U. S. Maple

U. S. Maple

Aspri brividi dal mondo del blues

di Gianfranco Campolongo

I conati vocali di Alan Johnson, le nervose contrazioni chitarristiche di Mark Shippy e Todd Rittman, i corroboranti impeti percussivi di Pat Samson e Adam Vida: gli Us Maple erano tutto questo e molto di più. Ripercorriamo la loro fulminante esperienza, perfetta incarnazione di quel fenomeno che andava sotto il nome di "Now Wave"
Sono in pochi a ricordarselo, il blues in origine non era certo una musica d'intrattenimento. Quella che oggi è stata edulcorata da legioni di chitarristi, da Clapton in poi, è nata come musica non solo sofferente e dolorosa, ma anche dissonante e di difficile ascolto. Le cosiddette blue notes, gli intervalli che contraddistinguevano le scansioni in 12 battute, suscitarono nel grande pubblico lo stesso timore che provò la mia generazione (quella cresciuta negli anni di Duran Duran e Spandau Ballet) mettendo sul piatto "Confusion Is Sex".
Musica stonata (così veniva definito il blues in Italia), chitarre lancinanti, vocalizzi sgraziati e incomprensibili. Questo era il blues primordiale, ed è a questa scuola che attinsero in varie epoche musicisti come Captain Beefheart, Tom Waits, Oxbow, Old Time Relijun.
E naturalmente i chicagoani U.S. Maple.

Nati dalle ceneri degli Shorty per volontà del cantante Al Johnson e del chitarrista Mark Shippy (cui si unirono per l'occasione il chitarrista baritono Todd Rittmann e il batterista Pat Samson) gli U.S. Maple sono la perfetta incarnazione di quel fenomeno che andava sotto il nome di Now Wave. Il loro approccio delirante e decostruzionista è senza dubbio quanto di più vicino allo spirito arcaico del blues si possa immaginare. Un sound fatto di aritmie e scansioni nervose, chitarre taglienti, vocalizzi cantilenanti e testi non sense.

Basta poco ai quattro per farsi notare dalla Skin Graft Records che nel 1995 dà alle stampe il loro primo 7'' Stuck/When a man says “OW”! Una vera e propria cascata di chitarre disarmoniche immolate alle contorsioni di Arto Lindsay e alle geometrie arzigogolate del primissimo Mark Ribot, su cui staglia un canto irriverente e ironico figlio del cabaret dei Pere Ubu e dell'hard-rock degli Ac/Dc.

Pochi mesi dopo esce Long Hair In Three Stages, che approfondisce le intuizioni del singolo accentuando la vena improvvisativa e free della band. Jim O'Rourke in cabina di regia aiuta i quattro a esprimersi al meglio, disseminando piccole trovate lungo tutto l'album, ma ad emergere con forza dalle 10 tracce è il talento visionario dei Maple tutti. Sin dall'iniziale "Hey King" il sound della band aggredisce l'ascoltatore lasciandolo attonito. Il brano parte con un ritmo sghembo e claudicante, su cui le chitarre rantolano e si contorcono, per poi esplodere in tutta la sua forza con un'andatura trascinante che stordisce e disorienta. Al Johnson ulula fonemi incomprensibili, mentre il drumming agile ed essenziale di Samson si ostina a cercare ordine e senso ritmico in un impasto che ricorda da vicino le orge voodoo di Ornette Coleman e Albert Ayler.
Nel disco, eccezionale dal primo all'ultimo minuto, svettano la sorniona "Aplomado", impreziosita dalla tromba di Thymme Jones, e la strumentale "Lady To Bing", mentre "Northwad" anticipa quel processo di destrutturazione sonica che avrà il suo vertice nel successivo Sang Phat Editor. La sostanza del suono è indubbiamente blues, gli accordi, le scale, per quanto trasfigurati, denunciano un'attenzione quasi maniacale al rispetto del canovaccio, seppur in una forma decisamente postmoderna. Lo si percepisce chiaramente in "Letter To ZZ Top", che vede Shippy impegnato in successioni di accordi di chiara matrice southern. E nella già citata "Lady To Bing", che riesuma il Beefheart di "Trout Mask Replica".

La logica perseguita dai Maple non è distante da quella elaborata dai primissimi Sonic Youth, una musica avventurosa e “avant” nella sostanza, ma rivestita di umori rock. Con gli U.S. Maple la Now Wave raggiunge la sua massima espressione. Il sound decadente e morboso della gioventù sonica è sottoposto a un ulteriore processo di frammentazione, anche gli ultimi residui di significato presenti nella musica dei newyorkesi vengono definitivamente spazzati via in favore di un mood patafisico e privo di ogni referente.

