Thin White Rope

Thin White Rope

Eresie dal deserto del Mojave

di Alberto Leone

Oltre i canoni del Paisley Underground che, a metà degli Eighties, dominava l'area californiana. Al di sopra delle mode, lontani dalle luci della ribalta. All'inseguimento di un folle mix di psichedelia, blues, country, punk e new wave. La leggenda di Guy Kyser e compagni, dall'oblio precoce alla riscoperta recente
Anomalie, singolarità. Un concerto a Mosca trasmesso in diretta dalla Tv nazionale, una cover dei nostrani Avion Travel come colonna sonora per un film della Wertmuller, un cantante che abbandona la carriera per dedicarsi alla ricerca presso il dipartimento di Botanica di un'università californiana.
Eccezioni, stranezze. Questo e altro ancora furono i Thin White Rope.
Chi ha vissuto la propria giovinezza negli anni 80 sa bene quanto fosse difficile tenersi al di fuori delle mode del periodo, fagocitanti e insaziabili come non mai rispetto a ogni altra epoca; soprattutto in ambito musicale, ove i sintetizzatori tiranneggiavano e l'estetica, a volte, contava più della sostanza. Fortunatamente per noi, rockettari integralisti, questo periodo fu anche la culla della musica indipendente, dell'"alternative rock". I vari Rem, Husker Du, Meat Puppets, Sonic Youth emersero in questo periodo dettando nuove sonorità e stili destinati a fare scuola, per poi assurgere, nel decennio successivo, alla gloria delle major.
Difficile, si diceva, tenersi lontani dalle mode imperanti. Ma riuscire addirittura a smarcarsi dai trend di successo in ambito indipendente come quelli appena citati, ponendosi realmente fuori da ogni schema, era cosa per pazzi utopisti, o per immacolate leggende del rock, o forse entrambe le cose contemporaneamente.

La leggenda dei folli Thin White Rope è destinata a crescere nel tempo, vista l'oscurità che da sempre avvolge la loro originale proposta. Unica per quei tempi e unica in assoluto, poiché priva di discepoli conclamati. Coraggiosa, perché capace di andare oltre quel movimento noto come Paisley Underground che, a metà degli Eighties, dominava l'area californiana e pareva essere l'unica via percorribile da chi sognava di raggiungere un minimo di successo pur facendo della buona, sana, musica psichedelica. Ma i Thin White Rope non furono mai interessati alle luci della ribalta e si distaccarono ben presto anche dalla mitigata acidità del Paisley per assumere contorni ben definiti e personali e, conseguentemente, condannandosi all'oblio. Troppo roco e luciferino il vibrato del leader Guy Kyser per assecondare i soffici sogni dei giovani collegiali americani, troppo selvaggi e sferraglianti gli incroci chitarristici dello stesso Kyser e del prode scudiero Roger Kunkel, troppo introspettive e destabilizzanti le liriche per garantirsi un ancorché fugace passaggio nelle più seguite trasmissioni radiofoniche.
Kyser e Kunkel, gli unici due membri fissi di un gruppo dalla sezione ritmica cangiante, come due moderni Don Chisciotte e Sancho Panza, sfidarono inutilmente i mulini a vento dell'industria discografica con un'utopia che uscì naturalmente sconfitta dalle leggi del commercio ma che è destinata alla perenne vittoria morale in termini di qualità.

L'infanzia nel deserto e il distacco dal Paisley


E' per frequentare la facoltà di Geologia dell'Università locale che il giovane Kyser (nato ad Austin nel 1960) giunge a Davis (California), dopo un lungo periodo trascorso ai limiti del deserto del Mojave (nella cittadina di Ridgecrest). La passione per la natura in genere, la terra, le pietre, le piante sarà rilevante, come vedremo, sia per la storia personale sia per quella artistica del Nostro.
Nella città universitaria vicina a Sacramento conosce Joe Becker, già leader, insieme a Scott Miller, di un gruppo chiamato Alternate Learning, che aveva pubblicato un singolo molto apprezzato da Kyser. Il primo incontro avviene nel 1979 a un concerto di Iggy Pop (uno dei principali modelli di Guy), terminato (narrano le cronache) con uno scazzottamento sul palco tra lo stesso Iggy e Becker.
L'amicizia porta i suoi primi frutti (ancorché acerbi) quando, nel 1981, Kyser forma il suo primo gruppo, i Lazy Boys, con i medesimi Miller e Becker.Parecchi concerti a Sacramento e a San Francisco e alcune canzoni del futuro esordio discografico ("Down In The Desert", "Disney Girl", "Soundtrack") costituiscono il lascito prezioso di questo periodo di formazione.
Miller se ne va nel 1982 per formare i Game Theory e il chitarrista Roger Kunkel (studente di informatica a Davis) entra nel gruppo insieme a Kevin Staydohar (che però, insieme a Becker, diverrà membro dei True West a partire dal 1983). Miller e Becker si ritroveranno poi insieme nei Game Theory.

