Teenage Fanclub

Teenage Fanclub

Pet Rockers

di Stefano Ferreri

Il romanzo dei tre moschettieri power-pop di Glasgow: dagli esordi scapigliati e rumorosi al tranquillo impressionismo di oggi, la folgorante parabola della più americana delle band britanniche dei 90's, capace di spingersi con una serie di album mozzafiato in un'ideale terra di mezzo tra jangle byrdsiano e fuzz-rock, dolcezza e ruvidezza, stregando Kurt Cobain e ubriacando spesso la critica

Il sodalizio artistico tra Norman Blake e Raymond McGinley comincia nella cittadina di Bellshill, area metropolitana di Glasgow, nell’ormai lontano 1986. I due musicisti poco più che ventenni sono rispettivamente frontman e primo chitarrista di una band pseudo-punk chiamata The Boy Hairdressers, destinata a un prematuro scioglimento dopo aver licenziato il solo dodici pollici di “Golden Shower” per la cult label glasvegiana 53rd & 3rd Records. Seppur giovanissimo, Blake – omonimo di un cantante bluegrass statunitense già soldatino per Bob Dylan, Kris Kristofferson e Johnny Cash – non è certo un novellino, avendo già militato in diverse compagini affini, per estetica, a quelle della leggendaria C86: nei Faith Healers (assieme a Sean Dickson dei Soup Dragons), nei Finding Faust (con Paul Quinn, sempre dei Soup Dragons), nei Clouds (con John e Bill Charnley) e nei Pretty Flowers, in combutta con i compagni di scuola Duglas T. Stewart e Frances McKee, all’epoca già pronti a imbarcarsi nei rispettivi nuovi progetti, Bmx Bandits (con l’onnipresente Norman tra i cofondatori) e Vaselines.
Per effimera che sia, l’esperienza nei Boy Hairdressers si rivela sufficiente per assicurare alla coppia e al batterista Francis MacDonald un discreto seguito nel locale circuito indipendente. Quando all’inizio del 1989 il gruppo si scioglie, Norman è impiegato come commesso in un negozio di dischi mentre Raymond è ancora in corsa per una laurea in ingegneria e l’imberbe Francis si fa le ossa dietro ai rullanti in formazioni dall’avvenire quantomeno dubbio, Bmx Bandits esclusi. Alternative non sufficienti, evidentemente, ad arginare le ambizioni dei ragazzi in ambito musicale. Ben presto al terzetto si unisce un altro studente universitario, il bassista e cantante Gerard Love, da poco conosciuto tra gli spettatori di un concerto dei Dinosaur Jr.
L’ora dei Teenage Fanclub è di fatto scattata, e gli scozzesi non impiegano che poche settimane per assicurarsi un contratto con la Paperhouse (piccola sussidiaria della Fire) nel Regno Unito e con la Matador negli Stati Uniti, entrambe etichette di recente fondazione.

Un'educazione americana

Proprio mentre le registrazioni per l’album di debutto sono a buon punto e la popolarità dei quattro è in crescita esponenziale in patria – anche per merito di una serie di esibizioni incendiarie, esilaranti e ad elevatissimo tasso etilico – Francis si sfila per entrare a far parte di una vera istituzione locale, i Pastels. Il suo posto è coperto in men che non si dica da un altro diciannovenne della zona, l’assistente ricercatore e batterista improvvisato Brendan O'Hare, che si era fatto conoscere dai nuovi compagni come fervente ammiratore ai tempi dei Boy Hairdressers. A dicembre il lavoro, curato dalla band assieme a Ted Blakeway (tecnico di fiducia per i già citati Soup Dragons e Bmx Bandits) e intitolato A Catholic Education, è pressoché ultimato, ma devono trascorrere altri sei mesi affinché veda finalmente la luce.

220x270_01aSulla scia dell’alternative rumoroso del periodo, tra My Bloody Valentine e Dinosaur Jr, questo esordio si dimostra più che promettente. La cura per la melodia, sotto una crosta di feedback che talvolta relega un po’ in sofferenza le voci sullo sfondo, appare già ammirevole. Quello del singolo “Everything Flows”, che in questo contesto sa più che altro di luminosa eccezione, rappresenta solo il primo di una lunghissima serie di refrain indimenticabili, tra riff secchi e digressioni strumentali abbastanza velenose: una geniale cavalcata tra college-rock, lo-fi e dream-pop (oggetto tre anni dopo di una rilettura drum’n’bass dei Saint Etienne), bizzosa e dolce a un tempo, visto che i Fannies non paiono intenzionati a smentire chi li vorrebbe incasellare tra le formazioni indie-pop, e in effetti suonano troppo jangly (o troppo poco furibondi) per assicurarsi un posto nel calderone shoegaze. La schiettezza è il loro miglior biglietto da visita assieme a un’indole felicemente scapestrata, tra l’approssimativo e il goliardico che, in “Everybody’s Fool” soprattutto, anticipa in maniera impressionante analoghe pose dei Pavement di qualche stagione dopo. La band appare tonica, arrembante, ma rivela sufficiente buon senso da non rinunciare alla disciplina e alla semplicità. Il songwriting è basico, ordinato ma non scolastico, una prerogativa irrinunciabile quando l’obiettivo sia un easy-listening agile e divertente che voglia in qualche modo farsi ricordare (si senta “Critical Mass”).

Gli ingredienti sui quali edificheranno in appena un lustro una fantastica carriera sono già presenti, e ben riconoscibili; rendono al meglio negli episodi che meno vivono di esasperazioni (“Eternal Light”, ad esempio) e che fanno fruttare quella miscela di intonazioni melanconiche e chitarrismo arruffato ma tenero che non disdegna deviazioni più elaborate. Si bada tutto sommato al sodo e si viaggia a velocità sostenuta, pochi fronzoli – anche se il basso morbido e saltellante di Gerard non manca di mettersi in mostra – come ad accentuare quel bisogno di affiliazione alla nuova ondata indie-rock di marca americana: nella title track, per dire, ricordano gli Yo La Tengo scapigliati dei primi passi, “President Yo La Tengo” in testa. La schiuma elettrica di “Too Involved” è trendy, ma non insozza un sound tutto sommato limpido. C’è ancora tanta timidezza sul piano vocale ma, in linea con i vezzi estetici dell’epoca, questa non può certo suonare tra le voci a sfavore del disco, anzi, pare in tutto e per tutto un espediente cercato perché funzionale.

220x270_01_03“Don’t Need A Drum”, sostengono loro nell’intestazione di uno dei brani, lasciando quasi presagire che la postazione dietro ai rullanti resterà vacante (quando non proprio secondaria) per ampi tratti della loro ultraventennale avventura. Nel caso specifico prevale in effetti l’indole dimessa e non troppo ruspante di certi loro lavori futuri (Thirteen ne diverrà il paradigma), con la reiterazione monotona della stessa orditura a sopperire alla scarsa esuberanza della parte ritmica. Riescono più guizzanti (ma sempre diretti, quasi schivi) giusto in “Every Picture I Paint”, dove avvicinano i Sonic Youth del triennio precedente e svelano una curiosa corrispondenza nel cantato con l’anti-spettacolarità di un Lee Ranaldo. Il debito è evidente ma resta un peccato veniale, se ci si sofferma a considerarlo per l’omaggio che è in fondo. Nei due brani intitolati “Heavy Metal” si scimmiotta il genere di riferimento con finta serietà, simulando nel contempo una cattiveria che è tanto opportuna quanto estranea e riuscendo credibili nella propria burla da ragazzini. Il gustoso parodismo degli scozzesi mette alla berlina l’ottusità di un mondo musicale e delle sue pose immutabili, senza cinismo e, al contrario, persino con delicatezza.

Il guitar-pop della compagine scozzese al debutto merita insomma il plauso perché presenta un gruppo abile a rielaborare con buona personalità spunti stilistici certo non originali, senza passare per un inutile facsimile e lasciando anzi intuire potenzialità espressive di tutto riguardo. Anche per questo, A Catholic Education (assieme al susseguente Ep God Knows It's True, licenziato nell’autunno del 1990) assicura ai Teenage Fanclub gli immediati favori della critica: a torto o a ragione, Chris Mundy di Rolling Stone lo definisce “una sbalorditiva genuflessione all’alternative a stelle e strisce e al grunge”. Di certo non esiste al momento una band britannica che suoni così americana, e la cosa non passa inosservata sull’altra sponda dell’Atlantico.
Dopo la buona impressione destata all’annuale New Music Seminar di New York, il gruppo finisce nel mirino della Geffen, che ha già pronto un contratto. Qualcosa di analogo si verifica in patria dove è la Creation, partner della Sony, a farsi avanti con insistenza. Frattanto i ragazzi sono a buon punto, assieme al produttore Don Fleming (già al servizio di Sonic Youth, Dinosaur Jr e Hole), con la lavorazione del loro primo album per una major. Resta tuttavia da sciogliere il nodo contrattuale che, oltreoceano, li lega alla Matador per due Lp anziché uno soltanto. L’escamotage è rappresentato da The King, titolo altisonante per una raccolta registrata e assemblata molto alla buona apposta per svincolarsi senza alcuna penale dal cappio dell’etichetta newyorkese.

220x270_05_03Per quanto Norman e compagni abbiano in seguito smentito, imputando la natura sgangherata del disco all’impostazione caotica e aperta alle improvvisazioni assicurata da Fleming in studio, è chiaro che la loro opera seconda vada intesa come il frutto di uno scaltro sotterfugio, approntato nei pochi rimasugli di tempo al termine delle session dell’album poi pubblicato in seguito (e solo perché la sala era già pagata ancora per qualche giorno), piuttosto che come un incidente di percorso. Quasi a enfatizzare il carattere goliardico (e beffardo) del disco, gli scozzesi non perdono l’occasione per proseguire la rassegna di parodie inaugurata con il precedente lavoro, all’insegna di uno sbalestrato pastiche di chitarre distorte, sax ubriachi e coretti sunshine (“Heavy Metal 6”) o con allucinate ipotiposi tra il prog e lo space-rock emuli dei primi Flaming Lips (“Heavy Metal 9”). E in linea con quanto l’intestazione suggerisce, “The Ballad Of Bow Evil (Slow And Fast)” si qualifica come un mero esercizio da ricreazione in cui i ragazzi si divertono a mostrare i muscoli o si perdono in improbabili dilatazioni grottesche.

