Tuxedomoon

Tuxedomoon

Paranoia da camera

di Francesco Nunziata, Claudio Fabretti

Capaci di combinare irruenza post-punk e orchestrazioni d'avanguardia, ambientazioni oscure e accenni pop, i Tuxedomoon sono una delle esperienze più originali scaturite dalla stagione wave. Un'avventura iniziata a San Francisco e proseguita in Europa

Tra tutti i gruppi venuti fuori dalla scena di San Francisco intorno alla metà degli anni 70, i Tuxedomoon sono senza dubbio quelli che sono riusciti a ottenere un riscontro di pubblico superiore. E non perché fossero portavoce di una ricetta musicale "popolare", quanto, piuttosto, perché contrassegnati da una maggiore "visibilità", dovuta soprattutto ai loro famosi spettacoli, in cui mescolavano cabaret espressionista, romanticismo di chiara ascendenza mitteleuropea e brandelli di futurismo umanoide. Con loro, le forme della musica classica venivano piegate a raccogliere gli scempi psicologici dell'evo industriale, coniando un genere fortemente caratterizzato ed innovativo.

Blaine L. Reininger (tastiere e violino) e Steve Brown (tastiere e strumenti assortiti), due studenti di musica elettronica al San Francisco City College, fondano i Tuxedomoon nel 1977, in pieno fermento (post)punk. Nel primissimo periodo, vengono coadiuvati saltuariamente da alcuni esponenti della scena teatrale locale, come Victoria Lowe, Gregory Cruikshank e il mimo-cantante di origine cinese Winston Tong. Non sono la solita combriccola di musicisti underground improvvisati: hanno alle spalle un'ottima preparazione e idee musicali molto chiare in testa che li differenziano rapidamente dal resto della compagnia.

TuxedomoonDopo il primo singolo, uscito nel 1978, (con l'esperimento pop di "Joe Boy" e la nevrosi funk di "Pinheads On The Moon"), ecco la volta dell'Ep No Tears, che fonde frammenti di musica classica, ritmi sintetici e un canto, quello di Winston Tong, che declina terribili quanto astratti paesaggi decadenti. Uno spleen sublimato dalla minacciosa title track, che resterà uno dei capolavori della new wave tutta: una sorta di inno alle creature della notte che non hanno più lacrime da spendere ("No tears for the creatures of the night"), in cui al battito martellante si uniscono armonie elettroniche sinuose e decadenti, trafitte dai vocalizzi nevrastenici di Tong.

Intanto, i loro concerti assomigliavano sempre più a veri e propri spettacoli multimediali. In una intervista al New Musical Express, Reininger affermerà di aver conosciuto gente che era letteralmente terrorizzata dai loro show. La cosa non poteva che essere vera, dato che alcuni dei loro brani erano costruiti utilizzando il cosiddetto "tritono", un intervallo di quarta eccedente bandito nella Chiesa del Medioevo perché ritenuto essere "la musica del Diavolo". Tuttavia, la band se ne serviva esclusivamente per ottenere nel pubblico un effetto catartico e liberatorio.
Non c'era, però, soltanto questa passione per le "zone d'ombra" della musica del passato a segnare profondamente la sintesi musicale della band. Altre influenze fondamentali, infatti, sono William Burroughs, John Cage, Albert Camus, Giorgio Moroder, David Bowie e Brian Eno.

Nel frattempo, si erano uniti alla band il chitarrista Michael Belfer (già negli Sleepers) e il batterista Paul Zahl (in seguito con SVT e Flamin' Groovies). Belfer abbandonò poco dopo, mentre Peter Principle (polistrumentista e grande appassionato di musica d'avanguardia) viene reclutato come membro effettivo.