Proprio Game Theory e True West rappresentano, insieme ai più celebri Dream Syndicate, Green On Red, Giant Sand, Rain Parade, Long Ryders, il vertice del movimento Paisley Underground che ebbe qui a Davis il suo fulcro. Ma, come già accennato, il rapporto con la neopsichedelia da parte dei Thin White Rope inizia e finisce qui, da questa serie di incroci all'interno dell'organico primigenio. D'ora in avanti, dal punto di vista strettamente musicale, sarà tutta un'altra storia.
Da qui si gettano le basi per un deciso smarcamento dal solco già tracciato da altri e per la costruzione di un suono nuovo quanto antico e, proprio per questo, realmente fuori dal tempo. La band dimostra, fin da subito, una maggiore maturità artistica rispetto ai conterranei, attingendo tanto dalle fonti storiche della "American music" (country e blues) quanto dalle innovazioni rivoluzionarie dei 60's (psichedelia) e 70's (punk e new wave) e si fa conoscere a livello locale per la forza espressiva delle travolgenti esibizioni live (concentrate soprattutto in una pizzeria chiamata Fat Fonzie e al Galactica 2000, una discoteca a tema spaziale).
Kyser vive da solo in un vecchio motel vicino ai binari della ferrovia di Davis ed è lì che inizia a scrivere canzoni dalle tematiche western e country. Dopo l'addio di Staydohar e Becker (per quest'ultimo solo temporaneo) la formazione si completa con Steven Tesluk al basso e il batterista dei True West, Frank French, a temporaneo supporto.
Con questa line-up, nella primavera del 1984, la band registra, in una sola giornata, un demo di diciannove canzoni, che crea notevoli aspettative tra gli addetti ai lavori.
Joe Becker torna all'ovile nel 1984 e una chiamata dalla Frontier è il miglior regalo possibile per il laureando Kyser agli inizi del 1985.

Il nome scelto definitivamente dal gruppo è uno dei più ambigui mai utilizzati da una rock band. Se è vero che Thin White Rope (la sottile corda bianca) è la metafora usata dallo scrittore William S. Burroughs in "The Naked Luch" per definire il liquido seminale maschile, secondo alcuni esso delinea anche l'invisibile legame che può unire fra loro persone sconosciute. Altri, infine, vi identificheranno arbitrariamente un macabro rimando alla corda usata per l'impiccagione.
Il linguaggio espressivo del gruppo è, a questo punto, già evoluto e profondamente radicato nel substrato di influenze dei due leader.
Kyser è un fan di Stooges e Velvet Underground, nonché appassionato di Big Brother & The Holding Company, Ramones, Sex Pistols e band garage anni 60 mentre Kunkel è un cultore del country. Ne risulta un crocevia tra acid rock à-la Quicksilver Messenger Service e new wave newyorkese (Television), caratterizzato da un profondo interplay delle due chitarre. Un vero e proprio interscambio in termini jazzistici, giacché gli strumenti di Kyser e Kunkel dialogano letteralmente (la differenza tra solista e ritmica è annullata) con tanto di pause, sospiri, frasi sussurrate e urla, lasciando alla sezione ritmica il compito di mantenere salde le mani sul volante.
I ritocchi stilistici, album dopo album, saranno quasi impercettibili (anche se rilevanti), mai veri scossoni, rivelando la coerenza e la primigenia chiarezza di intenti dei componenti. Da ciò deriva una media qualitativa sempre buona, che porterà a preferire alternativamente uno dei primi quattro album solo in virtù di inclinazioni personali.