“Mudhoney” è una risposta a chi li aveva impropriamente accostati all’ondata grunge, e insieme un implicito omaggio all’animo selvaggio e alla sporcizia dell’omonima compagine statunitense ma anche, per estensione, alla turbolenza della scena di Seattle nel suo complesso. Si tratta dell’episodio più lungo, vorticoso, grezzo e pestone di una collezione volutamente marginale, concepita quasi come uno scherzo poi di fatto disconosciuto dai suoi autori, e che merita di essere ricordata più che altro come un semplice divertissement per completisti (quando non proprio – è il caso dell’invertebrata title track – come una raccolta differenziata del più indigesto ciarpame rumorista). Nonostante questo, anche al netto del caos e di una weirdness chiaramente enfatizzata con intento burlesco, il potenziale vertiginoso della band si intuisce lo stesso. La cover di “Interstellar Overdrive” dei Pink Floyd insiste con la norma di un chitarrismo sul marcio andante, tra bassa fedeltà non pregiudicante e un pizzico di sana pitoccheria psichedelica, servita con la giusta sfrontatezza e un adeguato tasso di feedback spurganti. La palma per il titolo più efferato del lotto spetta comunque a una “Robot Love” che è uno scaracchio garage dei più sadici e miserabili.

220x270_02_02Si salva la gemma nascosta di “Opal Inquest”, una lancinante cavalcata che non lesina sul furore, le asperità e le impennate acide, arrivando a suonare come una versione ulcerata dell’hard-rock dei Settanta, in anticipo di vent’anni buoni sui diversivi ludici di un Ty Segall. Fa anche meglio la rilettura di “Like A Virgin” di Madonna (sulla falsariga di quella di “The Ballad Of John and Yoko” pubblicata addirittura come singolo l’anno prima), unico brano cantato dell’album, che indulge al riverbero ma crea un cortocircuito a dir poco gustoso con la vena zuccherina dell’originale, virando senza timore verso lidi più smaccatamente agrodolci. I pochi passaggi indovinati non sono tuttavia sufficienti a legittimare l’acquisto del sophomore. Impresa ai tempi resa piuttosto disagevole anche per azione del boss della Matador, Gerard Cosloy, comprensibilmente insoddisfatto del risultato (delusione poi generosamente indennizzata dagli emissari della Geffen, per “liberare” in via definitiva i musicisti) e irremovibile nella decisione di cancellarlo nel giorno stesso dell’uscita, il 27 agosto del 1991, al punto da rendere le pochissime copie distribuite materiale per professionisti del collezionismo. Paradossale, invece, l’esito nel Regno Unito dove l’accordo tra la Creation e la band, che prevedeva un massimo di mille copie da piazzare a metà prezzo, viene disatteso dall’etichetta che stampa e vende a prezzo pieno, e in tempi da record, venti volte tanto. Del tutto a sorpresa, il francamente modesto The King spinge così i Teenage Fanclub a ridosso della cinquantesima posizione nelle chart britanniche.

Bigstaresque

Ma il colpo di scena è solo dietro l’angolo. Quello che il quartetto e Don Fleming hanno approntato agli Amazon Studios di Liverpool è un’adesione fedele e insieme la reinvenzione del guitar-pop dei vari Big Star, Badfinger e Orange Juice, un revival straordinariamente al passo con i tempi, sublimato da un’accessibilità che pochissimi, nella loro generazione, possono vantare. Quello anticipato da “The Concept” è un ritorno sorprendente, perché molto più a fuoco di quel che le premesse lasciassero intendere. La formula di “Everything Flows” è stata rispolverata e perfezionata, sfrondando il songwriting delle superflue digressioni rumoriste per esaltare un nocciolo pop di proverbiale efficacia, poi marezzato dalla trapunta elettrica senza inficiarne l’immediatezza, la resa melodica o le intriganti suggestioni power-pop di fondo.
L’equilibrio di dolcezza e ruvidezza approda allora con Bandwagonesque a esiti clamorosi – una ideale terra di mezzo tra jangly e fuzzy, elevata a paradigma – che saranno in parte bissati dal più elaborato successore. Il disco-rivelazione resta però questo senza discussioni, per una band che mitizza i Seventies, ha ancora le radici negli anni Ottanta ma i nervi ben piantati nel presente, una sensibilità modernissima che è evidentemente sorella delle istanze in arrivo da Seattle (ascoltare “Satan”, per credere) ma anche di una scena indie-pop non nuova ma in evidente ascesa, dai Biff Bang Pow! e i Beat Happening in giù.

220x270_02aSe A Catholic Education era stato firmato quasi per intero da Blake (coadiuvato qua e là da McGinley), è l’accresciuto risalto di Love, qui autore di ben sette brani, il vero valore aggiunto di un’opera che sa essere ariosa e ordinata, ma dove anche le ballate baciate dalla grazia (i violini di “December”, ad esempio) non silenziano spifferi, fermenti vivaci, astrazioni spacey (l’intro di “Star Sign”) e un’impulsività che, a conti fatti, non può che suonare come una benedizione. E’ micidiale il tormentone dello scapigliato singolo “What You Do To Me”, arruffato e dolce come una caramella che frizza, in quel paio di minuti infettivi come pochi. Non ci sono pose da superstar, però, l’intonazione è quella briosa e goliardica dei connazionali Vaselines e questo, decisamente, fa la differenza contribuendo ad accordare subito al quartetto la simpatia della stampa e di un pubblico che, da qui in avanti, non lo abbandonerà più. A lasciare un segno è anche il sacco di denaro stilizzato nella copertina disegnata da Sharon Fitzgerald, poi oggetto di un contenzioso con Gene Simmons dei Kiss che aveva già registrato un logo analogo e venne in seguito risarcito senza colpo ferire dai legali della Geffen (stando a quanto raccontato dallo stesso Simmons nell’autobiografia “Sex Money Kiss”).

In linea con la noncuranza strategica, con il beato disincanto del periodo, i Fannies non hanno ricette magiche da offrire al di là del loro alt-rock candido e corale, in punta di Rickenbacker. Come ancora Mundy di Rolling Stone non manca di rilevare, in una fase in cui la rabbia, i toni enfatici e una certa infatuazione per le sonorità heavy marchiano a fuoco la scena indipendente, i Teenage Fanclub mostrano un cuore sunshine-pop pulsante sotto le T-shirt e la flanella dei loro camicioni d’ordinanza. “I Don’t Know”, ad esempio, guarda alla lezione di Beach Boys e Byrds ma la trascende grazie a un’indole che è del tutto calata nel suo tempo, musicalmente parlando, e che può ambire a un posto nemmeno così defilato nella colonna sonora della nascente Generazione X.
Teneri e vibranti, i ragazzi sono troppo gioiosamente pop per essere accolti tra i venerati esponenti del fenomeno shoegaze, e troppo rumorosi e sporchi, si fa per dire, per pensare di sfondare con il college-rock pulitino che da almeno un lustro vende più che bene (non a caso, nel lodare la loro intelligenza e ambizione, il recensore di Spin Jim Greer definisce la band “il dono di Dio alle college-radio”). Ma è frutto di una scelta oculata e i Nostri non sembrano certo soffrire per il mancato allineamento a questo o quel filone.

220x270_06aIl nuovo esplicito riferimento al metal (nell’intestazione di “Metal Baby”) prefigura stavolta, in vece delle solite parodie, un easy-listening sdolcinato e contagioso che non si nasconde più: canzoni come sveltine deliziose, refrain compulsivi ed estatici con l’addizione di quel paio di chitarre cattive solo per ragioni di sceneggiatura, ideali per intossicare anche ascoltatori un pizzico più intransigenti in libera uscita dalla sbornia grunge. Il loro “Pet Rock”, almeno nominalmente un aggiornamento del “Pet Sound” di wilsoniana memoria, è uno scarmigliato (disciplinatissimo, in realtà) pastone alternative che scherza con il bubblegum, con il citazionismo byrdsiano (“Sidewinder”) e con ogni sorta di svenevolezza oggi etichettata bellamente come indie-pop: un mischione per l’epoca abbastanza sorprendente e solo oggi di fatto storicizzato, anche e soprattutto grazie alla loro encomiabile opera.
Blake si supera con i due singoli già menzionati e con la perla di “Alcoholiday”, tra ironia e irresistibile disinvoltura, lanciata da quel suo ribellismo ingenuo destinato al marchio registrato, dai coretti assassini e quel temperamento da bravi ragazzi persi nella loro ricreazione a tempo indeterminato, un’inclinazione che frutterà alla band l’inedita etichetta slacker-rock. Non manca il numero à-la McGuinn-Crosby obliquo ed elettroacustico, dato alle fiamme poco per volta con gentilezza (“Guiding Star”), mentre a chiudere i giochi è uno scherzo strumentale che sa di traditional irlandese filtrato da una sensibilità new wave molto eighties.

220x270_06bBandwagonesque fa degli scozzesi delle piccole leggende. Abbastanza incredibilmente si impone come miglior album del 1991 per la rivista Spin – merito del redattore Steven Daly, ex-batterista degli Orange Juice, che si rivela endorser di rara efficacia – prevalendo sui ben più quotati “Nevermind”“Loveless” e “Out Of Time”. A stretto giro di posta arrivano la benedizione di Rolling Stone (che proclama i Fannies nome più caldo per il 1992), una chiamata per il Saturday Night Live e l’investitura dei Nirvana, che li vogliono con prepotenza per far aprire loro diverse date proprio del tour di “Nevermind”. Kurt Cobain non mancherà mai di elogiarli nelle interviste e si sbilancerà nel definirli, senza giri di parole, la “miglior band al mondo”. Sfortunatamente le radio commerciali non vanno in brodo di giuggiole come quelle universitarie e le vendite restano modeste – 70.000 copie nel regno unito, poco più del doppio negli Stati Uniti – per un deludente ventiduesimo posto in patria e un ancor più misero centotrentasettesimo oltreoceano. Durante questa sorta di effimera luna di miele, la critica esalta in particolare, tra i tanti pregi di Blake e soci, il prezioso disseppellimento dell’arte di Alex Chilton, e c’è chi si spinge a ribattezzare quasi affettuosamente l’album “Big Star's 4th”. Per ironia della sorte, tuttavia, più che valere come rampa di lancio per una consacrazione ad alto livello, il disco contribuisce a riaccendere l’interesse per l’inestimabile catalogo chiltoniano.

Proprio il cantante di Memphis, lusingato dal sincero apprezzamento dei giovani colleghi europei, accetta il loro invito a registrare insieme un paio di brani per un singolo (“Free Again/Bad Seeds”), i cui incassi vengono destinati alle vittime della guerra in ex-Jugoslavia. Per i Fannies si tratta di un’occasione impagabile per collaborare con uno dei loro idoli, la cui riscoperta dopo anni di oblio generalizzato e quasi criminale è un incentivo per lo stesso Chilton.
Dopo uno split con i Viva Saturn degli altri beniamini Steven Roback e Matthew Piucci, ex-Rain Parade, che sempre nel 1992 certifica le benemerenze dei ragazzi di Glasgow in un’ottica di revival jangle-pop, l’esperienza viene replicata l’anno seguente con un nuovo singolo, in questo caso condiviso con i redivivi Big Star ("Mine Exclusively/Patti Girl"). E che l’amore per i loro ideali maestri non conosca il minimo cedimento, lo dimostra la scelta di intitolare la loro attesa quarta fatica su lunga distanza proprio come uno dei brani di “#1 Record”, Thirteen.

