Lemonheads

Lemonheads

It's a shame about Evan

di Stefano Ferreri

La doppia vita della band di Evan Dando: gli esordi tra hardcore e punk-rock, all'inseguimento dei concittadini Replacements e Husker Du, quindi la svolta power-pop sotto l'ala di una major paziente. La controversa vicenda di un autore talentuoso e irregolare in egual misura, logorato dal successo ma caparbio nel non farsi abbattere

Non è facile resistere alla tentazione di intitolare anche questa storia “La band che visse due volte”. La formula è trita, va bene, ce ne siamo serviti in più occasioni anche noi a proposito di altre compagini con vicissitudini più o meno rocambolesche, e l’efficacia a lungo andare ne ha risentito. Chiunque conosca sufficientemente bene la parabola artistica dei Lemonheads non potrà tuttavia che dirsi d’accordo con il luogo comune di cui sopra, non trovando una sintesi più comoda e puntuale. In fin dei conti si tratta di uno dei casi di metamorfosi espressiva più ragguardevole in cui possa capitare di imbattersi, con due stagioni distinte, due incarnazioni, e un solo individuo a dettare le sue regole per fare davvero la differenza. A ben vedere questa è anche e soprattutto la sua di storia: folle e intricata come una sceneggiatura cinematografica, a tal punto assurda da trasformarsi in paradigma e tornare utile, appunto, per snocciolare al momento giusto un discreto rosario di aneddoti. Evan Griffith Dando, cantante ma prima ancora personaggio. Nella fioritura di splendidi casi romanzeschi sbocciati nella scena alternativa dei primi anni Novanta, la sua personalissima vicenda rimane tra le nostre preferite. In primis perché descrive come poche la traiettoria “ascesa/caduta a rotta di collo” della tipica stellina del firmamento rock'n'roll, quindi perché, nemmeno a farlo apposta, sembra infarcita dei più logori stereotipi di genere (compresa la chicca di una voce che sembra rovinata per sempre dall’abuso di crack ma poi torna, miracolosamente) e in ultimo per il fatto che, seppur un po’ buttati lì in sordina, gli ultimi capitoli scritti hanno tutto il sapore di un lieto fine, almeno per come sembravano essersi messe le cose per il protagonista a un certo punto.

Volevamo essere i Replacements

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Boston, metà anni Ottanta. Ben Deily, Evan Dando e Jesse Peretz sono tre rampolli dell’alta borghesia cittadina, studenti annoiati e non troppo brillanti della prestigiosa Commonwealth School. Per ammazzare il tempo, nell’anno del diploma trasformano un capriccio tra i tanti in un passatempo in piena regola, il gruppo dei The Whelps, di fatto imitando alla meno peggio i campioni della vivacissima scena hardcore locale e soprattutto quelli di Washington D.C., Minor Threat in testa. Figlio di un ricco avvocato e di una modella, Evan si cimenta come può con chitarra, batteria e voce, restando tuttavia nell’ombra del più carismatico Ben, anch’egli impegnato nei medesimi ruoli. Il songwriting è lasciato alla libera iniziativa dei due imberbi leader, mentre Jesse si limita a suonare il basso. Trascorre qualche mese, la carriera scolastica di Dando si è chiusa dopo poche fallimentari settimane nell’esclusivo Skidmore College di Saratoga Springs e l’intestazione del terzetto è già cambiata, ripresa dalle caramelle al limone prodotte dalla Ferrara Pan, “con un guscio aspro e un cuore dolcissimo”.

Così intendono suonare i Lemonheads sin dall’Ep d’esordio, Laughing All The Way To The Cleaners, e dalle prime arruffate esibizioni dell’estate 1986. Si muovono sul crinale che separa la pura fiammata punk, lercia, schizoide ed esasperata (“I Am A Rabbit”, cover dei neozelandesi Proud Scum), dall’alternative abrasivo dei più illustri concittadini, Replacements e Husker Du, la cui influenza si fa sentire alquanto pesantemente, specie nell’ottima “Glad, I Don’t Know”.
Il contratto con la locale Taang! non tarda ad arrivare e nel giugno 1987 il disco di debutto è già nei negozi. Prodotto da Tom Hamilton e in gran parte registrato con il contributo del batterista Doug Trachten, Hate Your Friends si presenta nel segno di un punk-rock discretamente furibondo, a base di chitarroni escorianti, ma con in soprammercato un'indole pop slacker da adorabili scavezzacollo. I primi Lemonheads sono una band rumorosa, pestona e piuttosto divertente, abbastanza canina nelle parti vocali (dove pure non si rinuncia alla melodia): gran bel wall of sound chitarristico, ritmiche sostanziose, andatura amabilmente esasperata come negli ideali padrini californiani di una mezza stagione prima. La rilettura dell’inno “Amazing Grace” la dice lunga sul tenore goliardico del progetto e del disco.

220x270_04bis_01Personalità ed energia, ad ogni buon conto, appaiono già piuttosto ragguardevoli. Sferraglianti, scapigliati, pungenti e spigolosi, i ragazzi di Boston suonano il loro alt-rock dolce e martellante con la beata incoscienza di chi non faccia calcoli e colpiscono nel segno proprio per via di questa risoluta (e piuttosto energica) purezza da pulcini arrabbiati. Nel mucchio si apprezzano anche passaggi più puliti e intriganti come “Don’t Tell Yourself It’s Ok”, quelli che meglio anticipano la svolta radicale che verrà messa in atto abbastanza presto. Una bella testimonianza oltre alla conferma che, già in questa fase, con l’esuberanza al gruppo non manca nemmeno il talento per dare vita a una proposta più elaborata e matura, per quanto opzione ancora minoritaria. Lo stampo prediletto resta in effetti quello hardcore-punk caciarone, mutuato alla meglio da Descendents e compagnia, a tratti scolastico nella sua pedissequa tracopiatura, ma in fondo giustificabile dato il songwriting ancora acerbo del quartetto (il trittico finale “Fed Up” – “Rat Velvet” – “Fucked Up”).
Nel guazzabuglio Evan già si riconosce, anche se quello di “Nothing True” o dello sgorbio schizoide “Sneakyville”, fulminante e fulminato, è ancora un pischello con brache e capelli corti, più che altro un urlatore in pieno tumulto adolescenziale. Sepolto dall’atroce marasma ultrariverberato di “Belt”, somiglia molto più a un novello Cobain (all’anagrafe li separa una decina di giorni appena) che non al languido rubacuori in cui si trasformerà nel giro di un lustro. In questa fase si lasciano preferire le canzoni scritte dal più spregiudicato Ben Deily, movimentate, dolciastre, con le elettriche più efferate dell’intero repertorio e in serbo qualche bonbon avvelenato, come nel singolo “Second Chance”. Anche quando la ribalta spetta a lui, sotto i bei garbugli sonici innescati dal fuzz l’intonazione romantica si fa sentire forte e chiara. Outtake come “Mod Lang” o “Sad Girl” – piazzate entrambe nella compilation “Crawling From Within” – restituiscono la band in una variante più posata ed evocativa, quasi college-rock, se non più cattiva (“Buried Alive”), seppur nei limiti del cliché di genere.