TuxedomoonL'Ep successivo, Scream With A View (1979), è un lavoro glaciale, cupo, in cui la componente esistenziale del sound viene filtrata da una tensione immateriale. "Nervous Guy" srotola una ritmica sintetica in cui si aggirano gli accordi ripetitivi della chitarra, un sax sinuoso, la voce trattata elettronicamente, i volteggi del sintetizzatore e le spirali del moog. Sulla stessa falsariga si situa "Where Intersts Lie", una litania funebre ferita dai fraseggi depressi del synth.
La sperimentazione diventa voce dell'inconscio su "(Special Treatment For The) Family Man", forse il loro primo grande capolavoro avantgarde. Le onde asettiche del moog riproducono scenari marcescenti, vallate a perdita d'occhio che sconfinano in una solitaria "terra di nessuno"; la triste declamazione del sax accompagna l'ascoltatore verso il silenzio tenebroso delle proprie paure. In conclusione, il balbettio di "Midnite Stroll", con bollicine di synth e un sax sotterraneo.

TuxedomoonLa popolarità della band cresce, nel frattempo, soprattutto in Europa, dove diviene oltremodo famosa con la pubblicazione del 33 giri Half-Mute, uscito nel 1980. Lavoro seminale e, a tratti, genialoide, Half-Mute rappresenta il classico Tuxedomoon-sound, oltre che uno dei dischi più importanti dell'intera new wave. E' un lavoro che si avvicina più a certa avanguardia che al rock in senso classico, e lo fa in un modo davvero caratteristico e tutt'altro che superficiale.
Lo splendido tema di "Nazca" (omaggio alla civiltà peruviana delle famosissime sagome geometriche raffiguranti animali) chiarisce subito gli intenti: la musica si è fatta ancora più cupa e introspettiva, e il sax dissonante di Brown ripete le sue oscure peregrinazioni in mezzo alle onde gravitazionali dei synth. L'algida ritmica di "59 To 1", infiorettata dal basso legnoso di Principle, prepara il terreno per il minaccioso soundscape di "Fifth Column", mentre "Tritone (Musica Diablo)" (vedi sopra) scivola tra contrappunti di tastiere e uno spericolato delirio di violino.
A seguire, la paranoia metallica di "Loneliness", le campane e i rumori elettronici di "James Whale" (un omaggio al regista di "Frankenstein") e il techno-pop epico di "What Use?".
"Volo Vivace", invece, riporta in auge il gusto per le inflessioni classiche, innestate, in questo caso, su di un tessuto rock, mentre "7 Years" scorre via tra lamenti di synth e accenti di violino.
Ancora un sax straziante si destreggia, in "KM", tra rumorismi assortiti e un basso abulico, prima che "Seeding The Clouds" lasci che la declamazione di Brown suggelli il tutto in un clima apparentemente disteso.
Con Half-Mute non siamo innanzi a un'opera cucita sulla sola oscurità, piuttosto a una riedizione degli spiritualismi liberi di John Coltrane in chiave rock, con le attraenti conseguenze del caso. Se i Pere Ubu hanno ordinato ai fremiti di adeguarsi a cadenze industriali, se Tom Verlaine ha spostato gli impianti sulla centralina chitarristica, i Tuxedomoon portano direttamente nella sala proiezioni.

Il teatro dell'assurdo dei Tuxedomoon non passa inosservato: dopo aver fatto da spalla ai Devo, attireranno l'attenzione dei Residents che, oltre a scritturarli per la propria etichetta (la Ralph), li citeranno più volte nel corso della loro carriera.
Il tour successivo a Half-Mute li vede fare tappa in Europa, dove ottengono riscontri davvero eccellenti. Sorpresi da tanto clamore, i Tuxedomoon decidono di trasferirsi proprio nel Vecchio Continente, installando il loro quartier generale ad Amsterdam, in Olanda. Dopo sei mesi, eccoli giungere a Bruxelles, dove trascorrono un periodo molto prolifico, come conferma la grande mole di materiale registrato in studio.

