The Builders And The Butchers

The Builders And The Butchers

The Funeral Band

di Stefano Ferreri

Storia di una band visionaria, autentico fenomeno del country espressionista, in fuga dall'Alaska verso la Mecca di Portland. Lanciata da Chris Funk dei Decemberists, la creatura di Ryan Sollee non ha saputo smarcarsi dal suo ridotto formulario espressivo ma resta una delle declinazioni più aspre e roboanti dell'Americana di questi anni
Per concedersi l'opportunità di un'autentica pace spirituale bisogna aver sperimentato l'abisso, almeno una volta nella vita. Va bene, espresso in questi termini suona come il più logoro dei luoghi comuni sul tema della redenzione. La vera notizia oggi, l'aspetto realmente incredibile di questo vecchio adagio, è che esista ancora qualcuno che ha voglia di servirsene per esercitare la propria creatività e suscitare emozioni. Il parallelo beatitudine/dannazione ha sempre affascinato gli statunitensi, e tante pagine della loro cultura popolare sono state scritte facendo ricorso a questo comodo espediente. La salvezza è un pozzo scuro e profondo. Lo sostengono con smisurata convinzione gli emergenti The Builders And The Butchers, un gruppo a tal punto appassionato di dicotomie da adottarne una come ragione sociale. La predilezione per i contrasti e per i chiaroscuri è molto più di una semplice cifra stilistica nella vicenda di questa promettente formazione del sottobosco alternative, diventa il riflesso di una personale parabola ascendente alla ricerca del proprio posto nel mondo. La storia, emblematica e ancora non giunta alla sua pagina conclusiva, racconta di una fuga dall'Alaska verso la città più affine al proprio tumultuoso sentire (la solita benedetta Portland, Oregon) sulla medesima rotta percorsa quasi in contemporanea dai Portugal The Man. Per cinque improbabili aspiranti alla fama, il momento del disgelo. Ieri l'enciclopedia di questi musicisti non contemplava altre voci al di là di "punk" e "rock", poi i giovanotti hanno scoperto nel solaio virtuale della nuova residenza bauli e bauli di musica delle radici - l'Americana con la A maiuscola, il gospel, il blues autentico, miserabile - e si è spalancato loro innanzi un baratro di pura estasi.

A scherzare con il diavolo...

Dalla remota Anchorage, Ryan Sollee si è portato dietro ben poco. L'essenziale per mantenersi prima di trovare un impiego, la fame di chi abbia ancora tutto da dimostrare e poi, beh, naturalmente quel pugno di amici di vecchia data, compagni in un gruppo dal nome non proprio entusiasmante, Born Losers, che non per nulla viene presto liquidato. La Portland del 2004 è una città musicalmente vivacissima, così il cantante e chitarrista pel di carota non fatica a conoscere persone che condividano la sua stessa passione, diverse delle quali provenienti come lui dall'Alaska. Sono loro a costituire il nucleo embrionale di una nuova compagine, la cui intestazione provvisoria è The Funeral Band. Nella notte di Halloween del 2005, la formazione offre il suo primo concerto in chiave rock sudista a nome The Builders And The Butchers, già permeato di inflessioni goticheggianti e suonato dapprima senza amplificazione, resasi poi necessaria in virtù dell'inatteso pienone. Una delle loro peculiarità, da subito evidente, è la presenza in organico di una doppia batteria o, meglio, di una batteria destrutturata, con l'armonica convivenza di Paul Seely alla grancassa e di Ray Rude ai rullanti. Originale anche il processo creativo, innescato dalla scrittura dei testi (ad opera del solo frontman) poi presentati ai compagni per curarne tutti assieme l'accompagnamento musicale. La locale Bladen County li nota e li mette presto sotto contratto. Il primo anno trascorre tra esibizioni di strada, spesso davanti ai club dove si esibiscono artisti già affermati. Tra i primi ad accorgersi di loro ci sono i Man Man, che riconoscono una certa affinità e non esitano a invitarli ad aprire alcuni dei loro concerti nel corso dell'anno seguente, e i Loch Lomond, una delle realtà più significative della montante onda chamber-folk cittadina: i due gruppi pubblicheranno uno split di otto brani nell'estate del 2007.