220x270_02_09Non trascorre che un anno ed è già ora del seguito, Creator. A grandi linee squadra e impostazione restano le medesime, anche se a questo giro la batteria è affidata a John Strohm dei Blake Babies e il gruppo nel suo complesso suona più impostato, meno irruento o genuino, abbaiando parecchio ma senza mordere. Evan in particolare appare poco incisivo nelle sue miagolanti sveltine hardcore, sulla falsariga dei primi singoli di Mudhoney e Nirvana ma senza l’ombra della gioiosa follia di un Arm o un Cobain. Così, al di là delle consuete vampe elettriche, in questa circostanza proprio non gli riesce di lasciare il segno. Più che altro la band si mostra sullo svogliato andante, in una raccolta che, prevedibilmente, gratta il fondo del barile per recuperare il materiale scartato in precedenza. Qualche smussatura qua e là non viene accompagnata da un’accresciuta elaborazione in fase di scrittura, perché il taglio rimane caotico, sbrigativo, pur con qualche gradevole spunto in ordine sparso (“Sunday”). Il copione si ripete senza particolari sussulti, con non troppo mordente e una buona dose di prevedibilità. Episodi abbastanza divertenti e spigliati come “Falling” o “Take Her Down” restano divertissement di superficie e non riescono a incidere per lasciarsi ricordare. La cover di “Your Home Is Where You’re Happy” di Charles Manson è un bozzetto sghembo e acustico in cui Dando rende una pur pallidissima idea, in prospettiva, di quello che i Lemonheads potranno diventare, sviluppando questa dimensione a scapito di quella più elettrica e aggressiva.
Evan approfondisce la sua personale ricerca come autore facendo giusto mezzo passo avanti con “Die Right Now”, pur ancora frenato dalle facili tentazioni di una rabbia giovanile senz’arte né parte. Lui e i compagni attuano insomma le consegne suggerite dal sussidiario che si erano imposti da programma, ma l’impronta rimane appunto scolastica e noiosetta, degna più di un gruppetto a un saggio liceale che non di un manipolo di emergenti che intendano parlare sul serio con la propria voce. Dato lo standard, le cose peggiorano poi nella rilettura di “Plaster Caster” dei Kiss, con l’involontaria quanto didascalica caricatura di un arena-rock già abbondantemente fuori tempo massimo, tra spacconate hard e risibile ostentazione di muscoli, mentre non meno sconcertanti appaiono certi ammorbidimenti (“Come To The Window”) per l’implicita stucchevolezza che aggrava la generale carenza di idee spendibili.

220x270_35_02Il mezzo fallimento di Creator non è solo un’impressione. Alla fine del 1988 il gruppo è di fatto già arrivato al capolinea ed Evan è stato il primo a fare le valigie, trovando asilo presso gli amici Black Babies (della fidanzata Juliana Hatfield). Incredibilmente, arriva però da un promoter l’offerta per un tour europeo nell’estate dell’anno successivo e la compagine viene rifondata con il solo scopo di avere nuovo materiale da presentare dal vivo. Dando è reintegrato in fretta e furia come cantante e batterista ma non come secondo chitarrista, onore che spetta a Corey Loog Brennan dei Bullet Lavolta. Vista la conflittualità ormai insanabile tra i due cantanti, le session del nuovo album, Lick, sono a dir poco tumultuose, solo cinque nuovi brani vengono registrati dalla coppia Tom Hamilton/Terry Katzman e per il resto occorre rimpolpare l’uscita con qualche pregevole fondo di magazzino.
Non occorrono troppi segnali per accorgersi che qualcosa è cambiato. Basta una manciata di secondi dell’inaugurale “Mallo Cup”: un’impostazione ordinata come non mai, il jangle-pop che decora, il tono garbato a farla da padrone. Certo, il gruppo non riesce a contenere fino in fondo la sua bella irruenza giovanile, ma rivela comunque ben altro costrutto rispetto ai recenti trascorsi, vuoi per l’incisività di un easy-listening sostanziale, vuoi per il felice compromesso tra spinte elettriche e ricamo acustico, tra ombre e radiosa spensieratezza. Si tratta di un brano paradigmatico per i Lemonheads, che subito – con la ruspante riproposizione di “Glad I Don’t Know, riveduta e corretta solo nominalmente – parrebbero non volersi disfare del passato. Il contrasto che emerge è una forma di squilibrio comunque salutare e testimonia della vitalità per certi versi incontaminata del gruppo.
All’incrocio tra queste direttrici, tiene banco un power-pop stilizzato ma effervescente, che in “7 Powers” si dimostra parente stretto di quello, pure pronto per le classifiche, di una compagine di Minneapolis in grande ascesa, i Soul Asylum. Se qui i ragazzi indulgono ancora in belle digressioni rumorose, il nuovo corso torna a imporsi con prepotenza in altri episodi come la riflessiva “A Circle Of One”, in cui Evan pare fare le prove generali per il suo morbido roots con acclusa la posa tormentata destinata a diventare il suo marchio di fabbrica.

220x270_04_09Nell’economia di un disco pazzo come Lick, a fronte di un brano come questo ecco pronta una nuova esagerazione sull’altro piatto della bilancia. La più eclatante, scritta da Brennan per la sua breve esperienza nella band romana Superfetazione (ma cantata in un italiano grottesco da Dando) si intitola “Cazzo di ferro” e resta forse la più oscura delle chicche del gruppo nella sua trentennale avventura, nettamente agli antipodi con questo hard-rock tutto ulcere e goliardia rispetto alla gentilezza che venderà qualche milione di copie con It’s A Shame About Ray. Una smargiassata in grande stile, ma di quelle particolarmente gustose e, nonostante la semplicioneria, indimenticabili.
Seppur ancora pieno di ingenuità e difetti anche marchiani, il disco è piuttosto piacevole, vivace, divertente, così indeciso tra college-rock da bravi ragazzi e spacconate teatrali ampiamente sopra le righe, ipotesi spesso condensate nello stesso energico brano. I Lemonheads riescono anche piuttosto feroci quando ci si mettono (“Come Back D.A.”, l’ennesima fiammata à-la Cobain – questa realmente impressionante – di “Mad”), credibili su pieghe più irregolari, perturbate, malate o alticce, per quanto questa dimensione sia destinata a venire progressivamente silenziata.
Il promemoria della stagione punk di “I Am A Rabbit” fa persino tenerezza, ma in rappresentanza dell’incarnazione insieme più pirotecnica ed evocativa vengono riproposte anche “Ever” e la notevole “Sad Girl”. Tutto sballottato tra estremi, Lick si caratterizza come un album a dir poco incoerente, amabilmente sconclusionato, una sorta di saggio (comunque solidissimo) di ciò che il gruppo sa fare. Ad ogni buon conto, in questo particolare frangente la band è quella consapevole e tentata dal pop della più ambiziosa “Strange”, con un Evan languido e ruvido a un tempo. La cover di “Luka” di Suzanne Vega diventa un singolo di buon successo, populista e ripulito al punto giusto, a riprova che il quartetto ha i numeri per affermarsi grazie a una ricetta più ortodossa. Il Dando interprete, dal canto suo, dimostra di essere cresciuto parecchio e di essere pronto, se non altro, al salto di qualità che solo una major può garantire.

