Gli Ultravox sono una delle band fondamentali della new wave. Il loro sound futurista e decadente, figlio dell'elettronica pionieristica di Brian Eno e Kraftwerk, ha assorbito il profumo del glam-rock (David Bowie, Roxy Music) e gli umori del punk, aprendo la strada alla stagione del synth-pop e ai movimenti "new romantic", dei quali è peraltro rimasto sempre l'ineguagliato vertice. Al termine di una gloriosa (e sempre sciaguratamente sottovalutata) carriera ventennale, gli Ultravox potranno vantarsi di aver traghettato l'elettronica nella new wave e perfino nelle discoteche più "illuminate", di aver riportato in auge un melodismo di razza che non si ascoltava più dai tempi di Genesis, Bowie e King Crimson, e di aver dato voce all'angoscia esistenziale di una generazione che non si è mai riconosciuta nei vacui idoli degli anni Ottanta.
Due sono le stagioni in cui va suddivisa la storia degli Ultravox: quella sperimentale-robotica segnata dalla leadership di John Foxx (1974-1979) e quella più melodico-romantica che ha seguito l'avvento di Midge Ure. Entrambe, per motivi diversi, sono fondamentali.
L'era di John Foxx
Il primo nucleo degli Ultravox prende vita nei Tiger Lily, la band formata nel 1974 dallo studente del Royal College Of Art John Foxx (voce) e da Steve Shears (chitarra), reclutando tramite un annuncio su "Melody Maker" anche Warren Cann (batteria) e Chris Cross (basso). Questa line-up pubblica il singolo "Ain't Misbehavin'", quindi, nel 1976, prende il nome di Ultravox! (il punto esclamativo scomparirà negli anni 80), con l'innesto di Billy Currie (violino e sintetizzatore). Sotto contratto con la Island Records, la nuova band si fa apprezzare per il primo singolo, "Young Savage", e pubblica l'album d'esordio, prodotto con la collaborazione di Brian Eno e Steve Lillywhite.
Lo straordinario Ultravox! (1977) combina l'elettronica robotica dei Kraftwerk con l'atteggiamento violento del punk, melodie decadenti e riff di puro hard-rock. L'effetto è straniante, nella miglior tradizione del cabaret surreale ed espressionista in voga nel periodo. E non può non intravedersi la lezione del Bowie berlinese, che in quegli anni stava realizzando i suoi capolavori insieme allo stesso Eno. Il tema è quello di un futuro da "Cronache del dopobomba" (per ricorrere all'immaginario di Philip K. Dick): un futuro meccanizzato e terrorizzante, che sopprime la vitalità e annienta l'individuo. Qualcosa di molto simile, insomma, a ciò che oltre oceano, su versanti diversi della stessa new wave, andavano preconizzando Pere Ubu e Devo. Si spazia così dai sapori orientali del singolo "Dangerous Rhythm" all'elettronica nevrastenica di "I Want To Be A Machine", dal recitato alienante di "My Sex" all'anthem contagioso di "Wide Boys", fino al balletto robotico di "Saturday Night In The City" e al melodismo magniloquente di "Wild The Beautiful The Damned".
Foxx è l'algido dandy, il vocalist d'effetto di questo ensemble di androidi, ma dietro le quinte comincia a farsi strada il violino (oltre che il synth) di Billy Currie, destinato a divenire la vera anima del progetto. Sfortunatamente per loro, in questo periodo la musica britannica imbocca la strada del punk e la rivoluzione dei neo-romantici di Steve Strange è ancora lontana: la critica li snobba e dovranno passare molti anni prima dell'immancabile rivalutazione tardiva.
Nello stesso anno esce anche Ha! Ha! Ha!, trascinato dal romanticismo disperato di "Hiroshima Mon Amour", uno dei vertici espressivi di questa prima stagione. Il disco, sempre vicino allo spirito del punk ma più oscuro e malinconico, si regge anche sulla ripetività robotica di "Rockwork", sull'introduzione glaciale di "The Frozen Ones" e sull'incedere spettrale di "Man Who Dies Every Day". Tutti brani che ispireranno i lavori di Gary Numan, pioniere del synth-pop, e la carriera solista dello stesso Foxx.