Neopsichedelia espressionista


Thin White RopeEtichettato subitaneamente dalla critica come "desert rock", l'esordio Exploring The Axis (Frontier, 1985) più che bozzetto impressionista dalle suggestioni ambientali è vera e propria opera espressionista, in cui è la visione soggettiva dell'artista, l'introspezione, a imprimersi nella realtà esterna, modificandone i lineamenti e distorcendola. Non la sabbia, il calore, i grandi spazi incontaminati sono i protagonisti, bensì l'isolamento e l'alienazione dell'individuo. Il canto vibrato e tormentato di Kyser è espressione dell'inquietudine esistenziale, è "L'urlo" di Munch che prende vita, mentre la disputa sulle sei corde tra lo stesso Kyser e Kunkel diviene tormentato dialogo interiore negli oscuri meandri della psiche umana.
Il suono è qui decisamente più acido di quanto sarà poi in futuro, più spigoloso e urticante, memore (come detto) delle sferzanti cavalcate dei Quicksilver quanto del colto languore dei Television. Le ritmiche veloci si alimentano alla fonte del punk (vedi la singhiozzante "Eleven" e il "finto" tradizionale "Soundtrack") e forniscono punti di contatto con i contemporanei Meat Puppets.
L'iniziale "Down In The Desert" esprime in toto sia la filosofia sonora (incrociando alla perfezione l'anima psichedelica e quella new wave) sia la poetica desertica del gruppo, ove il collegamento con il deserto è, come già detto, un mero afflato ideologico. Il deserto interiore dell'uomo moderno, piuttosto che un richiamo reale alle atmosfere aride e desolate. Il lato emotivo della realtà rispetto alla percezione oggettiva. Il grido dell'anima in preda all'angoscia. Lo stesso Kyser rifiuterà la definizione di "desert rock" in senso letterale, dichiarando che, in realtà, nelle sue canzoni compaiono molte immagini della natura diverse dal deserto: colline, oceani, iceberg, stelle, pianeti ecc. Altro equivoco su cui fare chiarezza è quello relativo alla pazzia come unica forza scatenante delle pulsioni narrate nelle canzoni. Folli e visionari non mancano certo nelle liriche di quest'album ma, con il passare del tempo, Kyser tenderà a discostarsi dall'argomento a favore di tematiche quali la vecchiaia, l'amicizia ecc.
Tutte le composizioni dell'esordio sono di Kyser, tranne la già citata "Down In The Desert", in collaborazione con Becker (evidenziata dalla ritmica travolgente e dalla batteria pulsante), la title track con Tesluk e "The Real West", scritta a quattro mani con Kunkel (suo il veloce attacco country and western). La stessa "The Real West", insieme a "Dead Grammas On A Train", è rilettura sarcastica del mito del vecchio West sulla falsariga cinematografica di Sam Peckinpah e Sergio Leone (non a caso il film preferito di Kyser è "C'era Una Volta Il West") e preannunciano le sonorità che caratterizzeranno In The Spanish Cave.
Kyser è particolarmente affascinato dall'idea di rivelazione, l'improvvisa illuminazione che schiarisce le idee e consente una comprensione profonda delle cose. Evidente l'impatto sulla cadenza inquietante in arpeggio di "Lithium" o l'incedere ipnotico delineato dal basso metronomico di Tesluk di "Disney Girl", ove la routinaria circolarità è squarciata dai lampi degli improvvisi assoli lisergici di Kunkel.
Da segnalare che la versione originale in vinile uscita in Europa (per la britannica Zippo/Demon) si differenzia per la presenza del divertito fingerpicking di Roger's Tongue (opera di Kunkel), mentre l'edizione in cd contiene anche l'intero Ep Bottom Feeders. Le variazioni delle scalette tra i vari formati ed edizioni saranno una costante di tutta la discografia del gruppo e un piacevole supplizio per tutti i fan.

Acidità ristagnante


Il disco d'esordio ottiene buoni riscontri di critica e, l'anno successivo, la medesima line-up partorisce Moonhead (Frontier, 1986), disco meno passionale e più meditato, meno intenso e più statico, immerso in un desolato spleen da cui pare non esservi via d'uscita.
I ritmi rallentano, il vibrato di Kyser si fa oracolo di una gioventù perduta e le chitarre ristagnano in una Dead Valley bruciata dal sole di un mezzogiorno di fuoco.
Quel che traspira dai solchi dell'opera è un completo straniamento dalla realtà. Il suono è ossessivamente circolare, ipnotico e la frenesia del punk soccombe all'acido torpore delle chitarre, che disegnano paesaggi desolati. Ma anche qui la desolazione è soprattutto interiore.
"Not Your Fault" presenta, già in apertura, tutte queste componenti: batteria prepotente in primo piano, chitarre distorte, i toni epici del canto del leader e un loop malato a generare ansia continua. La tensione raggiunge subito lo zenit con chitarre paranoiche che ronzano senza tregua come quelle mosche in certi horror che penetrano a forza nelle orecchie del malcapitato di turno fino a condurlo alla follia. Fa specie il ritornello, molto orecchiabile pur senza perdere nulla in potenza, grazie alla consueta consistenza della sezione ritmica. I loop circolari ritornano in "Wire Animals", seppur pezzo più disincantato, quasi allegro, dalle chiare influenze Paisley nell'acido jingle jangle delle chitarre.
"Thing" è un "unicum" nella discografia del gruppo californiano, che evidenzia in modo netto le origini tradizionali della loro proposta. Un lento acustico sola chitarra e voce, nel più classico stile Americana, tra country e folk, in cui anche la voce asseconda l'atmosfera tersa, facendosi più pacata, lieve. L'ombra dell'inquietudine è qui relegata in una eco lontana di chitarra distorta che prende corpo solo nel finale.
La collaborazione corale in fase compositiva frutta il capolavoro "Moonhead". Una ripetizione ipnotica di basso molto new wave, su cui si inserisce, ad apportare la consueta dose di ansia, un crescente pigolio chitarristico, che tradisce le nervose influenze di Tom Verlaine. Poi, quando entra la voce e la batteria inizia a picchiare duro, il ritornello si dilata assumendo contorni epici con una lunga cavalcata chitarristica incrociata a mo' di Built To Spill più carnali. È un brano che pare sempre ritornare a se stesso in uno stregato, eterno ritorno.
"Wet Heart" è un midtempo sepolcrale sospeso tra psichedelia e hard-rock, incentrato sull'interpretazione ipnotica e cavernosa di Kyser, con la batteria metronomica a trattenere l'ascoltatore in un angosciante stato di sospensione. Anche "Mother" indugia con il suo incedere cauto e guardingo, con il basso ad accennare schizzi di nevrosi. Una sorta di pantera rosa caduta in una vasca di Lsd con una spruzzata di kraut-rock. Al contrario, "Come Around" è tiratissima, un rockabilly selvaggio proto-punk in cui le chitarre si rincorrono a velocità furibonda. Pezzo anomalo all'interno dell'album, che fugge, per qualche istante, dall'isolamento interiore, per gridare il proprio disagio e la propria rabbia con la foga furibonda di una solenne ubriacatura.
E, dopo la fuga, ci si può finalmente fermare qualche istante a sognare con "If Those Tears", quasi una litania funebre con i suoi continui saliscendi di chitarre e voce, da cui trapela una sorta di attesa messianica per la consueta rivelazione che squarcia il velo dell'oscurità. Base ideale per gli arabeschi chitarristici di Kyser e Kunkel, in una sorta di lunga cavalcata nel deserto preannunciata dall'assolo iniziale, è "Take It Home", soprattutto nella long version contenuta nella riedizione su cd (che propone pure 4 pezzi dell'Ep Bottom Feeders), la quale, sotto l'apparenza free, cela il certosino lavoro di studio di Kyser e soci per far emergere le dinamiche strumentali.
Nel complesso, tuttavia, il disco gioca sulle atmosfere piuttosto che sulle dinamiche e risulta più cupo dell'esordio ("Moonhead non è altro che il mio alter-ego, la mia metà oscura", dichiarerà Kyser) sfruttando sonorità malinconiche e languide. Pur considerato dallo stesso Kyser il migliore della prima fase della carriera, può apparire a tratti eccessivamente prolisso e monotono, senza le deflagrazioni di Exploring The Axis o la varietà sonora caleidoscopica di In The Spanish Cave.