Una serie di fortunati eventi

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La rottura definitiva tra i due frontmen, ad ogni modo, arriva prima dell’estate e nel rapporto di forze la situazione di qualche mese prima risulta rovesciata. Ben non prende parte al tour imminente e abbandona per dedicarsi a una carriera accademica che lo vedrà laurearsi con lode a Harvard cinque anni più tardi, per poi diventare un pubblicitario di grande successo. Senza più rivali in cabina di regia, Evan prende in mano un gruppo quasi allo sbando e lo rifonda. Il primo tassello, forse il più determinante in assoluto, è rappresentato dalla firma con la Atlantic/Warner e dal relativo ingaggio di un produttore di alto profilo come Paul Q. Kolderie, nel triennio precedente al lavoro con Pixies, Dinosaur Jr e Uncle Tupelo. In squadra restano Peretz e, in posizione defilata Brennan, mentre alla batteria si accomoda David Ryan. Il nuovo album, Lovey, viene pubblicato nel luglio del 1990.
L’avvio è tonico e bello rumoroso come a voler mantenere un ideale ponte con la precedente esperienza indipendente, quasi si trattasse di un contentino per i fan della prima ora. “Ballarat” è uno di quei brani nervosi, confusionari e sfuggenti che esaltano l’indole più tormentata di Dando, finalmente uomo solo al comando. Il salto di qualità si intuisce non soltanto dalla sua prova di spessore ma anche, grazie a un Ryan assai prestante, dietro ai rullanti. E’ però “Half The Time” la canzone che inaugura davvero il nuovo corso per la band, per via del riuscito incontro tra acustico ed elettrico, nonché per la tipica inflessione agrodolce, blandamente indolente, che il cantato di Evan imprime come a fuoco sullo stile del gruppo. In abbinata, “Ride With Me” rappresenta il primo vero successo della formazione del Massachusetts oltreché una cartolina formidabile dell’interprete à-la Neil Young, crucciato e problematico, che il cantante statunitense non ha mai negato di voler essere e che proprio in questo momento ha iniziato a promuovere con ostinazione, fiutandone le buone ricadute presso il pubblico di entrambi i sessi.

220x270_03bis_01Evan recita questa parte di rocker romantico e abulico con una certa credibilità, ma l’aderenza al personaggio finisce in parte per penalizzare un disco che difetta in egual misura di cattiveria ed entusiasmo, nonostante gli spunti apprezzabili e l’evidente cambio di passo. Accanto alle ballate acchiappa-applausi, i Lemonheads piazzano alcuni episodi più squilibrati e movimentati, in una versione comunque ben più edulcorata rispetto ai loro corrispettivi sugli album griffati Taang! (“Year Of The Cat”, la più schematica e fiacca “Li’l Seed”), un retaggio anni Ottanta evidentemente irrinunciabile per lo strambo Evan.
Nel complesso, la formula di Lovey è tanto ordinata quanto prevedibile. Così, a fronte di un innegabile lavoro di affinamento sullo stile – anche cruciale, col senno di poi, per gli album che seguiranno – a latitare sono i grandi sussulti perché non c’è abbastanza cuore quanto testa, e procedendo nell’ascolto non si può evitare di mettere a referto una seconda facciata piuttosto noiosetta nella sua puntualità, con le sole eccezioni dell’ennesima rilettura indovinatissima (la brillante “Brass Buttons”), questa volta dall’idolo dichiarato Gram Parsons, e di una più interessante e irregolare “Door”. L’inclinazione goliardica del Nostro trova l’occasione per una comparsata giusto nello scherzo telefonico senza titolo piazzato in coda.

Le vendite sono oltremodo deludenti (undicimila copie nel primo anno) ma all’Atlantic decidono di rinnovare la scommessa e non defenestrare la compagine di Boston. All’inizio del 1991 decidono anzi di pubblicare la versione ampliata di un Ep che il gruppo aveva licenziato via Roughneck Records nel corso dell’anno precedente, Favorite Spanish Dishes, a tutti gli effetti un mini di svolta. Ancor meglio prodotti, ancora più rotondi e bombati nel sound, più orientati alla melodia, i Lemonheads di questa raccolta di passaggio mostrano di avere davvero tutte le carte in regola per sfondare: sfrontati, pungenti ma anche dolcissimi, danno il loro definitivo benvenuto agli anni Novanta con un mix attualissimo e spumeggiante che ha nel prodigio di “Different Drum” – ennesima cover, questa volta da Mike Nesmith dei Monkees (via Linda Ronstadt) – la sua più luminosa rappresentante. Anche i passaggi più potenti e diretti (“Paint”) non mostrano più le ingenuità dei vecchi tempi, il gruppo sa tenere al guinzaglio la propria esuberanza dilettandosi, al momento opportuno, con digressioni più mordaci e imprevedibili.

220x270_08_08In continuità con Lovey, viene piazzata anche una reprise elettroacustica di “Ride With Me”, subito bissata da una più fragile ma intrigante rilettura di “Skulls” dei Misfits, tanto per accreditare la formuletta delle ballad dolceamare che a Evan riusciranno con facilità sempre più proverbiale. In questo quadretto fa eccezione solo la stravaganza di “Step By Step”, ancora figlia degli eighties più sbarazzini, da accogliere come estemporaneo passatempo sperimentale, tendente al kitsch ma in fondo non così terribile.
Queste del biennio 1990/91 sono le ultime uscite in cui sia presente il membro fondatore Jesse Peretz, che lascia per dedicarsi a una fortunata carriera di fotografo, filmmaker (numerosi i suoi videoclip per Lemonheads, Ash, Nada Surf, The Roots, coronati dalla vittoria di un Grammy per la clip di “Learn To Fly” dei Foo Fighters) e regista (commedie di buon successo al botteghino tipo “Quell’idiota di nostro fratello”). Contestualmente, lascia anche il più attempato Corey Loog Brennan, che diventerà un docente universitario e saggista in materia di storia antica.

In occasione di un tour australiano, Dando fa amicizia con i componenti di una band power-pop di Sydney, i Godstar, il cui bassista Nic Dalton si unisce al gruppo in diverse occasioni dal vivo. Il frontman dei Lemonheads rimane in zona per un periodo di tempo sufficiente a scrivere, assieme al cantante Tom Morgan (leader degli Smudge e in seguito degli Sneeze, oltreché dei già citati Godstar), abbastanza brani da imbastire un nuovo album. Quel disco, prodotto dai Robb Brothers – un terzetto di fratelli già attivi dalla fine degli anni Sessanta (Art Garfunkel, Cat Stevens, Harry Nilsson) – si intitola It’s A Shame About Ray e viene registrato negli States senza gli amici aussie (che non fanno in tempo a ottenere i visti). Alle session non prende quindi parte Nic Dalton, rimpiazzato al basso dalla fiamma di Evan, Juliana Hatfield.