Tuxedomoon - Winston TongNel frattempo, viene pubblicato il loro secondo album ufficiale, Desire (1981), che si rivela un altro saggio stupefacente del loro talento pionieristico, pur smussando in parte le asperità dell'esordio, grazie anche a suoni più rotondi e a una sezione ritmica più accattivante. Anche in questi brani, in ogni caso, il connubio tra elettronica colta, post-punk decadente e accenni pop raggiunge risultati davvero interessanti, specialmente nella prima metà del disco, a cominciare della lunga suite iniziale, che dopo aver scavato nei recessi più oscuri dell'anima con un violino sinistro e un sax magnetico a graffiare sui cupi rimbombi del basso di "East", si apre in "Jinx" a una sorta di drammatico balletto per voci inquiete e note minori, dove sono ancora il sax e il violino a dettar legge.
L'innodia bizzarra di "Victims Of The Dance" è un saggio di synth-pop decadente alla loro maniera, condito di effettismi e controvoci spettrali, con gli arrangiamenti sempre creativi e stranianti disegnati da Reininger e compagni. Ma a lasciare senza fiato è anche l'altra prodezza di "Incubus (Blue Suit)", dove un battito martellante di drum-machine detta cadenze quasi disco, con un giro di synth vertiginoso e stridenti tonalità elettroniche, che evocano un canto di sirene impazzite, per un effetto complessivo magicamente straniante.
Un cantato gelido, asettico, su un sognante tappeto di tastiere appena increspato dai ricami dei violini, definisce i contorni dell'allucinata title track, mentre sulla successiva ballata di "Again" il ritmo rallenta, lasciando spazio ai bagliori notturni del sax.
La galoppata ipnotica di "In The Name Of Talent (Italian Western Two)" restituisce un fervore selvaggio al disco, oltre a una nuova, prodigiosa melodia sintetica, poco prima che la band si congedi con l'ultimo numero, quantomai straniante, di "Holiday For Plywood", a metà tra pantomima da cabaret e noir-pop per orchestra.
In questi psicodrammi, ora solenni ora disperati, è la voce del ritrovato Tong a conferire all'insieme un surplus di emotività e di visionarietà, per un'operazione che affina la formula degli esordi, ammiccando al fenomeno più cool e in voga del periodo (il synth-pop) ma piegandolo alla vena avanguardistica e visionaria dell'ensemble di San Francisco. Perché, come rivelò Reininger in un'intervista a Rockstar, tra le fonti sonore della band ci sono "muzak americana, cose che suonano nei supermercati, canzoni italiane o messicane, standard elettronici, musica tradizionale e cose di questo genere". E in questo caso c'è anche il supporto non indifferente di una produzione più professionale (è il loro primo disco registrato su ventiquattro piste).
Lunare, onirico, raggelante, Desire è il capolavoro "maturo" dei Tuxedomoon.

Tuxedomoon - Blaine L. ReiningerIn Belgio, dopo essere venuti in contatto con la scena locale, Reininger e compagni vengono incaricati di comporre la colonna sonora per un balletto di Maurice Bejart costruito attorno alla figura mitica di Greta Garbo. La vita della "divina" ispira al gruppo californiano i dieci quadretti onirici di Divine (1982), sospesi ancora una volta tra avantgarde e musica da camera. I Tuxedomoon giocano a ricostruire le atmosfere delle pellicole d'antan, utilizzando voci sovrapposte ("Mata Hari"), o tratte dai dialoghi dei film ("Conquest"), omaggiando una delle commedie romantiche più celebri di Ernst Lubitsch con le danze cosacche di "Ninotchka", oppure utilizzando con audacia loop ed effetti elettronici ("Grand Hotel", "Freudlose Gasse"). Il violino reclama la sua parte in "Queen Christina", mentre le partiture gelide di "Anne Christie" e dei due movimenti di "Entracte" accentuano il pathos complessivo di un'opera che si riallaccia direttamente a quanto proposto su Half-Mute, senza riuscire sempre a ritrovarne la felice creatività.

Risultati migliori si avranno sulla Suite En Sous-Sol, dello stesso anno. La sintesi eclettica e sopraffina degli esordi viene qui stravolta da ulteriori "microsintesi", che inglobano e digeriscono meccanicamente musica da camera, psichedelia, musica popolare, disco-music, musica araba e tracce di funk.
Il raga in forma di giga di "L'Etranger", la poltiglia funk con violino arabeggiante di "Courante Marocaine", l'espressionismo dilatato di "Allemande Blu" e la psichedelia sghemba e amorfa di "Sarabande En Bas De L'Escalier" costituiscono i momenti migliori di un'opera davvero riuscita.
Anche l'Ep Time To Lose (con il bel tema strumentale classicheggiante "Music #2") mantiene alte le quotazioni della band.