Il capolavoro era ormai nell'aria e arriva nel 1997, con Sang Phat Editor. La registrazione è nuovamente affidata al guru di Chicago e la sostanza sonora raggiunge il perfetto equilibrio tra sperimentazione e umori blues. Le chitarre si sono fatte ancor più aspre e spigolose, il cantato di Johnson è ormai un incomprensibile agglomerato di emissioni vocali, un improbabile incrocio tra un rituale pagano e un trip allucinogeno andato a male. Ma la vera novità del disco risiede semmai nell'annullamento definitivo della scansione ritmica, che rappresentava l'ultimo elemento “musicale” nel flusso sonoro dei quattro.
Per dirla alla maniera di McLuhan, con Sang Phat Editor lo “strumento” diventa “impedimento”, amputazione. Le chitarre e i tamburi non sono più gli attrezzi mediante il quale l'uomo porta a termine il suo compito, ma un ostacolo che assoggetta il senso alle sue caratteristiche, rendendo impossibile l'atto di comunicazione.
Gli U.S. Maple rappresentano meglio di qualunque altra band l'incomunicabilità e l'ansia di incomprensione del genere umano tutto. L'angoscia di una esistenza trascorsa a recitare la propria la vita in un mondo materiale che si rivolta contro i propri creatori.
Le chitarre inciampano su se stesse, la batteria sprofonda nelle sabbie mobili, la voce rimane intrappolata nella gola di Johnson. Quella degli U.S. Maple è una musica “impossibile”, una brutale messa in scena del drammatico divario tra spirito e corpo, potenza e atto, desiderio e realtà, significante e significato.
L'album contiene brani memorabili come "Missouri Twist", mirabile esempio di futurismo blues, con la batteria singhiozzante di Samson che alterna timide parvenze metriche a momenti di puro caos delirante. Le chitarre non avevano mai suonato così bene, il latrato di Johnson è un conato vocale che (pur mantenendo un'impronta vagamente sarcastica) ha perso il carattere ironico per farsi pura desolazione. "Mountain Top" vede la partecipazione dei Flying Luttenbachers, che per pochi secondi trasformano nella consueta esplosione jazzcore un brano tutto dissonanze e stridori, mentre in "La Click" Fred Lohnberg-Holmes e Julia Pomerlaugh forniscono un incipit al vetriolo che porta il brano su territori limitrofi alla classica contemporanea. "Songs That Have No Making Out" si trascina angosciosamente per due minuti prima di sfociare in un epilogo fatto di scricchiolii bisbigliati e sgraziati cigolii (una sorta di musica concreta per strumenti musicali).
Il finale è a dir poco maestoso: "Through With Six Six Six" e "Home It's Ok", aritmie morbose, silenzi estenuanti, esplosioni atonali e sconnesse, brani in cui accade tutto e i contrario di tutto (qua e là spunta anche un banjo, straziato nel marasma informe di battiti e miagolii).

Nel frattempo la band inizia a farsi notare in tutto il mondo anche per le sue esibizioni, che ne consolidano la fama di gruppo atipico e irriverente, con live piacevolmente ironici (ricchi anche di momenti d'intrattenimento) ma sempre brutalmente incisivi.

Raggiunta la perfezione formale con Sang Phat Editor, gli U.S. Maple decidono di riconciliarsi col formato-canzone. Questo percorso inverso, che richiederà sei anni di lavoro prima di potersi dire concluso, inizia con un netto cambio di rotta. Viene licenziato Jim O'Rourke, produttore dei primi due album e si chiude il rapporto di collaborazione con la Skin Graft.
Per Talker, del 1999, Johnson e soci si affidano a Michael Gira (ex-Swans) e Martin Bisi, rispettivamente produttore e ingegnere del suono, mentre sarà la Drag City a dare alle stampe il terzo capitolo della loro saga. Lo scarto rispetto ai precedenti è evidente, Talker è permeato da una fosca atmosfera noir. La registrazione e più “focalizzata” e meno debordante. I suoni sono complessivamente più ordinati e anche il songwriting si è fatto più pacato.
Non si può ancora parlare di svolta, giacché il disco rimane saldamente ancorato al formato febbricitante che aveva contraddistinto i due precedenti lavori, ma c'è senza dubbio una palpabile volontà di giocare di sottrazione, dire meno e meglio, e soprattutto di avvicinarsi a un formato vagamente pop. Le composizioni sono le più belle di sempre.
L'iniziale "Bumps and Guys" parte silenziosa per deflagrare in un crescendo da brividi. La voce si assottiglia ulteriormente, i pezzi vengono oramai sibilati, espettorati. Le chitarre da taglienti e nervose diventano più aperte, meno ruvide e più brillanti, in netto contrasto con il buio circostante. La batteria di Samson non sporca più il flusso rendendolo deforme e incoerente, ma sparge pulviscolo disordinato qua e là senza aggredire. Le geometrie sono in sostanza le stesse, ma a mutare è l'atteggiamento complessivo della band, meno iconoclasta, più d'atmosfera. Lo testimoniano "Apollo", "Don't You Crust?" e "Breeze It's Your High School", ritmicamente più regolari e meno convulse.
Il sound cerca di svincolarsi dal cliché del blues decostruzionista in favore di un feeling più “umano”. Non mancano episodi più tipici, come "Go To Bruises", "Stupid Deep Indors" e la conclusiva "So Long Bonus", che rievocano lo spirito malato dei bei tempi, ma nel complesso Talker ha il merito di saper approfondire le tematiche care ai Maple e di introdurre nuove intuizioni.