220x270_32_02Fuori una prima volta nel giugno del 1992, come da tradizione dei bostoniani la raccolta stenta a ingranare con le vendite, e sarebbe un delitto. Si tratta infatti di un ritorno felpato, ruvido ma dolcissimo per la band, che con pochi semplici accorgimenti riesce a sfoderare un autentico gioiello d’immediatezza, una piccola raccolta di instant classics costruiti con fraseggi basici e un formidabile acume armonico. Una delle innumerevoli cover allestite da Dando, “Mrs. Robinson”, originariamente rilasciata come singolo e destinata alla riedizione in cassetta per il venticinquennale de “Il Laureato”, ottiene un successo clamoroso e convince i discografici a inserirla subito come traino in un’immediata ristampa del disco. Al di là della beffa di fare il botto con un brano non originale, per giunta una B-side, per i Lemonheads è esattamente la svolta che serviva.
Sin dall’avvio con “Rockin Stroll” le chitarre mordono ma organo e melodie inebriano, suadenti. Poi arriva “Confetti” e colpisce subito, mascherando l’impronta beat con il vigore e una certa esuberanza elettrica da spacconi di provincia. E’ un vero trionfo populista, un easy-listening perturbato e vitalissimo del genere “non si fanno prigionieri”. A ruota, la title track – ispirata da un titolo di giornale letto a Sydney – assesta il proverbiale colpo di grazia con gentilezza, ostentando una bella sicumera autoriale e un refrain che è una coltellata nostalgica, nel quadro di un impianto sonoro fragrante, rude ma confidenziale. La crescita dei Lemonheads in termini di incisività è impressionante, tanto più se si considera che, al netto del sostegno ritmico puntuale offerto dal drumming di Ryan, il buon Evan ha fatto tutto da solo (Juliana lavora più che altro da ricamatrice con la voce).

220x270_12_08Un disco veloce ma irresistibile, quindi, con il frontman perfettamente a suo agio nei panni del bel tenebroso, in realtà assai meno maledetto di tanti altri alfieri della sua generazione, e del trasformista in una fase di beato disimpegno (“Kitchen”, firmata da Dalton). Quando lascia da parte l’elettrica e si fa accompagnare da un hammond, indossando la sua posa più tormentata e al tempo stesso amabile, fa centro secco quasi con tenerezza, grazie magari a quel motivetto che non chiede altro che essere cantato a oltranza, fino alla nausea (“My Drug Buddy”, per dirne uno), ma pure nel servirsi di una specie di pilota automatico gli riesce la magia di tirar fuori dal cilindro un tormentone tascabile, bastano le fiammate improvvise del fuzz, un rinforzo corale piazzato al momento giusto e la faccia di bronzo di rito. Se “Hannah & Gabi” sposa lievità in acustico e melodismo di grana finissima, per l’ennesima perla di malinconico intimismo in perfetto Rem-style, e se “Alison’s Starting To Happen” (dedicata alla batterista degli Smudge, Alison Galloway) abbozza addirittura una curiosa ipotesi di revival primi sixties tra garage innocuo e doo-wop, traendo il massimo profitto da quel po’ di polvere sollevata con scaltrezza, il ricordo dei trascorsi hardcore-punk sfuma in “Ceiling Fan In My Spoon” nella benevola auto-irrisione, in uno scherzo goliardico ma gioioso.

220x270_10_08La sveltina di “Bit Part” è perfetta come l’intero album per confondere le acque, tra ribellismo ingenuo e carezzevoli insinuazioni in ripiegamento, il tutto in nemmeno due minuti. Dando appronta un songwriting maturo e senza troppi fronzoli ma è al tempo stesso abile a dare voce a un’insofferenza che è profondamente adolescenziale, di fatto riproponendo l’irruenza delle sue prime cose attraverso il filtro di un power-pop orecchiabilissimo. E’ con questa intuizione che si spiega lo straordinario successo di It’s A Shame About Ray. In parte, quantomeno. Perché per il resto anche la fortuna ha la sua parte, una congiuntura particolarmente favorevole che ha visto questa musica, troppo conformista e borghese per le fratture del grunge ma anche troppo oscura per il perbenismo del rock radiofonico, cavalcare con buon opportunismo le proprie congenite contraddizioni, far breccia a sorpresa e vendere assai più di quanto fosse preventivabile (raggiungerà la terza posizione negli heatseekers di Billboard). Merito, in questo, anche della già citata cover (non proprio memorabile o di rottura) di “Mrs. Robinson”, inserita in coda alla scaletta subito dopo la rilettura, fragile ma incantevole, di “Frank Mills” dal musical “Hair”.

Un Icaro power-pop

220x270_11_06Nel biennio 1992/93, il successo mette le ali a Dando, premiato con numerose copertine di magazine non esclusivamente musicali e inserito nella lista delle cinquanta personalità più attraenti della rivista People. Le pressioni della Warner aumentano in modo esponenziale e lo stesso vale per l’abuso di sostanze stupefacenti da parte del cantante, in questa fase accolto persino nella cerchia dei sodali dei coniugi Cobain.
Nell’ottobre del 1993 arriva nei negozi l’attesissimo Come On Feel The Lemonheads, con l’immediata novità dell’articolo “The” aggiunto nella ragione sociale. Visto che squadra che vince non si cambia, il cast resta però il medesimo del fortunato predecessore (con il solo avvicendamento tra Dalton e la Hatfield al basso) e così la formula, potenziata sotto tutti i punti di vista: non si tratta banalmente di una questione di disinvoltura perché è il sound nel suo complesso ad apparire sgrezzato, più squillante e rotondo, punta di diamante della confezione accuratissima e a tratti persino calligrafica approntata ancora dai Robb Brothers, con armonie corali sontuose, ritornelli killer a nastro e una fattura attenta anche al più infimo dei dettagli.
L’avvio con un’infilata di cinque singoli nelle prime sei tracce è semplicemente micidiale, vuoi per l’andatura incalzante vuoi per un frontman che si mostra subito in grande spolvero. Qualcosa tuttavia, dentro queste piccole macchine da guerra easy-listening studiate a tavolino e approntate con perizia, parrebbe essersi perso nel mentre: l’immediatezza soprattutto, quindi l’avventatezza bella, quell’incoscienza talvolta sgraziata o irriverente che queste canzoni pure così accattivanti non sembrano possedere. Per la sfrontatezza e la favolosa indole nostalgica, “Down About It” è l’unico titolo a richiamare più vividamente il mood arruffato di Ray. Il twang-pop della casa suona ormai preciso e irresistibile, sublimato dal profluvio di armonie vocali, e il dialogo tra Dando e la Hatfield in “It’s About Time” arriva a rasentare il bubblegum pur con chitarre fin troppo rombanti per i dettami del genere.