TuxedomoonIl vero successo di pubblico arriva però con il successivo album Holy Wars (1985), in cui il gruppo fa una scelta radicale che scontenta i fan della prim'ora: abdicare all'asprezza anarchica degli esordi in favore di un'opera più convenzionale e disciplinata, una raccolta di canzoni composte ed eleganti, seppur pervase sempre dal tipico spleen decadente dell'ensemble di San Francisco. Ci sarà chi la prenderà male. Eppure la classe non è appassita, e lo confermano diversi episodi del disco, da una "The Waltz" che si snoda liquida e nostalgica a una più ritmata "St-John", sorta di sinfonia-bonsai che condensa tutto il bagaglio di trucchi del gruppo, passando attraverso piovigginosi boulevard parigini ("Bonjour Tristesse"), esotismi orientali alla Japan ("Some Guys") e una trasferta egiziana tutt'altro che rassicurante ("Egypt").
La propensione più avanguardistica della band trova sfogo nell'elettrofunk per clarini, organi da chiesa e voci di "Hugging The Earth" e nel balletto per androidi di "Watching The Blood Flow", ma la vera (pseudo)hit del disco è "In A Manner Of Speaking", una litania struggente di Tong, assecondata dalla chitarra deviata di Van Lieshout e dai refoli gelidi del flauto di Gedulging. Con il suo testo toccante, molto più semplice e immediato rispetto agli standard della band ("In a manner of speaking/ I don't understand/ How love in silence becomes reprimand/ But the way that I feel about you/ Is beyond words") diverrà un classico dei Tuxedomoon, oggetto anche di diverse cover, da quella di Martin Gore dei Depeche Mode (nel suo "Counterfeit" del 1989) a quella dei francesi Nouvelle Vague.
Indubbiamente meno creativo e originale dei predecessori, Holy Wars possiede comunque un peculiare fascino decadente, come un album di istantanee ingiallite della vecchia e cara Mitteleuropa.

Tuxedomoon - Steven BrownIl successivo mini-album Ship Of Fools (1986) prova a reiterare la formula, districandosi con alterne fortune tra accenti classicheggianti, spezie etniche e derive disco-music. Nella prima parte la sezione ritmica indirizza il suono verso un funky deviato e spiazzante, tra digressioni world-music robotiche ("Atlantis"), spasmi tribali incontrollati (l'elettro-jazz di "Break The Rules") ed episodi più meccanici e alienanti ("Reeding, Righting, Rhythmatic"). Nella seconda metà del disco, invece, prendono il sopravvento atmosfere più soffuse e jazzate, in cui salgono in cattedra piano, fiati e chitarre (con tanto di concerto per pianoforte in quattro movimenti), fino all'epilogo, straniante e surreale, di "The Train": ancora jazz, ma, per restare in tema, completamente deragliato dai binari.
Un lavoro apprezzabile per la capacità nel fondere una congerie di suoni così eterogenei, ma non sempre lucido nel riuscire a mettere a fuoco il miglior songwriting del gruppo.

Un anno dopo è la volta di You (1987) che consolida il nuovo corso della band di San Francisco, accentuando questa formula sempre più composita e lambiccata, che oscilla tra episodi prossimi al dancefloor ("Roman P", la title track), digressioni languide e orientaleggianti ("Never Ending Story") e atmosfere noir non particolarmente suggestive (i tre movimenti di "Boxman").
Per il gruppo, che celebra il suo decennale, è un buco nell'acqua, un passo indietro rispetto anche alla crescita di (relativa) popolarità acquisita con i lavori precedenti.