Dall'isolamento ai colori della campagna


Il periodo 1987-88 è il periodo classico dei Thin White Rope, con l'album In The Spanish Cave incastonato tra due buoni Ep (la band manterrà da qui in poi l'abitudine di intervallarli agli album veri e propri, quali pietre miliari della propria evoluzione stilistica): Bottom Feeders e Red Sun.

In autunno esce Bottom Feeders (Frontier, 1987), che vede la sostituzione di Tesluk con John Von Feldt al basso e mette insieme brani originali e due ottime cover. La prima è il blues apocalittico "Ain't That Loving You Baby" di Jimmy Reed, lugubre e demoniaco, con chitarre rockabilly a risvegliare dalla tomba un Elvis ubriaco e smanioso. Qui la voce di Kyser è quella di un lupo mannaro affamato di blues e assetato di country. La seconda è l'epocale "Rocket U.S.A", registrata live il 22/12/1985 per la trasmissione radiofonica Twelve O'Clock Rock della KPFK, che salda definitivamente il debito con il post-punk. Sul possente giro di basso introduttivo si accavallano sferraglianti le chitarre di Kyser e Kunkel. Poi, verso il finale, la batteria si immobilizza per consentire la deriva chitarristica del pezzo, un fragoroso deragliamento di un treno lanciato in una folle corsa verso il "suicidio" collettivo.
Gli originali sono quattro. "Macy's Window" (bonus track sulla versione in cassetta di Exploring The Axis), veloce acid rock su ritmiche rockettare preannunciato da una sorta di zanzara ossessiva e conclusa da un coretto surf; pezzo ritmatissimo, allo stesso tempo potente e cantabile, contraddistinto da un (caso più unico che raro) ritornello parlato. La pigolante "Waking Up" era stata originariamente realizzata come bonus track per la versione in cassetta di Moonhead. Completano il quadro il country psichedelico di "Valley Of The Bones", sostenuto da una chitarra affilata e paranoica e da un pastoso coro in sottofondo, e "Atomic Imagery", una sorta di Rem in salsa stoner, a sua volta contenuta nell'edizione Usa di Exploring The Axis.
Bottom Feeders
sarà poi interamente riproposto nell'edizione inglese di In The Spanish Cave.