220x270_36_02Passaggi più posati e contemplativi non mancano, ma la felice introspezione di ieri è rovesciata da un taglio che sembra trionfalistico anche quando è la carta dell’intimismo a venir spesa (con la lodevole eccezione della più dimessa “Favourite T”), tra serafiche esternazioni e un buonismo incondizionato che pare aver lavato via tanto le scorie di nervosismo quanto le ombre nei testi di ieri. “Big Gay Heart” e la briosa “Being Around” sconfinano in territori country con una sorprendente confidenza e qualche tentazione estetizzante di troppo, ma questo non sconfessa in alcun modo la norma di un disco prodotto, suonato e cantato magnificamente, la cui perdita di genuinità andrà per forza archiviata tra i peccati veniali. Nella seconda facciata il copione viene replicato con altri numeri a effetto che insistono sul cliché di una festante spensieratezza power-pop, dolcemente abrasiva all’occorrenza ma mai davvero feroce (scampoli di cattiveria solo nella sgroppata di “Style”, ostentazione di muscoli per la ditta Dalton-Ryan comunque fuori contesto), e con discreti singalong in canna appaltati a una Juliana zuccherina come non mai.
Poi, eccolo lo sfogo di Evan, che proprio nel cuore della festa si serve della comoda maschera di un altro musicista celebre per i suoi problemi di dipendenza e rivendica per sé quell’attimo di pace e riservatezza, il proprio diritto alla confusione anche emotiva, in un boogie ossessivo e particolarmente inquieto in aperta controtendenza rispetto al tenore giubilante della raccolta. Ma “Rick James Style”, ospite proprio Rick James, è appunto solo un lampo perché già con il reminder di “You Can Take It With You”, sguaiato e contagioso, i ragazzi riprendono il filo del discorso.

220x270_09_08Come da attese, Come On Feel The Lemonheads vende benissimo, piazzando uno dei singoli (“Into Your Arms”, scritta dall’altra amica aussie Robin St. Clare, compagna di Nic negli Hummingbirds e nei Godstar) sulla vetta della “Modern Rock Tracks” di Billboard per nove settimane consecutive, un record per l’epoca. Non ci sono dubbi, i Lemonheads si sono trasformati nella mostruosa creatura sforna-tormentoni (si senta il refrain di una seconda linea come “I’ll Do It Anyway”) che la Atlantic aspettava e per farlo hanno evidentemente sacrificato la loro anima più oscura e tormentata. Per ora, ad ogni modo, può andare più che bene così: il talento purissimo del loro frontman li mantiene in equilibrio sulla loro cresta e tutto sembra funzionare a meraviglia.
Sembra, appunto. In occasione di un’intervista con il Nme, Evan si presenta in condizioni imbarazzanti e senza un filo di voce. Qualche giorno dopo confesserà al reporter di Q di aver passato il limite nel fumare il crack e l’eroina, di fatto ammettendo di avere un problema serio. Durante l’esibizione del gruppo al festival di Reading del 1994, indossa un cappotto del da poco scomparso Kurt Cobain, regalo quantomeno simbolico di una Courtney Love che da parecchio tempo gli si era mostrata un po’ troppo interessata.

220x270_07_08In questa fase recita con piccole parti in pellicole apprezzate quali “Giovani, Carini e Disoccupati” (“Reality Bites”, 1994, con Ethan Hawke e Wynona Ryder) o “Dolly’s Restaurant” (“Heavy”, 1995, accanto a Liv Tyler) e stringe amicizia con i fratelli Gallagher ancor prima che venga pubblicato il loro debutto, “Definitely Maybe”: nel corso degli anni a seguire comparirà spesso sul palco degli Oasis per qualche ospitata. Contestualmente tiene vivo il legame con l’Australia, partecipa alle registrazioni dell’eponimo degli Sneeze, di “Coastal” e del “Glasgow Ep” dei Godstar (assieme, tra gli altri a Eugene Kelly dei Vaselines, che di lì a breve scriverà con lui “If I Could Talk I’d Tell You”) e al varo del nuovo progetto di Tom Morgan, The Givegoods.
In occasione di una di queste trasferte, viene arrestato all’aeroporto di Sydney, strafatto di acidi e sanguinante, a pochi giorni da una disastrosa apparizione (in ritardo) sul palco di Glastonbury 1995. In tanti a questo punto si sbilanciano a pronosticare per lui un epilogo tragico sulla falsariga del già citato Cobain, eppure lo sbalestrato cantante non solo non si arrende, ma con un pugno di nuovi musicisti riesce a registrare il disco più umile ed epico della sua creatura.

220x270_22_02Pubblicato nell’ottobre del 1996 sempre dalla Atlantic/Warner (tramite la sussidiaria Tag), Car Button Cloth è una grossa sorpresa. Senza più Ryan, Dalton e la Hatfield ad affiancarlo, il frontman si avvale del contributo di un rientrante John Strohm (ora secondo chitarrista), del bassista australiano Bill Gibson, di Patrick “Murph” Murphy dei Dinosaur Jr alla batteria e, soprattutto, delle grandi intuizioni del produttore Bryce Goggin (Swans, Come, Band Of Susans, Pavement), vero artefice di un’opera fascinosa e assai disciplinata.
Quello che si riaffaccia è un Evan all’apparenza bello pimpante, rumoroso come mai gli era capitato di essere in tempi recenti, fedele nel restituire per via sonica il marasma emotivo in cui si è trovato coinvolto da quando il successo ha bussato alla sua porta. Piazza subito, quasi in apertura, la gemma easy-listening forse più pazzesca di tutto il suo curriculum, “If I Could Talk I’d Tell You”, nel segno del miglior power-pop della casa.
Ma dietro le spensierate suggestioni, dietro quel refrain assassino e un’orecchiabilità ai limiti della lussuria, mostra di non voler silenziare la sua bella rappresentanza di amarezze, paure e inquietudini. Il senso di inadeguatezza si manifesta come un’ombra pesante per lui, ormai provato dall’andatura sfrenata della giostra ed evidentemente orientato a fare ammenda per i tanti colpi di testa e gli errori commessi nel corso dell’ultimo quadriennio.

220x270_14_06La prima facciata è semplicemente formidabile, con ogni probabilità la più intensa che gli sia riuscito di assemblare in una decina di anni di carriera. Ma al posto dei sorrisi Durban’s e dell’artista troppo facilmente accostato a un ideale persino giocondo di deità, quello che affiora è un cantautore stropicciato, minato da una fragilità insospettata e, per sua stessa ammissione, incline all’auto-sabotaggio. Il disco ne riflette l’indole problematica, perché suona nervoso, pieno di spifferi, frustrazione e rabbia trattenute a stento, riuscendo nel contempo più autentico di quel paio di celebrati predecessori. “Break Me” è emblematica. Le chitarre sovrastano il frontman la cui voce lacera, strappata, ferita, si fa largo a fatica. L’espediente drammatico è una forzatura ma non stona affatto perché non viene impiegato per esigenze teatrali ruffiane bensì per presentarci senza artifici un’irrequietezza dolorosa e genuina (la stessa che anima l’apparentemente più briosa “Hospital”). Il bello è che, nonostante la sofferenza, Evan non rinuncia a essere se stesso e non si tira indietro dal dispensare le sue consuete perle melodiche con la necessaria dolcezza.

