The Three Johns

The Three Johns

L'Inghilterra in tempesta

di Amerigo Sallusti

“Noi non siamo una band socialista, siamo un gruppo di socialisti che sono in una band”. E il credo dei Three Johns, ovvero Jon Langford, già leader dei Mekons, e i suoi sodali, autori di una forsennata e straniante colonna sonora dell'era delle lotte operaie nell'Inghilterra lacerata della Thatcher. Tra punk, funk e drum machine. Ricostruiamo il loro singolare percorso
The World By Storm, album del 1986, secondo in ordine di produzione del gruppo di Leeds, al centro del Regno Unito, contiene negli interni di copertina opere artistiche degne di George Grosz, il pittore tedesco noto per aver sbeffeggiato guerre e regimi dittatoriali del primo ‘900 con essere umani e animali stravolti nel fisico e prostrati moralmente, sì da meglio dileggiare i contesti politici che tali brutture avevano determinato.
I Nostri avranno proprio come tratto caratteristico quello di accompagnare le loro musiche arzigogolate e bizzarre a raffigurazioni visive ad impatto. In The World By Storm, per l’appunto, abbiamo un Ronald Reagan d’antan, felicemente abbracciato ai “Tre Johnny” in una pacchianissima s/composizione fotografica degna delle migliori copertine dei maestri di quest’arte, i californiani Dead Kennedys. Sempre all’interno, ritroviamo poi in un angolo della busta contenente il vinile (bei tempi andati!) tre mostri alieni alla H.R. Giger, intenti a litigare tra loro in maniera scomposta con una probabile “falce/martello” e poco sopra, nel rimanente spazio, sono ben riconoscibili due operai in un altoforno con visi agghiacciati e algidi, quasi a rappresentare l’impossibilità della gioia, della felicità.

Il 1982 è l’anno d’inizio dell’attività musicale della band. Jon Langford, già leader dei Mekons, alla chitarra, John Hyatt alla voce e John Brennan al basso, più un quarto John virtuale, la drum machine. Che decidono di fondare una propria etichetta indipendente per i loro dischi. La chiameranno Cnt, in ricordo del sindacato anarchico spagnolo, colonna portante della resistenza al golpe del generalissimo Franco, negli anni Trenta dello scorso secolo. Una dichiarazione d’intenti.
La Cnt sfornerà in rapida sequenza tre capolavori. Il singolo “English White Boy Engineer” con la b-side “Secret Agent” nel 1982; ancora un singolo, “Pink Headed Bug” con “Lucy In The Rain” quale b-side nel 1983; e infine l’Ep A.W.O.L., anch’esso del 1983 e contenente quattro perle: “Awol”, “Rooster Blue”, “Image Or An Animal”, “Kick The Dog Right Out”.
La copertina di “English White Boy Engineer” raffigura Pieter Botha, l’ultimo presidente afrikaner del Sudafrica razzista dell’era pre-Nelson Mandela. Un volto duro, enormemente deforme nell’atto di mangiare un fiore (quello della libertà). Le musiche poi... La chitarra di Robert Johnson, col suo blues del delta che si accavalla a una drum machine marziale nel ritmo, a ricordare la ripetitività dei movimenti meccanici delle strumentazioni delle fabbriche che hanno reso Leeds una città grigia, plumbea. E il testo... Già dal titolo evocativo, che si rifà (riattualizzandolo per il Sudafrica) alla massima americana del Wasp, acronimo che tradotto sta per bianco, anglosassone e protestante, la tipologia umana di chi detiene le redini negli Stati Uniti. Nel Sudafrica è, per l’appunto, l’ingegnere bianco che i Three Johns spernacchiano in maniera davvero ridanciana, con un refrain stridulo sino allo sfinimento.
“Pink Headed Bug” è stralunato e asincopato. Un ritmo da disco/elettronica con drum machine minimale e una chitarra stridula come carta vetrata. Il testo è del tutto privo di qualunque logicità, con la voce di Hyatt a tradurne in vocalizzi il non-sense.
Ed eccoci a A.W.O.L., l’Ep che marchierà a fuoco lo stile, il tratto caratteristico dell’intero percorso della band. La voce a sprazzi bassa e gutturale alla Johnny Cash. Chitarra new wave e basso altrettanto, drum machine in secondo piano. Testi decisamente impegnati. C’è un’intervista rilasciata dagli stessi, a seguito del loro permanere per lunghe settimane nella classifica dei dischi indipendenti più venduti, che sintetizza la loro scelta di fare musica: “Noi non siamo una band socialista, siamo un gruppo di socialisti che sono in una band”. È una distinzione sottile, ma fondamentale. Il primo pezzo, che da titolo all’Ep, è lo stilema della new wave inglese, che in questo frangente si intreccia coll’elettronica/hillbilly dei primi Wall of Woodoo. Il seguente “Rooster Blue” sono i Cramps in terra d’Albione con un pizzico di rock’n’roll alla Chuck Berry.

