The Men

The Men

Dal post-hardcore al new southern-rock

di Claudio Lancia

Un percorso duttile, prolifico e trasmutativo, una band in grado di eccellere pur cambiando in pochi anni radicalmente registro. Partiti come paladini della nuova scena post-hardcore newyorkese, rifacendosi ai classici di area Dischord/Touch & Go, The Men hanno gradualmente smussato gli angoli, abbracciando un'estetica garage southern rock. Per poi improvvisamente ritornare sui propri passi...

L’avventura The Men prende il via a Brooklyn nel 2008, con le prime caotiche pubblicazioni che assumono le sembianze di un paio di cassette e di un Ep autoprodotto, We Are The Men, utili a far circolare il nome soprattutto nella zona di residenza. Il nucleo iniziale si forma attorno ai due cantanti/chitarristi Mark Perro e Nick Chiericozzi, accompagnati dal bassista Chris Hansell, che nel 2011 sarà sostituito da Ben Greenberg. Successivamente la line up verrà allargata al batterista Rich Samis ed alla lap steel di Kevin Faulkner.

Scorrendo i titoli del fulminante esordio, Immaculada (2010), sembra di essere al cospetto di un apocrifo concept noise sul Nuovo Testamento, viste le ripetute citazioni evangeliche. Lo strumentale marcatamente lo-fi “Stranger Song” funge da introduzione a “Problems / Burning Up”, che dopo due minuti di ambientamento ci fa scoprire per la prima volta l’approccio al cantato dei Men, in un frullatore che tritura Minor Threat e Jesus Lizard come in pochi erano riusciti a fare prima. In un colpo solo l’estetica delle storiche label Dischord e Touch & Go viene brillantemente fusa assieme. La successiva “Grave Desecration” è una coltre di noise nebbioso e angosciante che si dirime soltanto negli ultimi trenta secondi, adagiandosi su un dolce arpeggio di chitarra.
La momentanea tregua prosegue negli oltre sette minuti di “Madonna: The Star Of the Sea”, una pioggia acida che conduce verso “Lazarus”, un garage-beat ricoperto di distorsioni, ma sotto la dura scorza si scorgono richiami marcatamente sixties. “Praise The Lord And Pass The Ammunition” è intrisa di hard psichedelia, mentre “Oh Yoko” e “Immaculada” rappresentano i bombardamenti nucleari che concludono un esordio davvero eccitante. Impossibile non accorgersi di un disco così particolare, seppur fortemente derivativo. E infatti i ragazzi si guadagneranno un certo rispetto nel circuito underground e di lì a poco saranno messi sotto contratto dalla Sacred Bones.

Un solo anno più tardi una lunga e atmosferica introduzione fa da preludio a una fibrillazione innodica, avvolta da una nube di rumorismi insistenti. È "If You Leave...", il primo brano di Leave Home, secondo lavoro della formazione newyorkese, ancor più estremo e devastante nei suoni rispetto al precedente. La band spinge decisa sul pedale dell’abrasività puntando tutto su impatto viscerale e amplificatori sparati al massimo, battagliando fino all'ultimo respiro e finendo per creare un wall of sound a tratti impenetrabile e ostile. Dopo il siluro punk di "Lotus" e il noise-rock istrionico di "Think", la situazione si fa sempre più incandescente, fino al collasso esistenziale di "L.A.D.O.C.H." (i Khanate cresciuti a pane e Jesus Lizard?), il brano decisivo del disco.
Sul vinile, il secondo lato si apre con un'altra variante punk-noise, "()", mentre "Shittin' With The Shah", almeno per tre quarti della sua durata, è uno strumentale dai toni idilliaci che serve a riprendere il fiato prima della conclusiva "Night Landing", la quale evidenzia un evidente retaggio post-punk, incrociato genialmente con il noise-hardcore ascoltato sinora. Pur non sfondando nelle classifiche che contano, Leave Home diventa rapidamente un cult, e il nome The Men circola sempre più insistentemente nei circuiti alt-rock sotterranei.