220x270_18_05Uno dei manifesti di questa raccolta difficile ma indimenticabile è la splendida ballata, sdrucita ma orgogliosa, “The Outdoor Type”, ennesima riuscita incursione del nostro in territori roots che anticipa quella più esplicitamente country (ma marezzata) di “Knoxville Girl”. Nonostante la faccia di bronzo finga il contrario, non c’è da stare tranquilli nemmeno nelle parentesi un tempo più rassicuranti come questa, una pacificazione è ancora negata e la visceralità che traspare ovunque lascia presagire che questo lavoro rappresenterà appunto un capolinea. Altri passaggi sono infatti meno radiosi e mimano una confusione generalizzata, mentre la musica controfirma le sinistre evocazioni dei titoli con una gravità pure entusiasmante (il crepuscolo elettrico in crescendo di “Losing Your Mind”, le liriche sempre più sbiascicate, latrate quasi). “Qualcosa è venuto meno” sostiene Dando mettendosi idealmente a nudo e lasciando parlare il rumore e il disorientamento, magari con l’irruenza punk-pop dei giorni belli, prima di guaire ancora come una controfigura di Cobain (“Tenderfoot”, “6ix”, “Something’s Missing”).
Tra “One More Time” e la tenera confessione di “C’Mon Daddy” (ospite l’amica Liv Tyler) un po’ di spazio per la speranza, comunque, nelle battute conclusive si apre, prima che “Secular Rockulidge” avvicini addirittura il death-metal e i Metallica.
Car Button Cloth
si configura come il disco più rigonfio, grondante e sanguinante dell’intero catalogo Lemonheads, con pochi belletti e tante chitarre fameliche. Nella scaletta di alcune copie promozionali è acclusa “Purple Parallelograms”, la canzone che Evan ha scritto assieme all’amico Noel Gallagher e che, proprio per volontà di quest’ultimo, verrà poi esclusa dalla versione ufficiale dell’album (un altro inedito, “My Hero Zero” verrà prestato alla divertente raccolta “Schoolhouse Rock! Rocks”).

Morte e resurrezione di Evan Griffith Dando

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Il risultato artisticamente incoraggiante del settimo Lp dei Lemonheads maschera le enormi difficoltà che il suo artefice si trova ad affrontare in questa fase burrascosa. Non riesce più a comporre musica, prima di tutto. Nonostante i tentativi di disintossicazione è sempre schiavo della sua dipendenza da alcol e droga, nelle sempre più rare esibizioni da solo o in gruppo appare poco lucido e la depressione non lo aiuta a uscirne. Nel corso del 1997 uno dei suoi migliori amici, Epic Soundtracks degli Swell Maps, si suicida e quella al festival di Reading è l’ultima apparizione dal vivo prima dell’annuncio della fine. Pian piano però, dopo aver toccato il fondo, Evan comincia la lenta riemersione dal pozzo nero in cui era precipitato. L’anno seguente merita di essere ricordato per l’uscita dell’unico greatest hits del gruppo, per la menzione di Dando nel romanzo “Glamorama” di Bret Easton Ellis e soprattutto per l’inizio del suo legame sentimentale con la modella e fotografa inglese Elizabeth Moses, con cui il nostro sarà poi sposato per una decina di anni e che verrà immortalata sulla copertina dell'unico album a suo nome.

Nel 2000 il cantante comincia a collaborare con Jon Brion, torna a scrivere canzoni e a esibirsi in solitaria dal vivo. Il concerto tenuto al Brattle Theatre di Cambridge in ottobre diventa un bootleg ufficiale, Live At The Brattle Theatre, pubblicato l’anno seguente e che ce lo ripropone in una forma più che discreta tra vecchi classici, inediti per il futuro esordio solista e un terzetto di cover sorprendenti: la gioiosa “Frying Pan” (Victoria Williams), una “Excuse Me Mister” a cappella (Gale Garnett) e soprattutto “Thirteen” dei Big Star. E in tema di cover il Griffith Sunset Ep, accluso al cd e prodotto da Goggin e Howe Gelb, mostra il bostoniano alle prese con uno dei suoi pallini di sempre, i classici della tradizione musicale yankee, country soprattutto: dalle due versioni della celeberrima “Badi-Da” di Fred Neil (già rielaborata da Mark Lanegan un paio di anni prima) a una sfarfallante ma tenebrosa “Fraulein” di Lawton Williams (dove si sente eccome la mano di Mr. Giant Sand), fino a passaggi più limpidi come “Sam Stone” di John Prine o il tributo a Hank Williams scritto da Tim Hardin, il mini è estemporaneo ma piuttosto gradevole.

220x270_33_01Aver assistito al disastro dell’Undici Settembre da una terrazza a pochi isolati dal World Trade Center, frattanto, è per Dando la scossa decisiva. Torna presto in studio di registrazione e il debutto a suo nome che vede la luce nel febbraio del 2003, Baby I’m Bored, è una vera parata di stelle: alla console si alternano Jon Brion, Bryce Goggin, Tom Biller e Craig Schumacher, mentre tra scrittura ed esecuzione collaborano a vario titolo gli stessi Goggin e Brion, Tom Morgan, Howe Gelb, i Calexico Joey Burns e John Convertino, Chris Brokaw e Arthur Johnson dei Come, Royston Langdon degli Spacehog e il cantautore australiano Ben Lee. Curiosa, in particolare la vicenda di quest’ultimo, autore dieci anni prima della canzone “I Wish I Was Him” dedicata proprio al frontman del Lemonheads e in ultimo accreditato proprio tra i suoi più fidati sodali.
Ciondolante, imbarbogito, allampanato e in abiti dimessi, quando ormai non ci si aspetta più granché da lui, Evan torna in pista a sorpresa con questa collezione di ispidi bozzetti cantautoriali baciati dal sole rinfrancante del suo miglior melodismo. Al di là della qualità del disco, a convincere è appunto questo suo basso profilo esistenziale ed espressivo, quell’indolenza bonaria e familiare quasi da vestaglia e ciabatte che priva un po’ tutti i brani della smodata ambizione, oltreché del lindore perfettino che la sua band schiacciasassi mostrava ai tempi di Come On Feel The Lemonheads.

