Vektor

Vektor

Il futuro nero del thrash metal

di Antonio Silvestri

La band statunitense che ha saputo sintetizzare trent'anni di thrash-metal, raccontando di scenari cosmici distopici e visionari in composizioni avventurose, elaborate e stilisticamente imprevedibili
Anthrax, Megadeth, Metallica e Slayer sono i quattro nomi più conosciuti e celebrati della lunga epopea del thrash-metal. Il terzo di questi nomi ha conosciuti negli anni 90 una tale esplosione di celebrità che è diventato familiare per un pubblico trasversale, molto più ampio delle cricche di metallari sparse per il mondo. E mentre Anthrax e Megadeth rimangono punti di riferimento imprescindibili per ogni ascoltatore di suoni estremi che si rispetti, solo gli Slayer, forti dell'aura mitica che circonda il loro capolavoro assoluto, "Reign In Blood" (1986), possono reclamare un qualche posto nell'immaginario popolare dei rocker.

Quando nel 1990 inizia il più importante tour della storia del thrash-metal, il "Clash Of The Titans", troviamo impegnati proprio i nomi citati in apertura, esclusi dei Metallica che avrebbero a breve abbandonato i suoni più duri. Durante le varie emanazioni del tour, europee e americane, spicca anche il nome dei Testament, altra istituzione del thrash-metal statunitense, e fa riflettere quello degli Alice In Chains, all'epoca impegnati nella promozione dell'esordio "Facelift". Il tour, che tocca anche Firenze e Milano nel mese di settembre, è probabilmente il momento di massima esposizione del thrash-metal. Già nel 1991 la situazione è profondamente cambiata: i Metallica pubblicano il loro bestseller senza titolo, virando verso un sound meno estremo e veloce; nel 1991 il grunge diventa con "Nevermind" dei Nirvana un fenomeno che segna la cultura popolare in modo indelebile e spinge i gruppi di Seattle nei negozi e nelle classifiche. Il momento di notorietà del thrash-metal nella pop culture è quindi fatalmente passato e non tornerà mai più. 

Negli ultimi anni del millennio il metal è sempre presente, ma in versioni che poco hanno a che fare con la furiosa velocità, le tematiche e le peculiarità stilistiche del thrash-metal. Fra i nomi che attraggono un ampio pubblico ci sono Tool, Rage Against The Machine, Nine Inch Nails e alcune formazioni grunge che dialogano con i suoni più duri, come i Soundgarden e soprattutto gli Alice in Chains, la stessa band che nel 1990 divideva il palco con le leggende thrash. Dopo il successo del nu-metal e l'ascesa di espressioni sonore ancora più estreme come il death-metal e il grindcore, lo spazio per il thrash-metal negli scaffali dei negozi e nelle classifiche si è andato riducendo sempre di più. 

Esiste tuttavia una realtà che, pur senza mai giungere al mainstream, neanche fugacemente, ha saputo indicare una via diversa, una traiettoria alternativa al thrash-metal che si è dimostrata molto più feconda rispetto alla strada maestra di Metallica e soci. Si può rintracciare così un filo conduttore che parte da "To Mega Therion" (1985) dei Celtic Frost e "Killing Technology" (1987) dei Voivod e si articola in band e album che propongono una musica estrema che sappia descrivere mondi alternativi, sviluppare punti di vista filosofici, incorporare sperimentazioni ardite, riproporre l'ambizione compositiva del più elaborato rock progressivo. Un intero mondo di technical-thrash-metal e progressive-thrash-metal che ha annoverato al suo interno formazioni importanti per tutta la musica estrema come Coroner, Toxik, Mekong Delta, Watchtower, Obliveon e Believer. Una musica spesso ostica da suonare e impegnativa da ascoltare, che rappresenta l'altro lato del thrash-metal, quello che non è tornato ai midtempo e all'orecchiabilità, come invece han fatto i Metallica del "Black Album" o i Megadeth di "Countdown To Extinction" (1992). A questa compagine underground, incompromissoria e estrema e al thrash-metal ormai dimenticato dal mondo della musica celebre appartengono gli statunitensi Vektor.