Thin White RopeIn The Spanish Cave
(Frontier, 1988), la cui copertina omaggia i Grateful Dead, è l'album di più ampio respiro artistico dei Thin White Rope - limite e pregio dello stesso. Pur su basi essenzialmente country, infatti, ogni pezzo ha una propria specifica personalità, che esprime la volontà della band di uscire dai consolidati binari espressivi. L'esempio più eclatante è la stupefacente "Red Sun", che, dopo una serie di vortici sonori orientaleggianti, con un inaspettato colpo di genio, piazza fiati mariachi sul finale infiammato dal duetto chitarristico dei due leader. Dopo la gravosità della batteria e del feedback, un'oasi di pace compare all'improvviso come un miraggio. Respiri e aperture. Oriente e Occidente che si incontrano sotto un arcobaleno al di sopra della sabbia infuocata.
Il cambio al basso con Von Feldt si fa sentire nelle ritmiche più complesse e diversificate rispetto alla linearità di Tesluk, a partire da "Mr Limpet". Un bell'attacco country acustico ma veloce. Contrasti, saliscendi, stop and go, sono tipici del loro repertorio. Il contrasto questa volta si gioca tra l'accelerazione della strumentazione e il rallentamento del cantato, con una vera e propria esplosione strumentale multicolore a segnare indelebilmente la metà del pezzo.
Le registrazioni sono state le più inquiete della storia del gruppo, a causa di diversi problemi tecnici e dei fiumi di alcol che scorrevano durante le agitatissime serate con l'altra band presente nello stesso periodo in sala di incisione, i Pontiac Brothers.
Eppure, non mancano grandi pezzi come "Ring", ottimo songwriting di taglio classico nella parte iniziale, che poi si rivela ponte tra tradizione e rock alternativo. La psichedelia della scena di Davis è qui molto più elaborata e matura, la densità di scrittura maggiore, con momenti di intensa riflessione. Da ricordare il giro chitarristico prima del cantato, che fa da collegamento costante nell'arco del pezzo. Malinconica l'atmosfera di "July", un vero incanto nel tepore estivo. Ottimamente interpretata da Kyser, con il vibrato sotto controllo, liscio, malleabile e flessuoso come non mai. Infatti, se negli album precedenti il leader ama talvolta gigioneggiare con la voce facendosi parodia di uomo/lupo, nella "caverna spagnola" si presenta, saggiamente, più contenuto.
Poi, naturalmente, ci sono brani che attingono alla tradizione country (sia pur trasfigurato); alcuni con risultati comunque positivi come "Astronomy", solenne, nello stile old western alla Morricone fatto di polvere e sguardi, che già contrassegnava alcuni pezzi del primo album, con un notevole attacco acustico e inusuali vocalizzi femminili in sottofondo. O, ancora, come "Wand", che inganna con l'incipit lineare della batteria in 4/4 e un soffuso arpeggio prima che un urlo folle à-la Howlin' Wolf dia il la per un repentino cambio di ritmo in uno scatenato rockabilly.
Altri episodi, al contrario, risultano semplici riempitivi come l'abbozzata "Ahr Skidar" e la metronomica "Timing".
Fra le liriche spiccano quelle di "Elsie Crashed The Party", un indiavolato psych garage punk che, sul filo arroventato di chitarre arrostite nel fuoco, attacca violentemente l'industria musicale con il ripetuto e diretto chorus "We have chosen to stay out of the war" ("Abbiamo scelto di restare fuori dalla guerra"). Come spiegato dallo stesso Kyser, il verso si riferisce alla battaglia commerciale tra diverse testate giornalistiche per pompare il gruppo privilegiato, a scapito di band con proposte differenti che vengono relegate ai margini della battaglia. A scapito, aggiungiamo noi, di band di ben altro valore, come i Thin White Rope.

Se un appunto può essere mosso a In The Spanish Cave (e in generale a tutti i primi album della band) per cercare di spiegare in parte il relativo insuccesso commerciale, è una produzione scadente e frettolosa, con registrazioni in economia, che penalizzano soprattutto la ritmica. In particolare, il suono della batteria risulta in alcuni brani grave e meccanico, motivando quelle critiche di artificiosità che sono state mosse da alcuni. Non a caso l'album successivo, realizzato con un budget finalmente adeguato, consentirà ai fan di godere di sonorità più definite e intense.

Red Sun
(Demon, 1988) esce anch'esso in autunno come Bottom Feeders e conferma l'ottima resa, anche sulla distanza corta, dei Thin White Rope, questa volta grazie a cover inaspettate che rendono l'immagine del gruppo ancor più sfuggente e trasversale. In primis, sepolta dal feedback, la splendida "Some Velvet Morning" di Lee Hazelwood e Nancy Sinatra. Inoltre, "Town Without Pity" (Gene Pitney), "They're Hanging Me Tonight" (dal Marty Robbins delle Gunfighter Ballads) e il tema in salsa western di "The Man With The Golden Gun" (James Bond con Roger Moore a metà anni 70).
Ugualmente rilevante anche l'unico pezzo di proprietà del gruppo, la versione acustica e ipnotica della meraviglia che titola l'Ep.

Maturità cantautoriale


Nella serie quasi ininterrotta di esibizioni live, tra fine ‘88 e inizio ‘89 i Thin White Rope sono tra i pochi privilegiati a poter suonare in Unione Sovietica prima del crollo del muro di Berlino. Il concerto di apertura a Mosca viene addirittura trasmesso in diretta dalla Tv nazionale. Altro segno evidente della "diversità" dei nostri.
Le major fiutano l'aria che sta cambiando. Nel 1987 gli Husker Du avevano firmato per la Warner, così come poco più tardi i Rem e, nel momento in cui Sonic Youth e Meat Puppets fanno il grande salto, la dea fortuna discografica pare presentarsi con i migliori auspici anche ai negletti Thin White Rope. A interessarsi a loro è la Bmg, che, su licenza Frontier, li adotta per due dischi.

