Twisted Sister

Make-up ridicolo contro cuori veri

di Tommaso Franci

I newyorkesi Twisted Sister sono tra i paladini del cosiddetto hard-rock/glam, ovvero una curiosa commistione tra potenza e melodia, auto-ironia e tragicità nichilista. Storia di un gruppo che ha sempre vissuto in bilico tra sincerità e caricatura

All'inizio degli anni Ottanta, eccezion fatta per coloro che rivoluzionarono reiventandolo il genere, la stragrande maggioranza dei gruppi metal mondiali seguiva ancora una delle due direttive che avevano caratterizzato il genere negli anni 70, confinandolo o facendolo confondere con l'hard-rock: la prima consisteva nell'enfatizzare decibel e ritmi hard-rock (rhythm and blues), la seconda nel fare ugualmente questo, ma a fini diversi, per esprimere cioè ulteriori significati da quelli soliti (sesso, droga e rock'n roll) dell'hard-rock. Per tutti gli anni 80, anche quando il metal con Iron Maiden e Metallica avrà trovato la sua vera e propria dimensione, rimarrà questo residuo hard-rock che troppo sciattamente dalla critica è stato considerato riportabile al metal.

I newyorkesi Twisted Sister (formatisi addirittura nel '73) furono né più né meno che una band hard-rock storicamente però considerata metal soprattutto per la confusione di classificazione del genere, che a vari livelli c'è stata per tutti gli anni '80 e continua ancor oggi (che l'hard-rock è ampiamente morto) quando ci si riferisce a tale periodo.

Sia per la qualità e potenza di certi brani, sia per la stravaganza di atteggiamenti e costumi, i Twisted Sister si distinsero subito dagli altri gruppi hard-rock/metal dell'epoca (Scorpions, Motley Crue e una miriade di altri), rendendosi riconducibili a quel non eccessivamente nutrito gruppo di hard-rocker/glam che ha i propri capostipiti in Alice Cooper e Kiss (entrambi di Detroit). Irriverenti quanto auto-ironici, da fumetto quanto da psico-dramma, Alice Cooper, Kiss e Twisted Sister (in ordine non solo cronologico, ma anche d'importanza) rappresentano la triade storica dell'hard-rock/glam. Hard-rock/glam significa potenza e melodia nella forma; comicità e auto-ironia mascheranti tragicità nichilista e autodistruzione nei contenuti. C'è in questi musicisti tutta la tristezza, malinconia e sconforto dei clown circensi; manifestate, come in quest'ultimi, in modo pletorico, grossolano ed eclatante.

La formazione classica dei Twisted Sister fu costituita da Dee Snider (classe '55) alla voce (un Robert Plant con la raucedine, e per questo molto più coinvolgente dell'originale), Eddie Ojeda e Jay Jay French alle chitarre (due maestri dell'hard-rock vecchio stile, capaci di conciliare riff rhythm and blues e doom sabbathiani), Mark Mendoza (ex-Dictators, gruppo garage/proto-punk e glam, dove suonò anche la chitarra dei Manowar, Ross The Boss) al basso, A.J. Pero alla batteria.

Nel 1982 uscì Under the Blade che può considerarsi uno degli album più violenti dell'anno. Su palco e su booklet, il gruppo scherza ed esagera con trucchi, maschere e parrucche dai gusti più truculenti e kitsch, ma in sala d'incisione c'è spazio solo per uno degli hard-rock act più tristi e violenti di sempre, tra Dictators (per la componente rock'n roll e burlona), Black Sabbath (per il colore predominante della musica: il nero) e Judas Priest (per i momenti più heavy). "What you don't know", "Run for your life", "Destroyer", "Under the blade" (soprattutto) sono i brani migliori, quelli più heavy, più anni 80 (metal) e meno 70 (hard-rock). Tributo a tutta la storia del genere (Kiss e Judas Priest su tutti) sia nei riff che nei testi, questa quadriglia di brani riesce tuttavia (per la potenza del suono e la voce, se non altro riconoscibile tra mille, di Snider) a essere originale e, cosa molto rara, pur (o proprio per) con tutto quel trucco e messa in scena, risultare sincera e vera. Storia di vita vissuta, insomma, che da sé sola imbastisce un indigeribile malloppo di disperazione, rassegnazione e abbandono che la violenza (per allora; dopo la Metallica-era potrebbe sembrare pop) del metal acuisce ed esacerba anziché stornare catarticamente. Si sente tutto l'amaro e la polvere dell'underground-male (cioè quello non artistico, vedi Sonic Youth, ma solo teppistico, vedi Lou Reed) newyorkese. Raramente Snider urla fuori-strofa e senza pronunciare parole, ma quando lo fa ci offre la parte migliore di sé.