220x270_i_15Per un paio d'anni i ragazzi scrivono canzoni e le suonano come disperati, fino a consumare gli strumenti portati dal nord come unico bagaglio. Quindi, sempre nel corso del 2007, i tempi sono maturi per il debutto discografico. Con l'eponimo The Builders And The Butchers i Nostri confezionano un esordio che è un lungo esorcismo gospel, infervorato e accattone, sin dall'introduzione a cappella di "The Night Pt. 1", sostenuta solo dalla variegata chincaglieria del loro arsenale ritmico.
Ben presto lo stile pirico e ribollente della band ha modo di svelare le proprie carte con l'impetuoso country espressionista di "Red Hands" e la sua monumentale impalcatura acustica: la voce pure spiritata di Sollee è sovrastata senza appelli dall'impianto percussivo e dall'indiavolato strumming delle chitarre. Si tratta di una collezione di canzoni vibranti, infiammate a intermittenza dal mandolino di Harvey Tumbleson, dalle spazzolate senza fronzoli dei due batteristi e dall'interpretazione sopra le righe del cantante, efficace nei suoi slanci teatrali ma abbastanza intelligente da evitare di uscire dal seminato di un rock delle radici invero coerente, meravigliosamente aspro e ferroso.
Le tonalità da crepuscolo chicano evocate sin dal titolo in "Spanish Death Song" si accendono, quindi, in un formidabile numero a effetto, la miglior canzone che i Decemberists ancora non hanno scritto: arrembante, corale, infettiva e decadente, anche senza scadere in un fumetto pacchiano à-la Robert Rodriguez, e sufficientemente esauriente nello snocciolare i tratti chiave di un'estetica al punto da suonare insieme programmatica e paradigmatica. Resta forse un tantino rustica e approssimativa la produzione, parziale freno all'esplosività del gruppo, ma le linee portanti della sua cifra espressiva si colgono già in maniera limpida. Il frontman sale in cattedra con personalità nella successiva "Black Dresses", mostrando il carattere velenoso di una compagine ancora incontaminata come poche, affilata, incalzante, abile a vivificare un formulario roots anni Novanta - dai Sixteen Horsepower ai Grant Lee Buffalo più polverosi - in maniera, tutto sommato, nient'affatto scontata. Non manca qualche passaggio più sbracato, alticcio e incespicante, personale reinterpretazione del verbo dylaniano come in una "The Gallows" che sa di festa campestre.

220x270_vi_08Il patrimonio cromatico e di sfumature è ancora limitato a una gamma ristretta, con ovvia inflazione di chiaroscuri. Sollee, ad ogni modo, compensa questo limite grazie all'evidente perizia nei cambi di passo e nell'imprevedibilità sui contrasti, con buone impennate di lirismo spiccio come in una "Slowed Down Trip To Hell" già munita di pungente magnetismo, di un'energia profondamente yankee che sembra avere origini lontane come le voci degli schiavi del Delta, o di Leadbelly ("The Night Pt. 2"). Il tono ruvido non è mai accantonato, anche se nella seconda facciata il disco pare prediligere le coloriture spiritual alla pura impetuosità. È questo che consente al quintetto di Portland di non chiudere la sua prova in un semplice esercizio o nell'esternazione troppo cruda di una poetica, riuscendo semmai proprio sul congedo a illuminare l'album con un episodio che tradisce un'insolita leggerezza, una grazia magari non canonica, magari provinciale, che vale comunque come provvida ventata d'aria fresca (pur senza sconfessare un'intensità sempre sopra la media). La band si mostra ancora positivamente riflessiva e cerca di non esasperare stilemi di per sé già alquanto caratterizzati. La misura rientra tra le note di merito di The Builders And The Butchers, perché evidenzia la volontà di non dissipare un potenziale pure interessante subito ai primi fuochi, e il gioiellino "Bringing Home The Rain", con il gruppo che si profonde in suggestioni degne dei Felice Brothers più meditativi, in tal senso fa scuola.