Thin White RopeSack Full Of Silver
(Frontier/Bmg, 1990) presenta l'ennesimo avvicendamento in formazione con Matthew Abourezk al posto di Becker alla batteria e il cambio si fa positivamente apprezzare in una maggiore stratificazione ritmica. Inoltre, Steve Siegrist affianca Von Feldt al basso.
La principale novità di quest'album sta comunque nel suo concepimento "on the road"; i brani sono stati composti durante gli spostamenti per i numerosi concerti e provati direttamente nel corso di questi. Nonostante la precarietà dell'iter creativo, dal "sacco pieno d'argento" non traspare affatto fugacità e caducità, come conferma la stessa band nella presentazione del disco: "Per la prima volta abbiamo realizzato un album di canzoni plasmate sulla strada. Questo non significa che esse siano piatte. Sono canzoni grasse e rotonde. Alcune sono impacciate, altre sono affilate, come se avessero dei magneti che le affondano fino al centro; altre ancora sono leggermente appuntite per risaltare rispetto alle altre. Le canzoni migliori sono sagomate come un bel seno".
Verissimo. Perché Sack Full Of Silver è, più di ogni altro elemento della loro discografia, un album di vere e proprie canzoni. Dal punto di vista compositivo può essere, a buona ragione, definito un album cantautoriale. Non a caso, tutti i pezzi sono di Kyser tranne "Hidden Lands" e "Triangle Song" (Kyser/Kunkel/Abourezk), oltre alla cover (l'unica presente su Lp) di "Yoo Doo Right" (Can).
Disco più compatto, maturo, equilibrato, che si apprezza dopo ripetuti ascolti; meno immediato e più pensato. Perde il fascino del mistero, ma acquista le carte della classicità, con componimenti meno grezzi e maggior convinzione. Le chitarre perdono un po' di lama, ma acquistano un respiro profondo, capace di andare oltre il semplice istinto selvaggio di ribellione per aprirsi una strada più agevolmente percorribile negli anni futuri. Determinante la presenza, come produttore, di Tom Mallon degli American Music Club, che delinea in maniera lucida sonorità più nette e compatte. La produzione professionale riesce anche a nascondere, dietro l'apparente unità armonica, uno sfilacciamento del legame tra i vari componenti.
Kyser è stanco. Stanco dei lunghi assoli di chitarra, stanco del muro di feedback che impregna il suono della band nelle esibizioni live. E' alla ricerca di un effetto acustico più stratificato, per cui assume in modo autoritario il controllo della band, limitando gli spazi di collaborazione degli altri membri, soprattutto le parti chitarristiche del compare Kunkel, e lavorando pesantemente sugli arrangiamenti.
Proprio questa cura maniacale per gli arrangiamenti, il certosino lavoro di lima alla ricerca dell'equilibrio perfetto dona, per contro, densità e amalgama mai percepiti fino ad ora. Già con l'iniziale "Hidden Lands" ci troviamo nelle orecchie sonorità meno violente e maggiore attenzione alla melodia, con chitarre jingle jangle ripulite dalle scorie e una voce più rassicurante a cullarci dolcemente. L'impatto non è più selvaggio, bensì meditato, filtrato. Anche l'incipit di "Sack Full Of Silver" è decisamente cantautoriale: soffuso, ispirato, evocativo, interpretato con timbro caldo e profondo.
Opera mitteleuropea quanto americana, quella in oggetto. Lo spirito a stelle e strisce è evidente nell'epica "Americana" (per l'appunto), dall'attacco acido e atmosfera da vecchio west, che conferma come, in questo disco, le chitarre, sempre e comunque onnipresenti, siano tenute saldamente sotto controllo, in una sorta di battaglia tra razionalità e follia. L'humus culturale mitteleuropeo è invece posto in primo piano dalla cover di "Yoo Doo Right" (scorciata di un terzo rispetto all'originale) dei Can, che esalta il grande lavoro su ritmiche tribali del nuovo batterista Abourezk. La struttura del pezzo è ottimo esempio di quella stratificazione sonora vagheggiata da Kyser, anche se dal vivo diverrà anch'esso simbolo della loro furente visionarietà. A tal proposito, pertinente il commento dalle note di copertina di "The One That Got Away" di Kyser: "Ho fatto un sogno in cui, mentre stavamo masterizzando l'album dal vivo, sentivo una ragazzina parlare di fianco al banco del mixer. Durante la cigolante coda chitarristica di 'Yoo Doo Right' diceva: 'Mamma, questo suona come delle capre'. Un ringraziamento particolare a tutti coloro che hanno veramente detto che il nostro suono gli ricorda le capre".