Questo percorso di redenzione viene portato a compimento due anni dopo con Acre Thrills. L'approccio è decisamente mutato, le tenebre si sono diradate e la band acquista un vigore inaspettato. Lo si capisce sin dall'iniziale (e incantevole) "Ma, Digital". Figure ritmiche frammentate e delicate, brevi stralci melodici si incastrano e interagiscono con una leggerezza impressionante. La composizione è continuamente in bilico tra ordine e caos. La batteria entra ed esce dal registro ritmico. Ripete piccole frasi in controtempo, segue il flusso, lo rallenta per poi riallinearsi agli altri strumenti. Il modus operandi è quello di Storm & Stress e San Agustin, la musica non assume più i connotati lugubri del passato, ma diventa vivace e colorata.
Il flusso sonoro si fa coerente e regolare, appaiono ritmi e metri convenzionali (addirittura un classicissimo 4/4!) i brani si fanno garbati e leggeri. Il canto di Johnson si attesta su registri quasi soul, ammorbidendo l'indole stralunata, ma mantenendo intatta la capacità suggestiva. Shippy e Rittmann imbastiscono i soliti duelli cacofonici, ma con un feeling nuovo, fatto di tonalità tenui e sommesse. In poche parole, una vera e propria rinascita. Composizioni come "Open A Rose" e "Troop And Trouble" scioccano con la potenza evocativa di sempre, ma con una grazia e una leggerezza notevoli.
Acre Thrills è un disco entusiasmante, che apre scenari inediti per la band. Non solo sperimentazione, dissonanze, teatro dell'assurdo, ma per la prima volta anche soul, ritmo, melodia. Ovviamente, non ci si aspetti un disco degli Smiths, il salto di qualità è netto rispetto al passato, ma la band è ancora la stessa e per quanto rinnovata e ammorbidita, rimane sempre caustica ed esplosiva.

Subito dopo la registrazione di Acre Thrills, Pat Samson lascia la band. Il suo sostituto sarà Adam Vida, batterista ben più convenzionale che contribuirà in modo determinante al definitivo avvicinamento della band alla musica pop. Con la nuova formazione viene registrato Purple On Time, che esce nel 2003 ed è a tutt'oggi l'ultima uscita del gruppo. E' un album decisamente al di sotto dello standard cui eravamo abituati, non un brutto disco, ma complessivamente meno ispirato e privo di smalto.
Il “passaggio di stato” sembra aver giovato al combo, che si trova perfettamente a suo agio con registri più classicamente rock, ma il mood vibrante che aveva contraddistinto le uscite precedenti sembra essersi perso. Non è un probabilmente un caso che il gruppo si sia preso un periodo di pausa (che dura da cinque anni ormai) per riprendere le fila del discorso.
Purple On Time è quello che si definisce un disco di transizione, ben concepito e realizzato, ma poco incisivo nel complesso.

Difficile ipotizzare quali saranno gli sviluppi dell'epopea U.S. Maple, voci di corridoio sostengono che da qualche mese la band abbia ripreso a suonare con la formazione originaria. Il sito della Skin Graft parla di una fantomatica session di registrazione che doveva avvenire in gran segreto, ma che è stata annullata poche ore prima da uno dei quattro.
Pare inoltre che la band stia lavorando a un Dvd che dovrebbe raccogliere materiali live dei vari periodi. Speriamo non si tratti di un epitaffio.

U. S. Maple

Aspri brividi dal mondo del blues

di Gianfranco Campolongo

I conati vocali di Alan Johnson, le nervose contrazioni chitarristiche di Mark Shippy e Todd Rittman, i corroboranti impeti percussivi di Pat Samson e Adam Vida: gli Us Maple erano tutto questo e molto di più. Ripercorriamo la loro fulminante esperienza, perfetta incarnazione di quel fenomeno che andava sotto il nome di "Now Wave"
U. S. Maple
Discografia
 Long Hair In Three Stages (1995, Skin Graft)

7

Sang Phat Editor (1997, Skin Graft)

9

Talker (1999, Drag City)

8

 Acre Thrills (2001, Drag City)

7

 Purple On Time (2003, Drag City)

6

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