Per fare il colpo, tuttavia, manca ancora un progetto "forte", di sicura presa in termini di tematiche e immaginario. Ma per questo, come sul versante tecnico, i The Builders & The Butchers non impiegheranno molto per aggiustare il tiro con profitto. Nel biennio che segue si fanno apprezzare nella zona grazie a una serie di performance a dir poco trascinanti (a supporto di Dax Riggs, Helio Sequence e Port O'Brien) ma sembrano destinati a restare nell'ombra, come tanti altri. Il primo tassello del loro personale mosaico della fortuna ha il faccione di Chris Funk, chitarrista dei Decemberists che a tempo perso si improvvisa talent scout e produttore. L'offerta di aiuto è troppo ghiotta per rinunciarvi e porta con sé la disponibilità di ambienti, mezzi e collaboratori di prima scelta (compreso Tucker Martine), una manna che nessuno dei Builders avrebbe saputo immaginare anche solo un paio di mesi prima.

220x270_ii_15Qui si apre di fatto il capitolo di Salvation Is A Deep Dark Well, entusiasmante opera seconda e possibile tagliando vincente per l'ennesima irresistibile compagine made in Portland. Incontrandoli per la prima volta sulla propria strada, l'orecchio e l'occhio disattenti potrebbero scambiare i cinque barbuti statunitensi per la milionesima combriccola di folkster in cerca d'autore, di quelle spuntate come funghetti nel sottobosco indie nordamericano (anche canadese, dunque) in una notte lunga un lustro. L'insopprimibile urgenza di questi improvvisati migratori underground basterebbe però da sola a sgombrare il campo da qualsivoglia equivoco, soprattutto quelle impressioni superficiali dettate dalla strumentazione e dalla mise adottati in fretta e furia dai musicisti in fuga dal gelo della loro adolescenza. Caratterizzato da una coerenza sonora e di scrittura indiscutibile, impregnato di una retorica battista attualizzata che ne corrobora l'impatto, l'album assume i contorni di un anomalo concept da più parti definito (con demenziale inadeguatezza) "gotico", un viaggio in parallelo nel cuore del manicheismo tanto caro all'America popolare (qui l'American Gothic si rivela sorprendentemente pertinente) e nell'identità musicale di quello stesso universo, tra un passato che torna oggi d'attualità e una raccolta di cartoline con sopra impressa la mitologia tascabile della frontiera.

L'esplorazione parte dall'oscurità di "Golden And Green", con quella che ha tutto il sapore della premessa. L'invito a chiudere gli occhi favorisce l'immedesimazione con il protagonista dell'intera vicenda, anche se in un'intervista Sollee ha dichiarato di aver tratto ispirazione per questo brano da uno dei più straordinari idiot savant della storia dell'arte, Henry Darger (che ha già influenzato una pletora di artisti, da Natalie Merchant a Sufjan Stevens, dalle Vivian Girls agli Animal Collective, dai Majical Cloudz ai Comet Gain passando per i Wussy). Impetuosa ed eclatante, la canzone d'apertura definisce le linee emotive e sonore dell'album, con la voce tremula di Ryan che irrompe e sale in cattedra affiancata dai pesanti calibri dei due batteristi, dai violini e da chitarre d'ogni sorta. Il pronto rinforzo offerto dalla ruspante "Devil Town", immediata ma attenta al dettaglio con la sua rustica fisionomia bandistica (resa fruttuosa da un songwriting all'altezza), consolida la sensazione di trovarsi al cospetto di una macchina ideata per impressionare e in cui ogni elemento svolge alla perfezione il proprio compito. Dietro la console Funk e Martine mostrano di saper infondere quel senso di magico equilibrio che a questi ragazzi evidentemente mancava, rifinendo e arrotondando i suoni rispetto alle asprezze folk di quel primo lavoro, ma senza svilirne l'incisività, anzi, assecondando le potenzialità di una band di pura sostanza, già speciale di suo. Un sodalizio quanto mai indovinato, dunque, alla riscoperta della più incendiaria musica roots del secolo passato.