220x270_05_09Per l’artista americano questo è l’album della pacificazione adulta, in primis verso se stesso, un’opera consapevole, sincera, confidenziale e dalle fragranze quasi domestiche, un’ininterrotta riflessione sugli eccessi pericolosi nel proprio passato, dai quali prendere le distanze anche con una buona dose di ironia. E nella loro schiettezza semplice, molto alla mano, queste nuove canzoni risplendono tra le più scintillanti dell’intera carriera del bostoniano, offerte così senza pretese, un’intuizione frugale ma luminosa dietro l’altra, con l’incedere serafico e amabilmente ciarliero che si astiene dal filtrare brutture o dettagli non proprio da copertina patinata. Il discorso inaugurato da Car Button Cloth trova qui la sua dimensione più autentica e toccante nel solco di un’introspezione anche piuttosto dolorosa, ma che presenta i risvolti di un lieto fine (almeno temporaneo) in piena regola quando in “Hard Drive” il Nostro snocciola un rosario di benedizioni che lo hanno di fatto salvato nella sua corsa spericolata sulla giostra discografica e nella vita.
Un disco che parla metaforicamente di risvegli, quindi, con un tono ludico e disincantato che conquista per la genuinità anche un po’ stralunata di uno sguardo umanissimo, da autentico antidivo (le sottolineature di un piano brioso nell’emblematica “Waking Up” o nel singolo “Stop My Head”, la vampa elettrica che nella prima avvolge tutto). Nel ventaglio non si segnala un episodio men che bello, e si oscilla dall’introspezione nuda e cruda a numeri più animati e partecipati come “It Looks Like You”, senza mai tradire comunque l’impronta di fondo, un bagno di umiltà artistico e esistenziale. Canzoni agre, che piccano con moderazione, per poi sorprendere con qualche dettaglio di disarmonica, spettinata, ingarbugliata bellezza, cui affezionarsi senza remore.

220x270_16_06Tra i passaggi realmente memorabili, il folk-rock di “Rancho Santa Fe” dato alle fiamme quasi con gentilezza, e ancor più la meravigliosa “The Same Thing You Thought Hard About Is The Same Part I Can Live Without”, con un’inflessione tra il distante e l’accigliato di chi si illuda di poter celare la propria fragilità e poi ti travolga con una viscerale franchezza emotiva. Nel lavoro più onesto e commovente della sua carriera, la voce di Dando non è mai apparsa tanto disarmata e disarmante, perfetta per raccontare la propria malconcia (ma ritrovata) identità. Se prevalgono la confezione spartana e la presa diretta, risparmiandosi le adulterazioni formali per non sacrificare la quieta energia dell’immediatezza (“Why Do You Do This To Yourself”), scampoli del vecchio populismo riaffiorano giusto con “All My Life” (uno dei titoli firmati da Ben Lee), che è la sorella povera ma bella di certi classiconi di ieri e sa di esserlo.
Tra le outtake poi riservate alla ristampa quasi tre lustri più tardi – oltre a versioni alternative e in qualche caso migliori (vedi la magnifica “Shots If Fired” in cui canta l’amica Liv Tyler) – una gioiosa e sguaiata “Tongue Tied”, perfettamente in linea con l’atmosfera del disco, il gustoso country-blues di “I Wanna Be Your Mamma Again”, la più ulcerata e visionaria “Sucker Punch” e un’ubriaca “Walk In The Woods With Lionel Richie” che merita, se non altro, per il titolo.

220x270_20_05Tra il 2003 e il 2004 il ritrovato Evan collabora con i Dandy Warhols di “Welcome To The Monkey House” (è co-autore di “The Last High”) e si esibisce come cantante degli Mc5 in un tour di quarantuno date. Recuperata la grinta di una volta, i tempi per un ritorno dei Lemonheads sono evidentemente maturi. La reunion si concretizza dal vivo l’anno successivo, a seconda dei casi assieme a Bill Stevenson e Karl Alvarez dei Descendents oppure a George Berz e Josh Lattanzi. Due show settembrini allo Shepherds Bush Empire di Londra per l’Atp “Don’t Look Back” vedono il terzetto eseguire per intero It’s A Shame About Ray. Dodici mesi più tardi, nel bel mezzo di una serie di tour autocelebrativi, l’ottavo album ufficiale dei Lemonheads viene pubblicato dalla piccola Vagrant, ospiti d’eccezione Garth Hudson e J Mascis.

220x270_29_04Quello dell’eponimo The Lemonheads è un ritorno che, sin dall’avvio con “Black Gown”, catapulta l’ascoltatore nel passato remoto della band, tra Lick e Lovey diciamo, con più cattiveria rispetto agli anni d’oro e una bella spinta propulsiva che ai pochi lavori solisti decisamente mancava. Le chitarre grondano, spurgano, sgomitano e pungono coi loro spigoli, ma Evan è lo stesso inguaribile romantico di sempre. Un po’ appesantito, un po’ meno scattante, ma la sua voce mantiene intatto il potere che aveva nei giorni belli, ti inchioda, ti scaraventa in una pozza di nostalgia pur senza permetterti quei voli pindarici che mai potrebbe mantenere.
E’ lo sprint a preservare queste ballate robustissime dagli incomodi di un patetismo che, chiaramente, il cantante rifugge quasi con timore. L’energia in questo caso si rivela un’autentica benedizione, offre all’album una vitalità che una semplice collezione di auto-revival in chiave minore non avrebbe mai potuto avere. Brani davvero memorabili non se ne trovano – a parte “Pittsburgh”, forse, la vera perla in tema di suggestioni malinconiche – ma l’ottimo mestiere garantisce al disco di mantenersi in una più che soddisfacente linea di galleggiamento, con le inconfondibili canzoni a marchio registrato (“In Passing”, “December”) che non possono eludere le trappole del già sentito ma sanno come farsi apprezzare. Quello dei Lemonheads è un indie-rock vecchia maniera ma non certo fuori tempo massimo, abbastanza lurido e scontroso eppure dotato di felici automatismi per non bucare, almeno sulla carta, l’appuntamento con nuovi potenziali estimatori.
E man mano che si procede vien fuori l’anima più affabile e languida di Evan, al solito sostenuto a dovere dalla sua nuova, solidissima backing-band: è come ritrovare un po’ invecchiato l’amico di sempre, con le stesse T-shirt scolorite di quindici anni fa. Se in “Let’s Just Laugh” tornano gli spifferi e le ombre di un Car Button Cloth, miscelati sapientemente con qualche alleggerimento melodico per la consueta proposta agrodolce della casa, “Poughkeepsie” è la digressione in territori country che non può proprio mancare ma che neppure rinuncia ad adeguarsi al tenore ispido e piuttosto rumoroso di un disco appassionato e orgoglioso, pimpante e solo a tratti legnosetto, che marca una incoraggiante rentrée.