Experimental universe designed to destroy itself

vektortext1Nel 2002 David DiSanto fonda in Arizona i Vektor. Compone e suona da solo, trascinando nel suo progetto vari musicisti che, tuttavia, si riveleranno solo di passaggio. Dopo tre demo inizia a prendere corpo la formazione definitiva della band, quella in cui oltre a DiSanto (chitarra e voce) troviamo Erik Nelson (chitarra), Blake Anderson (batteria) e Frank Chin (basso). Questo è il quartetto che registra e pubblica nel 2009 il fulminante esordio Black Future. L'opera propone un thrash-metal molto elaborato, incline a lunghe parentesi strumentali e capace di far tornare alla mente, a seconda dei momenti, i classici di Slayer, Metallica, Sadus, Sodom, Exodus e Kreator. Oltre a queste fonti di ispirazione, le grida strozzate di David DiSanto, unite alle scariche ritmiche di Blake Anderson, consentono frequenti accostamenti all'estetica black-metal.

Superando i 68 minuti totali, Black Future si candida come uno degli album più lunghi del thrash-metal, orientato solitamente a fermare le lancette ben prima dello scadere dell'ora. Cosa ancora più atipica, l'opera contiene ben tre brani che superano i dieci minuti, uno dei quali sfonda anche il muro dei 13. Si potrebbe facilmente tacciarlo di prolissità, se non fosse un raro esempio di thrash-metal in grado di affiancarsi ai classici degli anni 80 e 90.

La title track è l'ideale sintesi di geometrie da capogiro e aggressività che il genere ha sperimentato lungo la sua lunga storia. Un assalto che fonde tecnica chirurgica con irruenza, un tour de force strumentale che quando si concede un rallentamento lo fa accompagnandolo alle urla lancinanti di DiSanto, echeggianti in un universo ostile e distopico. Sin da subito, infatti, è evidente la dimensione cosmica della formazione, le proporzioni ciclopiche della loro musica e le ispirazioni intrise di cosmic horror dei testi. La catastrofe che ci attende non è una guerra nucleare o una pandemia sconosciuta, quanto l'intervento di forze sovrumane degne di un Lovecraft che ha imbracciato la chitarra elettrica. D'altronde, il brano suona come un manifesto estetico e si apre con versi minacciosi quali:
Energetic pulse rippling out from our world
an undead galactic master sleeps within a sub-spatial realm
d
ark waves traverse the astral plane, the demonoid awakes
n
ebular projections pierce the fabric of space
t
he anti-being comes through
black future!
La successiva "Oblivion" è un labirinto di variazioni strumentali, accelerazioni assassine e assoli turbinanti, mentre il canto interviene con acuti luciferini capaci di mutare in feroci ruggiti. "Destroying The Cosmos", aperta da rintocchi desolanti in una nuba psichedelica, riporta alla mente la mini-suite dei Metallica, pur esasperata fino a diventare irrequieta e schizofrenica, visionaria e imprevedibile.
Quando i tempi si dilatano la formazione dà il massimo, come si ascolta bene in "Forest Of Legend", dieci minuti e mezzo degni di un'antologia del metal del periodo. L'apertura folk-metal, misteriosa nel suo incedere saltellante, anticipa un'esplosione di intrecci vertiginosi, tessiture melodiche ed entusiasmanti scariche dinamitarde. Fra le pieghe affiora anche una poetica della disperazione e della desolazione. Gli ultimi due minuti sono quelli dove il lato emotivo si unisce e si fonde perfettamente a quello efferato, come a ritrovare il sentimento al centro del sangue della battaglia. La lunga coda diventa così il modo per esprimere, oltre a ferocia e geometrie pirotecniche, un più profondo connubio fra violenza ed emozione. Gli ultimi versi rivelano una chiara impronta letteraria fantasy, pur virata al nero:
A strange world thrives on a floor of decay,
from broken rubble, breaking through the fray...
A forest!
Un nuovo assalto, "Hunger Violence", altre composizioni inquiete e schizofreniche ("Deoxyribonucleic Acid") e la ferocia di "Asteroid" portano alle due maestose composizioni conclusive. "Dark Nebula" tradisce sin dal titolo la chiara ispirazione cosmica: 10 minuti e mezzo aperti da un synth, prima di lanciarsi in assalti devastanti e danze in tempi dispari e sciogliere la tensione in una folata di psichedelia galattica quando siamo al quinto minuto. Frammentata in blip alieni, la composizione si ricostruisce a partire da melodie chitarristiche che aprono a un momento sinfonico solo in un secondo momento impreziosito dalla voce. Un passo ska, un assolo insolitamente orecchiabile e dolcezze prog-rock si susseguono nell'inaspettatamente serena coda.
Fosse necessario, tuttavia, ridurre l'intero lascito dei Vektor a una sola composizione, questa sarebbe "Accelerating Universe", uno dei capolavori del metal del periodo. Si apre con una cavalcata maestosa, bignami della potenza del thrash-metal, prima di ritrovarsi gettati a capofitto in un angosciante abisso dalle sfumature black-metal dove DiSanto snocciola i suoi versi alternando un timbro minaccioso e posseduto con acuti da rapace, luciferini. Pur procedendo inarrestabile, il brano sembra sempre più sul punto di sfaldarsi, come se le sue geometrie labirintiche, i vortici ritmici, l'arsenale di riff mutanti che lo tempestano dovessero necessariamente sovraccaricarlo fino a farlo esplodere, collassare, frantumare in quanto vittima della sua stessa struttura incorreggibile. Al contrario, la composizione è un magistrale meccanismo che disorienta l'ascoltatore senza disperdere la propria carica e amministrandola in slanci melodici ed epici. Al quarto minuto viene presentato il "tema" portante della composizione, prima che si avvii un defaticamento che ingloba entusiasmanti fantasie folk-metal al suo interno. Rallentando e diradandosi, il brano sembra quasi acquietarsi al quinto minuto, quando con un fantastico colpo di scena imbastisce una melodia epica di chitarra, esplodendo in una fantasia strumentale che sfuma su droni cosmici. Al settimo minuto fluttuiamo fra le galassie, in un clima tanto affascinante quanto misterioso, quando lontani rintocchi di chitarra ci riportano alla realtà: dolcezze psych-rock degne dei Pink Floyd e una commovente melodia folk traghettano fino alla fine del nono minuto. Ritornati nel turbine thrash-metal, riproposto il tema portante, ripetuta la parentesi tinta di black-metal, si può finalmente incanalare l'energia inesauribile del brano in una sfuriata che al dodicesimo minuto sintetizza l'intera composizione: prima una scarica annichilente di thrash/black, poi una chitarra timida sullo sfondo a dettare una linea melodica e dunque una gloriosa esplosione epica. Si chiude con l'ultima riproposizione del tema, un pirotecnico rallentamento e l'ultimo, liberatorio fendente di chitarra che riecheggia nel vuoto. Anche questa volta il testo è pieno di immagini da cosmic horror:

Obscure flickers in the distance,
These lights blinked out of existence.
Dying systems pulled through a void,
Experimental universe designed to destroy itself

Unknown destination

vektortext2Dopo un esordio tanto complesso, l'attesa per il secondo album si carica di aspettative e preoccupazioni. La paura è quella di un compromesso che riduca la ricchezza stilistica della band e la allinei ai tanti epigoni del thrash-metal classico. Outer Isolation (2011, riedito nel 2013) è un'opera più breve, che supera di poco i 50 minuti, ma più variegata: aumentano decisamente le dosi psichedeliche, si palesano escursioni compositive prog-metal. L'unico brano sopra i dieci minuti è l'opener "Cosmic Cortex", aperta nell'ormai familiare clima di mistero e poi sospinta, di accelerazione in accelerazione, in una esaltante corsa a rotta di collo dove DiSanto riesce a cantare in un modo se possibile più estremo che sull'esordio, alternando un growl malsano con acuti agghiaccianti. Nel finale il rallentamento porta a percepire quasi in modo fisico una vertigine angosciante, esaltata dalle urla dannate e dalla solita maestria nella gestione della sezione ritmica.
Quando anche rallentano, i Vektor non suonano meno devastanti, come ben dimostra "Echoless Chamber", che fra il primo e il secondo minuto costruisce un meccanismo sonoro devastante: mitragliate ritmiche, urla assordanti e tempi dispari per uno dei frangenti più entusiasmanti della carriera. Quando tornano a un thrash-metal più tradizionale, sono allievi che possono rivaleggiare con i maestri, come ben dimostra "Tetrastructural Mind": doppia-cassa da ovazione, grido che cita "Angel Of Death" degli Slayer, aperture melodiche folk-metal. La strada che porta al psych-rock viene percorsa in entrambe le direzioni in "Venus Project", che spazia dal thrash-metal a una marcetta allucinata, si rilassa in un prog-rock aristocratico e ritorna alla potenza metallara per un assalto finale. Risulta comunque più innovativa "Fast Paced Society", dilaniata dalle accelerazioni, iniettata di jazz, segnata da strani esperimenti sui timbri vocali, caratterizzata da una inquietudine che la pone in cima al podio dei loro brani più schizofrenici.
A chiudere l'opera, la title track: fendenti doom e psichedelia in apertura che portano a una nuova cavalcata, questa volta colorata da alcuni sprazzi fulminei che rievocano il grindcore più estremo e l'irripetibile esperimento degli Othrelm di "OV". Al quinto minuto ci troviamo catapultati nella confessione di una creatura notturna, con un assolo neoclassico che trasporta in un paesaggio lunare. Al settimo minuto questa creatura-mostro ritorna con la sua orribile voce da incubo, anticipando un finale di un'intensità impressionante.