Introdotta dal banjo e dall'armonica, "Short Way Home" è un'esplosione di colori e umori ferrosi - con atmosfere che tendono al sanguigno e al blueseggiante - in cui troneggia la voce nasale e istrionica di Sollee. Un ridotto immaginario a base di ali dorate, angeli, avelli tenebrosi, sangue, fiumi e alberi in fiamme è snocciolato con la giusta convinzione in testi carichi di suggestioni millenaristiche. Il diavolo si ritaglia un ruolo da protagonista (non poteva essere altrimenti) come metà oscura dell'animo umano, mentre il fuoco divampa in ogni dove con l'esplodere delle emozioni. Il diversivo spagnoleggiante intavolato dall'iperbolica "Barcelona" coincide con l'episodio in cui i debiti verso il Decemberists' style affiorano in tutta la loro evidenza (ricordate per caso O Valencia"?), forse con qualche Meloysmo di troppo nel cantato. La vena genuinamente enfatica e il calore autentico della band preservano comunque il pezzo dall'artificio dell'imitazione dozzinale e della teatralità picaresca trasformandolo in un irresistibile omaggio, quasi una personale reinterpretazione del classicismo di un gruppo ormai arrivato.

220x270__01Forti di una partenza tanto veemente e risoluta, i Builders si concedono il lusso di piazzare subito qualche ulteriore colpo ad effetto, giusto per il piacere di stupire l'ascoltatore anche senza andare a stravolgere il proprio gioco smaccatamente espressionista. Con l'affilata "Hands Like Roots" simulano il disimpegno nel riempitivo per prodursi in realtà in uno dei più riusciti esperimenti dell'album: una radicale dinamizzazione dei meccanismi e degli stilemi tipici del country, temprati dalla compattezza granitica di un sound a più dimensioni e dal ricorso a un'andatura volutamente irregolare. In "Down In The Hole" e "Raise Up Your Weary Hands" si punta a una veste più delicata, limitando i contributi dell'artiglieria pesante (sempre cruciali, comunque, in chiave energizzante, specie sui refrain), liberando l'eccellente mandolino di Harvey Tumbleson - vera griffe nel suono dei cinque - da compiti di semplice manovalanza pirica e spiazzando un po' tutti con la ricodifica in chiave western/chicana del più azzeccato dei ritornelli ("When you make fire with the devil/ Don't be surprised if you get burned/ You were among the lucky ones/ And he only took your hands"). Prima della fine c'è ancora tempo per dare fuoco alle polveri. "Vampire Lake" e "In The Branches" vanno direttamente in cima alla lista dei titoli più frenetici e roboanti del disco, con il solito trambusto della sezione ritmica organizzato con disciplinato furore e una bella scorta di violini irrequieti (nella prima) a bilanciare il costrutto con la lingua pura del cuore.

Incastonata tra le due, "The Wind Has Come" opta nuovamente per una strategia di mimetismo dicemberista, esponendosi senza timore al rischio della stilizzazione e della maniera. Il passo sofferto e un impianto sonoro votato alla massima sobrietà la rendono un passaggio quasi alieno, straniante, un'isola d'estenuata malinconia in mezzo allo scorrere irruento delle altre canzoni. Ma l'energia che qui è magistralmente trattenuta basta a confermare per intero le credenziali del gruppo, dimostrandone l'autorevole disinvoltura anche alle prese con registri non proprio canonici per la band di stanza a Portland. "The World Is A Top" funziona egregiamente come conclusione della parabola, l'uscita dal pozzo a riveder le stelle. La vetta è raggiunta con un'esternazione elettroacustica impeccabile in quanto a rilascio emotivo, con l'impiego di calzanti coloriture gospel in bassa fedeltà ad ampliare lo spettro espressivo di Salvation Is A Deep Dark Well (rispolverando una delle folgoranti formule del bellissimo esordio). Ancora una volta nell'ordine delle idee, dal vuoto del silenzio, la forza dei Builders risulta enormemente amplificata. Una scommessa vinta a tutti i livelli, quindi, combriccola e album promossi a pieni voti.

