in maniera determinante il decennio scorso, provenivano dall'hardcore, o cercavano di recuperare il rock d'avanguardia anni Settanta, riscoperto anche grazie alle ristampe su cd di quei dimenticati progenitori. I Talk Talk invece provenivano dal genere più bistrattato degli anni Ottanta, il synth-pop, e hanno fregato tutti sul tempo. Buffa la vita, eh?

Talk Talk

La band che visse due volte

di Paolo Sforza

Partiti dal synth-pop da classifica e dalle atmosfere "new romantic" degli anni 80, i Talk Talk di Mark Hollis hanno inaspettatamente virato verso ciò che i critici avrebbero poi chiamato "slow-core", tratteggiando scenari eterei e celestiali, e battendo sul tempo i paladini del post-rock
Talk Talk
Discografia
 TALK TALK

 

  

 

 The Party's Over (EMI, 1982)

5

 It's My Life (EMI, 1984)

6,5

The Colour Of Spring (EMI, 1986)

7

Spirit Of Eden (EMI, 1988)

8

 Natural History: The Very Best Of Talk Talk (antologia, EMI, 1990)

 

 History Revisited (antologia, EMI, 1991)

 

Laughing Stock (Verve/Polydor, 1991)

8

 Asides Besides (doppio cd, antologia, EMI, 1998)

 

 Missing Pieces (antologia, Pond Life, 2001)

 

  

 

 MARK HOLLIS

 

  

 

Mark Hollis (Polydor, 1998)

7,5

  

 

 O'RANG

 

  

 

 Herd Of Instinct (Echo, 1997)

7

 Fields & Waves (Echo, 1997)

7

   
 HELIGOLAND 
   
 Creosote & Tar (Ep, Calcium Chloride, 1997)5
 Heligoland (Calcium Chloride, 2000) 6
 Pitcher, Flask & Foxy Movie (Indipendent, 2006) 6
 One Girl Among Many (mini, Calcium Chloride, 2015) 4
   
 TIM FRIESE-GREENE 
   
 10 Sketches For Piano Trio (LTM, 2009) 5
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TALK TALK

Laughing Stock

(1991 - Polygram)

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