Ma il disco della svolta arriva l'anno successivo, e siamo nel 2012. La band ama mettersi alla prova e decide di ampliare ulteriormente il ventaglio delle soluzioni stilistiche proposte. Open Your Heart sarà da più parti riconosciuto come uno dei migliori lavori di alt-rock indipendente dell’anno. Se l'iniziale siluro Stooges di "Turn It Around" e la feroce gloria rock-a-rolla di "Animal" sembrano ancora trattenerci dalle parti del lavoro precedente, se non altro per la virulenza brada che anima il tutto (e che ritroveremo più avanti nell'assalto al limite dell'hardcore di "Cube"), più avanti le cose iniziano a prendere un'altra direzione. E la band ce lo sbatte in faccia fin dal titolo: "Country Song", come a dire: "Attenzione, adesso si cambia registro, cercate di seguirci...".
Ed ecco schiudersi un panorama tremolante poggiato sul twang chitarristico, una sorta di frontiera spirituale che improvvisamente prende vita, confluendo naturalmente nell'epica traversata space-rock in salsa krauta (non lontanissima dai Neu!) di "Oscillation", dove l'interplay delle due chitarre rinnova fasti californiani di "stelle nere" lanciate oltre il muro dell'eternità. La band è animata da una sincera passione onnicomprensiva, tale da condurla anche dalle parti di vertigini psych-pop-punk ("Please Don't Go Away") o ad accarezzare nella title track la chioma scapigliata dei Replacements.
Open Your Heart è un piccolo bignami di generi e stili, un ottovolante delizioso che riparte dal country (via Meat Puppets con tracce di Gram Parsons) di "Candy", sfiora le camicie sdrucite di un grunge desertico in "Presence" e confluisce nei Sonic Youth meno radicali di "Ex-Dreams".

Il loro personale capolavoro sembrerebbe essere sempre più vicino, ma quando tutti si aspettano un tripudio noise infernale, ecco che la band decide di spostarsi ancora. Se Open Your Heart lasciava trasparire certi ammorbidimenti, il sound restava per lo più tagliente, in un disco che rappresentava un miracoloso equilibrio fra quello che i Men erano stati sinora e quello che diventeranno in seguito.

Il successive New Moon mostra una band inaspettatamente camaleontica. Dopo aver digerito noise-rock, post-hardcore, psichedelia, garage e punk, i Men approdano in pieno territorio classic- rock, senza disdegnare puntate verso country e cow-punk. Se l’inizio lascia un po’ perplessi, con quei coretti da summer-of-love annoiata e un andazzo complessivamente sornione (“Open The Door”), già con il brano numero due, “Half Angel Half Light”, le cose si mettono a posto, presentandoci una sorta di Neil Young ruspante, epoca “Mirror Ball” (quando si faceva accompagnare dai nipotini allora terribili Pearl Jam) con tanto di chitarre in wah-wah circolare sullo sfondo. Quello di New Moon è il sound di una band in perfetta sintonia con la tradizione rock della propria terra, un sound fatto di sudore e polvere, che l’armonica della torrida “Without A Face” sembra voler mimare nelle sue forme più acute.
Attorno al nucleo base formato dal chitarrista Nick Chiericozzi e dal bassista Mark Perro, con il batterista Rich Samis nelle retrovie, si sono raccolti i nuovi arrivati Kevin Faulkner (alla lap steel guitar) e Ben Greenberg, che qui, oltre a suonare alcune parti di basso, si è occupato della produzione. Un gruppo di amici che, senza molti grilli per la testa, mette in piazza le proprie passioni per le buone, vecchie ballate (“The Seeds”, “Bird Song”), per le ragnatele elettriche attorcigliate intorno al santino di Neil Young & The Crazy Horse, a mostrare finanche barlumi di un romanticismo di frontiera (“I Saw Her Face”), un romanticismo che nel bozzetto in punta di piedi di “High And Lonesome” trova l’espressione più diretta e sdolcinata, cui fanno da contraltare le inquiete filigrane della lunga “Supermoon”. L’impatto rumoroso e garagista del passato rivive, invece, nelle trame assordanti e oltranziste di “The Brass”, nel power-pop di “I See No One” e in quello, lanciato a folle velocità sulle highway, di “Electric”. E ci sono anche i Dinosaur Jr. che in “Freaky” contribuiscono a comporre un mosaico accattivante e sincero.

I risultati delle loro schitarrate attorno al falò vengono raccolti ad ottobre 2013 nell’Ep Campfire Songs, che riprende versioni acustiche registrate live durante le session di New Moon.