Una rotta facilmente prevedibile

La band, frattanto, non si siede sui pur modesti allori e appare in piena evoluzione. Registra senza colpo ferire un paio di avvicendamenti, con l'ingresso del batterista Brandon Hafer e del bassista Willy Kunkle al posto dei dimissionari Paul Seely e Alex Ellis, quindi si imbarca in un nuovo tour promozionale accanto ai vari Amanda Palmer, Heartless Bastards, Brand New e Murder By Death. Per catturare senza mediazioni l'energia dei loro show, i cinque decidono di affidarsi ad Adam Selzer (Decemberists, M. Ward, She & Him) e Dylan Magierek (Mark Kozelek), registrando live in studio per una settimana i nuovi brani e limitando al minimo sovraincisioni e post-produzione. Unica ospite l'amica violinista Amanda Lawrence. Il titolo del nuovo lavoro, Dead Reckoning, che fa riferimento all'antica tecnica della navigazione stimata, vale anche come allusione al percorso stilistico in fondo preventivabile del gruppo stesso, in un'opera programmaticamente di passaggio.

220x270_v_08Sin dall'avvio con "I Broke The Vein" il disco intende rinnovare la formula vincente delle prove precedenti, mostrando un talento se possibile accresciuto nella gestione plastica di vuoti e pieni, ombre e aperture rutilanti, pause e opportune accelerazioni. La band suona al solito potente ma capace di un controllo sensazionale, di fatto confermando in blocco una dotazione strumentale orgogliosamente vintage oltre al piglio infervorato di sempre. Molto più che in passato, nel bel mezzo del marasma elettroacustico dei cordofoni, si mettono in risalto le svisate degli organi e, talvolta, le fisarmoniche. Il quintetto insiste con le proprie feroci rivisitazioni dell'Americana, replicando con infinite variazioni sul tema la consueta rassegna a tinte forti di cliché dalle risapute inflessioni religiose o moraleggianti, richiami a un'America ancestrale o alle oscure cassandre negli anni della Grande Depressione: un repertorio pescato da un autentico dimenticatoio culturale, rispolverato e attualizzato con la giusta enfasi.

Con "It Came From The Sea" tornano i Decemberists - più "Castaways And Cutouts" che gli ovvi "Picaresque" o "Her Majesty" - qui imitati con grazia insolita da un Sollee sempre felicemente incline e uno sfacciato lirismo, a una teatralizzazione che è romantica fino al parossismo. La ninnananna di "Lullaby" prova a far propria la lezione non solo del solito Meloy, ma anche dei vari Arcade Fire, Okkervil River e affini. L'impressione di "già sentito" resta evidente, eppure tutto fila a meraviglia e il gruppo non tradisce il minimo calo d'intensità, pure alle prese con episodi meno tirati all'esasperazione e arrangiati con cura certosina. Le trame si sono fatte più esili, meno schiacciate dall'incombente apparato ritmico, pure preminente nell'economia sonora della compagine di Portland. Vale per "Moon Is On The March" e, a maggior ragione, per "All Away", passaggio depurato sin quasi a una nudità malinconica di innegabile sostanza. E vale per "Out Of The Mountain", che riserva i suoi spazi alla contemplazione, alle nuance superbe di una ballata country-blues, al passo lento e colmo di stupore di un Chris Robinson. Possono suonare disadorni i The Builders & The Butchers ma fragili mai, mai davvero disarmati. L'infiammata non tarda peraltro ad arrivare ("Cradle On Fire"), accendendo con la necessaria virulenza i folklorismi rotondi e un tanto al chilo degli statunitensi.

220x270_iv_10Così questo nuovo lavoro guadagna persino qualche punto sul piano squisitamente tecnico e in termini di songwriting, pagando però dazio in quanto a visceralità. Dead Reckoning si configura infatti come un disco più scritto, più ragionato e meglio vestito, con un compromesso tra mente e cuore tutto sommato prezioso. Il gruppo conferma fino in fondo le sue genuine fragranze roots, quell'indole sanguigna e puntuta perfetta per drammatizzare una sceneggiatura alquanto limitata per inventiva, ferma anzi al suo grado zero. Ma dietro la consueta, poderosa interpretazione, dietro la verve arrembante, il gioco comincia forse a mostrare la corda anche senza scadere nel manierismo di tanti colleghi ormai arrivati. "Blood For You", ridotto esorcismo gospel di ritorno, ha esaurito le scorte di forza innovativa per poter stupire ancora o per oltrepassare la soglia senza infamia e senza lode del semplice filler. Come invocazione si comporta meglio la chiusa smaliziata (e autocompiaciuta) di "Family Tree", croce e delizia di un calco stilistico condannato a fallire qualsivoglia tentativo di evoluzione, ormai assodato l'immancabile intrattenimento di classe, aspro e levigato a un tempo, che svela debiti evidenti nei confronti di altri più fortunati musicisti (Black Keys su tutti, almeno stando al rock aromatico di una "Black Elevator").