Il 1983 è davvero un anno di grazia. A ridosso di Natale, i Three Johns sfornano Some History per la indipendente Abstract, legata ai post-punk rumoristi Test Department. L’apertura con “Do The Square Thing” ha una base di chitarra che tesse l’intero pezzo come un arabesco; il basso è sghembo e supporta una voce similare. “Death Of The European” ci parla di catastrofi nucleari e guerre atomiche (quello è, ricordiamolo, l’anno dell’installazione massiva di missili sovietici e statunitensi nel cuore dell’Europa) con un dance-rock dai ritmi percussivi e “siderurgici”.
Chiude “World Of The Workers Is Wild”: punk-rock allo stato puro. Niente elettronica, né drum-machine: chitarra, basso e batteria. Un minuto a perdifiato. A costruire una canzone che non sfigurerebbe nel primo album dei losangelini X.

Atom Drum Bop del 1984 è un album emozionante, carico di tensione. Quello è infatti, anche e soprattutto, l’anno del micidiale scontro tra i minatori inglesi e la Lady di ferro Margaret Thatcher. E questo lavoro ne assorbe tutta la durezza, visto che i Nostri furono tra i più attivi sostenitori dei 350.000 lavoratori in sciopero. Concerti-benefit davanti alle miniere e partecipazione attiva al Red Wedge (il “Cuneo rosso” di El Lissitzky) l’organizzazione pro-miner architettata da Paul Weller e Tom Robinson.
L’apertura affidata al brano che dà il titolo all’album è toccante. Cori come mai i Three Johns ci avevano sino ad ora fatto ascoltare. Una composizione lirica, con voce e strumenti all’unisono, un’omogeneità d’intenti che dà vita a una “post-wave” magistrale. Con chitarre sinuose e taglienti come una lama d’acciaio in una continua accelerazione.
“Firepits” attacca con una voce in falsetto accidentata dalla drum-machine del tutto asincrona, mentre la chitarra interviene come un chirurgo maldestro. Ma è il secondo brano, “Teenage Nightingales To Wax” a fare la differenza. La chitarra d’apertura mette i brividi: nitida, squillante come una tromba, su cui attacca la voce sbilenca di Hyatt come fosse un tarantolato, un novello Screamin’ Jay Hawkins col suo blues malato. “The Devil’s Music” ci racconta dei senza-casa della sterminata suburbia inglese e sferza la Casa Reale. Poesia irlandese declinata al punk-billy. Armonica a bocca e violino elettrico.
Poi c'è la copertina: una scrofa enorme che porta a tracolla una chitarra elettrica, a fronte. Col retro caratterizzato da simboli e disegni appena accennati, tutti dedicati alla guerra atomica, la bomba “Enola Gay” compresa.

Due anni dopo è l’ora di The World By Storm. L’incipit è un tribale, funky/hip-hop dal titolo “Sold Down The River”, caratterizzato anche da una chitarra morriconiana. “King Car” è sin dall’inizio una di quelle poesie futuriste del tipo “za ta bump”, con quell’attacco chitarra-voce “Be Bep,” ripetuto più volte. E poi, di nuovo, la voce che si trascina su un tappeto sonoro tutto a spigolature metalliche. Segue “Johnny, The Perfect Son”, una ballad elettrica che vira in alcuni momenti verso un pop-rock introspettivo. Bella da ascoltare, ancor di più da canticchiare, col suo andamento lento e morigerato.
A chiudere “The World By Storm”, in cui “il mondo sotto tempesta”, raccontato con venature di funky urbano tra Gang Of Four e James Chance, è quello della classe operaia sconfitta. In maniera bruciante. Ecco il perché di quel disegno dei tre mostri alla Giger, raccontati all’inizio nel loro scomposto maneggiare una falce/martello. Utile solamente, quest’ultima, a fronte della epocale sconfitta della National Union Miners, all’utilizzo per il gioco.

L’epopea dei “tre John” si chiude qui, per lo meno dal punto di vista della produzione musicale. I due rimanenti album, The Death Of Everything del 1988 e Eat Your Sons del 1990 sono un capitolo a parte. Non sono più loro. Nelle liriche, serie o scanzonate che siano. Le musiche sono irriconoscibili. Gli stessi album sono piatti dal punto di vista della cornice artistica. The End.

The Three Johns

L'Inghilterra in tempesta

di Amerigo Sallusti

“Noi non siamo una band socialista, siamo un gruppo di socialisti che sono in una band”. E il credo dei Three Johns, ovvero Jon Langford, già leader dei Mekons, e i suoi sodali, autori di una forsennata e straniante colonna sonora dell'era delle lotte operaie nell'Inghilterra lacerata della Thatcher. Tra punk, funk e drum machine. Ricostruiamo il loro singolare percorso
The Three Johns
Discografia
A.W.O.L. (Ep, CNT Productions, 1983)
 Some History (Ep, UK Abstract, 1983)
 Men Like Monkeys (Ep, CNT Productions, 1983)
 Atom Drum Bop (Uk Abstract, 1984)
 Do The Square Thing (Ep, UK Abstract, 1984)
 Brainbox (He's a Brainbox) (Ep, UK Abstract, 1985)
 Death Of The European (Ep, UK Abstract, 1985)
 Live In Chicago (live, Last Time Around, 1986)
 The World By Storm (UK Abstract, 1986)
 Demonocracy: The Singles 1982-1986 (antologia, UK Abstract, 1986)
 Never And Always (Ep, UK Abstract, 1987)
 The Death Of Everything (Caroline, 1988)
 Eat Your Sons (Tupelo, 1990)
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