Forse anche per la consapevolezza di questa fase di stallo creativo, l'attività dei Tuxedomoon si interrompe. Brown, Reininger e Principle si dedicano a tempo pieno alle loro rispettive carriere soliste, ottenendo, ognuno per proprio conto, risultati alterni.

Passano solo quattro anni, però, e la tentazione di tornare insieme si fa già irresistibile.
L'occasione per la reunion - con la formazione originale - è l'album The Ghost Sonata, che rispolvera i suoni più classicheggianti del loro repertorio, rinunciando ai ritmi ballabili degli ultimi lavori, e ritrova anche un certo gusto teatrale, dalla polka intrisa di malinconia di “An Affair At The Soiree” al tema pianistico "Music #2", ripreso da un precedente Ep ("Time To Lose").
The Ghost Sonata appare proprio un musical per fantasmi, con una serie di partiture stranianti e spettrali, recuperate da uno spettacolo multimediale in circolazione dal 1982, tra rigorose partiture da camera, loop ed effetti elettronici, musica concreta, divagazioni jazz e minimalismo.
È però solo una reunion estemporanea, perché, di fatto, l’attività dei Tuxedomoon si interrompe di nuovo per un lungo periodo. Nel 1998, vi sarà un nuovo, sfortunato tentativo di reunion, con Joeboy In Mexico, un lavoro che passerà praticamente inosservato.

Tuxedomoon - Blaine L. ReiningerNel 2000 i Tuxedomoon, dopo l'ennesima reunion, hanno intrapreso un tour in Europa, dietro la regia di Dj Hell, che cura i remix di What Use (2002) e di No Tears (2003).
Quindi, nel 2005, l'atteso il ritorno in studio per un nuovo album: Cabin In The Sky. Formazione originale con Steven Brown, Blaine Reininger e Peter Principle con in più due vecchie conoscenze come Luc Van Lieshout e Bruce Geduldig, collaborazioni, tra gli altri, di Tarwater e John McEntire. Tredici i brani.
"A Home Away" parte con un giro di basso fin troppo tipico del gruppo, poi la voce viaggia cadenzata tra il volteggiare del sax. I Tuxedo sono tornati a casa. "Baron Brown" è un pezzo sulla stessa lunghezza d'onda, ma più articolato, con belle aperture di clarinetto e violino, piuttosto orecchiabile per quanto questo termine possa applicarsi ai gruppo. Sembrano aver abbandonato la musica da camera dell'ultimo periodo, al momento discreti pezzi, ma latita un po’ l'emozione. Colpo di coda con "Annuncialto", 5 minuti strumentali con un pianoforte liquido alla Harold Budd che galleggia indolente in uno stagno di rumori elettronici, ancorato al suolo da un ineluttabile giro di basso, con malinconiche aperture di clarinetto e di fisarmonica (probabilmente una tastiera settata).
Non facciamo in tempo a dire "bello" che parte "Diario di un egoista", base campionata e melodia inconsistente, in un brano di una bruttezza imbarazzante, e non solo per il ridicolo cantato di Reininger. Proseguiamo con la toccante "La più bella", che gode di una reprise successiva. Nello strumentale "Cagli Five-O" si prova la strada di uno space-jazz atmosferico senza infamia, ma anche poco memorabile. Nella successiva "Here 'Till X-Mas" collabora DJ Hell, ma è un brano inutile, cantato in tono da cabaret e distrutto dalla solita ritmica sintetica. Poi "Chinese Mike", strumentale in stile nu-jazz, con un bel finale con inedita chitarra acustica che accompagna un meditabondo sax, ci risolleva, come del resto "La Più Bella (Reprise)", che viene subito dopo. "The Island" è praticamente un'introduzione ambientale a "Misty Blue", con Steven Brown che canta quasi da crooner in un brano magari non intensissimo, ma molto piacevole nel suo disimpegno. Sul finale "Luther Blisset", con John McEntire al mix (sigh!), è un pasticcio danzereccio indegno, appena appena salvato da ricercati inserti strumentali. Chiude una ripresa di "Annuncialto". Che dire? Alti e bassi. Indubbiamente riuscito il tentativo di fare un disco in cui risaltassero elementi nuovi nel contesto formale tipico del gruppo, e non mancano pezzi anche riusciti, inoltre il sound appare tutt'altro che sorpassato, in tal senso i Tuxedomoon sono da considerare un gruppo invecchiato bene. Ma non si può fare a meno di rilevare alcuni brani scadenti e altri salvati dal mestiere più che dall'ispirazione. In mezzo, pochi acuti. Alti e bassi, appunto.