Il 2011 regala ai Builders un nuovo avvicendamento per una delle due posizioni di batterista, con Justin Baier al posto di Brandon Hafer, ma è anche l'anno di un nuovo Ep condiviso, in questo caso con gli amici dell'Indiana Murder By Death, un piccolo cult negli States. Le due band si scambiano la cortesia di una reciproca cover, con altri due brani dai rispettivi repertori rivisitati dal progetto solista di Ray Rude, Operation Mission. Il risultato è però inferiore alle aspettative.

Trascorre un altro biennio. Chi li aveva conosciuti quando usci il loro sophomore, il mezzo capolavoro Salvation Is A Deep Dark Well, incappò con ogni probabilità in un facile colpo di fulmine, conquistato dalle stringate note biografiche che raccontavano della fuga repentina verso la mecca di Portland e persuaso dalla bontà di quella formula, a metà strada tra rock delle radici, gospel esacerbato da trita retorica battista e alt-country incendiario. Non avrebbe avuto forse la minima esitazione a puntare sul loro nome il fatidico nichelino. Col senno di poi, questo si sarebbe rivelato un azzardo privo di prospettive. A quattro anni (e due dischi) da quella vetta, riecco con Western Medicine gli stessi The Builders & The Butchers aspri e teatrali di allora, ma senza più la bruciante forza propulsiva che avevano saputo infondere in quel particolare momento magico.
"Dirt In The Ground", per dire, conserva intatta l'ebbrezza del loro arrembante American Gothic in salsa folk e riesce ancora contagiosa, malgrado una penetrante impressione di déjà vu. Dall'indiavolato blues da fiera di campagna che in "Redemption Sound" si trova ad attingere per l'ennesima volta da un patrimonio di allegorie (religiose per lo più), tanto elementari quanto efficaci, al senso di incombente calamità tratteggiato dalle ritmiche poderose (la doppia batteria non ha mai smesso di essere uno dei marchi di fabbrica della band) o dalle accese coloriture acustiche - tutto come da repertorio - in "Desert On Fire", i cinque statunitensi rispolverano senza sostanziali novità la medesima prospettiva manichea e la verve da predicatori già sfoggiate nelle precedenti occasioni (non fanno eccezione l'immediato predecessore, Dead Reckoning, e l'esordio eponimo del 2007) con relativo corollario di diavoli, dannazione e fuoco a tutto spiano, affidato a testi al solito fin troppo immaginifici.

