Tool

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Il buio nella mente

di Antonio Ciarletta, Alberto Guidetti

Nati in piena era grunge, i Tool assimilano vent'anni di rock estremo, ma recuperano al contempo certo progressive anni 70. Una miscela claustrofobia e terrificante, esaltata nei solchi di "Lateralus"
I Tool si formarono a Los Angeles nel 1991, in piena era grunge. Il cantante Maynard James Keenan, il batterista Danny Carey, il chitarrista Adam Jones e il bassista Paul D'Amour riuscirono a forgiare un sound terrificante, claustrofobico, ideale colonna sonora per la pazzia di un detenuto confinato nella cella di isolamento. E' una musica altamente psicologica, che sembra voler schiudere gli anfratti più nascosti della psiche umana, dove il male cova in attesa di essere scatenato da un stimolo esterno. Il sound dei Tool non si limita riprodurre gli insegnamenti dei maestri degli anni 70 (certamente Led Zeppelin, Black Sabbath e Blue Oyster Cult), ma assimila i caratteri di un una serie di band che hanno fatto la storia degli ultimi 20 anni di rock estremo.
L'aggressività dei Metallica, la tenebrosità degli Swans, la barbarie dei primi Soundgarden, la tediosità dei Godflesh riecheggiano in un mosaico sonoro altamente spettacolare, un po' in antinomia con l'intento della band di fare musica esistenziale. Ciò che distingue i Tool dalla miriade di gruppi "duri" che popolano le classifiche in quegli anni, è il recupero di certo progressive anni 70, che si avverte già nelle prime composizioni, ma che si paleserà innegabilmente nell'ultimo album, Lateralus.

L'Ep Opiate del 1991 contiene 6 pezzi, due dei quali ("Cold and Ugly" e "Jerk-Off") sono registrati dal vivo. Il sound è ancora succube del grunge e dei Led Zeppelin, come dimostra l'iniziale "Sweat". "Part Of Me" è una cavalcata quasi progressive dove il basso è in primo piano. In generale, in questa prima uscita, più che il canto teso e vibrante di Keenan, è la sezione ritmica a farla da padrone. Carey imbastisce ritmiche a rotta di collo, mentre D'amour, in alcuni punti ("Jerk-Off") si esibisce in virtuosismi degni di John Myung (Dream Theater). Il sound è frenetico e compatto allo stesso tempo.

Con Undertow, i Tool raggiungono uno stile personale e riconoscibile. Il sound rallenta e s'incupisce ulteriormente, come dimostra "Swamp Song". L'anima blues e passionale della band è presente, ma difficilmente decodificabile, in quanto immersa in un'orgia di distorsioni e ritmi marziali, come in "4°". In "Flood" è, invece, l'anima progressive a uscire finalmente allo scoperto; per i primi 4 minuti gli strumenti disegnano un affresco di dolore e disperazione, ulteriormente scurito dal lamento metafisico di Keenan; il tutto sfocia poi in un rabbioso hard-blues. "Desgustipated" è un lungo calvario industriale alla Einsturzende Neubaten, dove clangori metallici e suoni di presse accompagnano Keenan, che più che cantare, sembra scandire i ritmi del lavoro a una moltitudine di operai alienati. E' il pezzo più originale della raccolta. "Intolerance", "Prison Sex", e "Undertow" sono, invece composizioni più convenzionali, dove a risaltare è l'aggressività dello shout portentoso di Keenan, che si avventa famelico su ogni nota, dotando il sound d'insieme di una pomposità drammaturgica.

Dopo circa quattro anni (nel mezzo dei quali D'amour venne sostituito al basso da Justin Chancellor) i Tool pubblicano il secondo album. Se Undertow aveva rappresentato l'apice formale della band, Aenima è qualcosa di diverso. Segna il superamento del classico formato di canzone rock (che pure aveva accompagnato i Tool fino ad allora), ed è l'approdo deciso verso territori più marcatamente progressive. L'angoscia e il dolore sono veicolati da lunghe suite, intervallate da intermezzi strumentali che raccordano i vari movimenti. "Third Eye" e "Die Eier Von Satan" sono l'emblema della sperimentazione a cui sono arrivati i Tool. Il singolo "Stinkfist" è l'episodio che più ricorda il vecchio stile, mentre in "Eulogy" si fatica a trovare un baricentro, tanti sono i cambi di ritmo.