Dopo Bardo Hotel Soundtrack (2006), colonna sonora dell’omonimo film di George Kakanakis, nato da sessioni costruite sulla tecnica burroughsiana del “cut-up”, la formazione di San Francisco si ripresenta nel 2007 con un nuovo album, Vapour Trails, registrato in Grecia, con brani firmati coralmente da tutto il gruppo. La band sfodera una line-up di tutto rispetto: Steven Brown (voce, sassofono, clarinetto, tastiere), Blaine Reininger (voce, violino, chitarra, laptop), Peter Principle (basso, chitarra) e Luc Van Lieshout (tromba). E confeziona un altro saggio elegante del suo rock da camera, mescolando strumenti acustici, tastiere elettroniche e voci e influenze di ogni genere (come la famigerata muzak messicana, che Blaininger ricicla in uno spagnolo un po' improbabile nell'iniziale "Mucho Colores"). Particolarmente nitida l'influenza di David Bowie sulla suggestiva "Still Small Voice", mentre "Kubrick" è una sorta di omaggio ambient alla colonna sonora di "2001 Odissea nello Spazio". Le radici elleniche del disco emergono, invece, in "Big Olive", cantata proprio in greco su un incalzante battito funky e con stacchi di piano e ricami di chitarra sullo sfondo. Il tour de force jazz-funk di "Dark Temple" e la stregonesca litania techno di "Epso Meth Lama", infarcita di effetti e loop, segnano forse gli episodi più audaci e sperimentali di un album curioso, che forse avrebbe meritato un'accoglienza migliore.

Tuxedomoon - Steven BrownNel 2014, si rinnova il legame di Reininger e soci con il cinema, una corrispondenza d’affetti ormai consolidata e testimoniata anche dal sodalizio artistico di lunga data tra i Tuxedomoon e il regista bolognese Roberto Nanni (autore di “Conversazione con Derek Jarman” e “Fluxus”), con cui si sono ritrovati nella città delle Due Torri per dar vita al progetto “Voyage Around My Room”.
Pink Narcissus (2014) nasce invece con un intento leggermente diverso, ossia regalare una nuova veste musicale alla pellicola cult diretta da James Bidgood nel 1971, incentrata sulla storia di un omosessuale che si prostituisce. Un film che non ebbe vita facile sia per le difficoltà economiche a cui la sua produzione andò incontro sia per l’insoddisfazione cronica del regista.
L’incipit è affidato all’inconfondibile linea di basso, oscura e asciutta, di Principle, che assieme al violino di Reininger ordisce le trame sensuali di “Dorian”. Senza soluzione di continuità, in un fluire denso e piroclastico, si rincorrono le dubbate atmosfere noir di “Toreador del Amor”, in cui primeggiano i fiati incantatori di Brown, e il surreale interludio pianistico di “Vanity”. Il vessillo d’Oriente, immancabilmente screziato di venature jazz, sfoggia i suoi drappi arabeggianti in “Bombay Tension”, impregnandosi di badalamentiano mistero con i fumi oppiacei di “Body Parts” e con l’elettricità, distorta e onirica, di “Willie”. Ma il cambio di rotta è dietro l’angolo, scandito dal ritmo proto-drum‘n’bass di “Hassidic Pizza”, contraltare perfetto al sassofono schizofrenico di Brown, e perpetuato nelle visioni notturne di “The Storm”.
In Pink Narcissus, le rinnovate derive sperimentali dei Tuxedomoon sembrano ricongiungersi in un ménage à trois con i fregi avanguardistici appartenenti al passato della band (come non pensare a certi episodi di Holy Wars?) e con il “pop” gotico ed elegante dei Tones On Tail, formazione parallela di Daniel Ash e Kevin Haskins dei Bauhaus. Nelle battute conclusive, il dramma esperienziale del Narciso rosa si riaccende con la teatralità barocca di “Triumphant Procession”, per poi spegnersi definitivamente con il boato di “Reflection” e i singulti strozzati di “Back To Nature”, immersi in un rassicurante soundscape bucolico. “Applause”.