220x270_08_03Il perfezionismo della band, nella sua spasmodica ricerca di un’opera degna di essere salutata come davvero “definitiva”, non giustifica gli otto mesi di lavorazione nei Cava Studios di Glasgow. Si rivela errata, soprattutto, la presunzione di riuscire a cavarsela da soli, cui mette poi una toppa solo l’assistenza tecnica di Andy McPherson e del futuro mentore dei Belle & Sebastian, Tony Doogan, dopo che il disco è stato registrato, rivisto e cestinato un’infinità di volte. Gerard Love, nuovamente penna e voce in quota maggioritaria, racconta a Melody Maker che la travagliata gestazione incide forse in termini di purezza sul risultato finale, in un’opera per forza di cose meno impulsiva e più lucida ma dove le canzoni, insiste Blake, funzionano alla grande. E in effetti l’album rappresenta per molti versi il punto più alto della carriera: da un lato per l’impareggiabile padronanza degli automatismi power-pop mostrata da tutti e tre gli autori, dall’altro per la sostanziale abiura della logica del rumore per il rumore, così in voga in quel momento, per concentrarsi in esclusiva sul più arduo degli impegni di un musicista, scrivere canzoni pop semplici ma che rasentino la perfezione. E senza messaggi pronti all’uso da consegnare ai più giovani, edificanti o deplorevoli che siano, perché, come ha modo di chiosare Brendan O’Hare in una intervista al Los Angeles Times, “We're not a very rock 'n' roll band. We don't take drugs and we don't try to corrupt young people. Sad, really, but true”.

La presentazione con “Hang On” è rumorosa, schiumante e, a dispetto della teorica pignoleria e delle lungaggini produttive, nemmeno poi chissà quanto accurata. Ma quell’intro così spudoratamente grunge non impiega un minuto per essere ribaltata in pura linfa alt-pop con l’ingresso in scena della voce di Gerard, che è come una carezza. Confezione quindi tutt’altro che immacolata, ma oscurata da una delicatezza e un’affabilità prodigiose, prima del finale con flauto e archi che anticipa un vezzo presto abusato da parte di tante stelline del britpop. In tema di commistioni da favola, non è certo da meno “Commercial Alternative”, con le sue spacconate hard-rock tascabili, il suo ringraziamento all’amata da pura resa incondizionata e quel jangle-pop incoerente che si imbizzarrisce prima di tornare a più miti consigli. “The Cabbage” dimostra che non siamo distanti dal ridotto formulario del predecessore, per quanto la band mostri un’accresciuta consapevolezza di sé e un intuito melodico che ormai tende al sublime, graffiando e intenerendo a un tempo, per conquistare grazie all’entusiasmo antiretorico delle sue chitarre squillanti e per nulla ruffiane. Con “Radio”, classico singolo a presa rapida buono anche per i più intransigenti, si piega verso un trionfante revival, con una confidenza persino festosa che in precedenza, a simili livelli di accessibilità, non si era spinta.

220x270_07_02Il quarto pezzo da ko in fila su altrettanti gettoni porta il nome di Blake impresso persino nel titolo. Nonostante una coda infinita, “Norman 3” è l’emblema del romanticismo adolescenziale del gruppo che si impone con l’immediatezza di un refrain nostalgico a dir poco micidiale, con le impennate acide delle chitarre, il velluto di un basso davvero indimenticabile e la franchezza di chi sia capace di far passare un’eccellente popsong per la più scontata delle occupazioni creative. Thirteen suona come un antidoto al cinismo imperante, spesso di facciata, che vende benissimo. E una canzone ai più cinici i Nostri la dedicano pure, espressamente, una ballatona dal passo lento che risplende per l’onestà della prospettiva e l’intonazione affettuosa, esile ma non smielata. Sentimentali senza correre il rischio di passare per sentimentalisti: così i Fannies parlano al cuore di chi ascolta e si offrono come autorevoli compagni da cameretta, ruvidi quando occorra ma sensibili al momento giusto. La trapunta acustica e la voce roca di McGinley in “120 Mins” impressionano per la dolcezza di una dichiarazione d’intenti non falsata da artifici di sorta e persino commovente nella sua (umanissima) fragilità. Ma Ray ha in serbo anche di meglio. Come l’intestazione lascia intendere, “Escher” è un gioiellino poliedrico, morbido e celestiale come il sunshine-pop ma affilato come un rasoio, e avvalora lo splendore easy-listening per via di quella sua natura obliqua, di quell’elusiva amabilità da creatura insieme aggraziata e velenosa.

220x270_03_03La finezza dei nuovi Teenage Fanclub sbalordisce per le sue doti anti-spettacolari e per una sincerità di fondo che rifiuta in partenza ogni ipotesi di adulterazione formale. L’incanto è nella trasparenza, in un’inclinazione emotiva che non tanfa di affettazione e gioca anzi di mimesi come in punta di fioretto (“Fear Of Flying”). Come nel più recondito scomparto di un ideale portagioie, nella pancia del disco sono riposte con cura le gemme che più incoraggiano le facoltà empatiche dell’ascoltatore, adescato dallo sfavillio dei precedenti tormentoni e qui chiamato a un’immedesimazione entusiasta (ancorché felicemente ingenua) che vale da incentivo. Il capolavoro, in tal senso, è offerto dal fugace bozzetto di “Tears Are Cool”, quello con la dedica forse più toccante (“When I see you cry I think tears are cool”) e più prossima alla poesia prestata alla musica, radiosa, animata da luminose, languide rivelazioni. Il sottile riverbero resta un accompagnamento prezioso, una firma che evoca molto opportunamente il tenero ribellismo della giovinezza ma che non sottrae valore a una sostanza fatta di passione, purezza e affinità.

“Get Funky”, unica firma esclusiva di O’Hare nel suo triennio di permanenza in squadra, è poco più di uno scherzo. Scarruffato ma molto divertente, utile a introdurre la vetta emotiva della conclusiva “Gene Clark”, l’ode struggente (nel solco del Neil Young più crepuscolare) a un autore schivo, venerato dai ragazzi ma talvolta ricordato a torto dalla vulgata quasi come una figura di seconda fascia, dove la voce di Gerard irrompe dopo quasi quattro minuti e ha la profondità di una rinfrancante benedizione. A margine, la band non rinuncia a omaggiare le proprie fonti di ispirazione con cover appassionate, da “Older Guys” dei Flying Burrito Brothers  (B-side di “Norman 3”) a “Chords Of Fame” di Phil Ochs (B-side di “Radio”), passando per quella “Between Clark & Hilldale” dei Love che l’anno seguente viene prestata al disco tributo per Arthur Lee, “We're All Normal and We Want Our Freedom”.

220x270_08aNonostante la scintillante levatura dell’album, le recensioni sono piuttosto tiepide, specie quella apparsa sulle pagine un tempo entusiaste di Spin. Per fortuna degli scozzesi, il pubblico risponde meglio della stampa e la raccolta raggiunge un discreto quattordicesimo posto nella chart britannica. Il 1994 si apre con la più improbabile delle collaborazioni: per “Fallin’”, singolo destinato alla colonna sonora del film “Judgment Night” (“Cuba Libre” in Italia), i Fannies si prestano come backing band per il rap dei De La Soul (con tanto di campionamento sui cori da “Free Fallin’” di Tom Petty). Al termine del tour promozionale di Thirteen, Brendan O’Hare, che su Nme era stato definito spregiativamente Monkey without portfolio, lascia la band per aggregarsi prima ai Telstar Ponies, quindi ai Mogwai e infine ai Macrocosmica (suo progetto personale), tutte formazioni al debutto. Darà il suo contributo all’acclamato “Young Team” con un brano che sa di inequivocabile rivalsa: “With Portfolio”. Al suo posto si accomoda l’ex-Soup Dragon Paul Quinn, che aveva già suonato con Norman nei Finding Faust.

Nel febbraio dell’anno seguente, con il nuovo album ormai in fase di rifinitura, la vecchia Paperhouse prova a cavalcare l’onda di crescente popolarità del gruppo pubblicando una raccolta di B-side e rarità risalenti alla sua primissima stagione, Deep Fried Fanclub, ideale più che altro per gli eventuali, irriducibili, completisti. L’assemblaggio parte quasi inevitabilmente con il singolo “Everything Flows” e il relativo corredo: l’esilissima “Primary Education”, incespicante e in bassa fedeltà, di fatto una bozza sbocconcellata e amatoriale dei Fannies in piena ricreazione canterina; il gingillo strumentale di “Speeder”, dal sapore domestico ma a buon coefficiente di tipicità; e la cover muscolare e sufficientemente entusiasta di “Don’t Cry No Tears”, dal Neil Young di “Zuma”. La versione alternativa di “Critical Mass” è se possibile migliore di quella già edita, perché più sanguinante e corrotta dal riverbero, mentre la rilettura di “The Ballad Of John And Yoko” (pubblicata come singolo a sé nel 1990) suona scalcinata, corale e quasi demenziale, una festosa goliardata in linea con lo spirito irriverente e vivacissimo della band agli albori.

220x270_16_02Segue per intero l’ottimo Ep God Knows It’s True. La title track è una canzone tra le più convincenti di questa fase sullo stampo proprio di “Everything Flows”, bruciante nel suo chitarrismo famelico e sfrontato ma addolcita, ancora una volta, dalla timidezza vocale di un Blake dalle idee comunque ben chiare: un’altra trionfante perla twang-pop sulla falsariga del disco d’esordio.
Se “Weedbreak” è episodio scurissimo e vorticoso, un bel caos strumentale, lancinante e malsano quanto basta, nonché emblema dell’anima più tormentata (marginale, a ben vedere) del gruppo scozzese, “So Far Gone” si segnala come primo brano in assoluto a presentare la firma del solo Gerard in esclusiva, una promessa ingenua, magari, ma tutt’altro che limitata in quanto a franchezza sentimentale, ancora sullo standard mediamente furibondo impostato da Norman, così come la fotografia scapigliata di “Ghetto Blaster”, guizzante ma prescindibile. Completa il quadro il singolo pubblicato per beneficenza assieme ad Alex Chilton nel 1992, una reinterpretazione dal sapore quasi devozionale di “Free Again”, corredata da quella sul marcio andante della “Bad Seed” dei Beat Happening.