Le note di copertina di Sack Full Of Silver, invece, ci regalano alcuni impagabili commenti sulle canzoni stesse, da cui emergono la ricerca del racconto, della cronaca di un reale vissuto rispetto all'usuale richiamo a sensazioni interiori. "Diesel Man" in primis nasce da un episodio apparentemente insulso. Dopo un concerto, mentre la band sta tornando in albergo, un barbone sbraita al telefono, gesticolando ampiamente nel silenzio della notte. Nella visione artistica di Kyser si trasforma in un lontano punto sonoro che si avvicina piano piano, condotto dalle corde della chitarra e dalla sua voce roca. "The Ghost", che in realtà è una cover non accreditata del classico "Amazing Grace" "sbuca da una bottiglia di vermouth a Groeningen" con il fantasma del titolo evocato da poche note sparpagliate nel vento.
"On The Floe" è "un lago ghiacciato svedese" fondato su "una struttura pentatonica mammaria". Ignoriamo cosa intenda esattamente Kyser con questa enigmatica espressione.... In ogni caso, è un pezzo che ti avvolge amorevolmente tra le sue braccia proprio come una mamma con il suo pargolo. Luminoso, arieggiato, aperto con atmosfera da classico pic-nic domenicale americano che si distende e sembra non finire mai in un epico crescendo/decrescendo di batteria.
E ancora, "Whirling Dervish" secondo la band "parte come un musical inutile, una canzone degli anni 30 che Daffy Duck cantava in vecchi cartoni animati", anche se a noi ricorda più una mistica danza orientale che poi si incupisce con tetri echi di fuzz.
"Un sacco pieno di felicità natalizia da Mosca". E' questa la descrizione di "Triangle Song" per il suo sognante arpeggio sospeso alla Pink Floyd, ripreso più volte nel corso del brano. Intenso, toccante, passionale.
In conclusione della presentazione, i Nostri scrivono ironicamente: "Abbiamo incluso il solito numero di errori per lasciare in libertà gli spiriti maligni". In questo disco, però, di errori se ne intravedono veramente pochi, se non nessuno. E' il disco della definitiva maturazione, variegato, e ancor più dei precedenti, oltre le mode e per questo importante, destinato a durare nel tempo e a essere rivalutato. Da riscoprire.

Tensioni interne, esplosioni live e scelte del cuore


Il mini Lp Squatter's Rights (Frontier, 1991), pubblicato dopo un lungo tour mondiale, è interamente composto da riletture di brani altrui registrate in due separate session: il classico "Caravan" di Duke Ellington, la diddleyana "Roadrunner", "May This Be Love" a firma Hendrix e le byrdsiane "Everybody's Been Burned" (dall'omonimo tributo) e "I Knew I'd Want You".
A stupire è tuttavia la "semicover" "Film Theme" dei nostrani Avion Travel. E qui è necessaria una spiegazione più approfondita. Per il film "In Una Notte di Chiaro di Luna" del 1989 di Lina Wertmuller, Guy Kyser era stato chiamato a scrivere il testo per il tema di chiusura composto dagli Avion Travel. La versione inclusa in Squatter's Rights è una nuova elaborazione strumentale. L'avreste mai immaginato?

A questo punto il percorso dei Thin White Rope è bloccato in una souplesse che pare priva di sbocchi. Dopo quattro anni di tour senza sosta per 6-7 mesi all'anno le vendite non crescono e anche il pubblico dei concerti sembra diminuire. Tutto ciò non fa che acuire le tensioni interne provocate da scelte artistiche contrastanti tra Kyser e il resto della band. Il lavoro in studio diventa estenuante, con ripetute prove e continui cambiamenti. Mancano gli stimoli. Per completare il nuovo album Kyser si rintana solitario in un motel fuori città per una settimana senza che gli altri sappiano dove si trova. Il nuovo album viene terminato proprio all'ultimo minuto. E si sente.

The Ruby Sea
(Frontier/Bmg, 1991) è certamente il punto meno elevato (ancorché l'ultimo) della carriera dei nostri; e sottolineiamo meno elevato perché certo il livello qualitativo non scende, neppure qui, sotto la linea della sufficienza. Il disco si ispira al contrasto tra mare e terra e, pur ben suonato (Stooert Odom subentra al basso con riscontri positivi), appare piuttosto piatto.
Il country ritorna ancora protagonista con "Bartender's Rag" e la sognante "Christmas Skies", sussurrata e dondolata dolcemente dalla slide. L'incredibile voce di Kyser riesce ancora a donare fascino a composizioni come la stessa title track e l'acida "Midwest Flower". La malinconica "Puppet Dog" ti entra subito nel cuore e "The Fish Song" è una ballata oscura che ottunde i sensi.
I dialoghi chitarristici, però, sono meno vivaci dell'usuale standard e l'obiettivo sonoro appare sfocato. Per dare un po' di smalto è necessario recuperare "Tina And Glen" dal primo demo datato 1985.

Thin White RopeIn concomitanza con l'annuncio dello scioglimento del gruppo, la pubblicazione di The One That Got Away (Frontier, 1993) è il miglior suggello possibile alla sua carriera. Si tratta di un doppio live registrato a Gent, in Belgio, il 28 giugno 1992, durante l'ultima tournée (in formazione Kyser, Kunkel, Abourezk e Odom) e concepito come un lungo excursus (quasi due ore) dell'intera avventura; inoltre due cover irreperibili altrove, il traditional "Wreck Of The Ol' 97" e "Silver Machine" degli Hawkwind. La scelta di una esibizione nella vecchia Europa attesta simbolicamente e correttamente la venerazione tutta europea (italiana in primis) più che americana per questo strambo gruppo.
I due cd contengono l'intero eccezionale show al Democrazee (un club con capienza massima di 300 persone...) tranne "The Ruby Sea" e "Moonhead", che saranno pubblicate a parte come singolo e "Thing", attualmente ancora inedita in questa versione. Per rilevanza artistica merita, senza alcun dubbio, di essere accostato all'altro grande episodio live di chiusura di un'epoca storica del rock alternativo, il memorabile "Live At The Raji's" dei Dream Syndicate.