Nel 1978 Shears viene sostituito da Robin Simon ed esce Systems Of Romance (1978), primo lavoro con la produzione di Conny Plank. Il disco fonde la visione art-punk del gruppo con un'elettronica asettica, sempre più lontana dall'uomo, e indica a Foxx la strada da seguire una volta abbandonato il gruppo a causa dei ripetuti contrasti con Billy Currie. Foxx, infatti, vuole addentrarsi su sentieri sempre più minimali, laddove Currie vuole sviluppare di più la musica e aprirsi maggiormente alle nuove tendenze che iniziano a prendere piede in Inghilterra (il fenomeno dei "New Romantics"). Nel complesso, però, Systems Of Romance sconfina in un manierismo barocco, capace di pochi sussulti (tra questi, la trascinante "Quiet Man" e la subola "Slow Motion").
Il disco si rivela un flop commerciale e spinge la Island a rompere il contratto con Foxx e Simon, che proseguono le loro carriere da solisti. Il primo, in particolare, raggiungerà il vertice formale della sua arte con il suo esordio, Metamatic (1980), su sonorità sempre più minimaliste e alienanti ("Underpass", "No One Driving"), e con l'ambizioso The Garden (1981), inno "pastorale" al cattolicesimo di Foxx, con due perle come "Europe After the Rain" e "Walk Away," che riscoprono gli strumenti acustici offrendo visioni di misteriosi mondi familiari. La carriera dell'ex-leader degli Ultravox proseguirà in tono minore nei successivi Golden Section (1985), con un bizzarro sound psichedelico-beatlesiano, In Mysterious Ways (1985), dai toni più romantici ("Stars on Fire," "This Side of Paradise") e Cathedral Oceans (1995), orientato verso sonorità simil-new age. From Trash (2006) è una interessante collaborazione con Louis Gordon.
L'avventura degli Ultravox sembra finita finché Billie Currie, in tour con i Visage di Steve Strange (gli autori di uno dei gioielli synth-pop degli anni 80, "Fade To Grey"), non incontra lo scozzese Midge Ure, cantante e chitarrista, componente dei Slick e dei The Rich Kids (con l'ex-Sex Pistol Glen Matlock). I due decidono di riformare la band, richiamando Cross e Cann. Il gruppo, che ora si chiama semplicemente Ultravox (senza punto esclamativo), firma con la Chrysalis Records.
L'era di Midge Ure
Nel 1979 il punk volge ormai al tramonto. I Blondie e i Cars hanno già lanciato nel mondo il disco-punk, variante ballabile e levigata del "no future" di Ramones, Clash e Sex Pistols. In Gran Bretagna cominciano ad affacciarsi i primi gruppi di synth-pop e di dark-punk. E si fa largo tra le nuove generazioni un umore più quieto e malinconico, destinato a pervadere gli anni 80. Gli Ultravox riescono a catturare lo spirito del decennio, sintetizzandolo in una nuova formula musicale. Per Midge Ure gli Ultravox sono "una rock band che usa il sintetizzatore". Nasce così un sound che farà dell'equilibrio tra sperimentazione elettronica e melodismo crepuscolare la sua chiave di volta. Sontuosi sintetizzatori, ritmi ossessivi, virtuosismi di violino e tesi assoli di chitarra ne saranno i principali ingredienti.
Il primo capolavoro di questo nuovo corso è Vienna (1980), che spopola in Europa grazie al fascino decadente della title track, primo pezzo degli Ultravox a entrare in classifica. E' una piece di pop sinfonico, magistralmente orchestrata da Currie, con il canto di Ure melodrammatico come non mai: il suo urlo "This means nothing to me" non vuole esprimere rassegnata indifferenza, ma il lamento per il passato perduto. A fruttare alla band un inaspettato successo commerciale sono anche l'elettropop ultraveloce di "All Stood Still", il synth-pop vigoroso di "Sleepwalk" (con un canto di Ure che può ricordare quello di Anderson in "Drama" degli Yes, con l'aggressivo battito di Cann e la deliziosa viola di Currie nel finale) e il refrain più convenzionale di "Passing Strangers". A ben vedere, però, è in altre tracce che va rinvenuto il valore dell'album. A cominciare dall'iniziale "Astradyne", sette minuti di elettronica sperimentale che riecheggia i tempi d'oro di Kraftwerk e Tangerine Dream, così come "Mr X", altro saggio di questo sound robotico che sembra provenire da "Man Machine": è la storia di un misterioso viaggiatore narrata da Chris Cross con registro glaciale su un lussureggiante tappeto di synth, con l'irruzione finale della viola di Currie.