Nella Formula Uno del pop

220x270_04_03Il 14 maggio dello stesso anno è la volta di un Ep dalla session radiofonica, registrata da John Peel, in cui il gruppo si offre nei panni della backing band per Frank Black, con inediti di quest’ultimo e un paio di cover da Del Shannon e Otis Blackwell & Jimmy Jones. Nemmeno due settimane dopo, Creation e Geffen mandano nei negozi le prime copie del quinto Lp dei Teenage Fanclub, intitolato Grand Prix e con in copertina una vettura “personalizzata” della disgraziata scuderia Simtek, attiva in formula uno proprio nel biennio 1994-95. La band torna in pista nel segno di una nuova e più squillante confidenza, di un power-pop che si è fatto ancora più rotondo, audace, e lascia da parte le ultime scorie della timidezza per ostentare in cambio una spudoratezza romantica, uno smalto e una meticolosità da artigianato di alto profilo mai mostrati in precedenza a simili livelli. L’accelerazione verso un easy-listening a tutto tondo condizionerà tanta stampa (compresa quella italiana, piuttosto freddina ai tempi) nella sua sommaria e superficiale attribuzione di corrispondenze con il britpop allora così in voga, una forzatura critica che la band non farà mistero di mal sopportare.

220x270_15_03Mai come in questo caso la scrittura si rivela ben ponderata, frutto di tre mesi di lavoro specifico seguiti da cinque settimane al Manor Studio di Oxford in compagnia del produttore Dave Bianco (già assistente di George Drakoulias). E mai come adesso la spartizione dei brani è equilibrata, con cinque titoli per Blake e quattro a testa per Love e McGinley. Se tutti paiono in condizione, Gerard si mostra davvero al meglio delle sue potenzialità e sia “Sparky’s Dream” – con la sua aura infettiva à-la Beach Boys – che “Don’t Look Back” lo certificano in maniera inequivocabile. Gli hook sono pazzeschi, ogni dettaglio è al posto giusto, la produzione non potrebbe essere più tersa o opportuna di così e il sound sbalordisce per l’inappuntabile compromesso tra grazia e determinazione, genuinità e ricercatezza. Soprattutto nella seconda, con la sua cangiante rassegna di accordi, la sua struggente intonazione nostalgica e la sua amichevole schiettezza. La voce esile e toccante di Love rasenta la magia proprio come le chitarre, tornate a graffiare ma con gentilezza infinita, per una meraviglia impermeabile allo scorrere del tempo.

Blake risponde da par suo con la trama acustica al cristallo e il sussurro di “Mellow Doubt”, un asciutto ma luminoso ritorno al candore, alla semplicità e al tempo sospeso dei Byrds. Anche senza clamore, smargiassate giovaniliste o forzature teatrali, i ragazzi sorprendono e affascinano grazie alla limpidezza delle loro armonie. Ma Norman fa anche di meglio con il personale capolavoro di “Neil Jung” (dedicata all’amico Duglas T. Stewart, già suo sodale ai tempi dei Bmx Bandits), apoteosi in coda a un filotto di tormentoni sfrenati, omaggio obliquo a un mito personale e superbo esercizio di arguzia prestata all’intrattenimento, con il suo bel refrain da nastroteca. Gli scozzesi vanno a bersaglio con quell’impareggiabile inclinazione agrodolce, quella vena melanconica che non si perde mai nell’autocommiserazione o in sterili pose a effetto, ma reagisce con franchezza e un po’ di sana cattiveria elettrica, al bisogno (oppure lascia l’onere alla sua sorellastra dimessa, “Tears”, che pure non si fa schiacciare dall’amarezza e riesce a tradurla in tenera introspezione, alla maniera di un Ben Folds). Anche “Verisimilitude”, un attimo prima, gioca con la medesima condotta e una non meno scintillante disinvoltura melodica, confermando i Fannies come band non soltanto squisita ma anche ironica, intelligente, incisiva come poche.

220x270_13_05Dopo un simile avvio è forse inevitabile un minimo calo nella seconda facciata, tenuta su più che altro – per quanto possa sembrare una bestemmia – dall’ottimo mestiere dei tre moschettieri di Glasgow. E questo a partire dal sempre pregiato pop-rock a firma Love in “Discolite”, ulteriore saccarina ben spesa, e ancor più da una “Going Places” che suona quasi come un paradigma del suo quieto impressionismo, sempre all’inseguimento di David Crosby e Gene Clark. Non di molto inferiore il sereno solipsismo folk di McGinley in “Say No” e “I Gotta Know”, sue personali repliche a “Mellow Doubt”, che tuttavia non aggiungono nulla di significativo a un disco in fondo già più che compiuto a metà corsa. Riguardo a Norman, invece, merita la menzione “I’ll Make It Clear”, altra prova di istrionismo esercitato ad alti livelli, con ennesimo ritornello discretamente micidiale in pancia e un retrogusto à-la Beatles che impressiona meno solo per via della posizione defilata in scaletta. Lo scherzo finale di “Hardcore/Ballad” riporta in auge il vezzo parodistico (e metalinguistico) di cui la band aveva persino abusato negli interstizi delle sue prime uscite.

220x270_14_03Salutato dalla stampa britannica come un notevole ritorno in condizione, Grand Prix regala per la prima volta ai Teenage Fanclub un posto nella top ten del Regno Unito (con la settima piazza), trovando un endorser di peso nella star del momento, Liam Gallagher, che con ironia telefonata definisce gli scozzesi la seconda miglior band al mondo (dopo gli Oasis, si intende). Le vendite deludenti negli Stati Uniti convincono però la Geffen a scaricarli, ed è ancora la Sony a metterci una pezza con il marchio Columbia.
A fine anno vedono la luce un Ep di riletture in acustico, “Teenage Fanclub Have Lost It”, e l’unico singolo dei Famous Monsters, supergruppo composto da Norman, dal solito Duglas T. Stewart e Eugene Kelly dei Vaselines (che pochi mesi dopo ne imbastirà uno analogo assieme a Gerard e Raymond, gli Astro Chimp).
Nel luglio del 1997 esce Songs From Northern Britain, il cui titolo contiene, per ammissione del gruppo, un’allusione scherzosa alla scena britpop e a tutti quelli che, per dabbenaggine, vi avevano accostato la precedente raccolta. Nuovamente registrato in compagnia di Dave Bianco, stavolta tra le campagne del Surrey e i mitici studi Abbey Road a Londra, si impone in agilità come il lavoro più levigato dei Fannies, con armonie estremamente stratificate e riferimenti espliciti all’America dei songwriter di tre decenni prima (più che alla Scozia attuale), a CSN&Y e Buffalo Springfield oltre agli immancabili Byrds.

Il ridotto nitore delle parti vocali testimonia di come, per una volta, sembri contare maggiormente il quadro d’insieme, ovvero le texture ariose delle chitarre, a fare quasi da contesto: una dimensione corale che serve più che altro da atmosfera, che ha valore squisitamente paesaggistico, se si segue lo spirito del titolo, che livella in modo inevitabile le differenze e rende minor conto dei dettagli, della profondità. In questo modo le canzoni prendono a somigliarsi tutte e lo scarto tra una penna e l’altra tende a farsi piuttosto marginale. Certo la qualità superiore non si discute, e “Ain’t That Enough” lo dimostra, ma in quest’occasione i ragazzi paiono più interessati all’effetto complessivo, quella piacevolezza di fondo e quel garbo jangle-pop che, ancor più che nel predecessore, provvede a imbrigliare le elettriche in un’opera di disciplina persino estetizzante, senza contemplare spazi davvero significativi per le distorsioni.

220x270_12_04“I Don’t Want Control Of You”, il nuovo volto dei Teenage Fanclub, è un inno alla gentilezza, sentito e un tantino buonista, che vede i ragazzi giostrare con indubbia professionalità e con refrain al solito ficcanti ma senza abbandonare mai la superficie delle cose, senza scaldare il cuore o incidere come era sempre riuscito loro di fare in passato. “Take The Long Way Around” diverte pur non riuscendo a spezzare lo schema: il disco si configura quindi come una raccolta di ballatone di marca West-Coast tardi sixties, cavalcate rotonde e giubilanti che di furibondo non conservano più nulla e solo di rado – e sempre per iniziativa di Gerard – ammiccano a Brian Wilson.
Blake, peraltro, appare innegabilmente in forma e la notevole “Planets”, con i suoi archi radiosi, la bella trapunta acustica e le tastiere del co-autore Finlay MacDonald, lo dice con una certa autorevolezza. E’ lui, forse, quello che più di tutti prova a stagliarsi sullo sfondo, grazie a quella voce da vecchio amico e confidente, anche se alla fine della fiera non ha modo di astenersi da questo formulario armonico che tende bonariamente all’idillio e in cui si rischia pochissimo.
In un clima spudoratamente elegiaco, gli episodi almeno sulla carta più nervosi e marezzati portano la firma di McGinley (“I Don’t Care”, “Can’t Feel My Soul”), anche se non rappresentano che una variazione sul tema, frammenti appena più in ombra di un affresco che sa di nuova pastorale, privo di cedimenti o pecche marchiane ma quasi mai davvero entusiasmante. In “It’s A Bad World” il cantato miagolante di Ray soffre anzi un po’ per emergere, anche perché il brano è tra i più movimentati del lotto. L’impressione resta però abbastanza autocelebrativa e pure gli assoli un tanto al chilo, piazzati esattamente dove ce li si aspetta, non allontanano una diffusa sensazione di prevedibilità che per i Fannies, sempre luminosissimi, non può non suonare come un campanello d’allarme.

220x270_17_03Dove subentra il pilota automatico si viaggia comunque in pieno comfort, con le necessarie garanzie in fatto di affidabilità e songwriting, su livelli ancora proibitivi per buona parte degli ideali competitor (non tutti, visto che negli stessi mesi gli Yo La Tengo – per citarne uno – tirano fuori dal cilindro un vero capolavoro e non una sontuosa rassegna di rassicuranti quadretti). E’ assai gradevole, ad esempio, l’arrivederci di “Speed Of Light”, dichiaratamente in cerca di una direzione e con poche certezze ma granitiche.
L’onestà, ancora una volta, non fa loro difetto, solo c’è meno appetito o, più semplicemente, la giovinezza è andata in archivio e si è inaugurata una nuova stagione con le sue brave incognite da eludere. Nonostante i suoi limiti, in Gran Bretagna Songs From Northern Britain piace così tanto da diventare, con il suo terzo posto nelle classifiche di vendita, il maggior successo di sempre per la compagine scozzese. Che ancora una volta riceve, per non farsi mancare nulla, il plauso di un personaggio di culto: lo scrittore Nick Hornby in questo caso, assai prodigo di elogi per l’album e il gruppo nel suo “31 Songs” (dove cita “Your Love Is the Place Where I Come From” e “Ain't That Enough” tra le sue canzoni preferite di sempre).