Beghe legali ritardano l'uscita dell'album, e ci vogliono cinque anni per ascoltare il nuovo dei Tool, ma l'attesa non è tradita. Lateralus (2001) è un album tanto perfetto quanto profondo. I ragazzi sono all'apice della forma e la scintillante produzione di David Bottril riesce a far risaltare il suono di tutti gli strumenti, anche nelle fasi più caotiche. Lateralus è un album di puro progressive rock; è l'album che porta il progressive rock nel 2000, che tenta di svecchiarlo, donandogli una nuova veste, quella del metal alternativo. Pensate alle suite dei King Crimson trasfigurate da suoni metallici, ritmi devastanti, accordi dissonanti; quello che ne risulta è la fine del modo, e Keenan ne è il profeta. Ciò rende la filosofia dei Tool più vicina al pessimismo esistenziale dei Van Der Graaf Generator che al romanticismo esotico dei King Crimson.

L'album si apre con l'imponente "The Grudge", che cresce lentamente per per poi esplodere. Gli strumenti producono una ritmica tribale su cui si innesta la voce di Keenan, prima calma, poi arrabbiata, poi feroce. "The Patient" e "Schism" hanno la stessa struttura: inizio calmo, costante crescita, esplosione e cambi repentini di ritmo, catarsi finale. Sembra che Keenan voglia penetrare nell'animo umano per poi rivoltarlo dall'interno. "Parabol" è il lamento di un monaco tibetano, e prepara il terreno a "Parabola", che invece martella dall'inizio alla fine. "Disposition", è la più calma del lotto, ma allo stesso tempo la più minacciosa; Keenan biascica parole su un tappeto melodico tessuto dall'intreccio dei vari strumenti, che sembrano dialogare tra loro. Nonostante la lunghezza complessiva e la non facile assimilazione dei brani, il disco si lascia ascoltare, in quanto ogni composizione prepara il terreno alla successiva, destando curiosità per ciò che verrà dopo.

Lateralus è il capolavoro dei Tool, un album distante anni luce dalle premesse iniziali, il disco che dimostra il talento e la creatività dei musicisti.

A Perfect Circle è il side project di Keenan, accompagnato dal tecnico del suono Billy Howerdel, da Troy Van Leeuwen (ex Failure), Josh Freese (già con Paul Westerberg) e dalla bassista Paz Lenchantin.

E' del 2000 Mer de Noms, un album di grunge futuribile, dove i richiami agli stilemi del genere sono evidenti, ma dove il tutto è immerso in ritmiche industriali, sonorità avant-garde e atmosfere opprimenti classiche dei Tool. Mentre la prima parte dell'album è la più personale, nobilitata da ballate di valore assoluto come "Orestes" e "3 Libras", la seconda è maggiormente derivativa dal grunge e dai gruppi che lo hanno influenzato. "Thomas" paga dazio ai Black Sabbath, "Thinking of You" ai Nine Inch Nails, mentre in "Brena" sembra Layne Staley a cantare; "Renholder" è invece una litania perversa che sembra uscita da "White Light From the Mouth of Infinity" degli Swans. E' un album di gran classe, ma che risulta anacronistico in un contesto dove il grunge ha esaurito la sua spinta innovativa, dove è l'elettronica a farla da padrona, e dove si percepiscono i primi segnali del rifiorire della new wave.