Manifesto culturale del disco è invece "New Europeans", con la chitarra lacerante di Ure accompagnata dal battito ossessivo della batteria elettronica e dai ghirigori astratti delle tastiere, che lasciano spazio nel finale a un magnifico piano. L'Europa degli Ultravox è un continente corroso dalla decadenza, raffigurato con scenari glamour quasi hollywoodiani (stile "Julia"), ma capace di gettare uno sguardo inquieto sul futuro: "On a crowded beach/ washed by the sun/ He puts his headphones on/ His modern world revolves around the synthesizer's song/ Full of future thoughts and thrills/ his senses slip away/ He is a European legacy/ A culture for today" (da "New Europeans"). Musicalmente, Ure e soci compiono un'operazione inversa a quella portata avanti in quegli anni da Trevor Horn: non sovvertono le strutture della canzone pop, ma le convertono in un formato artistico, attraverso contaminazioni con l'elettronica (le tastiere) e la classica (il violino). A lanciare in orbita gli Ultravox nel circuito alternativo sono anche i loro meravigliosi video, ispirati a un espressionismo cupo e a un glam decadente nello stile di Bowie e Roxy Music. In Italia, sarà il benemerito Carlo Massarini, con il (mai troppo rimpianto) programma tv "Mister Fantasy" a farli conoscere al pubblico.
Rage In Eden (1981), ultimo album prodotto da Conny Plank, può vantare un solo hit, l'inno dai risvolti orwelliani di "The Voice", ma conferma gli Ultravox all'avanguardia del movimento elettro-rock dell'epoca, insieme ai connazionali Japan. "I Remember (Death In The Afternoon)" è una delle loro tipiche ballate decadenti: il drumming ossessivo di Cann asseconda l'andamento sinuoso delle tastiere di Currie, con la chitarra tesa e la voce metallica di Ure che accrescono il pathos, preparando l'ingresso a una partitura di piano di struggente bellezza.
Il disco è in realtà un incubo futurista, come testimoniano anche gli episodi più sperimentali: "Stranger Within", con la sua elettronica criptica e sinistra, "Accent On Youth", con il suo andamento claustrofobico, "Your Name (has slipped my mind again)", con il lamento mortifero di Midge Ure accompagnato dalle raggelanti tastiere di Currie e poi il breve, ma strabiliante intermezzo strumentale di "The "Ascent", con le tastiere e il violino di Billie Currie che si sfidano in un maestoso crescendo alla Schulze da lasciare senza fiato.
La critica del tempo è troppo impegnata a osannare Springsteen, Prince e compagnia, per accorgersi che gli Ultravox non sono solo l'ennesimo gruppo di synth-pop (come vengono superficialmente considerati), ma una band d'avanguardia, che maschera dietro qualche hit più commerciale ambiziosi intenti sperimentali.
La musica degli Ultravox si fa sempre più romantica con Quartet (1982), prodotto da George Martin e forte di un altro hit, la trascinante "Hymn", apologo pessimista su "potere e gloria". Il disco abbandona quasi del tutto le suite strumentali, per concentrarsi su un genere assai ricercato di "canzone elettronica". Nascono così altre gemme come la malinconica "Visions In Blue", con il synth di Currie mai così struggente, la disperata "Mine For Life", con uno dei migliori assoli di chitarra di Ure, e l'incalzante "When The Scream Subsides", che fonde sapientemente energia rock e vena melodica. Un certo manierismo vizia invece brani come "Reap The Wild Wind" e "Serenade", che conservano tuttavia una rarefatta eleganza. L'altro singolo "We Came To Dance" è invece un fiacco seguito dell'electro-glam di "Vienna". A risultare un po' monocorde, alla lunga, è la batteria elettronica di Cann.
Un anno dopo esce Monument: The Soundtrack, che raccoglie dal vivo otto brani più l'inedita "Monument" e dimostra soprattutto come Ure e compagni sappiano ricostruire nelle loro esibizioni live l'atmosfera delle registrazioni in studio.