Fair Game

Alla fine dell’anno l’ex tastierista dei Bmx Bandits Finlay McDonald entra in pianta stabile nella band come quinto membro ufficiale. Non è l’unico riassestamento in formazione di questo periodo, visto che, prima che la produzione del nuovo album sia effettivamente ultimata, il batterista Paul Quinn saluta i compagni per dare vita a un proprio progetto power-pop, Primary Five, poi artefice (tra il 2004 e il 2008) di tre gradevolissimi album sull’onda lunga proprio dei Fannies, dei Big Star, dei Go-Betweens e dei Lemonheads (dimostrando di aver mandato a memoria diversi trucchi di classe). Dietro i rullanti ritorna nientemeno che Francis MacDonald, uno dei fondatori del gruppo. Il settimo Lp dei glasvegiani, Howdy!, arriva nei negozi nell’ottobre del 2000, registrato nei celebri Rockfield Studios in Galles, distribuito in un primo momento soltanto in Europa (dalla Columbia, dopo la chiusura della Creation) e co-prodotto dal quintetto e da Nick Brine (in precedenza al lavoro con Stone Roses, Superfurry Animals e Ash).

220x270_09_04“I Need Direction” e “I Can’t Find My Way Home” segnano sin dall’intestazione un ponte ideale con il piacevole disorientamento che aveva caratterizzato la chiusura della precedente fatica. Apparentemente il jangle-pop della casa si è fatto più minimale e raccolto ma, a ben sentire, la musica dei Fannies ha ancora dentro una magia, un calore e un candore prodigiosi, qui ben sintetizzati dai coretti zuccherini di marca Beach Boys. Nella seconda in particolare, McGinley graffia con dolcezza e al momento opportuno inebria, con una confidenza melodica che in genere ci si aspetta dai brani dei sodali. I tre moschettieri si dividono equamente la posta in scaletta e battono quindi in ritirata verso un più appartato indie-pop da cameretta (con le sue brave tonalità pastello, le tastiere di Finlay MacDonald), quello dei concittadini Belle & Sebastian, per intenderci, che proprio nel corso dell’anno si fregeranno di un cammeo di Norman nel videoclip di “The Wrong Girl”. A farsi amare è proprio questa dimensione più contenuta, affabile, domestica, di cui avrebbe forse avuto bisogno il più ambizioso predecessore. Tornano in primo piano le voci mentre le linee di chitarra sono ben definite, forti di una cromia magari tenue ma nuovamente molto precisa. A proposito dei concittadini in ascesa di popolarità, il Love introspettivo di “Cul De Sac” rievoca il celebrato Stuart Murdoch di “If You’re Feeling Sinister”, tra pacati field recording e luci soffuse in sala, come a voler ricordare che il suo statuto di ideale padrino se l’è guadagnato sul campo, e fino in fondo.

Dal canto suo, Blake offre agli appassionati almeno un vero gioiellino, la perla wilsoniana di “Accidental Life”. L’estate proverbiale comincia a trascolorare, a sfumare morbidamente in un autunno che fa tanto Gorky’s Zygotic Mynci (non per nulla la violinista Megan Childs è tra gli ospiti, assieme al trombettista dei già citati Belle & Sebastian, Mick Cooke), e le coordinate restano grosso modo le stesse anche quando Gerard intavola la più estatica e rarefatta (ma per nulla dimessa) ballata “Near You”: la stagione più calda sarà anche passata, ma il sole degli scozzesi è ancora ben presente ad allietare i fedelissimi con il suo tepore onesto e confortante, una certezza tutt’altro che disprezzabile. Norman torna anche a giocare con i felici schematismi pop a lui cari (“Dumb Dumb Dumb”) o gli abbracci e le confidenze da amicone (“Straight And Narrow”), e la stilizzazione regalata dalle elettriche si dimostra più che funzionale in un quadro easy-listening che guardi all’immediatezza senza dimenticare la buona polpa degli strumenti e le confezioni eleganti, mai pacchiane o vanamente sopra le righe. Certo, l’impeto non è neanche lontanamente paragonabile a quello di ieri, ma lo si compensa con poche idee preziose (memori della lezione degli Hollies), compreso un mascheramento finale nella prima, degno del fanciullino che alberga in Mr. E.

220x270_19_03Abbracciando il parallelismo di un titolo come “The Town And The City”, oggi i ragazzi sposano la prospettiva più tranquilla dell’ideale cittadina, senza peraltro sconfessare i piaceri sfrenati di quando il loro orizzonte era rappresentato dalle mille luci dell’avventura americana. Così questo gioiellino firmato da Love suona come un inno quasi necessario alla nostalgia, festosa ma priva di rimpianti, di chi sa che c’è un tempo per ogni cosa. In “The Sun Shines From You”, a stretto giro di posta, si apprezza un’aria di serena gratitudine, una delicatezza di sentimenti che voltura il loro atteggiamento da rinunciatario a pacificato e che, con tutto il garbo di cui sono capaci, conquista sin dal primo ascolto. E’ un McGinley in gran forma quello di questa occasione. E si dimostra bravissimo a non nascondere qualche sottile velatura (in una “Happiness” curiosamente più umbratile e fragile nel suo bel vestitino acustico) o ad abbracciare un folk-pop riflessivo, con il passo lento delle scelte ben ponderate e un mantra dai bagliori flou (“My Uptight Life”), a riprova che non si intende negare cittadinanza ad alcuna sfumatura emozionale e i Teenage Fanclub sanno ancora lavorare di fino con il loro mirabile artigianato.

L’umanità sincera e quell’indole da antidivi vengono, per i cinque di Glasgow, prima di tutto il resto, quasi si trattasse di una questione di lealtà nei confronti dei più affezionati tra gli ascoltatori. E in quest’ottica va inteso anche il congedo affettuoso di “If I Never See You Again”, una carezza che esorcizza con candore l’eventualità nemmeno troppo remota di un addio. Contrariamente a quanto sperato, Howdy! è accolto in modo tiepido dalla critica e anche dal pubblico (non raggiunge la trentesima posizione in classifica nel Regno Unito). Come se non bastasse, la Sony si rifiuta di pubblicarlo oltreoceano, dove arriverà con un anno di ritardo e solo grazie alla piccola Thirsty Ear. La delusione è evidente e contribuisce a un allentamento dell’attività creativa, dopo un decennio particolarmente intenso, vissuto all’insegna della qualità e della quantità. A fine anno Norman entra a far parte del cast di un nutrito ensemble di musicisti britannici, The Reindeer Section, che licenzia un paio di raccolte nel giro di un biennio e comprende, tra gli altri, gli Arab Strap Aidan Moffat e Malcolm Middleton, Eugene Kelly dei Vaselines, Lee Gorton degli Alfie, Colin MacIntyre aka Mull Historical Society, John Cummings dei Mogwai, Roddy Woomble degli Idlewild, Gary Lightbody degli Snow Patrol e i Belle & Sebastian Bobby Kildea, Richard Colburn e Mick Cooke.

220x270_28La successiva uscita, in sinergia con il frontman degli Half Japanese, Jad Fair, ha il sapore di una svagata digressione ma vede la luce solo nel 2002, a tre anni dalle registrazioni, per la Geographic di Stephen McRobbie dei Pastels, sussidiaria Domino. Words Of Wisdom And Hope è esattamente quel che promette: un’operina di Fair i cui spoken word vengono alimentati dalla benzina strumentale della formazione glasvegiana. Le canzoni apparecchiate dai Fannies suonano levigate e abbastanza toniche, in linea con le loro cose del periodo e, se possibile, anche più movimentate. Certo, chi non abbia dimestichezza con il cantante statunitense può percepire un senso di vuoto, di languore rimasto insoddisfatto, al di là della sommaria piacevolezza comunitaria dell’operazione. Nel singolo “Near To You” riecco il power-pop della casa con tanto di rinforzi vocali zuccherini, cui la performance di Jad si adegua non senza evitare un certo straniamento, come un corpo estraneo. “Love Will Conquer”, passaggio più placidamente estatico e jangly, non fa che esaltare il senso racchiuso nel titolo della raccolta. Il focus è non a caso fissato sulle parole, con il loro carico di sincera speranza e assennatezza, e in questa prospettiva la musica non può che fare da stampella, da tramite, sempre e comunque in posizione subordinata o strumentale. Il che è un po’ il limite di un disco anche amabilmente figurativo come questo.
Nella seconda parte la congrega prova a mischiare le carte, accentuando i toni stralunati del progetto. Emblematico, in tal senso, il licenzioso soul-blues al cloroformio di “Secret Heart”, più etilica grazie all’hammond ma ben poco appassionante; o anche la più stramba e ruspante “Vampire’s Claw”, una fanfara malferma che per via indiretta può ricordare ancora una volta i Gorky’s Zygotic Mynci (seppur in versione “sbadiglio allegato”). Canzoni anche discretamente lunghe e spigolose come “Crush On You” segnano un ideale riavvicinamento agli Yo La Tengo più flemmatici e orientati alla ricreazione per fini diversivi, in virtù del ritrovato piacere della distorsione e della maggiore affinità vocale con un interprete tutt’altro che melodico quale Ira Kaplan. E se “You Rock” ricicla gli echi notturni di un “And Then Nothing Turned Itself Inside-Out”, ma con le poetiche astrazioni dell’originale rimpiazzate da un’indolenza assai poco stimolante, in “Love’s Taken Over” il parallelo non registra invece una debacle clamorosa (e il crescendo emotivo convince), per quanto i debiti espressivi si facciano piuttosto pesanti.

220x270_31_01Il risultato, più cerebrale del solito per la band scozzese, non è privo di interesse e risultano in significativa crescita le azioni del tastierista Finlay MacDonald, confermando il trend lanciato dal precedente Howdy!. Senza le consuete armonie corali, viene però a mancare il vero potere liberatorio delle canzoni, la circolarità del songwriting prevale limitando la musica a una graziosa tappezzeria e i refrain non hanno mai modo di andare a bersaglio.
Non c’è molto da sorridere nella dimessa “Smile”, che si accende solo a intermittenza ed è letteralmente dominata dai confidenziali sussurri dell’Half Japanese, così come la domestica “I Feel Fine” si mostra forse troppo introspettiva per esprimere un autentico senso di benessere. I recitativi controllati ma assai espressivi di Jad non precludono a questo lavoro una certa fascinazione di fondo, mentre alle carezze pensano come da copione i sodali britannici. La disposizione d’animo dell’ascoltatore deve però essere davvero quella più idonea, perché a tratti si rischia di incorrere in un’impressione di noia, senz’altro sottile ma, conoscendo i Teenage Fanclub per ben altri standard, anche abbastanza pregiudicante.

I Nostri torneranno a collaborare con Jad nella rilettura di "My Life Is Starting Over" di Daniel Johnston, inserita nella fortunata raccolta-tributo “Late Great Daniel Johnston: Discovered Covered” (2006) mentre più di recente il solo Norman affiancherà l’amico Americano anche negli album “How Many Glasgow” (2014, ospiti i giapponesi Tenniscoats) e “Yes” (2015), entrambi fuori per Joyful Noise. Frattanto, nel febbraio del 2003, è giunta l’ora della meritata autocelebrazione. Il gruppo pubblica – via Poolside in Europa e Jetset Records negli Stati Uniti – la sua prima raccolta compilativa con la crema della sua produzione: Four Thousand Seven Hundred And Sixty-Six Seconds (titolo che allude alla durata) assembla quattordici singoli e altri sette brani, tre dei quali inediti (uno per ciascun autore/cantante).