Il 3 marzo 2014 è la volta di Tomorrow’s Hits, che prosegue e perfeziona la visione del lavoro precedente, confermando uno smussamento delle asprezze che lascia risaltare il lato mano estremo dei Men. E’ la sublimazione del processo di “normalizzazione” del materiale musicale proposto. Ma trattasi di una normalizzazione che continua a premiare: anche se fiati spumeggianti e arrangiamenti molto ricchi prendono il posto degli spigolosi chitarroni degli esordi, anche se il cantato si fa meno ruvido e l’atmosfera generale diviene più rassicurante, l’energia che fuoriesce dalle loro composizioni resta immutata. Viene semplicemente resa in una forma-canzone che assume sembianze diverse rispetto al passato, ma la qualità del risultato finale resta elevata.
L’album conferma l’avvicinamento di Perro e compagnia alla tradizione dei grandi spazi americani: echi southern sono un po’ ovunque, a partire dalle prime note di “Dark Waltz”, dove i i Creedence Clearwater Revival si fondono con Neil Young (ascoltate un po’ il solo di chitarra…). “Another Night”, con il piano e i rigogliosi fiati in grande evidenza, sembra un inno springsteeniano, così come figlia di Springsteen è “Different Days”, una di quelle canzoni d’assalto che il Boss da anni non riesce più a scrivere. “Sleepless” e “Settle Me Down” sono due mid-tempo intrise di slide che sanno molto di “Americana”, mentre “Get What You Give” paga dazio alla penna del primo Tom Petty. Ma il brano che fa sobbalzare tutti dalla sedia è il micidiale rock’n’roll “Pearly Gates”, una pazzesca esplosione d’energia cantata con l’indolenza del miglior Dylan. Applausi a scena aperta anche per la liberatoria cavalcata elettrica “Going Down”, che chiude il disco chiamando in causa i Pearl Jam più elettricamente anthemici, quelli di “State Of Love And Trust” tanto per intenderci.
The Men, guardandosi alle spalle e riflettendo su 50 anni di storia del rock americano, scrivono quelli che ironicamente definiscono “gli hit di domani”, perché spesso il segreto del successo risiede nell’attenta osservazione e rielaborazione degli stilemi del passato. Una dichiarazione molto reynoldsiana per un disco che da un lato ha un vago sapore di conversione e pentimento, e dall’altro dimostra una duttilità con pochi uguali. A questo punto della propria parabola artistica, la band riesce a eccellere anche cambiando radicalmente registro, questa è la loro reale grandezza. Rinforzata dal fatto che oggi è molto più difficile sorprendere il pubblico suonando classic-rock invece che hardcore-punk.

A novembre 2016 è la volta di Devil Music, marchiato dalla neonata etichetta di proprietà We Are The Men Records, con il quale Perro e Chiericozzi ritornano sugli impervi e molto meno rassicuranti sentieri post-hardcore degli esordi, un lavoro che arde come se fosse stato prodotto da un gruppo di ventenni. Le prime quattro tracce sprigionano insanabile rabbia ed inaspettata nuova elettricità, un fuoco di fila sensazionale che trova provvisoria calma soltanto con la più arrotondata “Patterns” (per l’appunto la quinta traccia del programma) e con il minuto e spicci dell’intermezzo acustico che dà il nome all’intera raccolta.
Solo a leggere la tracklist si intuisce quanto questo contenitore musicale sia una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro: “Crime” (un minuto e cinquantasei secondi che arrivano direttamente dai gironi infernali), “Violate”, “Gun” e “Fire” non possono certo essere scambiati per titoli da educande. I suoni sono sempre potentissimi, un magma incandescente che raggiunge le temperature più alte in corrispondenza delle iper distorte “Lion’s Den” e “Hit The Ground” diaboliche soluzioni finali nelle quali quasi si fatica a distinguere le chitarre dal sax. Devil Music è materiale che torna ad essere altamente infiammabile, musica non certo adatta a chi si trovi alla ricerca di tranquillanti per prendere sonno, una nuova sferzata di sana energia.

Contributi di Francesco Nunziata ("Leave Home", "Open Your Heart", "New Moon")

The Men

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di Claudio Lancia

Un percorso duttile, prolifico e trasmutativo, una band in grado di eccellere pur cambiando in pochi anni radicalmente registro. Partiti come paladini della nuova scena post-hardcore newyorkese, rifacendosi ai classici di area Dischord/Touch & Go, The Men hanno gradualmente smussato gli angoli, abbracciando un'estetica garage southern rock. Per poi improvvisamente ..
The Men
Discografia
 We Are The Men (Ep, Self Released, 2009) 6
 Immaculada (Self Released, 2010)  7
 Leave Home (Sacred Bones, 2011) 7,5
 Open Your Heart (Sacred Bones, 2012) 8,5
 New Moon (Sacred Bones, 2013)  7
 Campfire Songs (Ep, Sacred Bones, 2013) 6
 Tomorrow's Hits (Sacred Bones, 2014) 7
 Devil Music (We Are The Men, 2016)7
pietra miliare di OndaRock
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La formazione newyorkese amplia lo spettro delle soluzioni stilistiche e confezione un disco delizioso ..

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Immaculada

(2010 - self released)
L'arrembante esordio intriso di noise e hardcore della nuova formazione newyorchese

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