Meno ricercato e più rock, Lament (1984) è l'ultimo grande disco degli Ultravox, che successivamente si perderanno per strada tentando perfino un'improbabile "conversione" acustica. L'album risente in minima parte di quella contaminazione con il folk celtico che Midge Ure tenterà di portare avanti nell'ultimo disco della band, U-Vox, e nei suoi lavori da solista. Ma a brillare è ancora l'epos romantico della band. Il melodrammatico singolo "Dancing With Tears In My Eyes" sfoggia una melodia accattivante ed è accompagnato da un videoclip ad effetto, che narra gli ultimi momenti d'intimità di una coppia prima che un'esplosione nucleare cancelli tutto. Il secondo singolo, "One Small Day", segna uno dei momenti più rock del periodo-Ure, insistendo su un refrain semplice e immediato. Gli Ultravox non dimenticano, però, di essere una band capace di colpire al cuore l'ascoltatore, come confermano i due capolavori del disco: la title track "Lament", una struggente litania intonata da Ure su uno sfondo di tastiere crepuscolari, e la commovente "Man Of Two Worlds", una impennata melodica impreziosita dagli stupendi vocalizzi femminili in gaelico di Mae McKenna. "White China" e "Heart Of The Country" sono due gradevoli saggi di pop elettronico, ma non aggiungono granché al repertorio della band. Un repertorio che nello stesso anno viene sintetizzato in The Collection, antologia dei singoli del periodo post-Foxx (1980-'84), contenente anche l'inedita "Love's Great Adventures".
Il batterista Warren Cann abbandona la band nel 1986. I tre superstiti ingaggiano così Mark Brzezicki dei Big Country per terminare le registrazioni di U-Vox. L'album, però, delude oltremodo le attese, virando verso uno scialbo folk-rock dal messaggio vagamente cristiano. L'antimilitarista "All Fall Down", registrata insieme ai Chieftains, regala forse le uniche emozioni, mentre la più classica "Follow Your Heart" non fa che aumentare i rimpianti per il passato. Gli Ultravox sono arrivati al capolinea e si sciolgono un anno dopo.
La diaspora
"Ho lasciato la band perché non ero più felice, anche se eravamo ancora piuttosto popolari - racconterà Midge Ure -. E' stato difficile. Non potevo uscire e riprodurre il suono degli Ultravox, ma capire cosa volevo dire in base alle mie sensazioni. Mi ci è voluto del tempo". L'ex cantante degli Ultravox intraprenderà una non esaltante carriera solista in quattro album: The Gift (1985), lanciato dallo stucchevole singolo "If I Was"; Answer To Nothing (1988), con la partecipazione di Kate Bush e l'ode religiosa "Dear God"; Breathe (1996) con l'exploit della title-track, trasformata in hit da uno spot pubblicitario; e Move Me (2000), all'insegna di un pop pomposo e fatuo, con l'unica eccezione di "Monster". In mezzo, ci sarà la collaborazione con Mick Karn dei Japan nella suggestiva "After A Fashion".
Oltre alla militanza negli Ultravox, il principale merito di Ure resterà l'aver ideato insieme a Bob Geldof il più grande evento musicale degli anni Ottanta, Live Aid, preceduto dal singolo per beneficenza "Do They Know It's Christmas?" (realizzato da una superband con, tra gli altri, Paul McCartney, Sting, Bono Vox, Phil Collins, George Michael, Boy George, Eurythmics, Duran Duran e Spandau Ballet).
Nel 1993 Currie riassume il controllo del gruppo e Tony Fennell prende il posto di Midge Ure, ma Revelation è un flop. Due anni dopo Currie forma una nuova line-up per Ingenuity, con Sam Blue alla voce e Vinny Burns alla chitarra, portando avanti anche un tour, testimoniato dal live Future Picture(1995). Ma degli Ultravox, ormai, è rimasto solo il nome. Currie si dedicherà poi al suo primo progetto solista, Transportation (1998), interamente strumentale, in collaborazione con Steve Howe, l'ex chitarrista di Yes e Asia.
Epici e decadenti, eleganti e malinconici, gli Ultravox hanno colorato la new wave delle tinte astratte dell'elettronica, riuscendo a umanizzarla grazie a un formidabile talento melodico e a composizioni tanto lambiccate quanto emozionanti. Insieme ai Japan di David Sylvian, hanno raggiunto le vette più alte del rock elettronico targato anni Ottanta.