Dopo You can't stop rock'n roll (1983) dove si può fin dal titolo apprezzare come i Twisted Sister riprendano sfacciatamente le retoriche più abusate del mondo-rock per esteriormente (con le loro maschere e oscenità) defraudarle di significato irridendole, e come poi usino queste per trasmettere un significato diretto ed esistenziale che è la tragica, truculenta, sopravvivenza nella giungla metropolitana, esce quello che è unanimemente considerato il miglior lavoro del gruppo: Stay Hungry (1984). Per nulla redenti i Twisted Sister, con uno Snider "senile" e particolarmente ispirato, si infischiano di tutto e tutti per dedicarsi a quello che preme loro: comunicare la propria, vera, squallida, irrimediabile, punk realtà. Negli anni in cui tutti i gruppi metal o erano veramente heavy oppure passavano al femmineo e stucchevole pop-metal o hair-metal che dir si voglia, i Twisted Sister, tornando alle origini più rock 'n roll e, sul versante metal, i Black Sabbath (i grandi rinnegati di inizio 80, con tutte le violente e velocissime mitragliatrici che ci furono in quell'anno), riuscirono ad accontentare un po' tutti. Orecchiabili e hard-rock, ma non per vendere o scendere al compromesso, bensì perché l'armonia era loro più congeniale per esprimere l'intimo sentimento di insipienza, muffa, male ineluttabile che li ha sempre accompagnati nei sobborghi newyorkesi. "Burn in Hell" è scorata, vissuta fin nelle barbe, mitologica in quanto imperniata di tutta l'epicità proletaria-fatiscente del quotidiano. L'iper-realismo è la dimensione dei Twisted Sister, glam solo per scherzo, ma che, quando si deve far sul serio, quando ci si deve raccontare, finiscono per presentarsi come tra i più irriducibili pessimisti e fatalisti urbani. "Street Justice", introdotta da coinvolgentissmi e avvolgenti riff chitarristici lascia spazio alla rabbia e al pianto di Snider e dell'accompagnamento strumentale: l'urlo è di attacco quanto di pietà, la solitudine definitiva, il malessere colante e deflagrante con tutta la sua petulanza. Opportunamente si considererà questo come il brano-manifesto dei Twisted Sister, a metà tra pianto e urlo, romanticismo e realismo, volgarità e intimismo.

"The Prince" è la ballata strappalacrime (peraltro perfetta nel suo genere) davanti a cui è sempre legittimo chiedersi se è bene che ci sia o meno. Tuttavia, visto quanto appena detto sulla sincerità e passionalità del gruppo, vista anche la qualità del brano sembra che, almeno in questo caso (e tanto più in quanto stiamo parlando di un gruppo quantomeno in bilico e sempre conteso tra hard-rock e metal) la risposta debba essere affermativa. Il brano può essere letto come la volontà di darsi da se stessi compagnia e incoraggiamento quando ciò non viene da nessun altro (in particolare dalla persona amata). "Don't let me down" trasporta un retorico tema AC/DC tra doom e atmosfere provenienti direttamente dai Black Sabbath (ma anche dai Blue Oyster Cult meno misticheggianti), scanditi con riff anche se mascherati riconoscibili come rock'n roll (merito dei chitarristi allo stesso tempo classici e originali). Il ritornello e il soffio al cuore non vengono mai meno: pur tenendo sempre presente il fatto che si tratta di canzoni "semplici" e "grossolane", come tutte quelle del genere hard-rock del resto, canzoni che si stampano nella memoria ma che se sopravvalutate, a meno di non essere menti-sciocche, nauseano e sanno di stupido. "The Beast" fa, nella stessa linea d'onda, anche meglio della precedente canzone, con un ritornello letteralmente irresistibile (si tratta della strofa che precede, in uno spiacevole accozzamento estetico, la molto pop-metal anni 80 ripetizione del titolo). "S.M.F." ugualmente riserva parti e colpi di coda sublimi, subito però rimangiati (ma non rinnegati) da ingenuità stilistiche e tecniche.

Più che una contraddizione è una compresenza quella che confina i Twisted Sister tra sacro e profano, bello e brutto, ricco e povero, forte e piano, originale e banale, futuro e demodé. Come out and Play (1985) e Love is for Suckers (1987) continuarono più o meno stancamente quel medesimo discorso tra il romantico e il ridicolo, l'impegnato e serio interiore, e fatiscente e caricaturale esteriore che, in altri modi e con altre sfumature, porteranno al più totale fallimento i pessimi gruppi glam/pop-metal di fine 80: basti pensare al sexy-metal dei Poison e al funk-metal degli Extreme.

Twisted Sister

Make-up ridicolo contro cuori veri

di Tommaso Franci

I newyorkesi Twisted Sister sono tra i paladini del cosiddetto hard-rock/glam, ovvero una curiosa commistione tra potenza e melodia, auto-ironia e tragicità nichilista. Storia di un gruppo che ha sempre vissuto in bilico tra sincerità e caricatura
Twisted Sister
Discografia
 Under The Blade (Secret, 1982)

6

 You Can't Stop Rock 'N' Roll (Atlantic, 1983) 
Stay Hungry (Atlantic, 1984)

7,5

 Come Out And Play (Atlantic, 1985) 
 Love Is For Suckers (Atlantic, 1987) 
 Big Hits And Nasty Cuts: Best Of Twisted Sister (Atlantic, 1992) 
 Live At Hammersmith (CMC, 1995) 
 Club Daze Vol.1: The Studio Sessions (Spitfire, 1999) 
 We're Not Gonna Take It! (BMG, 1999) 
 Still Hungry (Spitfire, 2004)) 
pietra miliare di OndaRock
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