Un autunno in chiaroscuro

Nuovamente senza contratto, I Fannies impiegano altri due anni per tornare in studio. Dopo aver fondato una loro etichetta che li distribuirà sul mercato Europeo, la PeMa, scelgono a sorpresa il guru post-rock John McEntire, già colonna di Tortoise e Sea And Cake, che li ospita nel proprio studio di Chicago per più di quattro mesi. Il risultato, Man-Made, viene pubblicato nel maggio del 2005 (negli Stati Uniti dalla prestigiosa Merge).

220x270_20_01Il sound della band mostra di avere più corpo che mai, anche per merito del pregevole lavoro percussivo del rientrante Francis MacDonald. In fase di songwriting è intervenuta inoltre un’ulteriore, evidente, opera di semplificazione, una sfrondatura che a questo giro sembra aver tolto però un po’ di smalto al quartetto: al di là della maggior cura sul piano formale, di qualche mirabile trucchetto armonico, dei consueti automatismi easy-listening e degli assoli di maniera a infiorettare le code infiammandole, il gruppo pare barcamenarsi abbastanza pigramente in una medietà autoriale non troppo incoraggiante, cui non giova neanche la rediviva, occasionale prestanza rock (che in “Time Stops” fa quasi a pugni con l’esile presenza di un sempre garbato Gerard Love). Il “Nowhere” evocato da Ray è allora più sintomatico di quel che si potrebbe pensare e contribuisce a configurare il disco come un bel gingillo, elegante e colorato, ma tutto sommato senz’anima, strozzato da un pragmatismo che raffredda anche le idee migliori (il jangle delle chitarre, in questo caso) e da una circolarità che per una volta ha davvero le sembianze di uno stanco girare in tondo, a vuoto.
In questo caso, a salvare la baracca non bastano i soliti volti, bonari e confortanti, né le chitarre più levigate della loro intera produzione, se è della fiera del già sentito che si sta parlando. L’album nasce infatti già fiacco, già tiepido e scontato, nonostante la buona volontà degli scozzesi in qualche frangente: l’opener “It’s All In My Mind” fa ancora una figura egregia con quel power-pop disciplinatissimo e depurato di ogni inutile scoria per esaltare il luminoso melodismo della casa; “Cells” quasi svetta per l’ordinato recupero dell’ascendenza folk-byrdsiana, anche se fuori da questo contesto non va certo al di là dell’ordinaria amministrazione e di una sufficienza stiracchiata; il singolo di Gerard, “Fallen Leaves”, al pari della più squilibrata e vitale (persino ebbra, considerato il resto) “Born Under A Good Sign”, è ancora accattivante e non lesina con le radiose suggestioni, con le torniture elettriche o il mordente, imponendosi in scioltezza tra i migliori titoli del disco.

220x270_10_03Norman sembra il solo a metterci un po’ di convinzione e temperamento in più (“Slow Fade” è un altro esempio), anche se i numeri da lui firmati faticano comunque a tenere il passo di quei pochi da pilota automatico che aveva presentato fra tutte le precedenti uscite. La sua “Flowing” pare quasi la risposta a una compagine di concittadini e discepoli in forte ascesa, i Camera Obscura di Tracyanne Campbell, ma, al di là della finezza e della pulizia, non si lascia certo preferire alle cose migliori di questi giovani epigoni. Qua e là si cerca di replicare la malinconia di ieri. Ci prova Ray, almeno, per quanto il suo tentativo in “Only With You” (ospite il produttore al pianoforte) riesca pasticciato e freddino ancorché sincero. I ragazzi non hanno perso la classe del loro tocco, ma la loro magia appare stavolta piuttosto sfocata, dimessa, inaridita, ed è proprio McGinley a offrire il contributo meno confortante. Nonostante un sontuoso lavoro sulle chitarre, la sua “Feel” è davvero pallida, e non fa meglio la chiusura da sbadigli di “Don’t Hide”, al netto dei riverberi.
A Man-Made mancano i lampi, le folgorazioni cui gli scozzesi ci avevano abituato, e il pur notevole mestiere non vale abbastanza come consolazione. Per i fan italiani, se non altro, c’è l’occasione di vederli dal vivo per la prima volta nel Belpaese, visto che il tour di presentazione prevede ben quattro date dalle nostre parti nell'ottobre del 2005.

Il successivo quinquennio è speso dai ragazzi all’insegna di una sostanziale assenza, fatta eccezione per un paio di collaborazioni sfiziose (il cammeo di Norman e Francis nell’ultimo album del compianto Kevin Ayers, “The Unfairground”, e una serie di concerti come backing band per uno dei loro idoli, Edwyn Collins). Il ritorno in studio assieme a Nick Brine, con Dave McGowan a rimpiazzare Finley MacDonald alle tastiere, si compie quindi quasi sottotraccia. Con aspettative di fatto ridotte ai minimi storici, il nono Lp dei Teenage Fanclub, Shadows, viene distribuito ancora da PeMa e Merge nel maggio del 2010, e si rivela una bella sorpresa.

220x270_11_03L’onestà di questo nuovo lavoro è tale che basta l’incipit di “Sometimes I Don’t Need To Believe In Anything”, da solo, per suggerire un’idea di massima già precisa, poi destinata a un’infilata di conferme nei minuti che seguono. L’intonazione è tornata dolcemente confidenziale, l’impronta ha recuperato l’eleganza levigata e la morbidezza del velluto e, al momento opportuno, riecco quelle radiose illuminazioni, a certificare il mirabile stato di salute tecnica, autoriale ed emozionale, della band.
Nel compimento della loro ideale mezza età, i Teenage Fanclub ratificano e portano a frutto un riposizionamento espressivo abbozzato per sommi capi già nella precedente fatica, senza però la convinzione e la lucidità necessarie. Ora c’è esattamente la misura che serve, una sorta di serafica contemplazione, di chi si mostri ancora del tutto aperto all’infezione salutare della meraviglia, a un genuino stupore, e sappia poi tradurli in canzoni fresche, ottimistiche e non banali. Per la prima roboante convalida non occorre che attendere “Baby Lee” con la sua prodigiosa progressione di accordi. Blake tira fuori dal cilindro un singolo che è una gemma, un’adorabile ballata power-pop che ripropone, da una prospettiva appena più defilata, il medesimo sole splendente dei giorni belli. Lo scarto di ispirazione rispetto a Man-Made appare in tutta la sua evidenza, chiarendo come in quel caso si sia trattato a tutti gli effetti solo di un incidente di percorso ormai archiviato.

C’è un confortante senso di pacificazione che accoglie l’ascoltatore come un abbraccio, uno sguardo estatico, un’armonia di colori dalle tonalità tenui e cangianti, che affascina e lenisce (“Into The City”). L’umanità del gruppo è racchiusa nell’infinita gentilezza di questa dozzina di convincenti quadretti, una rifinitura artigiana condotta dai tre songwriter (e dai due sodali) con perizia impeccabile. L’immersione nei tempi andati di “The Past”, per dire, non è schiacciata dalla nostalgia, ma fa leva su una schiettezza orgogliosa e su un disincanto per nulla amaro, ben infiorettato dalle tastiere di McGowan e da un banjo ironico al punto giusto. I Fannies hanno ritrovato subito quella loro affabilità portentosa, insieme intima e conviviale, e tornano a fare della semplicità e di un candore entusiasta le loro armi vincenti. Con equilibrio la band pennella un fluire ininterrotto e idilliaco che culla e incanta senza leziosismi o artifici insinceri. L’ordine rigoroso seguito nell’alternanza tra le penne è, come già in Howdy!, un fattore cruciale per non sbilanciare l’album per un verso o per l’altro. E se Blake è come al solito il più raggiante e in palla tra gli interpreti, la sua natura bonaria riesce ancora ad amalgamarsi alla perfezione con le ombreggiature portate in dote dai compagni. Se ne lascia anzi influenzare quando, grazie al determinante cammeo autunnale di Euros Childs in “Dark Clouds”, già anticipa con autorevolezza quelle che saranno le ammalianti attrazioni del progetto condiviso a nome Jonny, nell’immediato futuro.

220x270_32Scortato da cori, organetti e violini, come immerso in una nuova scintillante primavera, il Gerard Love di “Shock And Awe” è ancora più amabile di come lo ricordavamo, e gli interventi levigati delle elettriche ne esaltano l’inarrivabile finezza. In “Sweet Days Waiting” si conferma maestro nell’arte del soft focus e, con il senno di poi, sembra quasi fare le prove generali per l’esordio solista che regalerà neanche due anni dopo con il moniker Lightships, nel segno di un mansueto impressionismo. Il taglio occasionalmente acustico, ordinato e asciutto senza suonare angusto, si rivela congeniale anche a un McGinley che in “The Fall” si toglie lo sfizio di superare in agilità i Rem blandamente crepuscolari della tarda maturità, mentre con “Live With The Seasons” guarda ai classici del folk britannico e al Canterbury sound senza timori reverenziali, offrendo un prezioso vademecum stilistico per la nuova stagione – elegante, rilassata e frizzantina come lui e i compagni – del gruppo. Con “Today Never Ends”, titolo emblematico, spetta proprio a lui l’onore di una chiusura ineccepibile, tratteggiata dalle linee della slide e ferma nella dolce illusione di un momento magico che sia per sempre.

In cerca di alternative

Ci sono voluti non meno di vent’anni, ma alla fine i tre moschettieri di Glasgow si sono decisi a imbastire, approfittando di una pausa non ufficiale nelle attività della band principe, una serie di progetti extracurricolari degni di questo nome. Basta un pugno di mesi, dedicati a quei sogni che nemmeno ricordavano di aver mai cullato, e il circolo degli eterni goliardi idealmente chiude i battenti. Idealmente, come dire per scherzo. Come un semplice azzardo di chiaroscuri semantici o un ardito proclama vergato in politichese. A un’occhiata fugace, i Teenage Fanclub sembrano infatti ancora immobili al loro posto. Tre campanelle sempre affiancate sul tavolino, ma senza più palline in pancia da scovare. La gioiosa truffa del pop si frammenta nelle collateralità autografe dei suoi prestigiatori e trasloca su marciapiedi diversi.