Nel 2016 i Tuxedomoon girano l'Europa con l'Half Mute Tour, portando sul palco la formazione storica per celebrare il loro album d'esordio. Nello stesso anno, però, devono subire un grave lutto: muore, infatti, a 63 anni, il loro storico tastierista e visual artist Bruce Geduldig.
Infine, sempre nel 2016, arriva la collaborazione con il duo elettronico londinese Cult With No Name (Erik Stein e Jon Boux) per un altro progetto a sfondo cinematografico: la colonna sonora per un documentario girato dal regista tedesco Peter Braatz su set del cult-movie di David LynchVelluto Blu”, e che è stato rieditato in una versione ricca di materiale video inedito. L’album si intitola Blue Velvet Revisited e richiama le magiche atmosfere noir del film, sublimate dalle musiche di Angelo Badalamenti.

Un'altra grave perdita colpisce la band nel 1987, con la scomparsa dello storico bassista Peter Principle, morto improvvisamente a Bruxelles, dove il gruppo stava preparando un nuovo tour. Ad annunciarlo sono i suoi ex-compagni in un breve post sul loro blog ufficiale, che si conclude con la frase "Siamo tutti scioccati. Le parole verranno più tardi". Le conseguenze del decesso sembrano essere legate a un malore fulminante, "probabilmente un infarto o un ictus". Peter Dachert, questo il suo vero nome, era nato a Queens il 5 dicembre 1954. Il caratteristico suono del suo basso è stato uno dei marchi di fabbrica dell'inafferrabile alchimia del gruppo californiano.

Contributi di Michele Chiusi ("Cabin In The Sky") e Davide Tucci ("Pink Narcissus")

Tuxedomoon

Paranoia da camera

di Francesco Nunziata, Claudio Fabretti

Capaci di combinare irruenza post-punk e orchestrazioni d'avanguardia, ambientazioni oscure e accenni pop, i Tuxedomoon sono una delle esperienze più originali scaturite dalla stagione wave. Un'avventura iniziata a San Francisco e proseguita in Europa
Tuxedomoon
Discografia
 No Tears (Ep, autoprodotto, 1978) 
Half-Mute (Ralph, 1980)

 

Desire (Ralph, 1981)

 

 Joeboy In Rotterdam (Backstreet Backlash, 1981)

 

 Divine (Operation Twilight, 1982)

 

Suite En Sous-Sol (Crammed Discs, 1982)

 

 A Thousand Lives By Picture (Ralph, 1983)

 

Holy Wars (Restless, 1985)

 

 Ship Of Fools (Restless, 1986)

 

 You (Cramboy, 1987)

 

 Pinheads On The Move (antologia, Cramboy, 1988)

 

 Ten Years In One Night (live, Play Boy, 1989)

 

Solve et coagula (antologia, Cboy, 1991)

 

The Ghost Sonata (Crepuscule, 1991)

 

 Half Moon (1997)

 

 Joeboy In Mexico (Opcion, 1997)

 

 What Use (Ep, 2002)

 

 Soundtracks/Urban Leisure (LTM, 2002)

 

 Live In St Petersburg (live, Acoustic, 2002)

 

 No Tears - Remixes & Originals (International Gigolo, 2003)

 

 Cabin In The Sky (Crammed Discs, 2005)

 

 Bardo Hotel Soundtrack (Crammed Discs, 2006)
 
 Vapour Trails (Crammed Discs, 2007)
 
Pink Narcissus (Crammed Discs, 2014) 
 Blue Velvet Revisited (con i Cult With No Name, Crammed Discs, 2016) 
pietra miliare di OndaRock
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