220x270_26_03Sia come sia, anche pienamente recuperato il personaggio non si smentisce: alla cerimonia dei Nme Us Awards a Los Angeles, nell’aprile del 2008, dopo essersi esibito in acustico, il Nostro viene infatti visto gettare nel cestino dei rifiuti il premio per il “classic album” appena ricevuto per Ray. In quello stesso periodo una nuova raccolta di inediti è annunciata da Stevenson, ma non vedrà mai la luce, così come l’album millantato più recentemente da Ryan Adams, evocando fantomatiche registrazioni dei Lemonheads in versione supergruppo con Evan, Ben Deily, Juliana Hatfield e lui stesso nei panni del batterista. Se queste fate morgane evaporano presto, l’ultimo segmento della band segna peraltro l’arrivo nei negozi di tre ulteriori raccolte: i due prescindibili live album Hotel Sessions (2011) e If Only You Were Dead (2014), e soprattutto il disco di cover Varshons, ennesima testimonianza della passione del cantante per le riletture, registrato dal Butthole Surfers Gibby Haynes e pubblicato dalla Cooking Vinyl nell’estate del 2009.
L’apertura croccante e buonista di “I Just Can’t Take It Anymore” (dall’amato Gram Parsons) introduce, con un Evan ripulito e amichevole, una collezione almeno vocalmente più partecipata, quasi a esorcizzare i demoni della solitudine, della depressione e del fallimento. Idealmente si va a ricalcare l’amabile impronta stropicciata (ma in fondo rasserenata) di Baby I’m Bored oltre, in via più estemporanea (“Fragile”), al repertorio country del Griffith Sunset Ep.

220x270_28_03Proprio in termini di interpretazione, Dando regala forse la sua prova in assoluto più eclettica, spaziando dai frangenti ombrosi e imbronciati ad altri più luminosi passando per le robuste aspirazioni rock-blues di “Dandelion Seeds”, senza timore di lasciar trasparire, in ogni caso, quelle macchie, quei difetti e imperfezioni che da sempre fanno parte del suo bagaglio di artista. L’Evan crepuscolare che reinterpreta “Waiting Around To Die” di Townes Van Zandt lascia il segno, muovendosi con discrezione sullo stesso sentiero già percorso dal Mark Lanegan di “I’ll Take Care Of You”, impronta poi ribadita con ancora maggior trasporto da una splendida “Green Fuz” – ballata da fine dei giorni, arida e rischiarata da un lucido disincanto – e dal folk da vertigine di “Yesterlove”, finestra spalancata sugli sprofondi umorali del cantautore, fino a rasentare il caricaturismo in “Mexico” (che con un timbro à-la Pall Jenkins a guidare la suggestione, avvicina a sorpresa i Black Heart Procession).
La sua variante più ruffiana e populista ha partita facile con “Hey, That’s No Way To Say Goodbye”, numero ad alta resa emotiva che Leonard Cohen parrebbe aver cucito su misura per lui, dove a fargli compagnia è l’esile voce dell’attrice Liv Tyler (già sua partner quindici anni prima sul set di “Dolly’s Restaurant” e sua spalla canora in svariate uscite), mentre il risultato è assai più pasticciato quando il bostoniano è smaterializzato da un vocoder e l’onore spetta a Kate Moss (“Dirty Robots”).
Curiosamente, il vero pezzo di bravura di una raccolta in fondo sottovalutata è la rilettura davvero convincente (e autoironica, va da sé) di un’asciutta e commovente “Beautiful”, tratta nientemeno che dal repertorio milionario di Christina Aguilera (ma la penna è di Linda Perry), una strizzata d’occhio mainstream-pop che il cantante dei Lemonheads scarnifica gentilmente e piega al proprio mood inconfondibile con impressionante naturalezza.

220x270_34_03E’ questo l’ultimo squillo di una carriera controversa ma folgorante, andata via via diradandosi negli ultimi tempi.
L’appetito, ad ogni modo, non è passato: Evan ha appena inaugurato il nuovo estemporaneo progetto The Sandwich Police assieme ai cantautori Willy Mason e Marciana Jones, una “Flying Nun tribute-band” a sentir lui.
Per ora nulla più che un Ep su Fat Possum (“Love Yourself”, 2016) e un mini-tour in compagnia di Courtney Barnett. Ma si sa come vanno queste cose, la parola fine sembra sempre la più remota delle ipotesi. A maggior ragione per l’anima e padre padrone dell’ennesima band che visse due volte.

Lemonheads

It's a shame about Evan

di Stefano Ferreri

La doppia vita della band di Evan Dando: gli esordi tra hardcore e punk-rock, all'inseguimento dei concittadini Replacements e Husker Du, quindi la svolta power-pop sotto l'ala di una major paziente. La controversa vicenda di un autore talentuoso e irregolare in egual misura, logorato dal successo ma caparbio nel non farsi abbattere
Lemonheads
Discografia
 THE LEMONHEADS 
   
 Laughing All The Way To The Cleaners Ep (Amory Arms, 1986) 6
 Hate Your Friends (Taang!, 1987) 7
 Creator (Taang!, 1988) 5
 Lick (Taang!, 1989)7
 Lovey (Atlantic, 1990)6
 Favorite Spanish Dishes (Roughneck, 1991) 7
It’s A Shame About Ray (Atlantic, 1992)8
 Come On Feel The Lemonheads (Atlantic, 1993)  7
Car Button Cloth (Tag Recordings, 1996) 7,5
 The Lemonheads (Vagrant, 2006) 6,5
 Varshons (Cooking Vinyl, 2009) 6,5
   
 EVAN DANDO 
   
 Live At The Brattle Theatre / Griffith Sunset Ep (Modular Recordings, 2001)6
Baby I’m Bored (Setanta, 2003)  7,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

I Am A Rabbit
(live, da Laughing All The Way..., 1986)

Glad, I Don’t Know
(audio, da Laughing All The Way..., 1995)

Second Chance
(video, da Hate Your Friends, 1987)

Die Right Now
(live, da Creator, 1988)

Mallo Cup
(video, da Lick, 1989)

Luka
(video, da Lick, 1989)

Cazzo Di Ferro
(live, da Lick, 1989)

Half The Time
(video, da Lovey, 1990)

Ride With Me
(live, da Lovey, 1990)

Different Drum
(audio, da Favorite Spanish Dishes, 1991)

It’s A Shame About Ray
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Confetti
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

My Drug Buddy
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Rockin’ Stroll
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Alison Starting To Happen
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Kitchen
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Down About It
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Bit Part
(live, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Rudderless
(live, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Hannah & Gabi
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Mrs. Robinson
(video, da It’s A Shame About Ray, 1992)

Into Your Arms
(video, da Come On Feel..., 1993)

It’s About Time
(video, da Come On Feel..., 1993)

The Great Big No
(video, da Come On Feel..., 1993)

Being Around
(video, da Come On Feel..., 1993)

Big Gay Heart
(live, da Come On Feel..., 1993)

My Hero, Zero
(video, da Schoolhouse Rock! Rocks, 1996)

If I Could Talk (I’d Tell You)
(video, da Car Button Cloth, 1996)

Something’s Missing
(video, da Car Button Cloth, 1996)

It’s All True
(live, da Car Button Cloth, 1996)

Break Me
(live, da Car Button Cloth, 1996)

Hospital
(live, da Car Button Cloth, 1996)

The Outdoor Type
(live, da Car Button Cloth, 1996)

Stop My Head
(video, da Baby I’m Bored, 2003)

No Backbone
(video, da The Lemonheads, 2006)

Black Gown
(live, da The Lemonheads, 1995)

I Just Can’t Take It Anymore
(video, da Varshons, 2009)

Beautiful
(live, da Varshons, 2009)

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