220x270_34Il primo a muoversi, e come sempre il più attivo, non può che essere il buon Norman. Per l’avventura Jonny sceglie di associarsi a un altro autore che, proprio come lui, ha scritto alcune delle pagine più significative dell'indie-pop-rock britannico degli anni novanta: l’ex-frontman dei Gorkys Zygotic Mynci Euros Childs. L'amicizia tra i due ha origini remote nell’anno (1997) che vide le rispettive formazioni condividere il palco in un lungo tour mondiale. Nel 2001 Blake era poi stato ospite lussuoso dei Gorky's in alcuni brani del loro settimo album, “How I Long To Feel That Summer In My Heart”, trattato alla stregua di un membro aggiunto, e l'idea di una collaborazione venne formalmente abbozzata. Nonostante alcune registrazioni glasvegiane dal sapore domestico del 2006, per un Ep in realtà mai pubblicato, i Jonny sono nati di fatto solo tre anni più tardi, rubando curiosamente il nome alla foto poi scelta come copertina del loro esordio eponimo sulla lunga distanza, seguito di un mini di quattro brani messo a disposizione in download gratuito alla fine del 2010, intitolato semplicemente “Free”.

Davvero troppo comodo con personalità del calibro di Blake e Childs formulare un quadro delle influenze musicali rilevanti, anche perché le due anime del progetto Jonny giocano a carte scoperte pescando a piene mani dai rispettivi corredi. Dei Teenage Fanclub, per esempio, è evidente lo schematismo pop degli ultimi tempi (“You Was Me”) ma non mancano la classicità e il tono confidenziale dei lavori più spigliati (“Circling The Sun”), né le velature nostalgiche, abiti autunnali profondamente blakeiani come nell'epilogo, “Never Alone”. Nondimeno Euros rispolvera a corrente alternata ora la soave freschezza dei Gorky's romantici, ora la vitalità scaruffata della loro incarnazione più enfatica. Nascosto negli stilizzati risvolti barocchi di “Bread” come nella cangiante attitudine psych della lennoniana “Goldmine”, lo squilibrio è sempre dietro l'angolo anche se è proprio in questo, forse, che risiede il bello. E nel gioco dei rimandi scontati è impossibile non riconoscere nei Beatles la più significativa fonte d'ispirazione per la musica del duo (sostenuto in studio dal fidato Dave McGowan e da Stuart Kidd dei Bmx Bandits). Troppo facilmente prevedibile, si dirà. Un pezzo come “Waiting Around For You”, comunque la si pensi, è lì apposta per dimostrarlo. Da questo nastrone easy-listening sparato a getto continuo restano fuori catalogo solo i dieci minuti e passa di “Cave Dance”, ibrido lunare tra sunshine al verderame e minimalismo psichedelico, proprio come nei Gorky's ermetici e in fissa per i Gong dei tempi di “Bwyd Time”. 

220x270_25_01Un po' come per l'analogo progetto Admiral Radley l’anno precedente – per metà Grandaddy, per metà Earlimart – il contributo dei protagonisti coinvolti si delinea con impressionante nettezza nel risultato finale, sia a livello di scrittura che di interpretazione, regalando ai nostalgici un pieno appagamento ma denotando anche una certa mancanza di coraggio. Come incontro tra sensibilità artistiche affini ma pur sempre diverse, Jonny può essere paragonato ai celebri layered drink, i cocktail multicolore realizzati disponendo su più strati sovrapposti bevande di differente densità (il più noto è il B-52). A sostegno della metafora occorre evidenziare come anche in questo primo album della coppia britannica la gratificazione estetica si imponga come vera finalità della collaborazione. Le canzoni sono semplici ma ben scritte, veri e propri gettoni pop da due o tre minuti che sollecitano l'ascoltatore sul filo dei ricordi senza soccombere nel confronto con il passato e senza promettere la luna. L’album testimonia del buono stato di salute creativa di entrambi i musicisti e della loro incontenibile voglia di leggerezza. In più di un passaggio, chi ha amato le due band di riferimento vive l'illusione di ritrovarsi nelle camerette di metà anni Novanta, al cospetto di un paio di vecchi amici e perfettamente a proprio agio, rinfrancato. Escludendo l'improbabile bozzetto country “I'll Make Her My Best Friend”, non proprio imprescindibile e nemmeno troppo convinto, il superbo lavoro di artigianato melodico approntato da Euros e Norman si risolve in un disco godibile e di notevole immediatezza. Nei rari casi in cui l'amalgama si rivela poi effettivamente riuscita, il tutto funziona anche meglio: capita nel singolo battistrada “Candyfloss”, pezzo appaltato ai Gorky's di “Spanish Dance Troupe” con refrain gestito in subappalto dai Teenage Fanclub più canonici, ma anche in un filler come “I Want Be Around You”.

Nell’aprile del 2012 è la volta di Raymond – che con la sua chitarra fa un po’ da chioccia nel debutto del dream-team scozzese degli Snowgoose, al servizio della cantante Anna Sheard – e soprattutto di Gerard, attore protagonista del progetto Lightships anch’esso all’esordio, con Tom Crossley (International Airport), Bob Kildea e i compagni di ieri e di oggi Brendan O’Hare e Dave McGowan in guisa di preziosi ospiti. Anche per il più bonario bassista dell’universo è il momento del fatidico passo avanti senza i compagni, qualcosa che nemmeno ci sarebbe senza le gentili pressioni di qualche cultore entusiasta alla Domino, accolte alla fine dal Nostro previo arrocco in copertura dietro le tranquillizzanti maschere di un alias romantico e di una spensierata conventicola di amici. Negli ultimi tempi si era limitato a giocare con i pastelli colorati, pardòn, con i Pastels, sui piccoli palchi di qualche club europeo. Un incontro di anime affini tradotto presto in complicità, anche nella predilezione per i tenui cromatismi o le armonie vaghe e nondimeno insinuanti.

220x270_21In linea con i propri cangianti paesaggi emotivi e quasi in omaggio al cognome che porta, il sempreverde Gerard sceglie di battezzare questa sua nuova incarnazione con Electric Cables, uno di quegli album che i soloni della critica non tarderebbero a definire “atmosferico” oppure “languido”, ostentando intrepidi tutta la sfrenata fantasia di cui sono capaci. Non sarebbero nemmeno lontani dal vero, per una volta. Love ha cura di sceneggiare un’unica, rilassata dissolvenza. Dipinge con taglio impressionista e sfuggente, con una pacatezza che rasenta il patologico, e le pennellate si fondono davvero in scenari di grazia morbida, sospesa, trasognata. Fin troppo compassati nella coercizione di quella sua maniera discreta, con la linea melodica basica scandita dalle tastiere che tende per sua natura all’ordito ipocalorico. Così è l’indie-pop di Love al netto della scoppiettante verve e dei calembour dello zio Norman, l’incontenibile guitto delle “Alcoholiday” e delle “Neil Jung”. Diafano, remissivo, non adulterato. Ma anche finemente lavorato a cesello: decori spiccioli di fiati, pennate in tremolo e agili orlature di pedal steel. La coerenza dello stile lascia ammirati. La sobrietà è padrona cortese e non invalida all’ascolto tutte le suggestioni della più bella voce dei Fannies, quella dolcezza riservata del falsetto che in oltre vent’anni di carriera non ha mai prestato il fianco alle lusinghe deteriori della nausea. Allo stesso modo anche la scrittura non rinuncia a gratificare i più pazienti lasciandosi riconoscere, per quanto dilatata in chiave elegiaca, ininterrotta fascinazione alla moviola.

Pur senza il barbaglio radiofonico o gli affondi populistici delle “Don’t Look Back” e delle “Sparky’s Dream”, le nuove canzoni si mantengono in un loro fragile ma miracoloso equilibrio, flemmatiche come vini da decantazione e insieme amabilmente frizzantine. Vigna e vignaio sono sempre gli stessi, mentre la fermentazione si è fatta più lenta, pur non escludendo in corso d’opera l’appagante e passeggero diletto di un’illusione. A tratti la magistrale disinvoltura easy del ragazzo dagli occhi di ghiaccio riaffiora infatti con le brezze leggere del periodo Howdy!, attenta al dettaglio ma con l’intatta premura dell’immediatezza. Lui che cantava l’urgenza di una ferma direzione sembra aver trovato finalmente la quadra, ben calibrata tra l’incanto argenteo del presente in solitaria e la squillante vitalità fuzzata dei fasti dorati con il gruppo. Oro e argento, nuance estreme in quella che è anche un’eccellente riflessione sulle qualità luministiche della musica.
Impeccabile maestro del soft focus, puntuale nel rendere con il flou dei contorni il chiarore vaporoso del mattino o il sole pallido ma affettuoso dei ricordi, Gerard svela in Electric Cables un talento sinestetico tutt’altro che comune. Il congedo di “Sunlight To The Dawn”, va da sé, ne è una brillante testimonianza oltre che la più riuscita concessione ai propri trascorsi. Indugia appena sulla bellezza di ieri conservando lo sguardo impassibile e sereno del contemplativo, come riassaporare i polverosi fotogrammi di un Super 8 in un clima di distesa evasione, senza particolari nostalgie. E’ però “Photosyntesis”, il titolo che meglio racconta la pace adulta e silenziosa del nuovo Love. Purezza imperturbabile della trasformazione. Chimica onesta. Luce filtrata che si fa linfa. Quiete laboriosa e indifferente agli stupidi crucci del mondo. E tutto questo nell’arco di una sola, frugale, “passeggiata nel parco dietro casa”.

220x270_35Norman Blake frattanto, che nel 2010 aveva fatto parte dello stuolo di super-ospiti (assieme agli immancabili Duglas T. Stewart, Eugene Kelly e Stuart Kidd) in un album di riletture bacharachiane della cantante e tastierista sudcoreana Yeongene, e quattro anni più tardi era nel cast del supergruppo folk-revival Sound Of Yell (con, tra gli altri, Stevie Jackson dei Belle & Sebastian e Alastair Roberts), torna a battere un colpo importante con la nuova avventura dei New Mendicants, condivisa con il frontman dei Pernice Brothers, Joe Pernice, e il batterista dei Sadies, Mike Belitsky.
Into The Lime lo vede riavvicinare i paesaggi yankee tre lustri dopo Songs From Northern Britain. Stavolta però, in vece della radiosità West Coast à-la CSN&Y, il Nostro intavola una più dimessa (ma luminosa) Americana, in compagnia di colleghi autoctoni dal curriculum di tutto riguardo. Si passa con destrezza dai numeri sparagnini alle limpide ballate intimiste tipo “Follow You Down”, firmate da Pernice ma contrappuntate in maniera egregia dall’artista scozzese, con un indefesso senso della meraviglia a fare da minimo comune denominatore. Di fatto si tratta di un piccolo album che vale da battesimo americano per Norman, a cinque anni dal suo trasferimento in Ontario assieme alla moglie canadese, ma anche di una conferma sostanziale del suo scintillante stato di forma, nell’imprevista comfort-zone di questo elegiaco rock delle radici dopo la ricreazione psych-pop del progetto Jonny: coautore di una prova di superbo artigianato, il vecchio Blake vede incrementate le sue credenziali di talento onnivoro e songwriter di razza, a tutto tondo (si ascolti anche una “High On The Skyline” che giostra mirabilmente con il formulario folk-rock a stelle e strisce, senza puzzare di volgare imitazione).

no220x270_24Il suo tocco si sprigiona con inequivocabile carisma già nel singolone “A Very Sorry Christmas”, che suona come una sorta di ideale e asprigna via di mezzo tra i Jayhawks e i Teenage Fanclub dell’ultima stagione, nel segno di un power-pop scarnificato ma rutilante. Le armonizzazioni asciutte all’inseguimento di Olson e Louris, e ancor prima degli Everly Brothers, lasciano sinceramente ammirati anche in “If Only You Knew Her”, mentre in “Out Of The Lime” si replica a grandi linee proprio il jangle-pop acquerellato dei Fannies della mezza età, con carattere e senza sbavature, alla maniera dei migliori Minus 5. L’energia portata in dote da Norman si rivela un tonico formidabile anche per il leader dei Pernice Brothers, chiamato ad abbracciare in “Shouting Match”, negli inediti panni del compagnone, il rock giovanilista del glasvegiano, e bravo a tenergli testa in quanto a spinta elettrica. Il congedo di “Lifelike Hair” è uno scherzo weird-pop abbozzato dal figlio di Joe. Profuma di Wilco disimpegnati e rende conto, nel modo più eloquente, del clima a dir poco svagato in cui la collaborazione si è mossa. La cover dimessa di “A Butcher’s Tale” degli Zombies, pubblicata in seguito come B-side di “Shouting Match”, segue in fin dei conti la medesima linea.