Outer Isolation conferma la caratura della band, pur non replicando il mezzo miracolo dell'esordio. Riesce, soprattutto, a far inquadrare i Vektor sempre più come una band ultra-tecnica di metal estremo, invece che una semplice emanazione thrash-metal. 

Recharging the void

vektortext3Dopo quasi cinque anni di silenzio, Terminal Redux vede il quartetto statunitense dinanzi a una sfida, quella di emanciparsi sempre di più dal suono dell'esordio. Sostenuti da un concept spaziale con spunti da rock-opera, i Vektor speziano la loro narrazione cosmica e distopica a base di metal estremo con alcune sostanziali novità: più varietà nel canto, aumento modesto degli elementi melodici, accelerazioni frenetiche che portano più spesso in territori grindcore.
L'apertura è affidata a "Charging The Void", nove minuti nello stile di "Black Future" che tuttavia sorprendono chi già li conosce con cori soul nella parte finale. "Cygnus Terminal" (otto minuti) opta per un passo più lento e per esplosioni al posto delle raffiche supersoniche: le chitarre si arrampicano, supportate dai ritmi non lineari che sospingono le escalation drammatiche della voce. La melodia è utilizzata per descrivere paesaggi cosmici, ammantando il brano di un mistero ben trasposto in strutture difficili da prevedere. Il trittico iniziale si conclude con "LCD (Liquid Crystal Disease)", senza che lo spettro di Black Future sia stato sostanzialmente fugato.
A seguire, con "Ultimate Artificier", "Pteropticon" e "Psychotropia" si assiste a un altro portentoso riassunto di tre decenni di thrash-metal e suoi derivati. Un campionario di riff meccanici, di geometrie vertiginose, di imponenti assalti strumentali che riportano alla mente molte delle band fondamentali del thrash-metal, dagli Slayer ai Mekong Delta.
Nuovo pane per i denti dei metallari più incalliti, ma poco che sembri superare quanto già ascoltato nei primi due album. Più interessante "Pillars Of Sand", che nel suo enciclopedico riassunto è tanto varia da sembrare sempre sull'orlo del caos, irretita da una struttura mutante che fa a malapena comprendere gli sviluppi a dir poco rocamboleschi: sono "solo" cinque minuti, ma è un bignami impressionante di estremismo metallico.
La traccia più incline a suscitare discussioni, "Collapse" (nove minuti e mezzo), è il corrispettivo di "One" dei Metallica: un brano che parte melodico e diventa aggressivo e corazzato. I primi tre minuti sono i più banali, dopo si prova a fondere l'anima thrash/black con quella della ballata. Risultato curioso, che rivela un'accessibilità inaspettata e che registra una varietà nel canto tutta nuova per la band. Arrivati dopo più di un'ora a "Recharging The Void" (tredici minuti e mezzo), si chiude con uno sfoggio di varietà stilistica, un monumento al più eclettico thrash-metal segnato da una parte centrale, con voci angeliche, che è ai limiti dell'assurdo in questo contesto sonoro. I cori operistici rievocano territori power-metal che pure affiorano, raramente, nei loro brani.

Si diceva che l'evoluzione rispetto ai primi due album è solo parziale, visto che troppo spesso la formazione ripropone i suoi brani ipercinetici e progressivi a base di thrash-metal. In un'opera di oltre 73 minuti, arrivata dopo quasi cinque anni di attesa, ci si poteva aspettare più spazio per le novità, nonostante la spettacolarità della loro sintesi. In ogni caso, con la trilogia di album completata da questo Terminal Redux, i Vektor hanno virtualmente messo un punto fermo al thrash-metal, dalle sue origini agli anni 10, senza timore di dialogare con un universo sonoro ampio e articolato. 

Vektor

Il futuro nero del thrash metal

di Antonio Silvestri

La band statunitense che ha saputo sintetizzare trent'anni di thrash-metal, raccontando di scenari cosmici distopici e visionari in composizioni avventurose, elaborate e stilisticamente imprevedibili
Vektor
Discografia
Black Future (Earache, 2009)

7,5

 Outer Isolation (Heavy Artillery, 2011)

7

 Terminal Redux (Earache, 2016)

6,5

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