Nel 2006 il nuovo capitolo della saga-Tool, con 10000 Days. La forma caotica e circolare viene aggredita da un'urgenza espressiva che nei dischi precedenti non si era mai incontrata in modo così chirurgico come nella traccia d’apertura: "Vicarious" si accosta a un turbine in crescendo, in un'apocalisse che si manifesta nella spietatezza retorica (ma non banale) del testo, un j’accuse sullo scempio mediatico del dolore. La religiosità di Keenan che cozza contro la brutalizzazione, per coniugarsi con un’aggressività strumentale più secca e nuda, un vortice potente che stupisce laddove la voce scandisce come un motivetto pop "La, la, la, la, la, la-la-lie", portando sullo stesso piatto il ridicolo e la stupidità. La ruvidezza del suono e la continua costruzione-decostruzione ricorda i Meshuggah tanto quanto gli Slint e il movimento "post"; e se i primi possono essere chiamati in causa per "Jambi", sorta di "Pushit" del nuovo millennio, carica di aggressività animale e ambivalenza tra rabbia e amore, tutta l’esperienza post-rock viene invece riletta dai Tool nella title track (in due movimenti), che rappresenta uno dei picchi artistici ed emotivi del gruppo.
"10000 Days": diecimila giorni per 27 anni di dolore. Un brano incentrato sul profondo rapporto di Keenan con la madre Judith, con la voce sussurra e scandisce i versi intrisi di gratitudine e disperazione: "Didn’t have a life. But surely saved one". La rarefazione degli strumenti ricorda le atmosfere eteree dei Labradford, che vengono poi caricate di pathos nella seconda parte, in cui il ritmo diventa nervoso e incalzante; il pulsare di batteria e basso in crescendo assieme alla chitarra di Adam Jones costruiscono un ambiente paranoico e claustrofobico, in cui si dibatte la necessità di riappacificazione con il proprio passato da parte di Maynard. È questa la chiave di lettura per ciò che precede e segue nel disco; appare chiaro come tutto sia volto a celebrare e ritualizzare un rapporto madre-figlio difficile e turbolento, e per la prima volta i testi mostrano chiaramente un lato umano estremamente sensibile, un impatto emotivo violento e senza compromessi lirici.

Da qui si snoda un percorso di autoanalisi, in cui vengono rivissuti tutti gli ostacoli e le difficoltà di relazione, ed è emblematico l’esempio di "The Pot" in cui lo stesso Keenan fa il verso alla madre in apertura di canzone, per poi scendere in un inferno sonoro che strizza l’occhio al post-core e ad accelerazioni vicine, per irruenza, a Lateralus. Proprio dal disco precedente sembra essere uscita la base costruttiva di "Rosetta Stoned", dove il drumming torna a essere potente e continuo, alternando, con modalità forse un po’ troppo di maniera, momenti di tensione con dilatazioni ritmiche, sui cui fluiscono come un magma le parole e i riff serrati della chitarra di Adam Jones.
Il trittico finale, come da prassi, rappresenta un leggero distacco sonoro dal resto dell’album. La litania di "Intension" è un lento addio agli incubi che avvolgevano le precedenti tracce. Percussioni africane e un basso morbido costruiscono un tappeto per la nenia recitata: il distacco avviene totalmente, e proprio nell’ottica del tornare in sé stessi si sviluppa "Right In Two", la parte razionale cerca i perché di tutto quel che è successo; in un crescendo parallelo tra consapevolezza e potenza del suono, vengono riprese le percussioni e il panorama sonoro si dilata, divenendo una scia in cui Keenan ripete la frase "cutting our love in two", a simboleggiare la necessità dell’abbandono. La chiusura è affidata all’indecifrabile "Vigenti Tres", nella quale si rinnovano rumori somiglianti a un respiro affaticato e stanco, o forse altro. Su questo si sveneranno i cervelli dei codificatori tooliani, sebbene questo disco si presenti molto meno ermetico dei precedenti.

La svolta verso un suono più diretto e comunicativo è palese, così come la capacità di creare una proposta unica sul panorama musicale attuale. A evolversi è il modo di comunicare, e con questa ennesima svolta i Tool marchiano a fuoco una decade esatta, cominciata nel 1996 con Ænima.

Tool

Il buio nella mente

di Antonio Ciarletta, Alberto Guidetti

Nati in piena era grunge, i Tool assimilano vent'anni di rock estremo, ma recuperano al contempo certo progressive anni 70. Una miscela claustrofobia e terrificante, esaltata nei solchi di "Lateralus"
Tool
Discografia
 TOOL

 

   
 Opiate EP (Zoo, 1992)

6

 Undertow (Zoo, 1992)

7

AEnima (Volcano, 1996)

7,5

 Salival (Volcano, 2000)

6

Lateralus (Volcano, 2001)

8

10,000 Days (Volcano, 2006)

8

 

 

 A PERFECT CIRCLE

 

  

 

 Mer De Noms (Virgin, 2000)

7

 Thirteenth Step (Virgin, 2003)

 

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Recensioni

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(2001 - Volcano)
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