Completano il quadro un’accorata rilettura di “By The Time It Gets Dark” di Sandy Danny, che alla reinterpretazione estroversa già osata dagli Yo La Tengo pungenti di una ventina di anni fa preferisce i toni levigati del filologicamente corretto ma non dispiace, e l’ennesimo esercizio retro-pop contagioso (“Cruel Annette”, dove la lezione dei Beatles è snocciolata con la necessaria disinvoltura), risaputo quanto si vuole ma svolto con la solita classe e un entusiasmo di cui tanti celebrati colleghi revivalisti oggi difettano.

Hic Et nunc

220x270_29_01E infine, eccoci al presente. C’è una sorta di garbato pudore nella dissolvenza cui i Teenage Fanclub sembrano aver costretto da programma la loro folgorante stella. Le energie non sono più quelle dei vent’anni, gli interessi sono stati diversificati, lo slancio creativo per forza di cose si è raffreddato. E allora ecco spiegata la miseria di tre album pubblicati in altrettanti lustri a fronte di quel filotto pazzesco messo a referto nel loro quinquennio vincente. I sei anni di attesa per arrivare al decimo capitolo del loro romanzo (al netto di mini, collaborazioni e raccolte compilative) hanno addirittura alzato di qualche decimale la media degli intervalli, ma trovano se non altro una giustificazione pratica negli impegni che hanno visto coinvolti i triumviri Norman Blake, Gerard Love e Raymond McGinley in tempi più o meno recenti. Registrato assieme a David Henderson tra Carpentras, in Provenza, e la casa di Raymond a Glasgow, quindi mixato ad Amburgo, Here ripresenta la band di Glasgow nella formazione a cinque del precedente Shadows, con le tastiere di David McGowan e la batteria dell’ex-Bmx Bandits Francis MacDonald confermate titolari. E quindi rieccoli gli scozzesi, con il loro jangle-pop dolcemente in acustico a base di refrain ariosi e ben ponderati, lo stesso già sperimentato con successo ai tempi di Songs From Northern Britain (“The Darkest Part Of The Night”). A ben sentire si tratta del classico usato garantito, quello affidabile e che non stanca mai, anche senza promettere rivoluzioni che potrebbero forse apparire inopportune.

Se le armi del gruppo apparivano spuntate ormai da tempo, la nuova fatica sceglie apertamente di riporle in un ideale armadio. Le elettriche si astengono infatti dal mordere, ma si adoperano per ritagliarsi qualche estetizzante colpo di cesello, un garbato tocco di classe ogni tanto mentre le melodie ci inebriano. Il disco non regala particolari sorprese, ma ha il pregio di suonare sufficientemente ispirato e può vantare una freschezza non solo simulata. Un lavoro confezionato con la consueta grazia, placido, d’indole cordiale e per nulla ruffiano, che si gioca bene le proprie carte in termini di lusinghe fidelizzanti (una per tutte, l’ennesimo infinito mantra di “Hold On”, per una volta a firma McGinley invece che Blake). Le pennellate sono tenui, impressioniste, come negli Yo La Tengo più serafici e rilassati (“Steady State”, che ricorda le avventure acquatiche di “The Sound Of The Sounds Of Science” o quelle, magari, del Bradford Cox di “Parallax”), con giusto una morbida scia di riverbero a mo’ di griffe.
Le firme e le voci come sempre si avvicendano, ma sono quelle dei soliti vecchi amici con il loro carico di promesse, resoconti, filosofia spiccia e, perché no, scherzose suggestioni. La dimensione ludica è rispolverata a tratti nella seconda facciata, ma ancora una volta senza esagerare, tenendo soffuse le luci e tralasciando le tentazioni pacchiane anche quando dei fiati à-la Belle & Sebastian alzano tassi glicemici e di affabilità (“The First Sight”). Il tono confidenziale resta invece una piccola ma preziosa certezza. Ancorché refrattaria al cambiamento, la musica dei Teenage Fanclub dimostra una volta di più di riuscire immune all’inquinamento espressivo più modaiolo e non tradisce quella sua personale idea di purezza. Lo ribadisce, in particolare, la carezzevole “I Have Nothing More To Say”, un delizioso antidoto alle volgarità del presente che ha i contorni di un appartato rifugio, un po’ come tutto l’album.

220x270_36La velocità di crociera nell’accezione dei Fannies è un’autorevole profusione di automatismi easy-listening, di quelli che magari non impressionano in maniera bruciante ma che ugualmente sanno insinuarsi, inosservati, e forzano con gentilezza le difese dei meno cinici tra gli ascoltatori, come chiamando a un riconoscimento. Come a sussurrarci nell’orecchio: “Rieccoci, siamo un frammento irrinunciabile della colonna sonora delle vostre vite”. E questa marginale epifania, il semplice ritrovarsi, vale in sé il prezzo pure abbordabile del biglietto. Con “I Was Beautiful When I Was Alive” il passo rallenta ulteriormente, l’atmosfera pare sospesa in un passato idealizzato che i toni flou rendono quasi magico. Si replica il favoloso luminismo di certi lavori collaterali dei ragazzi, dei Lightships in particolare, per un affresco che ambisce a essere, in primo luogo, squisitamente sentimentale. E’ ancora tutta una questione di segni, sostengono loro. Lo “Star Sign” di un tempo è rimpiazzato da nuove e più quiete rivelazioni (“It’s A Sign”) così come i Byrds sembrano aver scalzato i Big Star dalla vetta dei maestri più amati di sempre, almeno in questa occasione. Nelle battute conclusive la frenata è vistosa ma persino opportuna, come quando le parole diventino qualcosa di non più necessario e prevalga il piacere di stare insieme per condividere l’armonia di un momento, di un paesaggio, di un legame speciale. Here si presenta quindi come un’opera amabilmente riflessiva e autunnale, ma a suo modo rinfrancante. Una bella lezione che profuma di maturità, offerta da una band in vena di leggerezza e senza più nulla da dimostrare.

Teenage Fanclub

Pet Rockers

di Stefano Ferreri

Il romanzo dei tre moschettieri power-pop di Glasgow: dagli esordi scapigliati e rumorosi al tranquillo impressionismo di oggi, la folgorante parabola della più americana delle band britanniche dei 90's, capace di spingersi con una serie di album mozzafiato in un'ideale terra di mezzo tra jangle byrdsiano e fuzz-rock, dolcezza e ruvidezza, stregando Kurt Cobain e ubriacando spesso la critica ..
Teenage Fanclub
Discografia
 TEENAGE FANCLUB 
   
 A Catholic Education (Paperhouse, 1990)  6,5
 The King (Creation, 1991) 5
Bandwagonesque (Creation, 1991)8
Thirteen (Creation, 1993)8,5
 Deep Fried Fanclub (Paperhouse, 1995)6
Grand Prix (Creation, 1995)8
 Songs From Northern Britain (Creation, 1997)6,5
 Howdy! (Columbia, 2000)7
 Man-Made (PeMa, 2005) 5,5
 Shadows (PeMa, 2010) 7
 Here (PeMa, 2016) 6,5
   
 TEENAGE FANCLUB & JAD FAIR 
   
 Words Of Wisdom And Hope (Alternative Tentacles, 2002) 6
   
 JONNY 
   
 Free Ep (self-released, 2010) 6
 Jonny (Turnstile, 2011)6,5
   
 THE NEW MENDICANTS 
   
 Into The Lime (One Little Indian, 2014) 7
   
 JAD FAIR & NORMAN BLAKE 
   
 How Many Glasgow (Joyful Noise, 2014) 5,5
 Yes (Joyful Noise, 2015) 6
   
 SOUND OF YELL 
   
 Brocken Spectre (Chemikal Underground, 2014) 6,5
   
 LIGHTSHIPS 
   
 Electric Cables (Domino, 2012) 7
   
 SNOWGOOSE 
   
 Harmony Springs (Ba Da Bing!, 2012) 6,5
   
 THE PRIMARY 5 
   
 North Pole (Bellbeat, 2004) 7
 Go! (Re-Action, 2007)6,5
 High Five (Neon Tetra, 2008)6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Everything Flows
(video, da A Catholic Education, 1990)

God Knows It's True
(video, da God Knows It's True Ep, 1990)

The Concept
(video, da Bandwagonesque, 1991)

What You Do To Me
(video, da Bandwagonesque, 1991)

Star Sign
(video, da Bandwagonesque, 1991)

Alcoholiday
(live, da Bandwagonesque, 1991)

Hang On
(video, da Thirteen, 1993)

Norman 3
(video, da Thirteen, 1993)

Radio
(video, da Thirteen, 1993)

Escher
(live, da Thirteen, 1993)

120 Mins
(live, da Thirteen, 1993)

Fallin'
(video, da Judgment Night Ost, 1993)

Sparky's Dream
(video, da Grand Prix, 1995)

Mellow Doubt
(video, da Grand Prix, 1995)

Neil Jung
(live, da Grand Prix, 1995)

Don't Look Back
(live, da Grand Prix, 1995)

Ain't That Enough
(video, da Songs From Northern Britain, 1997)

I Don't Want Control Of You
(video, da Songs From Northern Britain, 1997)

I Need Direction
(video, da Howdy!, 2000)

Dumb Dumb Dumb
(video, da Howdy!, 2000)

It's All In My Mind
(video, da Man-Made, 2005)

Fallen Leaves
(video, da Man-Made, 2005)

Baby Lee
(audio, da Shadows, 2010)

I'm In Love
(video, da Here, 2016)

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Recensioni

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