220x270_vii_08Dentro questa nuova fatica la tensione si mantiene vibrante, le sonorità calde e avvolgenti mentre ogni spazio viene saturato dalla tracimante pienezza del collettivo, anche in brani apparentemente meno densi. I Builders hanno perso qualcosa in termini di dinamismo e impetuosità, ma sul piano lirico si confermano intensi e sufficientemente ispirati. La voce potente, solenne e nasale, di Ryan Sollee vale ancora da sola metà dell'opera, ma il robusto impianto strumentale, tutto insieme, funge per essa da straordinaria cornice. Da questo punto di vista i ragazzi dell'Alaska sono forse persino cresciuti, per quanto la loro accesa propensione espressionista non possa che limitarne i favori presso un più ampio pubblico.
Nonostante le sanguigne atmosfere tra country picaresco e blues del Delta (curioso punto d'incontro tra i padri putativi Decemberists, i conterranei Portugal The Man e i Felice Brothers), la loro rimane musica di genere, assai limitata in quanto a varietà di soluzioni praticabili, data anche la ritrosia (ammirevole, tutto sommato) a svilire la propria cifra con contaminazioni fuori luogo o artifici sintetici. Il grosso limite di uno stile così peculiare risiede nell'impossibilità di aprirlo a significative evoluzioni senza comprometterlo irrimediabilmente: così i Builders sembrano schiavi della loro stessa eccentricità, campioni in un regno minuscolo destinato a non crescere mai.
Il western morriconiano di cui parla la nota stampa è ovviamente assimilato e rielaborato in base alla propria indole e all'enfasi galoppante del disco. Il fervore mantenuto come sempre ad alti livelli compensa le fisiologiche flessioni a livello di scrittura mentre l'istintualità ha gioco facile a prendere il sopravvento. L'umore tuttavia non vira di mezzo grado, così ci si ritrova ad apprezzare un lavoro impeccabile ma di difficile digeribilità, che richiede all'ascoltatore la più idonea predisposizione d'animo e una buona dose di pazienza. Ad alzare il coefficiente di difficoltà è la considerevole lunghezza dell'album: qualche taglio significativo e una maggiore agilità nei singoli episodi avrebbero giovato, ma è certo che non si possa rimproverare la compagine statunitense per scarsa generosità. Basta anzi la coralità ossessiva della cantata "Poison Water" a mettere in risalto tutta la determinazione dei cinque di stanza a Portland, la loro proverbiale tenuta a livello emotivo e la potenza di un sound volutamente datato, analogico, artigianale ma anche di tonante visceralità.

In una veste appena meno bulimica o straripante, il gruppo svela tutte le sue esplosive potenzialità, pur nel chiuso del proprio ambito di riferimento. Basta il tono sofferto ma trattenuto di "No Roses", la misura nell'impiego sapiente di pianoforte e chitarre oltre a un refrain davvero memorabile, per ritrovare la trascinante umanità della compagine di Colin Meloy, quando ancora non suonava avvelenata dalla maniera. Oppure il banjo alla guida dell'affilata "Ceceil", ballad fragile e spogliata finalmente di tanti orpelli, prima che "Take Me Home" apra il finale a una contemplazione più serena dopo uno sproposito di incubi, nuvole nere e piaghe bibliche. La marcata inflessione sudista riporta in auge la concretezza positiva e virtuosa della terra, della tradizione, mentre il mandolino di Harvey Tumbleson asciuga le asprezze e ingentilisce, seguito a ruota dall'hammond luminoso e dalla voce di un performer di razza come Sollee.
Un disco difficile, insomma, ma ancora di qualità, per una formazione a suo modo incredibile, destinata a non sfondare mai.

The Builders And The Butchers

The Funeral Band

di Stefano Ferreri

Storia di una band visionaria, autentico fenomeno del country espressionista, in fuga dall'Alaska verso la Mecca di Portland. Lanciata da Chris Funk dei Decemberists, la creatura di Ryan Sollee non ha saputo smarcarsi dal suo ridotto formulario espressivo ma resta una delle declinazioni più aspre e roboanti dell'Americana di questi anni
The Builders And The Butchers
Discografia
 The Builders And The Butchers (Bladen County, 2007)  7
 Loch Lomond / The Builders And The Butchers Split Ep (Bladen County, 2007) 6,5
Salvation Is A Deep Dark Well (Gigantic, 2009)8
 Dead Reckoning (Badman, 2010) 6,5
 Murder By Death / The Builders And The Butchers Split Ep (Tent Show, 2011) 6
 Western Medicine (Badman, 2013) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Bottom Of The Lake
(live, da The Builders And The Butchers, 2007)

Golden And Green
(video, da Salvation Is A Deep Dark Well, 2009)

Vampire Lake
(live, da Salvation Is A Deep Dark Well, 2009)

I Broke The Vein
(live, da Dead Reckoning 2010)

Family Tree
(live, da Dead Reckoning, 2010)

Lullaby
(video, da Dead Reckoning, 2009)

Until Morale Improves, The Beatings Will Continue
(video, da MBD / TBATB Split Ep, 2011)

The Builders And The Butchers su OndaRock
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