Le pietre tombali di un'avventura lunga otto anni vengono poste dalle immancabili antologie. Sono due, complementari, in grado di soddisfare insieme tutti i gusti.
La tradizionale When Worlds Collide (Birdcage, 1994), il cui titolo deriva dalle liriche di "Tina And Glen", raggruppa alcuni dei pezzi più rilevanti presenti in tutti i cinque album in studio (con eccessiva ridondanza per The Ruby Sea) e negli Ep (tra cui "Down In The Desert", "Moonhead", "Macy's Window", "Triangle Song") più la citata "Some Velvet Morning" e "Burn The Flames" di Rocky Erickson, dal tributo "Where The Pyramid Meets The Eye".

Spoor
(Frontier, 1994) offre invece materiale più raro: l'intero Ep Red Sun, vari singoli, il sette pollici targato Sub Pop uscito a fine ‘91 contenente una potentissima versione di "Little Doll" degli Stooges (registrata tre anni prima in Germania) e un brillante apocrifo degli stessi, intitolato "Ants Are Cavemen". Inoltre la cover di "Outlaw Blues" di Bob Dylan, la tradizionale "God Rest Ye Merry Gentlemen", registrata live, durante uno show a St. Louis e alcuni demo (tra cui la velvettiana "Here She Comes Now"). E poi anche qui "Some Velvet Morning" e "Burn The Flames". Tra le stranezze, "Eye" dei chicagoani Poster Children (uno "scambio alla pari" di cover con questi ultimi a reinventare "Down In The Desert") e una versione dal vivo di "Moonhead" ribattezzata "Skinhead". La versione demo di "Munich Eunich" ha invece la peculiarità di essere l'unico pezzo registrato dal primo bassista, Kevin Staydohar.
Di culto anche la copertina, opera di Joe Sacco, giornalista e disegnatore di fumetti maltese, autore di splendide narrazioni artistiche da zone di guerra come la Bosnia e la Palestina.

Il commiato dei Thin White Rope segna la fine definitiva (o quasi) della carriera musicale di tutti i componenti. Veramente poca cosa, ciò che segue, rispetto al potenziale che ancora avrebbe potuto essere espresso.
Nel 1996 Guy Kyser formerà i Mummydogs, che pubblicheranno l'omonimo discreto album (Frontier, 2002), dalle atmosfere morriconiane, con chiaroscuri tipici di Nick Cave, speziati dagli interventi vocali della moglie di Guy, Johanna. Da evidenziare anche la partecipazione della chitarra di Kyser in "A Sud", contenuta nell'album "Percorsi di Musica Sghemba" degli Yo Yo Mundi.
Roger Kunkel si dedicherà, a tempo pieno, a un nuovo progetto jazz-blues denominato Acme Rocket Quartet, che frutterà tre album: "Acme Rocket Quartet" (1996), "Ultra-High Frequency" (1997) e "Sound Camera" (2004).
L'ultimo bassista della band, Stooert Odom, proseguirà con i Graves Brothers Deluxe, che, nell'opera del 2000, "Little Love Things", ospiteranno Roger Kunkel e Josef Becker.
John von Feldt si unirà, per qualche tempo, ai Walkabouts e Jozef Becker suonerà con i Loud Family, con i quali aveva già collaborato anni addietro, subito dopo lo scioglimento dei Game Theory.

Le scelte dei Thin White Rope furono sempre dettate dall'istinto e dal sentimento (oltre che dall'ebbrezza donata dai fiumi di birra, vino e whisky che scorrevano durante prove e concerti). Stupì, quindi, solo in parte, l'estrema scelta di Kyser, quando decise di dire (definitivamente?) addio alla musica per rifugiarsi tra le braccia sempreverdi del suo primo amore, la botanica.
Oggi, l'ormai cinquantunenne Guy svolge serenamente la sua attività di ricercatore presso il Department Of Plant Sciences della University Of California a Davis. Chissà se qualcuno, un giorno, riuscirà a riportarlo davanti a un microfono.

Thin White Rope

Eresie dal deserto del Mojave

di Alberto Leone

Oltre i canoni del Paisley Underground che, a metà degli Eighties, dominava l'area californiana. Al di sopra delle mode, lontani dalle luci della ribalta. All'inseguimento di un folle mix di psichedelia, blues, country, punk e new wave. La leggenda di Guy Kyser e compagni, dall'oblio precoce alla riscoperta recente
Thin White Rope
Discografia
Exploring The Axis (Zippo-Demon/Frontier, 1985) 

7

Moonhead (Demon/Frontier, 1987)

7

 Bottom Feeders (Ep, Frontier, 1987)

6,5


(Captain Long Brown Finger) In The Spanish Cave (Demon/Frontier, 1988) 

7,5

 Red Sun (Ep, Demon, 1988) 

6,5


Sack Full Of Silver (Frontier/Bmg, 1990) 

8

 Squatter's Rights (Ep, Frontier, 1991) 

6

 The Ruby Sea (Frontier/Bmg, 1991) 

6


The One That Got Away (live, Frontier, 1993) 

8

 Spoor (antologia, Frontier, 1994)

 

 When Worlds Collide (antologia, Birdcage, 1994)

 

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